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Farabutti!!!

#finiràpresto

#saretegiudicatipercriminicontrolumanità

Il “Grilletto” dove lo metto, dove lo metto, per carità…

CARTA CANTA, marzo 2021

Foto di Prawny da Pixabay

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Nuovi adepti

“Draghi sembra un grillino, mi ha dato ragione su tutto.”

Beppe Grillo, RepTv, 10 febbraio 2021

Ottima impressione estiva

“L’incontro con Draghi? Guardi è stato un incontro istituzionale come ne tengo molti altri. In qualità di ministro degli Esteri è naturale che io interloquisca e abbia un dialogo anche con l’ex presidente della Bce Mario Draghi. Non ci vedo nulla di strano. C’è stato uno scambio di vedute su vari temi specificatamente in virtù del ruolo che ha ricoperto ai vertici della Banca Centrale Europea. È stato un incontro cordiale e proficuo, mi ha fatto un’ottima impressione.”

Luigi Di Maio, ministro degli Esteri, Il Foglio, 12 luglio 2020

O Troika o morte!

Draghi getta la maschera. Con la mossa di impedire alle banche greche di poter utilizzare i bond ellenici come garanzia per rifinanziarsi, la Banca Centrale Europea impone il suo aut-aut: o Troika o morte. Draghi ubbidisce ossequiosamente alla linea tedesca e si dimostra, in questa Europa governata dall’egoismo, debole con i forti e forte con i deboli.

M5S Europa, La BCE contro la Grecia, beppegrillo.it, 5 febbraio 2015

L’Europa dei banchieri

“Se noi arriveremo a vincere le elezioni e a governare questa Europa cambierà in una settimana. Tra noi, i francesi e gli inglesi è finita questa Europa dei banchieri. Oggi su Repubblica un titolo così, Draghi della BCE che dice “se i Governi non fanno le riforme devono andare a casa”. Ma allora io dico, chi li manda a casa i Governi, un banchiere? Ma di che cazzo stanno parlando questi qua…”.

Beppe Grillo, Circo Massimo, 2014

Mario Mary Poppins

Mario Draghi è una Mary Poppins un po’ suonata che tira fuori dalla sua borsetta sempre le stesse ricette. Già in passato abbiamo visto come il taglio dei tassi non sia servito a ridare fiato all’economia, anzi paradossalmente l’ha affossata del tutto perché gli investitori vanno da chi fa fruttare i loro soldi. Se un titolo rende poco o nulla allora se ne sceglie un altro, magari fuori dall’Europa. Poi adesso c’è una nuova malattia: la deflazione salariale imposta dalla Merkel a tutti i Paesi mediterranei. Come si può uscire dalla crisi economica e sociale se in Grecia hanno tagliato stipendi e pensioni fino al 40%, se in Italia i rinnovi dei contratti del settore pubblico e privato sono congelati da anni, se in Portogallo e Spagna le riforme del mercato del lavoro hanno ucciso i diritti più elementari?

M5S Europa, Draghi Poppins, beppegrillo.it, 5 settembre 2014

IL CONSULENTE ECONOMICO DI MARIO DRAGHI (Governo, 2021)

“E se i greci non vogliono modernizzarsi, inutile insistere: d’altronde hanno votato a gran maggioranza un governo che continua ad essere popolare.

Hanno scelto, spero consciamente, di rimanere un Paese con un reddito pro capite modesto…

Penso sia venuto il momento di chiederci quanto sia importante per noi tenere la Grecia nell’Unione Europea, perché di questo si tratta: se Atene abbandonasse l’euro dovrebbe anche uscire dall’Ue”.

Francesco Giavazzi, giugno 2015

I giovani sono il #presente

«Buonasera, sono uno studente del liceo scientifico Mario Pagano, volevo farle i più sinceri complimenti per il discorso che ha tenuto oggi. È riuscito a portare attenzione verso le sue parole anche alcuni studenti che non amano molto la scuola e che non sono propensi ad immischiarsi nella politica e nella storia della nostra comunità».

GRAZIE DI CUORE AI RAGAZZI DEL LICEO SCIENTIFICO ‘Mario Pagano’ di Campobasso. #lapiùgrandesoddisfazione

«Siamo nel caos più assoluto»

L’INTERVISTA. Parla Lucio Pastore, Direttore dell’UOS Pronto Soccorso di Isernia: «In questo momento ci vorrebbe un intervento esterno perché la gestione è ancora con una mentalità di tipo clientelistico, con la spinta verso la privatizzazione». L’analisi della Fondazione Gimbe ha messo in evidenza che nella settimana dal 17 al 23 febbraio il Molise ha registrato un incremento del 6,8%.

In Molise aumentano i casi Covid: «Siamo nel caos più assoluto»
Lucio Pastore, direttore UOS pronto soccorso di Isernia (ph Paolo De Chiara)

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Una Regione abbandonata a se stessa. La vergognosa questione della sanità pubblica si trascina da anni. Solo il maledetto virus ha scoperto definitivamente le carte. La gestione politica nel piccolo Molise ha distrutto il sistema pubblico. Questa operazione è iniziata tanti anni fa, con altri sGovernatori (Michele Iorio, che oggi invia inutili comunicati stampa per attaccare politicamente l’attuale gestione politica, e Frattura, l’imprenditore prelevato dal centro-destra grazie alla “geniale” intuizione dei vertici di un “centro-sinistra” arrappato solo di potere).

Negli anni passati, quindi, è stata fatta una scelta mirata. Depotenziare il pubblico per “rafforzare” il privato. Ed oggi si vedono i risultati. Gli ospedali (quelli che restano) sono in affanno, gli operatori sono stremati, i cittadini sono terrorizzati.

La politica (rappresentata da personaggetti inutili), che dovrebbe risolvere i problemi della collettività, ha dimostrato tutta la sua incapacità.

Il Molise è gestito da dilettanti. Pericolosi e senza una visione. Anzi, con la loro visione. In tutto questo, è doveroso, aggiungere, che nessuna reazione si è mai registrata. “Ogni parola che non imparate oggi – diceva don Lorenzo Milani – è un calcio nel culo che prenderete domani”. I molisani sembrano felici di continuare a prendere i calci nel culo da questi esseri indegni.

E, come sempre accade, i nodi vengono sempre al pettine. Con il Covid i molisani ci stanno sbattendo la testa. Il servizio sanitario pubblico fa schifo. Non risponde più alle esigenze della collettività ma solo alle logiche affaristiche. Tutto è stato studiato a tavolino. La gestione clientelare, come ha spiegato Lucio Pastore, è l’unica strategia utilizzata in questi anni.

«Siamo nel caos più totale» ha affermato il direttore della dell’Unità operativa semplice del pronto soccorso di Isernia. Da quanti anni Pastore sta gridando ai quattro venti che la sanità era ed è nelle mani sbagliate? Quante denunce sono state fatte? (nella foto in basso la locandina di una manifestazione pubblica di quindici anni fa).

«Quello che avviene, quello che si vede è tutto il danno creato da una gestione clientelare negli anni nella scelta delle persone, delle responsabilità, nelle scelte strutturali. Sono state guidate dalle clientele». Comincia così la nostra conversazione con il medico di Isernia. «Fino a quando non è scoppiato il Covid si poteva anche nascondere. Adesso, con il Covid, il sistema si sta sbracando, perdendo pezzi uno dietro l’altro». Il chirurgo, in estrema sintesi, ha illustrato la situazione molisana. Pastore lavora da anni presso la struttura ospedaliera di Isernia. In diverse occasioni, dopo le sue prese di posizione, è stato “colpito” dalla feroce reazione dei dirigenti Asrem. Perché gli operatori non possono, in teoria, parlare. Ma questa forma di censura non ha mai chiuso la bocca alle persone libere.

Il doppio tampone che “blocca il sistema”

«Abbiamo ricevuto delle ordinanze assurde. Come l’ultima sul doppio tampone per il ricovero». Ogni paziente da ricoverare presso la struttura pubblica deve sottoporsi a un doppio passaggio. Una lungaggine che serve a creare nuovi disagi. «Il paziente deve aspettare almeno tre giorni prima di poter entrare in un reparto. Una disposizione che non esiste in nessuna altra parte d’Italia».

E allora perché è stata fatta? «Come un fatto di prudenza. Ma perché due e non tre? Più fai tamponi e più stai tranquillo? È una scelta che blocca il sistema. Infatti ha portato al caos e proprio quel caos ha permesso di fare gli accreditamenti presso i privati. È un caso? Non lo so. Si è creata, però, una situazione di difficoltà di gestione del servizio che poi si è risolta, secondo loro, con questo accreditamento. Ma non si è ancora risolta perché le difficoltà ci stanno ancora, siamo in attesa di questa terza ondata che sembra avvicinarsi. È una situazione caotica, manca il personale, ci troviamo a doverla affrontare in uno stato di stanchezza eccessiva da parte di tutti. Una pessima organizzazione territoriale, una pessima organizzazione per quanto riguarda gli ammalati di Covid».

I vaccini

«Bisogna vedere quale effetto avranno, tenendo conto anche delle varianti. Dai dati che vengono da Israele sembrerebbe esserci un vantaggio con il vaccino, una diminuzione della trasmissione della malattia. Ancora non si conosce bene l’effetto finale».

Le mani nei capelli

L’analisi della Fondazione Gimbe ha messo in evidenza che nella settimana dal 17 al 23 febbraio il Molise ha registrato un incremento del 6,8% dei casi totali di contagio. Numeri che fanno tremare i polsi: 403 casi positivi per 100.000 abitanti. (nella foto in basso la tabella dei nuovi casi).

«La gente sta morendo negli ospedali – ha affermato Italo Testa del Forum molisano per la difesa della sanità pubblica di qualità – . La parte economica, in Molise, è più importante della salute».

Del Forum fa parte anche Lucio Pastore. «In questo momento ci vorrebbe un intervento esterno perché la gestione è ancora con una mentalità di tipo clientelistico, con la spinta verso la privatizzazione. Le scelte si fanno secondo le esigenze delle diverse clientele e della privatizzazione». Un intervento del Ministero? «Un decreto Calabria, ma serve la volontà politica che non si vede e penso che con il governo Draghi è difficile che si possa vedere. Questo governo non può rappresentare l’intervento pubblico. La vedo dura per come sono le cose in questo momento.»

Il caso Molise

La piccola regione di 300 mila abitanti con 346 morti e «un indice di contagio che fa paura. E non si capisce il perché – dice Pastore -. Un giorno qualcuno ci dovrà spiegare tutto questo».

In Molise, però, esiste un commissario di nomina governativa. Si chiama Giustini e da tempo è ai ferri corti con i vertici della politica regionale. Ma la sua azione come può essere giudicata? «Qualche cosa ha evidenziato. Ad esempio il debito e l’origine del debito. Cosa sempre nascosta dai precedenti commissari. Ha fatto un insieme di proposte. L’indirizzo politico non è chiaro, non è un ripristino di una struttura pubblica efficiente ed efficace. Si parla semplicemente, e in senso generico, di ripianare la dimensione debitoria. Questo debito viene dal clientelismo e dalle privatizzazioni. Se non si agisce su questi due fattori si porta avanti solo un’operazione di facciata. Anzi, in questo modo, si favorisce la distruzione del sistema pubblico.»    

Larino: una struttura “abbandonata”

«Rientra sempre in quel concetto. Cosa ci dice il buon senso? Ho una struttura potenzialmente funzionale, la apro e faccio un ospedale Covid». Per farci cosa? «Raccogliere tutti i soggetti Covid, per permettere a tutti gli altri ospedali di funzionare per tutte le altre patologie. Una cosa intuitiva e semplice.»

Invece no. Non sembra tanto semplice. Non bisogna mai sottovalutare l’aspetto economico in Molise. «Fare una cosa del genere significa investire soldi pubblici nel pubblico e non a fini privati. Pure in quelle che sono le indicazioni ministeriali non vogliono che venga il pubblico a gestire. L’assurdo è che comunque i soldi dell’emergenza devono arrivare ai privati. Capitale umano non ne abbiamo più, tra poco dobbiamo chiudere. Ora che ci sta la possibilità di investire perché non si investe nel capitale umano?»                            

Un post, di qualche ora fa, pubblicato su Facebook da Pastore 

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«Ho perso tutto, aiutatemi»

IL GRIDO DI DOLORE. «Se non fosse per quei pochi amici, che ogni mese mi aiutano a pagare le utenze e altro, oggi non so come sarei finito.»

«Ho perso tutto, aiutatemi»

Bennardo Raimondi

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Una battaglia di civiltà. Così possiamo definire la vicenda di Bennardo Raimondi. Un cittadino onesto, un artigiano che si guadagna la vita con il sudore della sua fronte. Un uomo, che al contrario di molti altri, non si “prostituisce” per accaparrarsi i soldi dello Stato. E’ una persona umile Bennardo, è un lavoratore. Ha denunciato la mafia, senza tentennamenti. Senza farsi pubblicità. Perchè su questi temi la mera ed inutile apparenza non serve a nulla. E dura poco, molto poco. Certe cose, con il tempo, si svelano. E dal piedistallo si cade, rovinosamente. Al contrario di altri personaggi non si è arricchito con la sua denuncia. Ha fatto semplicemente il suo dovere. Ed oggi sta pagando il prezzo più caro. E’ rimasto da solo, con la sua famiglia.   

«La Quaresima è tempo di carità – ci scrive in una mail -, che “vissuta sulle orme di Cristo, nell’attenzione e nella compassione verso ciascuno”, rimane “la più alta espressione della nostra fede e della nostra speranza”. Una carità che “si rallegra nel veder crescere l’altro”, cosi ha detto papa Francesco. Ma io vedo, insieme alla mia famiglia, invece – ogni giorno che passa – solo indifferenza

Abbiamo, nei mesi scorsi, raccontato la sua vicenda. Ci siamo posizionati dalla sua parte offrendo il nostro spazio. Perchè le persone perbene vanno supportate in tutti i modi. «Da anni sto lottando – continua l’artigiano siciliano – per avere un minimo di dignità, dopo aver perso tutto a causa della mafia. Ho avuto il coraggio di denunciare ma forse ho sbagliato. Oggi piu che mai, tra Covid e la mia salute (dopo la rottura di una costola), la mia situazione è diventata drammatica. Non posso farla finita perchè ho delle responsabilità verso la mia famiglia. Ma non è giusto che specialmente le Istituzioni siano assenti. Se non fosse per quei pochi amici, che ogni mese mi aiutano a pagare le utenze e altro, oggi non so come sarei finito.»

E’ vergognoso. Questa è l’unica parola che conosciamo per descrivere questa drammatica e assurda situazione. 

Dov’è lo Stato?

Dove sono le Istituzioni?

Dov’è la Regione Sicilia?

Dov’è il Comune di Palermo?

Dove sono tutti coloro che si riempiono la bocca della parola legalità, che piangono lacrime di coccodrillo sui social e durante i tanti convegni? 

Dove sono i leoni da tastiera che, inutilmente, continuano a pubblicare le frasi, le foto di Falcone e Borsellino (che chiamano, senza vergogna, Giovanni e Paolo)?

Questa è la lotta alla mafia? Questo è il modo di aiutare persone che le mafie le denunciano nelle sedi opportune?

Cancellatevi da questi social. Questa inutile apparenza non serve proprio a nulla. Il rincoglionimento da like sta producendo mostri insensibili.   

«Non è giusto che viva cosi la mia famiglia. Vedere mia moglie piangere spesso mi addolora e mi sta distruggendo la vita. Vi esorto. Ho dato tanto e desidero ricevere il minimo umilmente. Vi prego.»

Nel Paese del giorno dopo si attende, si è cauti. Si rimane impassibili. C’è sempre tempo per mettere il viso di qualcuno su qualche bandiera da sventolare in qualche occasione. Le iniziative sulla legalità si sprecano. Tutti vogliono fare il proprio intervento, tutti vogliono apparire. Ma fino a un certo punto. Basta poco per aiutare i tanti cittadini che ci hanno messo la faccia. E non solo.      

foto archivio pdc

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C’è un giudice a Perugia: Ciliberto non ha diffamato nessuno

ARCHIVIAZIONE. «Non ha poi un contenuto offensivo – scrive il gip Avila – il riferimento nell’articolo pubblicato on line alla notizia di un ritorno a Somma Vesuviana di un ex camorrista (quand’anche fosse notizia riferibile all’opponente e falsa), ovvero il richiamo in un passo al “male assoluto”, con cui Ciliberto ha chiarito volersi riferire in generale “alla camorra e al modus operandi di chi sceglie quella vita”. Non si ravvedono, infine, estremi di atti persecutori.»

C'è un giudice a Perugia: il nostro collaboratore non ha diffamato nessuno

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Non c’è stata nessuna diffamazione nei confronti di Fiore D’Avino. Questo si legge nell’ordinanza di archiviazione del gip, dottoressa Angela Avila, del Tribunale di Perugia.

Il nostro valido collaboratore, Gennaro Ciliberto, ha «liberamente manifestato il proprio pensiero, esternando un giudizio critico su fatti, comportamenti e persone – si legge nell’Ordinanza -, in genere riportandosi alle vicende realmente accadute nel suo territorio, senza mai trasmodare in offese penalmente rilevanti, e ciò almeno nelle frasi ed espressioni qui segnalate dall’opponente che sono state da lui scritte nei vari post e nella lettera al sindaco».

Il nostro articolo

«Non ha poi un contenuto offensivo – scrive il gip Avila – il riferimento nell’articolo pubblicato on line alla notizia di un ritorno a Somma Vesuviana di un ex camorrista (quand’anche fosse notizia riferibile all’opponente e falsa), ovvero il richiamo in un passo al “male assoluto”, con cui Ciliberto ha chiarito volersi riferire in generale “alla camorra e al modus operandi di chi sceglie quella vita”. Non si ravvedono, infine, estremi di atti persecutori.»

Abbiamo scritto la verità, raccogliendo anche il punto di vista del legale del D’Avino (in allegato i link per leggere tutti gli articoli), concedendo tutto lo spazio a disposizione. Dichiarazioni che hanno innescato anche la reazione di diversi testimoni di giustizia.

«Gli elementi raccolti – si legge nell’archiviazione – nella fase delle indagini preliminari non consentono di sostenere l’accusa in giudizio perché la notizia di reato si palesa del tutto infondata».

Per Ciliberto «si chiude una brutta storia che ha leso, anche psicologicamente, la mia persona. Fortunatamente fino a 48 anni non mi ero visto mai imputato in nessun tipo di procedimento. Ed oggi, con il senno del poi, vorrei scoprire dove voleva arrivare il D’Avino. Se uno nella vita ha fatto delle scelte, giuste o sbagliate che siano, restano nella storia. Tutto ciò che ho detto, divulgato e scritto erano situazioni ben visibili in rete. E non credo che il D’Avino abbia denunciato cento testate giornalistiche o duecento giornalisti o abbia denunciato i giudici che l’hanno condannato.»

Ma come si è arrivati davanti al gip di Perugia? «Da molti anni, oltre al mio percorso di testimone di giustizia, svolgo un’opera di divulgazione della legalità sul territorio vesuviano e, nello specifico, sul territorio di Somma Vesuviana che, negli anni passati, ha visto l’egemonia del clan D’Avino. Egemonia che anche dopo il pentitismo del collaboratore di giustizia ha visto un’altra costola del clan, un cugino, riformarsi diventando clan predominante dell’area vesuviana. Questa mia divulgazione fatta in duplice veste, sia da testimone di giustizia che da apprendista cronista della testata onlineWordNews.it, ha attirato, dopo un articolo, l’attenzione del collaboratore di giustizia, il quale ha sporto una denuncia querela nei miei confronti per diffamazione presso la Procura di Nola. Questa denuncia ha subìto una prima archiviazione dove il collaboratore di giustizia, con il proprio avvocato, ha fatto opposizione. Il fascicolo, quindi, è stato inviato a Perugia, località del mio polo fittizio. Anche in quella sede è stata proposta l’archiviazione, ma l’avvocato Bucci (legale di Fiore D’Avino, nda) ha continuato ad opporsi.»

«In tale contesto – apprendiamo nell’Ordinanza di archiviazione – si devono inquadrare le sue dichiarazioni le sue dichiarazioni in questa sede contestate, per le quali spesso valgono i principi espressi dalla giurisprudenza, in tema di diffamazione, sull’esimente del diritto di critica, la quale “postula una forma espositiva corretta, strettamente funzionale alla finalità di disapprovazione e che non trasmodi nella gratuita ed immotivata aggressione dell’altrui reputazione, ma non vieta l’utilizzo di termini che, sebbene oggettivamente offensivi, hanno anche il significato di mero giudizio critico negativo di cui si deve tenere conto alla luce del complessivo contesto in cui il termine viene utilizzato” (sez. 5, sentenza 17243 del 2020).»     

La controdenuncia

La vicenda non è affatto conclusa. Il nostro collaboratore non è stato solo denunciato per diffamazione, ma ha dovuto subire anche la reazione con gli innumerevoli post diffusi sul web. «Quello che mi ha fatto male è che fin dall’inizio, da parte del D’Avino, c’è stata un’opera diffamatoria e di divulgazione, a mezzo social attraverso tutti i gruppi facebook di Somma Vesuviana, di questo mio rinvio a giudizio. Quasi fosse certo di una mia condanna. Questa opera ha leso anche la mia immagine. Ho presentato due querele: una contro un certo Tommaso Rea, un tabaccaio di Somma Vesuviana, il quale ha dato la mano alla divulgazione di Fiore D’Avino. Io ho denunciato a mia volta il D’Avino. La mia denuncia ancora non è stata archiviata.»

L’ipotesi di stalking

«C’è stata l’udienza preliminare, dove ero presente sia io che il D’Avino con i rispettivi avvocati, dove Bucci ha fatto un’arringa chiedendo addirittura di procedere per stalking nei miei confronti, per un accanimento nei confronti del D’Avino, sostenendo che io avevo esposto il D’Avino e i suoi familiari a un pericolo. Da parte mia c’è stato un intervento, durato più di quaranta minuti, dove ho spiegato chi ero, la funzione del testimone di giustizia, che cosa avevo denunciato, quali procedimenti ho fatto partire sul territorio di Somma Vesuviana. Procedimenti che si collegano alle elezioni comunali, agli abusi edilizi, denunce contro lo spaccio di droga. Il giudice si era riservato di decidere.»

La giustizia divina

«Durante l’udienza preliminare – ha raccontato Ciliberto – il D’Avino, davanti a un giudice della Repubblica italiana, ha detto queste testuali parole: “io non ho nulla di cui pentirmi”. Ha ribadito di credere solo nella giustizia divina. Quasi come se le condanne a lui inflitte e l’attuale detenzione, non dimentichiamo che fino al 2030 deve scontare una pena per reati associativi, anche se in detenzione domiciliare in virtù della sua collaborazione. Resta un condannato, un pregiudicato per reati di mafia contro un testimone di giustizia che, ad oggi, è persona incensurata. Una persona perbene. Fino alla settima generazione nessun componente della mia famiglia ha subìto condanne. In quella sede quasi quasi, il D’Avino, si sentiva vittima di una giustizia terrena. Non c’è stato nessun atto persecutorio, io non mi sono limitato a non scrivere più. Spesso queste querele servono solo per tentare di interrompere il lavoro dei giornalisti.»

In passato abbiamo raccontato di un suo ritorno a Somma Vesuviana. Questo ha scatenato la reazione?

«Questo è il problema. Come testata giornalistica abbiamo denunciato pubblicamente, nonostante l’avvocato Bucci abbia sempre negato, la sua presenza sul territorio. Ed oggi non sappiamo se vi è una indagine in corso per capire come il D’Avino possa tornare a Somma. Certamente potrebbe tornare se il giudice di sorveglianza permette il ritorno tramite un permesso. Resta il fatto che le persone lo hanno visto, abbiamo la documentazione, lo abbiamo scritto e abbiamo raccolto le parole dell’avvocato che nega la sua presenza. Può essere che c’è qualcosa che non va.»

Ma chi è il soggetto in questione?

«Un boss indiscusso degli anni Novanta, luogotenente di Carmine Alfieri.Fiore D’Avino, insieme al fratello, aveva creato il sodalizio criminale denominato clan D’Avino. Questo clan si è macchiato di molti delitti, ma non solo. È giusto definirlo anche come clan imprenditoriale, partecipava agli appalti e condizionava anche la vita economica dei paesi vesuviani. Fiore D’Avino, nel suo passato di camorrista, ha vissuto la camorra romana. È proprio lui che lo dichiara in varie interviste e nei vari processi, da me ascoltati su Radio Radicale. Loro avevano come quartiere generale proprio Roma, ai Parioli. È stato un esponente di spicco di quella camorra.»

Da qualche ora è morto il fondatore della NCO Raffaele Cutolo. La fazione di Alfieri faceva parte della camorra che si opponeva a quella cutoliana. «D’Avino faceva parte dell’altra fazione, lui si è trovato proprio nel periodo della guerra sanguinaria, quando i morti si contavano. E come è stato detto nelle aule dei tribunali il clan D’Avino ha partecipato a tanti omicidi.»

Tu sei un testimone di giustizia, una figura completamente diversa da quella del collaboratore.

«Per me la figura del collaboratore di giustizia è importantissima, quando ha una valenza riconosciuta da parte della magistratura. Ma ci sono dei collaboratori, che nel loro passaggio, rinnegano il loro passato e la loro appartenenza alla criminalità. Fiore D’Avino non ha mai rinnegato il suo passato. Troppo spesso anche la politica locale dimentica che a Somma Vesuviana c’è un solo testimone di giustizia e parecchi pentiti. Questo è molto grave. In altre città ricevono riconoscimenti, ricevono vicinanza. A Somma Vesuviana, non dobbiamo dimenticarlo, il figlio incensurato di D’Avino – questo concetto l’ho espresso anche nell’aula di tribunale di Perugia – ha partecipato alla campagna elettorale. Una notizia certa, supportata da idonea documentazione. Le valutazioni le lasciamo alla cittadinanza.»                                      

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Testimoni di giustizia, promesse da marinaio

SEI ANNI DOPO. Dopo gli annunci sui social «si è registrato il silenzio». Il testimone di giustizia Luigi Coppola spiega il suo punto di vista: «Di Maio, che è stato anche ministro del Lavoro, non ha mai risposto alle nostre giuste richieste.»

Luigi Di Maio con alcuni testimoni di giustizia

di Paolo De Chiara, WordNews.it

«Mi sono sentito violentato per l’ennesima volta. Le promesse non sono state mantenute, anzi hanno modificato in peggio qualcosa che poteva iniziare a funzionare». Inizia così la nostra conversazione con il testimone di giustizia Luigi Coppola.

Sono passati sei anni da un post pubblicato dall’attuale ministro (in quegli anni all’opposizione) Luigi Di Maio. L’annuncio, pubblicato su un social, porta la data del 5 febbraio 2015.

Questo il testo propagandistico: “Tra i problemi che subiscono gli italiani ogni giorno c’è anche il fatto che le Leggi esistono ma non si applicano. Oggi ho incontrato alcuni testimoni di giustizia che protestavano sotto Montecitorio. Li ho ricevuti e abbiamo parlato delle mancanze dello Stato nei loro confronti. Alcuni di loro hanno fatto cadere anche imperi mafiosi grazie alla propria testimonianza. Lo Stato deve combattere l’omertà non incentivarla. Gli dobbiamo molto. Io li aiuto».

A quell’incontro – come da foto – parteciparono diversi testimoni, tra cui Luigi Coppola, Francesco Paolo, Carmelina Prisco. Rocco Ruotolo e una coppia di coniugi calabresi.

Cosa è stato modificato in peggio? «Mi riferisco, soprattutto, delle assunzioni dei testimoni». A che punto sono le assunzioni? «Ad esempio i fuoriusciti dal programma di protezione non verranno assunti. La situazione è peggiorata, anche se Crimi (viceministro agli Interni e presidente della Commissione centrale) in una lettera e, poi, di persona mi aveva detto che quell’ostacolo per i fuoriusciti, insieme alla Commissione, poteva essere superato. L’ha scritto di suo pugno».

A Luigi Coppola abbiamo chiesto dell’incontro di sei anni fa. «Noi eravamo sotto Palazzo Chigi per invogliare il Governo a far pubblicare in gazzetta ufficiale i decreti attuativi per le assunzioni. Di Maio era il vice presidente della Camera. Se non sbaglio mandò anche una lettera a Bubbico (all’epoca vice ministro agli Interni) per sollecitare l’impegno nei confronti dei testimoni di giustizia. E ci disse che le leggi ci sono ma non vengono attuate. Poi fece quel comunicato sui social. Ma una volta che sono arrivati al Governo, lo stesso Di Maio, che è stato anche ministro del Lavoro, non ha mai risposto alle nostre giuste richieste. Mai, mai, mai, mai. Aperture dal 5 stelle, come partito di Governo, le ho viste con Vito Crimi. Con Gaetti no, anzi c’è una lettera dell’ottobre del 2018 (foto in basso) dove lui parla dei testimoni di giustizia e delle assunzioni nelle pubbliche amministrazioni.»

Per il presidente dell’Associazione antimafia che rappresenta anche alcuni testimoni: «non bisogna accanirsi solo nei confronti di una sola persona. La legge 3500 (“Disposizioni per la protezione dei testimoni di giustizia”), che porta il nome della Bindi, è stata voluta da tutta la politica. Tutti loro sapevano che tutti quelli che erano stati capitalizzati, automaticamente, perdevano il diritto al posto di lavoro. Ma chi ha avuto i soldi prima non ha potuto scegliere, perché non c’era questa possibilità di scelta, è ancora meritevole come categoria protetta? Le nostre priorità sono il lavoro e la sicurezza. Due concetti che sono sempre lasciati al caso. Non c’è interesse e non c’è volontà politica.»      

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Pippo Fava: «la mafia è nello Stato»

La lezione del giornalista con la schiena dritta ucciso da Cosa nostra a Catania

Pippo Fava

“Io vorrei che gli italiani sapessero che non è vero che i siciliani sono mafiosi. I siciliani lottano da secoli contro la mafia.

I mafiosi stanno in parlamento, i mafiosi sono ministri, i mafiosi sono banchieri, sono quelli che in questo momento sono al vertice della nazione.

Nella mafia moderna non ci sono padrini, ci sono grandi vecchi i quali si servono della mafia per accrescere le loro ricchezze, dato questo che spesso viene trascurato.

L’uomo politico non cerca attraverso la mafia solo il potere, ma anche la ricchezza personale, perché è dalla ricchezza personale che deriva il potere, che ti permette di avere sempre quei 150mila voti di preferenza.

La struttura della nostra politica è questa: chi non ha soldi, 150mila voti di preferenza non riuscirà ad averli mai!

I mafiosi non sono quelli che ammazzano, quelli sono gli esecutori. Ad esempio si dice che i fratelli Greco siano i padroni di Palermo, i governatori. Non è vero, sono solo degli esecutori, stanno al posto loro e fanno quello che devono fare.

Io ho visto molti funerali di Stato: dico una cosa che credo io e che quindi può anche non essere vera, ma molto spesso gli assassini erano sul palco delle autorità“.

Pippo Fava

Se questo è un presidente

SGOVERNATORI 3.0 – Il tris è servito. Dopo la gestione familistica di Michele Iorio e dopo l’imprenditore Frattura al piccolo Molise è “toccato” il terzo sGovernatore: il cantastorie Donato Toma. Ma anche la sua musica stona, soprattutto, con una sanità pubblica distrutta e sempre più ingabbiata. Un vero e proprio fallimento politico ed istituzionale. Perché non far gestire da Emergency di Gino Strada l’ospedale di Larino (chiuso e sbarrato dalla malapolitica)? È possibile farlo, caro commissario ad acta, o bisogna chiedere il permesso a qualcuno?

Se questo è un presidente
Donato Toma con il suo sorriso smagliante.

di Paolo De Chiara, WordNews.it

«L’ironia è la scala mobile per le difficoltà della vita. È l’ingrediente “magico” nei contesti adeguati: quando sei alla presenza di persone intelligenti.» Questi sono i contenuti che si trovano sulla pagina social dell’attuale sGovernatore della Regione Molise. E lui, tomo tomo e cacchio cacchio, continua a canticchiare le sue canzonette. Altro che ironia, caro Toma. Servirebbero le dimissioni immediate. Sue (dalla politica) e di tutti quelli (dalla società) che l’hanno sostenuta e continuano a sostenerla.   

La situazione è drammatica e voi, tutti voi, continuate a giocare con il fuoco. Non ve ne frega niente di nessuno. Il 7 marzo scorso, undici mesi fa, sempre sulla sua pagina facebook Toma scriveva: «Il Governo a breve varerà misure maggiormente restrittive per contrastare la diffusione del contagio da COVID-19. Misure che richiederanno sacrifici per qualche settimana, misure che contribuiranno a tutelare la salute degli italiani. Intanto, cari giovani vi invito a rispettare nei rapporti sociali della “movida” la distanza di sicurezza (almeno un metro). La prevenzione è l’unica arma che batte la diffusione del contagio».

Un inutile appello ai giovani del virogolo-presidente.

Prevenzione? Qual è stata la vostra opera di prevenzione? Tenere chiuso un ospedale a Larino per la vostra inesistente politica?

I sacrifici? Ma lei è sicuro di conoscere il significato di questa parola? O la usa a sproposito, a vanvera, solo per agguantare qualche inutile like. L’unica cosa a cui si può aspirare, per la verità. I voti, lei e quelli come lei, potrà guardarli con il binocolo.

Questa gestione politica è la peggiore degli ultimi anni. E lei, con la chitarra e con quel panzone, se la canta, se la suona e se la ride. Addirittura, e non era affatto facile, siete riusciti a fare peggio delle passate gestioni politiche. In un colpo solo avete superato Michele Iorio – oggi ancora presente in consiglio regionale – con la sua gestione familistica e quell’altro, l’imprenditore Frattura. Che da capo dell’opposizione (arrivando dalla maggioranza), prima di diventare sGovernatore, voleva costruire centrali a biomasse dove non si potevano installare.

Le bocciature lentamente sono arrivate e dal cilindro è sbucato il giullare. Con quel sorrisino stampato perennemente sulla bocca. La situazione sanitaria è disastrosa, gli ospedali sono al collasso, gli operatori sono esausti, i dati sono maledettamente drammatici e lei ride. Mi scusi: ma che cazzo ha da ridere?

È consapevole che la sua gestione politica ed istituzionale è totalmente fallimentare? Riesce a comprendere che la sanità molisana fa schifo (ovviamente per colpa vostra)? È cosciente che i molisani sono stanchi delle vostre parole, dei vostri annunci, della vostra presenza, dei vostri faccioni? Avete lasciato questa Regione, per colpa delle vostre politiche arroganti, inconcludenti (per il bene comune) e pericolose, con le pezze al culo. Ma come si dice, a caval Donato non si guarda in bocca. E che bel dono si sono fatti i molisani. Molli nel protestare ma tosti nel votare a cazzo.  

Ma lui mostra le carte. Le mostra nelle trasmissioni nazionali che se ne fottono del Molise. E non si accorgono che quello che dice è il contrario di quello che c’è scritto. Perché questa è la verità. Fate il bello e il cattivo tempo perché ve lo permettono. Destinate i nostri soldi (pubblici) per cose inutili e lo fate senza nemmeno essere contestati. Non solo nessuno vi contesta (a parte qualche sparuta minoranza) ma vi continuano pure a votare.

Michele Iorio, lo tsunami della politica regionale, è stato votato e rivotato ovunque. Frattura è stato votato. E anche lei, caro Donatino, con le sue infinite liste, è stato sciaguratamente eletto. Altro che le sette piaghe d’Egitto. È vero, siete stati votati e siete stati eletti. Ma non siete diventati i padroni di tutto. Pensate di esserlo, ma è soltanto una vostra mera e passeggera illusione.

Il tempo è galantuomo, cari assessori e consiglieri. Avete fallito. Non siete in grado di governare nemmeno un bilocale. E vorreste governare un’intera Regione. Questa si chiama arroganza, presunzione. Pressapochismo. Pensate di essere degli strateghi della politica nostrana, ma non è così. Siete l’antitesi della politica. È talmente nobile questo termine che non può appartenervi. Rappresentate quel potere che vi permette di poggiare i vostri flaccidi deretani su quelle comode e remunerative poltrone.

Molisani, svegliatevi. Cacciate i mercanti dal Tempio.

Commissario se ci sei batti un colpo…

Da diverso tempo tentiamo di metterci in contatto con il commissario ad acta, di nomina governativa, Giustini. Non avrà un buon rapporto con il suo telefono. Lo stanno massacrando in tutti i modi ma lui, coerentemente, non risponde quasi a nessuno. Finalmente, qualche giorno fa un sussulto. Ha deciso di rivolgersi – carte alla mano – a chi di competenza. Ora si attendono sviluppi. Ma in attesa di risposte e di inchieste (possibilmente approfondite) perché non pensare a fottere questa politica distruttiva. Ecco la proposta. A Larino c’è una struttura nuova e abbandonata da chi persegue altri interessi. Perché non convocare in Molise il fondatore di Emergency e affidare quell’ospedale direttamente a Gino Strada?

È impossibile?

Per uscire dal guado bisogna sconquassare gli attuali equilibri. Una proposta del genere potrebbe creare tensione e provocare attacchi. Ma se dovesse andare in porto?

Potrebbe essere un modo per sparigliare le carte gestite e distribuite, negli ultimi decenni, dallo stesso mazziere.      

Un po’ di ironia.

Ora che abbiamo terminato (per adesso), caro sGovernatore, ce la canti pure una canzoncina. Vogliamo anche il suo sorriso e il suo bel panzone. Lei è napoletano e, quindi, non dovrebbe avere problemi con le parole di Carosone. Questo è il nostro suggerimento, così ce la facciamo tutti quanti una bella risata…

‘O chiámmano Giuvanne cu ‘a chitarra…/Pecché sape cantá tutte ccanzone./E’ stato ‘nnammurato ‘e na figliola/Che ll’ha lassato miezo scumbinato…/E porta ‘e sserenate a ‘e ‘nnammurate:/Pe’ ciento lire canta “Anema e core”,/Pe’ cincuciento fa ll’americano:/S’arrangia a ‘mpapucchiá “Johnny Guitar”…/’O chiámmano Giuvanne cu ‘a chitarra…/E pare ‘o pazzariello de ccanzone!

Zunzù… zunzù… zunzù…

«Che epoca terribile quella in cui degli idioti governano dei ciechi.»

Re Lear, Shakespeare

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TRATTATIVA STATO MAFIA

RUBRICA «DIAMO VOCE». Puntata dedicata alle SCELLERATE TRATTATIVE.

Trattativa Stato-mafia: ne parliamo con Antonio Ingroia

RUBRICA «DIAMO VOCE». Puntata dedicata alle SCELLERATE TRATTATIVE. Sabato 6 febbraio 2021, ore 18:00, l’intervento dell’ex pm Antonio Ingroia.

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«La Trattativa continuò anche con il Governo Berlusconi. Dell’Utri, lo spiegano i giudici nella sentenza, rappresentò a Berlusconi le richieste di Cosa nostra. E dicono i giudici che quel Governo tentò di adoperarsi, non riuscendoci per motivi che non dipendevano dalla volontà del premier, per accontentare alcune delle richieste di Riina. Dice quella sentenza che un presidente del consiglio del Governo italiano, nello stesso momento in cui era presidente del consiglio, continuava a pagare, come aveva fatto nel 1974, cospicue somme di denaro a Cosa nostra».

Nino Di Matteo, Roma, 14 novembre 2018

LA TRATTATIVA STATO MAFIA.

Ne parleremo con l’avvocato, già pm Antonio Ingroia, con il direttore di WordNews.it Paolo De Chiara e con i collaboratori di WordNews.it Alessandra Ruffini Alessio Di Florio.

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Diamo Voce #rubrica

L’Italia – e non solo l’Italia del Palazzo e del potere – è un Paese ridicolo e sinistro: i suoi potenti sono delle maschere comiche, vagamente imbrattate di sangue: «contaminazioni» tra Molière e il Grand Guignol. Ma i cittadini italiani non sono da meno…

#PierPaoloPasolini

LE NOSTRE DIRETTE. Con la puntata pilota (23 gennaio 2021) abbiamo inaugurato, grazie alla preziosa collaborazione con Daniele Ventura, il primo dei nostri appuntamenti. Due al mese, con eventuali puntate speciali. Nel prossimo appuntamento (sabato 6 febbraio 2021) parleremo della Trattativa Stato Mafia, insieme all’ex PM Antonio Ingroia.

WordNews.it

Il nostro giornale (antirazzista, antifascista e laico) è nato – anche – per dare Voce a chi non ce l’ha. Il nostro compito è quello di raccontare e di denunciare. E per queste ragioni abbiamo deciso di creare una finestra fissa, per incontrare persone, per comprendere, per confrontarci. Per dare la possibilità ai lettori di ascoltare e di guardare in faccia i propri interlocutori.

WordNews è un giornale giovane, abbiamo compiuto un anno lo scorso 8 gennaio. Sino ad oggi abbiamo pubblicato 2497 articoli. Una vera palestra per colleghi giovani e meno giovani. Il nostro compito è informare senza filtri. Non abbiamo padroni. Noi siamo liberi.  

Con la puntata pilota (23 gennaio 2021) abbiamo inaugurato, grazie alla preziosa collaborazione con Daniele Ventura, il primo dei nostri appuntamenti. Due al mese, con eventuali puntate speciali. Dopo aver affrontato il tema delle infiltrazioni nelle infrastrutture (con il testimone di giustizia Gennaro Ciliberto e l’ex PM Antonio Di Pietro) continueremo ad occuparci di questioni che riguardano la collettività.

Tanti i temi che toccheremo: dalle mafie all’ambiente, dalla poesia alla cultura. Nel prossimo appuntamento (sabato 6 febbraio 2021) parleremo della Trattativa Stato Mafia, insieme all’ex PM Antonio Ingroia. 

Noi abbiamo l’entusiamo e la passione di fare questo bellissimo mestieraccio. E restiamo a disposizione per chi ha bisogno del nostro sostegno. 

La redazione.

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#Memoria

#memoria

La memoria è come il mare: può restituire brandelli di rottami a distanza di anni.

(Primo Levi)

#settimanadellamemoria

CRIMINALITA’ in Molise. Nola (M5S): «Dati preoccupanti, serve sinergia tra istituzioni e amministratori»

CRIMINALITA' in Molise. Nola (M5S): «Dati preoccupanti, serve sinergia tra istituzioni e amministratori»

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Da quanti anni si sta gridando al pericolo? Da quanti anni si parla di affari della criminalità organizzata nel piccolo e “tranquillo” Molise? Ancora qualcuno parla di “isola felice”. Ma questa definizione è solo fuorviante. Si utilizza per non affrontare il tema, per nascondere la sabbia sotto al tappeto. Quante dichiarazioni sono state utilizzate in passato per denunciare una situazione che va avanti da più di trent’anni? Si continua a fare finta di non vedere, di non sentire. E nessuno ne parla. Anzi c’è anche qualcuno che continua a dire che sono temi vecchi, che mettono in pessima luce un territorio. E di tanto in tanto, quando la magistratura e le forze dell’ordine intervengono con operazioni mirate, si grida allo scandalo. Per qualche ora. Poi, come d’incanto, ritorna il silenzio. Non servono a nulla i titoloni che parlano di “allarmi”, di “pericoli di infiltrazioni”. Serve altro.

In Molise le mafie (camorra, ‘ndrangheta, mafia foggiana…) sono vive e vegete. Fanno i loro sporchi affari in silenzio. Un silenzio assordante. Nella totale tranquillità, in passato, hanno acquistato aziende e inquinato i territori con rifiuti tossici e nocivi (e pale eoliche). Ed oggi continuano a riciclare soldi sporchi, a installare società fantasma (s.r.l./s.a.s.). E nessuno si è mai accorto di nulla. Nessuno vuole accorgersi di nulla. Non basta la cronaca spicciola, non basta riportare il mero comunicato stampa. Si deve indagare a fondo. Non bisogna attendere gli organi inquirenti. L’informazione deve anticipare le inchieste della magistratura. E’ necessario collegare le società, capire da chi sono rette, gli appalti che vincono in tutta Italia. Scardinare un sistema criminale e malavitoso. Mafioso e massone. Altro tema, quest’ultimo, tenuto nel dimenticatoio.

«I dati sul rischio di infiltrazioni malavitose in Molise sono eloquenti – ha scritto in una nota Nola, presidente della commissione Antimafia regionale – e, purtroppo, drammaticamente chiari. Lo ha confermato anche l’Indice di permeabilità dei territori alla criminalità organizzata in Italia, uno studio condotto da Eurispes nel quadro di un protocollo d’intesa con la Direzione nazionale Antimafia e Antiterrorismo.»

E cosa dicono i dati? «Che il Molise è quinto nella classifica delle regioni a maggior rischio d’infiltrazioni, preceduto solo da Calabria, Campania, Sicilia e Puglia. Inoltre, la provincia di Isernia è catalogata come territorio a rischio alto, mentre quella di Campobasso è definita territorio a rischio medio-alto.»

E proprio nella provincia di Isernia gravitano tante società fantasma. Che cosa ci fanno? Perchè hanno la sede legale in questo territorio e, poi, operano in Campania. Chi sono i personaggi che gravitano intorno a queste società? A breve arriverà una risposta dettagliata.  


«L’Eurispes certifica – continua Nola – quanto ho sempre denunciato nei mesi scorsi anche in qualità di presidente della Commissione speciale a carattere temporaneo di studio sul fenomeno della criminalità organizzata nel Molise: l’indice di permeabilità delle organizzazioni malavitose nella nostra regione è in crescita.»

La questione è anche politica. «Il nodo è politico», diceva Paolo Borsellino, il magistrato ammazzato, insieme alla sua scorta, in via D’Amelio (19 luglio 1992) dalla mafia e dagli apparati dello Stato (che hanno sottratto la sua Agenda Rossa).  

«Davanti a questa situazione – spiega il consigliere regionale dei Cinque Stelle – le istituzioni devono reagire. Bisogna alzare il livello di guardia, fare rete e avere il coraggio di denunciare alla magistratura ogni minimo segnale riconducibile ad attività illecite. L’attuale momento di crisi economica, che vede tante, troppe attività immobiliari, commerciali, artigianali, turistiche e agricole in difficoltà gestionale e finanziaria, prepara terreno fertile alla criminalità e le apre nuove possibilità di espansione. Faccio appello a tutti gli amministratori pubblici e privati affinché, ancor più in questo periodo, facendo leva sull’etica e sul proprio senso di responsabilità, in ogni occasione sappiano informare, seguire e tutelare i cittadini più fragili rispetto ai tentativi d’infiltrazione criminale.»

 

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Al fianco di Gratteri

WordNews.it

La redazione di WordNews.it esprime la sua vicinanza al Procuratore Capo della Repubblica di Catanzaro, Nicola Gratteri.

Il sistema masso-mafioso non riuscirà a fermare l’azione di un magistrato, dei suoi uomini e di uno Stato serio, impegnato a debellare questo cancro secolare.

Noi faremo la nostra parte. Sosterremo uomini e donne impegnati in questa quotidiana battaglia, senza restare a guardare, con le mani in tasca. Useremo il nostro bellissimo mestieraccio per svelare i fatti, per far emergere situazioni sapientemente nascoste.

Per portarle all’attenzione dei nostri lettori.

Questo è il modo che conosciamo per fare al meglio il nostro mestiere. Questo è il modo per “proteggere” il Procuratore Nicola Gratteri.

E questa è la nostra sfida. Noi sfidiamo questo sistema marcio, noi sfidiamo questi piccoli uomini (massoni e mafiosi) che pensano di fare il bello e il cattivo tempo. Noi sfidiamo queste “menti raffinatissime”.

In passato hanno colpito. In passato siamo stati distratti. In passato abbiamo girato la testa dall’altra parte.

Mettetevelo nella testa (marcia di potere, avidità e sangue). Gratteri non è solo!

Il direttore

La redazione

https://www.wordnews.it/al-fianco-di-gratteri

Infrastrutture e infiltrazioni: Antonio Di Pietro si confronta con imprenditori e testimoni di giustizia

WordNews.it

«Metteremo in luce anni – spiega Daniele Ventura, denunciante ed ex imprenditore – di mala gestione delle infrastrutture pubbliche e le infiltrazioni della malavita con l’unico testimone d’Italia, Gennaro Ciliberto che da tempo ha denunciato la mancata manutenzione delle strade e le relative infiltrazioni della malavita. Parleremo – continua Ventura – delle condizioni delle nostre strade ed autostrade, ponti e viadotti che in questi anni hanno visto incredibili crolli e tante vittime, che potevano essere risparmiate con un controllo serio e una corretta gestione e manutenzione.

Ne parleremo assieme all’Avvocato ex Ministro delle infrastrutture Antonio Di Pietro, al direttore di WordNews.it Paolo De Chiara, alla collaboratrice di WordNews.it Alessandra Ruffini

Ovviamente, sarà presente con la sua testimonianza anche il denunciante ed ex imprenditore Daniele Ventura.

«Il clan dei casalesi è indebolito, ma non è sconfitto»

CASO DI MALAGIUSTIZIA. L’INTERVISTA/Terza parte. PARLA LORENZO DIANA, già Senatore della Repubblica (tre legislature), minacciato e condannato a morte dalla camorra casertana. Da sempre impegnato a combattere il sanguinario clan dei casalesi. L’unico politico preso come esempio positivo da Roberto Saviano nel libro Gomorra. Nel 2015 il fulmine a ciel sereno: viene accusato di concorso esterno in associazione camorristica. Un calvario durato quasi sei anni. Da qualche mese sono cadute tutte le accuse. Abbiamo raccolto la sua testimonianza: «Bisogna porre attenzione alle mafie anche quando non sparano. E saper capire che oggi c’è un rischio enorme. Solo le antimafie retoriche, stupide e cieche non capiscono il problema strutturale che c’è nella società italiana.»

«Il clan dei casalesi è indebolito, ma non è sconfitto»
Lorenzo Diana (a sinistra) con Antonio Ingroia

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Riprendiamo l’ultima parte dell’intervista con Lorenzo Diana, già Senatore della Repubblica italiana. Siamo ripartiti dai collaboratori di giustizia. «Ritengo fondamentale l’istituto dei collaboratori di giustizia perché, spesso, lo Stato non sarebbe arrivato a risultati. Ma dobbiamo essere consapevoli che non si possono chiamare “pentiti”, tranne rarissimi casi. I collaboratori di giustizia sono coloro che fanno un calcolo di convenienza o perché sono braccati da altri pezzi di clan nemici o perché sconfitti dallo Stato, arrestati e condannati all’ergastolo o prossimi alla condanna a vita. Quindi c’è un puro calcolo di convenienza da parte del collaboratore e anche lo Stato ne valuta la convenienza a utilizzarli. Ma vale molto la capacità professionale dei magistrati. La scuola Falcone e Borsellino deve essere un riferimento solido. Certi collaboratori parlano con molta facilità, senza rivelare quasi mai i loro patrimoni. Antonio Iovine, ad esempio, non ha mai rivelato quali fossero i suoi patrimoni. Dall’altra parte, poi, abbiamo dichiarazioni fumose che diventano sensazionalistiche. Lasciate trapelare sulla stampa.»

Iovine è l’ex boss dei casalesi che ha accusato lei?

«In realtà non ha mai fatto una dichiarazione precisa nei miei riguardi. Lo abbiamo esaminato varie volte con il mio avvocato. Come aveva detto il dott. Ardituro, che lo trattava, Iovine non aveva detto nulla su di me. Mai un’accusa precisa.»

Cosa ha dichiarato il collaboratore Iovine?

«“Quando ci sono stati i lavori della metanizzazione noi a San Cipriano d’Aversa”, il mio Comune, “non ci siamo andati perché c’era Diana”. Punto. Si ferma qui. Intorno a questa dichiarazione è stato costruito un teorema investigativo.»

Cosa significa?

«“Non ci sono andato perché potrebbe esserci un patto con Diana”. Questo è il teorema. Successivamente, nell’ambito del processo che ha riguardato questa vicenda in cui non ero rinviato a giudizio, Iovine interrogato in udienza dal dottor Francesco Chiaromonte, che presiedeva il collegio giudicante, balbettava dicendo cose diverse. Il giudice lo incalza e lui dichiara, nel 2017: “Mi scuso Presidente, noi tutti, capi, affiliati e aggregati del clan, sapevamo che Lorenzo Diana era colui che aveva contribuito a farci arrestare nell’operazione Spartacus. E, quindi, ci tenevamo lontani, ci guardavamo bene dall’avvicinarci dove c’era Diana perché ci faceva arrestare. Ecco la fretta e l’approssimazione investigativa. Se si fossero approfondite quelle dichiarazioni non avrebbero avuto modo di proseguire, perché lui non dichiara mai che Diana è connivente e colluso. Si lascia una dichiarazione sospesa e viene avanzato un teorema investigativo che Iovine stesso, nel processo, chiarisce al presidente. I due collaboratori, che vengono utilizzati contro di me, affermano che Diana era ed è il nemico del clan. Uno è il braccio destro di Zagaria, Caterino Massimiliano, e l’altro è Antonio Iovine. Quello che veniva ritenuto come presunto accusatore fa chiarezza.»

Deve esserci una responsabilità per i magistrati che compiono degli errori?

«La magistratura deve avere la sua autonomia ma, sicuramente, un principio di responsabilità vi deve essere per tutti. Se vale per il Presidente della Repubblica non può non valere per tutti gli altri.»

E per quanto riguarda i tempi della Giustizia?

«Se i magistrati avessero avuto obblighi di rispettare determinati tempi questo non sarebbe accaduto. Tra i due PM, uno Sirignano è finito in un procedimento disciplinare del CSM perché coinvolto nelle telefonate con il giudice Palamara. In queste telefonate parlano di come mettere paura ai Procuratori di Firenze e di Perugia, perché non si prestano ai loro disegni; l’altro è il dottor Catello Maresca, oggi in pista per candidarsi a sindaco di Napoli. Resta un fatto…»

Quale?

«I cittadini devono essere fermamente convinti e mai avere qualche dubbio sul fatto che le indagini possano essere un elemento di promozione dell’indagine di chi le conduce. Sono sereno nei loro riguardi. A me interessava e interessa l’accertamento della verità, che si sia fatta chiarezza. Però è veramente intollerabile che un cittadino possa trovarsi, dalla mattina alla sera, in un dramma pur essendo innocente e incolpevole. Ci può essere, come dire, un incidente di percorso della Giustizia, che sicuramente è invasiva perché decide delle libertà e della vita delle persone. Ma questo potere invasivo deve essere ben regolamentato, circoscritto per evitare che faccia guasti. Quante altre persone sarebbero state in grado di difendersi con i miei strumenti culturali? Non tutti hanno queste capacità. Non tutti hanno risorse finanziarie per difendersi con le spese legali in una situazione del genere. Ecco perché la Giustizia deve essere molto più attenta. E su questo c’è bisogno di una Riforma e anche di una autoriforma del CSM.»

Cosa farà Lorenzo Diana nei prossimi mesi, politicamente parlando?

«Mi sono ritenuto sempre sul fronte, nella mia vita non ho mai fatto cose facili. So che la vita di un individuo non si risolve, non si salva senza gli altri. Non c’è salvezza, miglioramento a livello individuale. Noi miglioriamo se la nostra polis migliora complessivamente. Non posso star bene se non stanno bene gli altri. Ho profondo convincimento che la vita non può fare a meno della politica, l’arte più nobile verso gli altri. La politica non può non esistere. Sono sempre convinto che sia indispensabile. Da alcuni anni sono senza alcuna tessera di partito, anche perché non mi soddisfano i partiti come sono oggi. Sono amareggiato dell’abbassamento di qualità delle classi dirigenti.»

Il suo ultimo partito è stato il PD, dopo le esperiente con la Sinistra Democratica (L’Ulivo) e i Democratici di Sinistra…

«Lasciai il PD dieci anni fa, poi ho avuto una esperienza con il Sindaco di Napoli nella conduzione del Centro Agroalimentare. Poi sono rimasto senza partito…»

E il PD ha dimostrato la sua vicinanza?

«Sì, diverse persone. Ma devo dire che sono stato contattato da persone di vari schieramenti. Anche di destra e anche da molte autorità, magistrati, giornalisti.»

Antonio Bassolino, dopo la fine dei suoi processi e le assoluzioni, ha annunciato la sua disponibilità per le prossime amministrative a Napoli. Lei immagina un impegno politico in futuro?

«Il mio impegno non sarà, sicuramente, simile a quello che passato. Oggi avverto l’impegno di contribuire nel mio piccolo a far crescere la consapevolezza di una riforma della Giustizia. Ma, dall’altra parte, non mi sottraggo mai su quelle che sono state le mie scelte di vita. Una battaglia contro tutte le mafie e le ingiustizie.»

Nel suo territorio la camorra dei casalesi è stata sconfitta?

«Il clan dei casalesi è stato duramente colpito. I capi sono stati tutti arrestati. Ma come ho dichiarato in una intervista di quindici anni fa la camorra, ma soprattutto il clan dei casalesi, è una società per azioni. Quando viene arrestato un amministratore delegato viene sostituito da un altro amministratore delegato. Il restante clan dei casalesi ha sempre un capo, un reggente. Sempre. Questo vale per tutti. Anche chi resta fuori, che sia il figlio o la moglie o un familiare o un nuovo arrivo, continua quell’attività. Per cui il clan dei casalesi è indebolito, ma continua a estorcere, a gestire le attività delle sale scommesse, dello spaccio di droga. Dispongono ancora, e sempre, di patrimoni e di capitali accumulati nel tempo per cui gli imprenditori che hanno investito con la camorra, o sotto il nome della camorra, continuano ad esistere. Hanno la competenza per utilizzare le società, e i capitali, che sono state messe in piedi con la camorra. E questi sono scarsamente colpiti.»

Per la famosa spettacolarizzazione di cui parlava prima?

«Mi permetto di fare un appunto all’azione repressiva nei confronti dei clan…  

Prego…

«Talvolta, nel rincorrere la spettacolarizzazione della lotta alle mafie e alla camorra, ad ogni operazione si annuncia un colpo quasi mortale ai clan. Ma non è così. Per questa ragione si fa un cattivo servizio alla giustizia, nel momento in cui si lascia passare il messaggio di una operazione mortale. E questo, poi, si contraddice nella realtà, per cui la popolazione è sempre più sfiduciata. Sicuramente oggi lo Stato è molto più avanti, grazie alle battaglie condotte dalla società civile, da pezzi di magistratura, dello Stato, delle forze di polizia. Ma dobbiamo essere consapevoli che sia il clan dei casalesi che tanti altri clan sono indeboliti, ma non sconfitti.»

Bisogna tenere alta la guardia?

«Tenerla alta ma, soprattutto, se non si appunta il bisturi chirurgico nei momenti di difficoltà di questi clan noi li facciamo ricostruire e ricrescere. Per questo serve una magistratura molto professionale, molto attenta e consapevole. Le forze di polizia altrettanto. E una alta attenzione da parte della società. Quando calano i riflettori dell’attenzione pubblica cala anche il livello di impegno dello Stato nelle sue articolazioni. Ecco perché non si può sottovalutare. Noi dobbiamo lasciare, definitivamente, alle nostre spalle quell’antico convincimento poliziesco del contenimento delle camorre e delle mafie.»

Quando contenerli?

«Quando danno troppo fastidio. E, invece, bisogna sostituire questo principio antico, che è sbagliato, con il principio della sconfitta delle mafie e delle camorre. Ovviamente si ricostituiranno ma a un livello più basso. Se noi partiamo da questo principio attrezziamo meglio la magistratura, le forze di polizia e la società a contrastarle adeguatamente e continuatamente. Un messaggio va dato. Pure in una società sana ci sarà sempre qualcuno che commetterà dei reati e questo spiega perché, a livelli diversi, il problema della criminalità esiste in tutto il mondo. Bisogna capire non solo nel momento di alta patologia, come è accaduto nell’Italia delle stragi, ma anche in momenti meno rumorosi. In Italia, oggi, le mafie tendono alla cosiddetta politica dell’insabbiamento, per fare affari nel silenzio. Quando si spara si assiste ad un momento patologico della mafia e della criminalità. Bisogna porre attenzione anche quando non sparano. E saper capire che oggi c’è un rischio enorme

Che rischio?

«Durante questa pandemia, con la crisi economica di tanti settori, di tanti esercizi commerciali, di tante imprese chi dispone di denari, come le mafie, può accaparrarsi molte attività che oggi sono in grosse difficoltà ma che domani possono rendere. Bisogna alzare la guardia. E solo le antimafie retoriche, stupide e cieche non capiscono il problema strutturale che c’è nella società italiana che non riguarda solo il Sud, ma l’intero Paese.»

La sua condanna a morte è ancora valida?

«Mi auguro assolutamente di no, però non ci sono elementi per dire che un certo giorno abbiano deciso di rinunciare a qualcosa del passato. Un fatto è certo: quando lo Stato è più forte nell’offensiva contro la criminalità questi sono in difficoltà. Lo Stato deve far sentire la sua solidarietà sempre. Non vorrei vedere mai più una lettera della Prefettura che chiede di revocarmi la scorta, un anno e mezzo dopo le indagini, nel dicembre del 2006.»

Con quale motivazione?

«Con la risibile motivazione che risultavo indagato. Quella indagine basata sul nulla e ora è stata archiviata. Questo non può essere assolutamente il modo di stare affianco a un cittadino che sia a rischio. Avrei preferito altre motivazioni. Quindi basta che un cittadino o un delinquente faccia una denuncia, magari anche anonima, per eliminare la tutela da parte dello Stato. Vorrei ricordare che i problemi derivanti dai miei impegni contro le camorre non erano impegni rivolti al passato. Nei pochi mesi precedenti all’avviso di garanzia che mi raggiunse avevo avuto anche qualche avvisaglia minatoria.»

Per quali motivi?

«Avevo contribuito, in modo determinante, a denunciare e fare arrestare dei camorristi del clan locale di Volla perché erano venuti a sottoporre a minacce ed estorsioni gli imprenditori commercianti del mercato. Gli imprenditori ebbero paura a fare denuncia e ricevetti richiesta di aiuto. Non esitai a recarmi subito in Procura e dai carabinieri e, in pochi giorni, fu fatta una straordinaria operazione che portò agli arresti degli elementi che erano venuti a fare l’estorsione. La mia battaglia non era datata, non era rivolta al passato. In qualsiasi posto sono stato mi sono posizionato sul fronte della lotta alle camorre, anche al mercato avevo allontanato le ditte della camorra dalla gestione dei servizi. Avevo trovato le imprese di più clan napoletani e casertani. Infatti una delle accuse rivolte era quella di aver nominato un avvocato senza un avviso pubblico o gara. Ho nominato questo avvocato per difendere la società CAAN (Centro Agroalimentare di Napoli, ndr) nel giudizio, già in corso, contro la società Gesap di certo Angelo Grillo, tuttora nelle patrie galere per associazione mafiosa. Dovetti lottare con determinazione per cacciare dal mercato questa società che risultava essere in odore di camorra. Problemi che stavo affrontando in quei mesi, in cui è pervenuto l’avviso di garanzia. Questo era riscontrabile presso l’Arma dei carabinieri e presso la Procura. Non penso che una persona collusa vada a denunciare i personaggi con cui sarebbe colluso. Ho toccato con mano una certa approssimazione di una indagine che ha portato a guardare il clamore.»                                

Terza ed ultima parte

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LEGGI ANCHE:

– PRIMA PARTE.«Sono stato giudicato da un tribunale morale»

– SECONDA PARTE. «Bisogna riformare la giustizia»

AUGURI Antonio GRAMSCI

Antonio Gramsci

AUGURI Antonio GRAMSCI.

Ales (Sardegna), 22 gennaio 1891.

“Sono Pessimista con l’intelligenza, ma Ottimista per la volontà”

#letteredalcarcere

#antoniogramsci

#compagno

#comunista

#uccisodaifascisti

La tomba di Gramsci, cimitero acattolico, Roma

Le ceneri di Gramsci #ppp

Uno straccetto rosso,

come quelloarrotolato al collo ai partigianie,

presso l’urna, sul terreno cereo,

diversamente rossi, due gerani.

Lì tu stai, bandito e con dura eleganza

non cattolica, elencato tra estranei

morti: Le ceneri di Gramsci…

Trasperanza

e vecchia sfiducia, ti accosto, capitato

per caso in questa magra serra, innanzi

alla tua tomba, al tuo spirito restato

quaggiù tra questi liberi.

(O è qualcosadi diverso, forse, di più estasiato

e anche di più umile, ebbra simbiosi

d’adolescente di sesso con morte…)

E, da questo paese in cui non ebbe posala tua tensione,

sento quale torto – qui nella quiete delle tombe – e insieme

quale ragione – nell’inquieta sorte

nostra – tu avessi stilando le supreme

pagine nei giorni del tuo assassinio.

Ecco qui ad attestare il seme

non ancora disperso dell’antico dominio,

questi morti attaccati a un possesso

che affonda nei secoli il suo abominio

e la sua grandezza: e insieme, ossesso,

quel vibrare d’incudini, in sordina,

soffocato e accorante – dal dimesso

rione – ad attestarne la fine.

#pierpaolopasolini

In occasione della giornata della memoria, l’Associazione LIDIA MENAPACE intende ripercorrere alcune esperienze poco dibattute e fondamentali per la memoria storica e per il valore culturale.

Intervengono:

– Paolo De Chiara, giornalista e scrittore: “Giornalismo e memoria”.

– Rino Malinconico, filosofo e poeta: “Lidice, un’altra storia dimenticata”

– Gabriella Romano, documentarista e scrittrice: “L’omosessualità femminile sotto il regime fascista”

– Antonia Sani Baraldi, docente alla scuola secondaria superiore, Associazione WILPF (women’s international league for peace and freedom) Italia: “Ricordi rocamboleschi dell’Italia in guerra”

#workinprogress

#ilcoraggiodidireno

#ilvelenodelmolise

#testimonidigiustizia

#iohodenunciato

#romanziitaliani

CIAO Rossella Noviello #grandedonna

CIAO Rossella…

#unagrandedonna

Resterai per sempre nei nostri Cuori!

Piacenza, 5 aprile 2014

La Cultura #gramsci

“Cultura non è possedere un magazzino ben fornito di notizie, ma è la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini. Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto, chi sente la relazione con tutti gli altri esseri (…) Cosicché essere colto, essere filosofo lo può chiunque voglia.”

#antoniogramsci

#cultura

#scuole

#ragazzi

IO SONO COMUNISTA #poesia

La tessera del PCI di Pier Paolo Pasolini

IO SONO COMUNISTA
(di NAZIM HIKMET)


#100PCI


“Io sono comunista
Perché non vedo una economia migliore nel mondo che il comunismo.
Io sono comunista
Perché soffro nel vedere le persone soffrire.
Io sono comunista
Perché credo fermamente nell’utopia d’una società giusta.
Io sono comunista
Perché ognuno deve avere ciò di cui ha bisogno e dare ciò che può.
Io sono comunista
Perché credo fermamente che la felicità dell’uomo sia nella solidarietà.
Io sono comunista
Perché credo che tutte le persone abbiano diritto a una casa, alla salute, all’istruzione, ad un lavoro dignitoso, alla pensione.
Io sono comunista
Perché non credo in nessun dio.
Io sono comunista
Perché nessuno ha ancora trovato un’idea migliore.
Io sono comunista
Perché credo negli esseri umani.
Io sono comunista
Perché spero che un giorno tutta l’umanità sia comunista.
Io sono comunista
Perché molte delle persone migliori del mondo erano e sono comuniste.
Io sono comunista
Perché detesto l’ipocrisia e amo la verità.
Io sono comunista
Perché non c’è nessuna distinzione tra me e gli altri.
Io sono comunista
Perché sono contro il libero mercato.
Io sono comunista
Perché desidero lottare tutta la vita per il bene dell’umanità.
Io sono comunista
Perché il popolo unito non sarà mai vinto.
Io sono comunista
Perché si può sbagliare, ma non fino al punto di essere capitalista.
Io sono comunista
Perché amo la vita e lotto al suo fianco.
Io sono comunista
Perché troppe poche persone sono comuniste.
Io sono comunista
Perché c’è chi dice di essere comunista e non lo è.
Io sono comunista
Perché lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo esiste perché non c’è il comunismo.
Io sono comunista
Perché la mia mente e il mio cuore sono comunisti.
Io sono comunista
Perché mi critico tutti i giorni.
Io sono comunista
Perché la cooperazione tra i popoli è l’unica via di pace tra gli uomini.
Io sono comunista
Perché la responsabilità di tanta miseria nell’umanità è di tutti coloro che non sono comunisti.
Io sono comunista
Perché non voglio potere personale, voglio il potere del popolo.
Io sono comunista
Perché nessuno è mai riuscito a convincermi di non esserlo.”

#100 anni

Un comizio del segretario Enrico Berlinguer

#100anni#pci

Noi siamo convinti che il mondo, anche questo terribile, intricato mondo di oggi, può essere conosciuto, interpretato, trasformato, e messo al servizio dell’uomo, del suo benessere, della sua felicità. La prova per questo obbiettivo è una prova che può riempire degnamente una vita. 

7 Giugno 1984, Padova

#EnricoBerlinguer

Ridi sempre

Ridi quando sei più triste

Ridi se un dolore esiste

Quando l’amore se ne va migliore sarà

Se tu ridi di fronte alla paura

Ridi (ridi) quando tutto si oscura

Trova il coraggio fai così

Sorridi

Illumina il tuo viso

Quando tu sei deluso

Anche se appare una lacrima in più

Tutto è grigio ciò che sta davanti

Ridi (ridi) senza mai rimpianti

Così la vita accetterai

Sorriderai

Illumina il tuo viso

Quando tu sei deluso (quando tu sei deluso)

Anche se appare una lacrima in più

Tutto è grigio ciò che sta davanti

Ridi senza mai rimpianti

Così la vita accetterai? sorriderai?

Sorriderai… sorriderai?

#charliechaplin

IO HO DENUNCIATO #premio

MENZIONE SPECIALE

#iohodenunciato

Premio Sandro SciottiCittà di Marino

#premioletterario

“CHI HA PAURA MUORE OGNI GIORNO, CHI NON HA PAURA MUORE UNA VOLTA SOLA”.

Paolo Borsellino

#magistrato

#palermo

#nascita 19 gennaio 1940 #borsellino

#ucciso

#mafia

#sTato

#pernondimenticare

#mafiamontagnadiMerda

«Bisogna riformare la giustizia»

CASO DI MALAGIUSTIZIA. L’INTERVISTA/Seconda parte. PARLA LORENZO DIANA, già Senatore della Repubblica (tre legislature), minacciato e condannato a morte dalla camorra casertana. Da sempre impegnato a combattere il sanguinario clan dei casalesi. L’unico politico preso come esempio positivo da Roberto Saviano nel libro Gomorra. Nel 2015 il fulmine a ciel sereno: viene accusato di concorso esterno in associazione camorristica. Un calvario durato quasi sei anni. Da qualche mese sono cadute tutte le accuse. Abbiamo raccolto la sua testimonianza: «Migliaia di persone si sono fatte sentire vicine, sin dal primo giorno delle indagini. Però devo anche constatare che molte persone hanno scelto la strada dell’allontanamento, dell’attendismo.»

«Bisogna riformare la giustizia»
Lorenzo Diana (foto profilo fb Roberto Saviano)

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Abbiamo iniziato, l’altro giorno, una conversazione con Lorenzo Diana. Già Senatore della Repubblica italiana e componente della commissione Antimafia, impegnato da una vita a lottare contro il crimine organizzato. Per il suo impegno, civile e politico, è stato condannato a morte dal sanguinario e schifoso clan dei casalesi. Nel 2015 ha conosciuto e toccato con mano, mentre era alla guida del Centro Agroalimentare di Napoli, l’altra faccia dello Stato. Quella cieca, sorda, che rappresenta una giustizia malandata. «Da riformare» ripete con convinzione Diana.

Due avvisi di garanzia, l’allontanamento dal proprio territorio, l’interdizione dai pubblici uffici. Accuse gravi, tra cui un concorso esterno per associazione camorristica.

Un lungo calvario, durato quasi sei anni, per chi ha gettato il proprio corpo nella lotta. Nel Paese impregnato dalle secolari mafie il “garantismo” (parola inutile, insieme a “giustizialismo”) viene continuamente applicato a corrente alternata. Nel suo caso, non come in altri, quegli avvisi sono stati trasformati in condanne. E il nuovo mostro (quanti ne sono stati creati in questo Paese orribilmente sporco?) viene sbattuto in prima pagina.

Da martello (contro il clan) diventa incudine (accusato di aver favorito i camorristi che ha denunciato nel corso della sua vita).

Nel maggio 2019, la Procura chiede la prima archiviazione. Svanisce la prima accusa. L’incubo è finito il mese scorso. Anche l’altra accusa, la più infamante (aver agevolato la camorra), è caduta nel vuoto, miseramente. Lorenzo Diana, secondo i magistrati, non ha mai commesso quei reati contestati. Però è stato definito, nella fase preliminare delle indagini, “personalità doppiamente trasgressiva”, “persona senza remore a commettere reati”, “solo formalmente incensurato”. È questa una giustizia giusta?

Nel Paese, storicamente governato da politici corrotti, collusi e mafiosi, l’ex Senatore ha dovuto subire, «per mesi e mesi», la gogna mediatica. Mentre per altri (ancora sulla scena politica nazionale e regionale) la fedina penale sporca continua a fare curriculum.

In questa seconda parte riprendiamo il dialogo con l’ex segretario della commissione Antimafia. Abbiamo diviso l’intervista in più parti per dare la possibilità a Diana di raccontare il suo punto di vista, senza «omettere» nulla.         

Servivano le misure che le sono state comminate?

«Il divieto di dimora è durato appena 19 giorni. Mi fu comminato il 3 luglio e dopo 19 giorni lo stesso Gip, senza che noi andassimo a riesame, ritira quel provvedimento. La sensazione è che siano servite solo a dare il clamore della notizia dell’allontanamento. L’interdizione dai pubblici uffici, che era per un anno, appena arrivammo a presentare i ricorsi, fu annullata dallo stesso Tribunale. Quindi due misure cadute immediatamente. E sono stato allontanato dalla presidenza del Centro Agroalimentare. Ero stato chiamato dal sindaco di Napoli.»

Lei ha condiviso la scelta del sindaco De Magistris?

«Penso sia stato un atto affrettato.»

Perché?

«Eravamo di fronte a un avviso di garanzia, si potevano leggere le carte e capire. Il mercato è andato avanti per alcuni mesi con me, legittimo presidente, però si riuniva senza di me. Penso che si poteva meglio ponderare, però capisco che l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa creasse qualche problema.»

Il sindaco di Napoli come ha comunicato la sua decisione?

«Lo appresi dalla stampa. Per mio costume e scelta, in questi cinque anni e mezzo, ho dato battaglia per difendere la mia onorabilità, forte della convinzione che non poteva non finire così.»

Ritorniamo alla magistratura…

«Penso che nella magistratura ci sia da riflettere. Su questa commistione, di convinzione da tribunale morale, che diventa una convinzione autoritaria. Una cultura autoritaria congiunta al carrierismo, cercato con il clamore delle indagini. Questa inchiesta che mi riguardò fu sparata con un clamore senza precedenti per diversi mesi e alla fine si è rivelata un nulla. Meritavo tanto clamore? La stessa mattina della notifica degli avvisi non parte un percorso giudiziario, ma un processo mediatico che si sostituisce del tutto a quello giudiziario. Penso che sia necessario affrontare il problema anche dei processi mediatici.»

Perché?

«Ho la sensazione che alcuni pubblici ministeri quasi non credano loro stessi nell’indagine, nel percorso giudiziario previsto dalla legge. E come se sapessero che è difficile arrivare ad un processo e a una sentenza. Per cui alla fine viene anticipata la pena con una gogna mediatica.»

Quello che è successo a lei?

«Sono stato sottoposto ad una pena da cittadino innocente, nel corso delle indagini preliminari. Già lo stesso giorno finii sui telegiornali nazionali come il mostro. Questo non mi è stato più ripagato.»

Come si ripaga una cosa del genere?

«Con la riforma della giustizia, per eliminare alcune aberrazioni di una giustizia che funziona.»

Possiamo entrare nel merito?

«Le gogne mediatiche sono assurde, soprattutto, se precedenti ad una sentenza. A parte il fatto che c’è un principio costituzionale che garantisce la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva. Ma, per lo meno, fino alla sentenza di primo grado.»

Questo esiste sulla carta?

«Di fatto non c’è. Quindi una riforma deve, a mio parere, rimuovere le gogne mediatiche che diventano negazione dello Stato di diritto, del principio di giustizia e del principio di presunzione di innocenza. Dall’altra parte, bisogna affrontare i tempi della giustizia. Una giustizia così lenta, che ci impiega cinque anni e mezzo solo per archiviare un’indagine. E se fosse andata a processo quanti altri anni sarei stato sotto la gogna mediatica? Ma una giustizia così lenta, che non colpisce adeguatamente i colpevoli e crea problemi anche al cittadino innocente, non funziona. E se fossi stato un imprenditore? Ora mi si riconosce la mia innocenza. Ma la mia impresa sarebbe andata in fallimento. Questo è accaduto anche con il Centro AgroAlimentare.»

Cosa è accaduto?

«Quando arrivai aveva una perdita di cinque milioni di euro all’anno. In due anni lo portai in attivo, recuperai 140 lavoratori che erano stati licenziati prima. Ma sicuramente non è stato indolore il mio allontanamento. Dobbiamo riflettere sulla devastazione di atti e di questo uso abnorme delle misure già nel corso delle indagini preliminari, quando non ci sono elementi per valutare. E oggi posso dirlo con forza, perché non sono io a dichiararlo ma sono gli stessi magistrati che hanno iniziato il tutto. Non dobbiamo attendere più ad affrontare i temi della giustizia. Aggiungiamo le degenerazioni del correntismo, il tema del carrierismo denunciato dentro il CSM ma, soprattutto, nell’ANM. Da anni c’è un dibattito su questo. Queste questioni stanno creando seri problemi nella magistratura. L’indagine non diventa importante perché si fa clamore, l’indagine diventa importante se raggiunge il proprio scopo. Un problema che riguarda la giustizia, il parlamento e la stampa. C’è un corto-circuito che, ormai, tocca milioni di italiani. Bisogna riformare la giustizia. Nessuno più deve subire un trattamento simile al mio.»

Non ha insegnato nulla la vicenda di Enzo Tortora?

«Ci sembrava tanto lontana questa vicenda. Ma temo che sia molto attuale e presente. Ha insegnato molto poco. Il CMS, insieme al legislatore, dovrebbe riflettere su una cosa: gli indici di fiducia della magistratura, da molti anni, sono in netto crollo. Sono molti gli italiani che si vedono sbattuti come mostri, con un avviso di garanzia e una misura cautelare, e poi ignorati nel momento in cui vengono scagionati, prosciolti o assolti. Ho dovuto scrivere ad alcuni media per chiedere che mi sia ripristinata l’immagine. Televisioni e alcuni giornali avevano realizzato servizi e scritto articoli su di me, ma non hanno scritto un rigo, un trafiletto quando sono stato totalmente scagionato da qualsiasi accusa. Questo non è da Stato di diritto ed è un problema che si pone.»

Serve una giustizia diversa?

«Senza una giustizia moderna, veloce, efficiente, efficace il Paese non andrà da nessuna parte. Oggi subiamo il peso di una giustizia che non è più tale. Ho dato la mia vita a sostegno della giustizia e lo rifarei completamente.»

In questi anni si è sentito solo?

«Le mie battaglie, la mia presenza nel tempo lungo mi ha fatto dono di migliaia di persone che si sono fatte sentire vicine, sin dal primo giorno delle indagini. Però devo anche constatare che molte persone hanno scelto la strada dell’allontanamento, dell’attendismo. Perché c’è una mitizzazione acritica dell’intera magistratura. E così non può essere. Persino nel mondo dell’associazionismo antimafia ho dovuto registrare tante prese di posizione. Alcune associazioni, come Articolo21 e il Premio Borsellino, non mi hanno mai fatto mancare la solidarietà. Mi hanno voluto sempre presente alle loro iniziative. Lo hanno dichiarato in tutti modi. Ho avuto sostegni inaspettati di più personalità, come il professore Giovanni Verde, già vice presidente del CSM che fece un editoriale stupendo a mia difesa, criticando certa giustizia. Molti magistrati si sono dichiarati a mio favore, come CantoneArdituro e diverse altre persone. Devo però dire che pezzi dell’associazionismo hanno taciuto. Ho registrato dei silenzi che fanno rumore.»

Il sindaco De Magistris l’ha chiamata?

«Mi ha mandato un messaggio. Ho avuta tanta vicinanza e solidarietà ma anche tanti silenzi, abbandoni, allontanamenti che erano del tutto ingiustificati. Qualcuno ha dichiarato “forse dovevamo capire meglio”. Ma non ho capito cosa avessero da capire. Ci sono troppe persone che hanno una mitizzazione della magistratura e c’è un’antimafia molto retorica, molto formale. Mi ritengo una persona che ha combattuto la camorra sul campo. Non da lontano, non fuori dal regno dei camorristi ma dentro il loro regno, senza risparmio, senza presunzione. Con un principio che penso di aver contribuito ad affermare: tenere assieme l’impegno sociale e politico, l’impegno istituzionale, la collaborazione con lo Stato, la magistratura e le forze di polizia. Quella collaborazione mi ha portato a dialogare persino con capi della polizia, con prefetti, con magistrati, con procuratori e, persino, con Presidenti della Repubblica.»

Chi sono i Presidenti della Repubblica?

«Ho avuto due atti di forte attenzione da parte di più Presidenti della Repubblica, fra questi voglio ricordare Ciampi che nel 2003, il giorno del suo compleanno, venne in visita nel mio Comune nativo, San Cipriano d’Aversa, che non ha mai visto nella sua storia l’ombra di un Presidente della Repubblica. Venne in quel Comune e diede un segnale forte di vicinanza e sostegno alla nostra lotta di Liberazione della camorra. Come anche il presidente Napolitano, durante i mesi di mattanza da parte del killer Setola, che non esitò a ricevermi immediatamente, nel giro di quattro giorni, dalla mia richiesta per discutere di cosa potesse essere fatto per fermare quel pericolo che circolava per la nostra terra. Sono cresciuto in questa sinergia che mi ha caratterizzato. Per queste ragioni mi ha fatto male vedere, da una parte, questa azione non troppo attenta da parte di pezzi di Stato ma, dall’altra parte, sempre con maggior fastidio quel pezzo di antimafia retorica che non si misura mai sul campo, che diventa esclusivamente parolaia. Talvolta c’è la tendenza a volersi confondere come punta di diamante. Questo non aiuta l’antimafia.»

Come deve essere l’antimafia?

«Efficace, silenziosa, capace di costruire e non ripetere concetti come litanie poco credibili. Ho sentito molte litanie in convegni e nelle scuole di cui coloro che ascoltano farebbero facilmente a meno. L’antimafia più credibile è quella che parla con i fatti e con impegni non rumorosi.»

Lei viene accusato da Antonio Iovine, già boss dei casalesi, oggi collaboratore di giustizia. Oltre ad una riforma della giustizia bisognerebbe pensare anche ad una riforma dei collaboratori di giustizia?

Seconda parte/continua

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– PRIMA PARTE. «Sono stato giudicato da un tribunale morale»

Pier Paolo Pasolini #frasi

I have a dream #mlk

“I have a dream”

Il #15gennaio 1929 nasceva #MartinLutherKing

#diritticiviliafromaericani.

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