Paolo De Chiara

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#Legalità a #Casalbordino

GRAZIE DI CUORE
Nicola Tiberio, Massimiliano Travaglini, Alessio Di Florio, Adriana Colacicco
CASALBORDINO, 14 febbraio 2020
Scuola Secondaria Zimarino.

Attilio Manca: da chi è Stato "suicidato"?

Restano molte stranezze in questo caso. Lo strano caso di un medico che voleva fare solo il suo mestiere. Si intrecciano situazioni e personaggi particolari. Dichiarazioni e false attestazioni.

Attilio Manca: nato a San Donà di Piave il 20 febbraio 1969. Ucciso (“suicidato”) a Viterbo l’ 11 febbraio 2004.   

Una strana storia. Una storia sbagliata. Il corpo martoriato del giovane urologo di Barcellona Pozzo di Gotto (Me), trovato morto a Viterbo l’11 febbraio del 2004, lascia ancora troppi interrogativi. Qual è la verità? Perchè, intorno al “suicidio” di questo medico, continuano a volteggiare fitti misteri? Misteri italiani, misteri mafiosi. Misteri di Stato. Cosa aveva visto? Cosa aveva sentito? Chi aveva incontrato? Chi aveva curato?Perchè l’azione mirata, sporca e squallida, come i suoi autori (professionisti e assassini esperti), è ancora insabbiata? Cosa stanno proteggendo? Chi stanno proteggendo?   
«Attilio Manca è stato ritrovato – si legge in una delle tante iniziative di raccolta firme – con due segni di iniezioni nel braccio sinistro, la sua morte è avvenuta per una overdose di eroinaalcool e tranquillanti. Ma Attilio era un mancino puro, incapace di utilizzare la mano destra, così come confermato dai suoi colleghi dell’ospedale Belcolle di Viterbo, e soprattutto non era un tossicodipendente con istinti suicidi».
I legali della famiglia Manca, Fabio Repici e Antonio Ingroia, hanno un’altra versione: «Attilio Manca avrebbe visitato il capo di Cosa nostra, Bernardo Provenzano (prima o dopo il suo intervento alla prostata realizzato in Francia nell’autunno del 2003), dopodiché sarebbe stato eliminato in quanto testimone scomodo della rete di protezione extra-mafiosa eretta attorno al boss mafioso».

Ma ecco le anomalie. La Procura di Viterbo batte su una comoda strada: overdosi. Si èiniettato, stranamente e volontariamente, due dosi fatali di eroina nel braccio sbagliato. Attilio è, per la giustizia italiana, un tossico.Ma sembra troppo facile questa soluzione. Offensiva nei confronti di Attilio e della sua famiglia.   

Il  29 marzo del 2017 il Tribunale di Viterbo ha condannato Monica Mileti (per la cessione della droga): 5 anni e 4 mesi. Il caso è chiuso?
Un nuovo fascicolo viene aperto a Roma per “omicidio volontario”. Questa volta ci sono quattro collaboratori di giustizia. Il quadro descritto dai “pentiti” squarcia il fitto mistero. Il suicidio mascherato porterebbe la firma di tre entità: massoneriamafiaservizi segreti.
Giuseppe CampoGiuseppe SetolaStefano Lo Verso e Carmelo D’Amico raccontano la loro versione. Ma ancora non basta. Il muro ancora non si è sgretolato. Restano le anomalie: 

Attilio era mancino (grave errore da parte delle “menti raffinatissime”) e non era un tossicodipendente. Non sono state trovate le impronte digitali sulle siringhe. Avrà messo i guanti per iniettarsi il veleno? E dove sono i guanti? E il tempo materiale per questa inutile accortezza? Dove sono le prove che portano a parlare di cessione di droga da parte della Mileti? O, come in altri casi, è un mero capro espiatorio utilizzato per chiudere in fretta e furia, confondere e coprire tutto? La storia si ripete, lo stesso fil rouge lega i fatti e i misfatti italici. Anche la tecnica sembra essere la stessa. Il caso Pantani grida ancora “vendetta”. Il pestaggio e la morte violenta di Pier Paolo Pasolini (1/2 novembre 1975) coperta con una banale scusa e un solo colpevole. Il vero colpevole? Il pestaggio e la morte violenta di Attilio Manca, chiusa con un’altra banale scusa.Il poeta è stato archiviato come un Frocio e basta, l’urologo siciliano come un tossico.

Restano molte stranezze in questo caso. Lo strano caso di un medico che voleva fare solo il suo mestiere. Si intrecciano situazioni e personaggi particolari. Dichiarazioni e false attestazioni. La squadra mobile di Viterbo che attesta il falso. Per coprire chi? Che cosa? Provenzano è morto. Chi bisogna ancora coprire? Servono coperture per il “sistema” che ha reso tranquilla la latitanza del boss siciliano? 

Questo Paese ha bisogno della verità! La famiglia Manca ha bisogno di uno Stato serio, che dia risposte serie sulla morte di Attilio! I responsabili devono pagare. Gli uomini indegni dello Stato, quelli che hanno fatto il bello e il cattivo tempo dal dopoguerra ad oggi, devono essere individuati e perseguiti. Lo stesso vale per i massoni e i mafiosi. Uno Stato serio non può permettersi più certi misteri.

WordNews.it continuerà a seguire la vicenda di Attilio Manca, restando al fianco della sua famiglia.

da WordNews.it

Link: https://www.wordnews.it/attilio-manca-da-chi-e-stato-suicidato

La tenacia dei colori vivaci

Una bellissima iniziativa… con grandi persone.

Una bella mattinata, una bella iniziativa a #Napoli
Con Paolo Siani
#onorevole
#fratello
#GiancarloSiani

#noninvano

GIANCARLO SIANI
“Potrai cadere anche infinite volte nel percorso della tua vita, ma se sei realmente libero nei pensieri, nel cuore e se possiedi l’animo del saggio, non cadrai mai in ginocchio, ma sempre in piedi!”.
#giancarlosiani

Sanità in Molise: sulle barricate il medico che difende il sistema pubblico

Parla Lucio Pastore, Direttore dell’UOS Pronto Soccorso di Isernia, rinviato a giudizio per abbandono di paziente: “È per me un’accusa offensiva”.

ISERNIACornuto e mazziato. Ecco la frase adatta per descrivere la situazione che sta vivendo in questi ultimi giorni l’attuale direttore dell’Unità operativa semplice del pronto soccorso dell’ospedale “Veneziale” di Isernia. Lui si chiama Lucio Pastore, è conosciuto per le sue battaglie in difesa della sanità pubblica. Ma le sue lotte non spuntano all’improvviso, da un giorno all’altro, come quelle di qualche “fungo” che, di tanto in tanto, cavalca l’onda per una piccola e misera passerella personale. L’impegno di Pastore è decennale. Non si è mai tirato indietro, ha sempre difeso le sue idee. Ha sempre combattuto il sistema clientelare della sanità pubblica molisana. Sono passati gli sGovernatori, da Iorio a Frattura fino all’ultimo inconsistente Toma, ma lui ha sempre mostrato, con coerenza, il suo punto di vista. Senza peli sulla lingua.

Era il 2011, nove anni fa. Davanti al pronto soccorso di Isernia i medici protestano, lamentano la drammatica situazione. All’epoca Pastore era il responsabile facente funzioni della struttura pentra. «Abbiamo indetto lo stato di agitazione, non avendo avuto risposte alle nostre richieste, per segnalare anche all’opinione pubblica la problematica del servizio». L’8 febbraio dello stesso anno in una lettera, inviata al Prefetto di Isernia, scrivevano: «il nostro servizio è intasato per la presenza di pazienti da ricoverare che non hanno allocazione possibile per mancanza di posti letto disponibili nel nostro Ospedale ed in quelli vicini. Abbiamo difficoltà a visitare i pazienti che si rivolgono alla nostra struttura per mancanza di spazi disponibili». Dopo nove anni nulla è cambiato. Anzi sì, Pastore è stato rinviato a giudizio per abbandono di paziente. Deceduto a seguito di un collasso cardiocircolatorio. La prima udienza si terrà il prossimo 17 aprile 2020.

«Era prevedibile – spiega il medico -, in quanto da tempo noi andavamo denunciando all’azienda, prima di tutto, la difficoltà di gestire una situazione con carenza di personale e con carenza di posti letto. In pratica, per scelte aziendali, abbiamo avuto una riduzione di personale medico di 4 unità nello spazio degli ultimi anni. Questa riduzione si è avuta per cessione a privati convenzionati dei posti letto. Noi non abbiamo dove poter inserire, dove poter ricoverare i pazienti. Capita che in alcune situazioni c’è un flusso tale di pazienti, per cui questa struttura è completamente intasata».

Una paziente di 77 anni ha perso la vita all’interno dei locali del pronto soccorso. Cosa accadde quel 27 gennaio del 2017?

«Quel giorno c’è stata una “tempesta perfetta”ۚ».

Cosa intende?

«Sono montato verso le 14:00 in ospedale e ho trovato tutto il pronto soccorso strapieno di pazienti, fra cui c’erano due persone, di cui una intubata e un’altra in coma, c’erano ischemie cerebrali,  c’erano pazienti con fratture, c’erano delle situazioni di aritmie pericolose. Una marea di gente e, tra queste, c’era anche questa paziente che aveva questa sua patologia. Il collega della mattina aveva prescritto degli esami. È giusto ricordare che in quel momento eravamo due medici, due infermieri e un solo portantino. Questo portantino che doveva mobilitare completamente tutta questa gente e tutti gli esami del pronto soccorso. Immaginate: trenta, quaranta persone che devono essere spostate da questo portantino. In questa situazione la paziente è deceduta. Il sottoscritto l’aveva pure visitata e aveva prescritto alcune terapie, però è subentrato il decesso».

I familiari ritengono che sia stata abbandonata…

«Noi chiediamo, invece, di comprendere perché le denunce sempre fatte all’azienda di carenza di personale, del rischio connesso a questa situazione. La stessa cosa l’abbiamo fatta alla Prefettura, siamo andati dal prefetto e abbiamo denunciato una situazione che poteva diventare rischiosa. Poi con il procuratore Albano, andammo a presentare la gravità della situazione in cui ci trovavamo ad operare. Improvvisamente succede questo e chi ha denunziato sempre un problema strutturale, organizzativo di carenza viene accusato di abbandono. Per me è un’accusa offensiva. L’ultimo dei miei pensieri è abbandonare un paziente, essere accusato di aver abbandonato un paziente sembra quasi che sia una macchia, che mi dà molto fastidio. Non credo che potrò mai mantenere una simile accusa e sono disposto ad arrivare sino in fondo, anche alla Corte Europea, se dovesse essere necessario».

Chi ha risposto alle vostre denunce?

«Nessuno. Non c’è stata alcuna risposta. Il Prefetto interessò l’azienda dopo che noi passammo, però solo chiacchiere. È diminuito il personale, i posti letto mancavano e non è successo niente. Il Procuratore Albano ci disse che lui, in assenza di un reato, non poteva intervenire come Procura…»

Adesso c’è il reato…

«Il reato l’ho fatto io, possono perseguire me. Ora andiamo a vedere cosa ha determinato questo mio eventuale reato. Dobbiamo capire cosa sta succedendo. Mi sento tranquillo, non ho commesso questo reato. Non ho mai abbandonato nessuno, mi sembra un a vicenda abbastanza kafkiana. Voglio vedere, arrivati a questo punto, chi risponderà di queste carenze strutturali».

Le vostre segnalazioni sono decennali. Da tantissimi anni protestate sulle criticità, mai risolte.

«Sono tantissimi anni e c’è una documentazione infinita. Le ho fatte io queste segnalazioni, ma le hanno fatto anche i precedenti primari. Ognuno di noi ha sempre messo in evidenza la problematica strutturale. Accanto a questa problematica, legata al personale e alla mancanza dei posti letto, ci sta una problematica strutturale interna. Noi abbiamo un pronto soccorso diviso in tanti loculi, quindi con una difficoltà di gestione. Una cosa è tenere una camera unica, con pareti mobili in cui è più facile gestire anche con poco personale e una cosa è avere tanti locali separati in muratura in cui gli infermieri devono correre da un luogo all’altro. Poi c’è un altro problema.»

Sarebbe?

«L’informatizzazione. Noi perdiamo più del 50% del nostro tempo, che dovremmo dedicare all’assistenza, a digitare i dati sul computer. Questa è un’altra cosa drammatica che si vive. E in questo contesto io avrei abbandonato qualcuno».

Le vostre segnalazioni sono state accompagnate dalle numerose proteste pubbliche. Molti cittadini molisani sono scesi in piazza in difesa della sanità pubblica. La protesta popolare è rientrata?

«C’è stato un completo disinteresse».

Dovuto a cosa?

«Perché gli interessi verso la privatizzazione del sistema erano talmente forti, per cui nessuna forza politica ha mai voluto impegnarsi a raccogliere le istanze della gente. A Isernia, negli ultimi anni, abbiamo fatto due grandi manifestazioni. Poi c’è stata la manifestazione enorme di Campobasso e il rifiuto da parte dei politici di voler dare una qualsiasi risposta».

Perché?

«Perché gli interessi economici verso la privatizzazione sono talmente predominanti per cui deve diventare secondario qualsiasi aspirazione della gente».

E i Comitati che fine hanno fatto?

«La problematica dei Comitati va ad impattare contro una politica che non recepisce. E non recependo, la politica, quello che è il passaggio a livello istituzionale, a livello della struttura decisionale di quelle che sono le istanze viene annullato. Quindi è un’assenza di politica, in senso trasversale, nella capacità di recepire una volontà di fermare il degrado di sistema».

Il nodo, quindi, è politico?

«Sicuramente è politico. Il problema è di una volontà politica che vuole spostare verso la privatizzazione. Vuole privatizzare…».

Vuole o ha già iniziato questa privatizzazione?

«Già lo ha fatto in gran parte. Il 43% dei fondi e il 40% dei posti letto sono stati spostati verso i privati convenzionati. Parecchi di questi posti vengono utilizzati per un’utenza extraregionale, per cui i nostri pazienti sono qui buttati nel pronto soccorso sulle barelle, anche per giorni. Noi non sappiamo dove poterli ricoverare. Mentre con quei posti letto si accetta un’utenza extraregionale, da cui si ricava un profitto».

E dove finisce questo profitto?

«Questo profitto non va alla Regione, ma va a quelle strutture private che hanno avuto la cessione da parte della Regione di quei posti letto.

Si perde due volte. Giusto?  

«Perdiamo posti letto per i nostri pazienti e perdiamo un guadagno, perché questo va essenzialmente a quelle strutture private».

Quale potrebbe essere una soluzione per invertire la tendenza?

«Come il disastro è politico, la soluzione può essere solo politica. Ci vuole una inversione di tendenza politica, una volontà nel riequilibrare il rapporto pubblico-privato. Bisogna arrivare a non dare più del 15% del fondo sanitario regionale ai privati e non più del 20% dei posti letto ai privati, in maniera tale da recuperare mezzi e fondi per poter gestire una sanità decente. Se non si parte da qui, anche il secondo problema tremendo che noi abbiamo, ovvero la gestione clientelare della sanità, non si riesce ad affrontare».

Quali problematiche comporta questo tipo di gestione?

«Anche questa gestione clientelare comporta delle disfunzioni, ma in questo momento le disfunzioni sono aggravate dalla mancanza di mezzi e di risorse per far funzionare il pubblico».

Abbiamo detto che il problema è politico. Ma le classi dirigenti che si sono susseguite nel corso degli anni sono state scelte dai cittadini elettori. La gente ha compreso nel profondo la gravità di questa situazione? O, nella cabina elettorale, continua a scegliere alla cieca?

«Esiste un corto circuito nella dimensione politica, specialmente nel sud, in genere, e nel Molise, in particolare. Questo corto circuito nasce dal fatto che l’economia qui ha cominciato a svilupparsi nel dopoguerra con un patto. In pratica arrivavano soldi da Roma, tramite la politica. E la politica distribuiva secondo esigenze clientelari e questo creava una certa ricchezza, una certa circolazione, una certa economia. Nel momento in cui questo flusso di soldi si è notevolmente ridotto, quella che era la capacità di gestione clientelare del territorio non ha retto più. Però la mentalità della gente è rimasta sempre legata alla necessità di avere un referente per le proprie esigenze. Un referente clientelare. Non si riesce a cogliere che questa situazione è cambiata e dovrebbe cambiare anche l’atteggiamento. In assenza di questi fondi non c’è più alcuna risposta, il territorio sta morendo. Sta morendo in sanità, sta morendo sul lavoro, sta morendo come ambiente. La gente va via perché non ha più niente da fare qui e, quindi, la politica che è assente è legata anche a questa incapacità di una popolazione di passare da un modello strettamente clientelare a un modello in cui bisogna cominciare ad avere una progettualità reale sul territorio».         

Qual è il futuro della sanità pubblica in Molise?

«Se le cose continuano così noi avremo che tutto sarà riassorbito a livello delle strutture private di riferimento. I 600 milioni di euro che arrivano nella nostra Regione saranno appannaggio solo dei soggetti privati che interferiranno con il privato convenzionato. Questo processo di privatizzazione avviene in tutta Italia, ma in Molise esiste proprio una sperimentazione di come passare da un sistema pubblico ad un sistema privato. La fine di questo sistema sarà l’introduzione della seconda gamba, rappresentata dalle assicurazioni. Una medicina differenziata in rapporto al reddito».

È il sistema sanitario americano?

«Un sistema americano graduale, ma ci stiamo arrivando».    

da WordNews.it

Link: https://www.wordnews.it/sanita-in-molise-sulle-barricate-il-medico-che-difende-la-sanita-pubblica

Io ho denunciato in #calabria

LEGALITÀ, parla il magistrato Antonio Baudi.

Wn TV

L’ex presidente della Corte d’Appello di Catanzaro ha partecipato alla presentazione del libro IO HO DENUNCIATO di Paolo De Chiara.

L’incontro è stato organizzato a Lamezia Terme il 27 gennaio 2020, con gli studenti dell’Istituto Tecnico Commerciale.

Ignazio Aloisi, infangato dalla mafia

“Ignazio Aloisi è stato lasciato solo, è stato abbandonato dallo Stato, che non ha fatto il suo dovere e continua a non farlo, perseverando nella sua condotta. Chiediamo che venga riconosciuto il sacrificio fatto da mio padre, che ha sacrificato la sua vita per la verità e la giustizia”.

di Paolo De Chiara

Domenica 27 gennaio 1991. Allo stadio comunale di Messina si sta giocando la partita di serie B tra la squadra di casa e il Verona. L’entusiasmo è alle stelle, i tifosi messinesi possono festeggiare una bella vittoria: un secco tre a uno. Tra gli spalti è festa. Intorno alle 16:30 anche Ignazio Aloisi in compagnia di Donatella, la sua bambina di 14 anni, e dei suoi amici Paolo, Salvatore, Giuseppe e Giovanni esce dalla curva sud dello stadio. Quando il Messina vince è d’obbligo una sosta presso la vicina pasticceria. Le vittorie si devono festeggiare, comprare le paste è diventata una piacevole consuetudine. Ma quella domenica la pasticceria è chiusa.

Oggi è la figlia Donatella, una donna forte e combattiva, che racconta quella giornata. “Subito dopo la partita abbiamo cominciato a fare la solita strada, quella che facevamo a piedi tutte le domeniche. Avevamo l’abitudine di fare il percorso a piedi. Qualche centinaio di metri prima abbiamo imboccato una scorciatoia e dalla strada principale ci è venuto addosso questo tizio, a viso coperto, che ha preso mio padre dal collo del giubbotto e ha sparato tre colpi di pistola. Ero mano nella mano con mio padre, ci eravamo scambiati le ultime parole. Quella domenica mi aveva promesso che mi avrebbe comprato la bandiera del Messina, ricordo ancora le ultime sue parole: ‘non preoccuparti, la compreremo la prossima domenica’. Mio padre cadde per terra e morì subito”.

Donatella è una ragazzina ha 14 anni. Non si rende subito conto del dramma, della punizione inferta al suo papà. “Ingenuamente pensai, sentendo i colpi che si trattasse di quelle bombette che si sparano a capodanno. D’istinto mi coprii le orecchie, ho ancora terrore di queste cose, poi mi resi conto di quello che era successo. Mi misi a urlare, pensavo si potesse fare ancora qualcosa, speravo che chiamando un’ambulanza si potesse fare qualcosa. Mi riportarono verso casa”. Tre colpi di revolver, calibro 38, sparati nelle parti vitali dell’uomo. Un’esecuzione pubblica, davanti a tutti, agli amici, alla figlia che teneva il padre per la mano. L’assassino spara, approfitta dello scompiglio, delle urla, della curiosità della gente e scappa. Nessuno sarà in grado di descriverlo. Solo informazioni superficiali: statura medio alta, corporatura robusta, indossava un cappotto, un berretto e una maschera di carnevale che copriva l’intera testa.

Secondo la consulenza necroscopica, disposta dal pubblico ministero ed eseguita dal dott. Giulio Cardia, “Aloisi era stato attinto al torace da un proiettile ed al capo da due proiettili così che uno di questi ultimi aveva provocato gravissime lesioni cranio-encefaliche dalle quali era derivata immediatamente la morte per arresto cardio-circolatorio”.      

“Subito dopo l’omicidio – racconta Donatella – mi portano a casa, ricordo che mia madre, la stessa sera, disse in questura che era stato Pasquale Castorina a uccidere mio padre, o comunque c’era lui di mezzo. L’unico episodio della vita di mio padre era stata quella testimonianza della rapina subita nel 1979. Le parole di mia madre servirono a poco, non si arrivò a nulla”.

La rapina e la testimonianza

“Mio padre, una guardia giurata, stava effettuando un servizio di scorta con un furgone portavalori. Presso un casello dell’autostrada subisce una rapina e viene anche colpito con il calcio della pistola, gli vengono rubate le chiavi di casa e gli viene sottratta la pistola. Vede uno dei rapinatori in faccia”. È Pasquale Castorina, lo riconosce, lo denuncia. “Castorina è un mafioso della mia città, affiliato del clan Sparacio. Il capo della zona del quartiere dove abitavo io, la zona sud di Messina. Era lui che controllava tutta la zona, lui, il nipote, il genero, tutta una cerchia familiare. Un clan che si dedicava allo spaccio di droga, rapine, estorsioni, di tutto di più”.

Ignazio dopo la rapina ai danni del Consorzio autostradale Messina-Palermo decide di denunciare. “Fa la sua testimonianza e, purtroppo, viene effettuato un riconoscimento in carcere, viso a viso, senza usare quelle tutele che esistono oggi. Non viene presa nessun tipo di tutela nei confronti di mio padre, viene fatto questo confronto faccia a faccia e, in quella sede, davanti alle forze dell’ordine, Pasquale Castorina minaccia mio padre. Le minacce di morte, come spiega la figlia Donatella, non vengono prese in considerazione dalle autorità presenti, “sono cose che si dicono nei momenti di rabbia, non faccia caso a quello che ha sentito”. Aloisi non è protetto da nessuno, si è esposto senza alcuna garanzia. Subisce intimidazioni, minacce, lo avvicinano, lo invitano a ritrattare. “Prima che mio padre facesse la sua testimonianza in tribunale, quella mattina, esplodono dei colpi di pistola all’interno del cortile del nostro condominio. Un chiaro segnale. Venne anche contattato da amici di Castorina per convincerlo a ritrattare la sua testimonianza, però mio padre ha proseguito, convinto di quello che stava facendo, confermando la sua testimonianza in tribunale”.

Il 16 gennaio del 1982 Pasquale Castorina viene condannato dalla Corte di Appello di Messina per la rapina aggravata. Nella sentenza viene messo in risalto il comportamento di Ignazio Aloisi e il fondamentale  riconoscimento (fatto in carcere), “determinante ai fini della condanna”.

I collaboratori di giustizia

“Parecchi mesi prima che mio padre venisse ucciso ricevevamo, in continuazione, telefonate a casa senza sentire nulla dall’altra parte. Telefonate silenziose. Almeno questo accadeva quando rispondevamo io, mia madre, mia sorella. Abbiamo fatto anche la denuncia ai carabinieri. Tutto ad un tratto queste telefonate finiscono e mio padre viene ucciso”.

Le indagini non portano a nulla. Per due anni solo silenzio. Nel 1993 la svolta. I particolari del fatto vengono riferiti “con autonome rivelazioni”, si legge nelle motivazioni della sentenza di primo grado, da tre collaboratori di giustizia: Umberto Santacaterina, Marcello Arnone e Ignazio Aliquò, tre soggetti – scrivono gli inquirenti – dissociati dalle consorterie criminose. Viene emesso l’ordine di custodia cautelare a carico dei tre, che vengono rinviati a giudizio davanti alla Corte di Assise di Messina per concorso, “nella diversa rispettiva veste di mandante, di esecutore materiale e di fiancheggiatore”, nell’omicidio premeditato e per i reati di porto e detenzione illegale di arma da fuoco.     

“Mia madre aveva detto subito quali fossero le sue certezze. Hanno preso atto delle parole di mio padre, ma non hanno potuto fare nulla, solo grazie a tre collaboratori di giustizia nel 1993 Pasquale Castorina viene accusato dell’omicidio”. Tutti e tre indicano come mandante dell’omicidio Pasquale Castorina. Doveva vendicarsi della pesante condanna, “subita in dipendenza di una deposizione resa a suo carico dallo Aloisi”. Per i collaboratori l’omicidio è stato materialmente eseguito da Pasquale Pietropaolo, nipote del Castorina, aiutato da Ignazio Erba, alla guida di un auto pronto per la fuga.

Durante il processo i mafiosi giocano la carta della diffamazione, cercano di mettere in cattiva luce la condotta di Ignazio Aloisi, “ucciso per una questione di donne”. Una tecnica collaudata e utilizzata tantissime volte dalle organizzazioni criminali per depistare, per screditare l’avversario. La falsa testimonianza di Marcello D’Arrigo non sortisce nessun effetto, mancano i riscontri. “È palese – si legge – che sussistono precisi e sufficienti elementi di prova per affermare le responsabilità del Castorina Pasquale e Pietropaolo Pasquale in ordine ai fatti loro in concorso ascritti, principalmente perché il primo confessò apertamente sia al Santacaterina che allo Arnone il suo ruolo di mandante dell’uccisione dello Aloisi, mentre il secondo confessò allo Arnone di essere stato l’esecutore materiale del delitto”. Per Ignazio Erba non c’è la necessaria certezza, non ci sono le prove, “tale dubbio impone l’assoluzione dello Erba Ignazio da ogni addebito”.

Per Castorina e Pietropaolo viene esclusa l’aggravante della premeditazione, anche in questo caso, manca la prova. Il 15 aprile del 1994 la Corte di Assise di Messina dichiara Pasquale Castorina (il mandante) e Pasquale Pietropaolo (l’esecutore materiale) colpevoli e condanna, entrambi, alla pena di ventisei anni di carcere, con l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e quella legale durante l’espiazione della pena detentiva. La Corte assolve Ignazio Erba “per non aver commesso il fatto e ne ordina la scarcerazione” se non detenuto per altri reati.  

“In primo grado – spiega Donatella – si dichiarano estranei ai fatti, cioè che non conoscevano mio padre. Sono andata a testimoniare in tribunale. L’unico sbaglio che, allora, fece mia madre, che si ritrovò con due ragazzine piccole, fu quello di non essersi costituita parte civile nel processo. L’avvocato di allora ci consigliò di non intraprendere questa strada, abitando nello stesso quartiere, con due figlie piccole. Così mia madre prese questa decisione, io e mia sorella eravamo piccole. La giusta decisione sarebbe stata quella di costituirsi parte civile, così Castorina ci avrebbe pensato due volte ad accusare mio padre di complicità in quella rapina”.

Una ferita ancora aperta

“Tra il primo e il secondo grado di giudizio viene attuata una strategia diversa. Danno una visione diversa della situazione, nel senso che mio padre viene accusato, da Pasquale Castorina, di essere complice di quella rapina. Si assumono la responsabilità dell’omicidio, dicendo che mio padre non era una vittima innocente ma un complice della rapina. Cercando di far assumere questa connotazione all’omicidio. Pasquale Castorina dichiarò che aveva ucciso mio padre perché non era rimasto soddisfatto del bottino della rapina e per questa insoddisfazione per la spartizione ha testimoniato. Il giudice nella sentenza ha scritto: ‘indicazione credibile’. Una cosa gravissima viene riportata nella sentenza, solo perché mio padre e Castorina abitavano nello stesso quartiere”. I due condannati Castorina e Pietropaolo ricorrono in appello. Durante il dibattimento gli imputati rendono delle dichiarazioni spontanee. Ammettono le loro responsabilità, si dichiarano responsabili dell’omicidio.   

Nel corso del secondo grado di giudizio sbuca fuori la tesi di Pasquale Castorina, che “ha confermato di avere voluto la morte dello Aloisi per vendicarsi della testimonianza dello stesso resa in quel vecchio procedimento, ma ha precisato che la vera ragione del suo rancore risiedeva nel fatto che il detto Aloisi era stato, nella realtà, suo complice nella progettazione ed esecuzione della rapina ed aveva poi testimoniato a suo carico soltanto poiché nella spartizione del bottino (risultato notevolmente inferiore all’entità garantita dallo Aloisi stesso) non aveva ottenuto la parte da lui sperata ed inizialmente promessagli”.

Dopo le accuse ripetute e smentite durante le fasi del primo grado di giudizio, “questioni di donne”, un nuovo piano per screditare un morto ammazzato, senza nessuna difesa. I familiari, seguendo le indicazioni dell’avvocato di fiducia, hanno rinunciato a costituirsi parte civile. Gioco facile per la mente ‘perversa’ di Castorina. “Per quanto riguarda l’indicazione del movente, le dichiarazioni – scrive il presidente della Corte d’Assise d’Appello di Messina, Bruno D’Arrigo – del Castorino non contraddicono quelle dei collaboratori di giustizia, ma apportano ad esse una ulteriore, e attendibile, specificazione. Il movente – continua D’Arrigo – rimane la vendetta per la deposizione resa dallo Aloisi nel processo per la rapina al casello dell’autostrada; ma la vendetta – ecco il passaggio fondamentale e contraddittorio – non si riferisce alla deposizione resa da una vittima della rapina, ma a quella, costituente tradimento, resa da un complice di quella impresa delittuosa”. La figura del testimone Ignazio Aloisi esce fortemente compromessa. Nella sentenza si parla di “indicazione credibile” da parte del mafioso Castorina. Aloisi, per la Corte d’Assise d’Appello di Messina non è una vittima, ma un complice, per giunta ‘opportunista’.        

Il 10 aprile del 1995 la Corte d’Assise d’Appello di Messina conferma l’impianto accusatorio, riducendo la pena, per entrambi gli imputati, a 22 anni di reclusione. La Corte di Cassazione con sentenza del 20 novembre 1995 dichiara inammissibili i ricorsi e condanna i ricorrenti alle spese. Ma il marchio infame della complicità resta. Nero su bianco.      

La lettera del Procuratore

“Abbiamo più e più volte presentato istanze al Ministero dell’Interno per fare in modo che il sacrificio di mio padre venisse riconosciuto e che venisse riconosciuto come vittima di mafia, ma invece ci siamo sempre viste sbattere le porte in faccia, ci sono sempre state risposte negative da parte del Ministero. L’anno scorso abbiamo dovuto fare ricorso al Tar perché il decreto del Ministero è arrivato nell’aprile del 2013. Nel frattempo è trascorso il 23° anniversario della morte di mio padre e stiamo qui ad attendere queste notizie”. La famiglia non ci sta, vuole far emergere la verità. Ignazio Aloisi non è un mafioso, ma una persona perbene, che ha fatto solo il suo dovere. Ha denunciato, nonostante le intimidazioni, le minacce, i colpi di pistola. Sua moglie Rosa, le sue figlie Donatella e Cinzia non si sono fermate.

“Qualche anno fa abbiamo denunciato Pasquale Castorina per calunnia, in modo che venisse riaperto il processo e venissero fatte le indagini. Ha accusato mio padre di essere il complice della rapina. Sono state riaperte le indagini, Pasquale Castorina è stato interrogato, pochi anni fa, e cambia nuovamente versione. Mette in mezzo un certo Salvatore Longo, che viene interrogato e dice di non sapere neanche chi fosse Ignazio Aloisi, dice ‘non lo conosco, non so se questo tizio avesse un ruolo nella rapina’. Castorina viene rinviato a giudizio però, purtroppo, sono trascorsi più di quindici anni e, quindi, il reato è estinto per avvenuta prescrizione. Il Castorina poteva rinunciare alla prescrizione per affrontare il processo, ma non l’ha fatto. La calunnia c’è, ma è estinta per prescrizione”.         

Il 14 aprile del 2009 arriva la richiesta di rinvio a giudizio per Pasquale Castorina, formulata dalla Procura della Repubblica di Messina. È il pubblico ministero Vincenzo Barbaro che chiede l’emissione del decreto che dispone il giudizio nei confronti dell’imputato per il reato di calunnia. “Perché – si legge nella richiesta  del PM – pur sapendolo innocente, nelle dichiarazioni spontanee rese davanti la Corte di Assise d’Appello di Messina, nel processo a suo carico per l’omicidio di Aloisi Ignazio, accusava quest’ultimo del reato di concorso nella rapina commessa il 3 settembre 1979 in danno del Consorzio Autostradale Messina-Palermo”.

La prescrizione corre in soccorso di Castorina. Il reato è estinto. Ma prescrizione non vuol dire assoluzione.    

da WordNews.it

Link: https://www.wordnews.it/ignazio-aloisi-infangato-dalla-mafia

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