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Riccio: «L’ordine per ammazzare Ilardo è partito dallo Stato»

INTERVISTA/Quarta e ultima parte. OMICIDIO ECCELLENTE. Parla il colonnello dei carabinieri Michele Riccio: «Ilardo mi diceva: ‘il problema è Cancemi’. Era a conoscenza di parecchi fatti. Infatti, quando era al Ros non ha detto nulla. Poi, quando lo hanno allontanato dal Ros ha cominciato a parlare. Cosa nostra aveva paura dei pentiti storici. Cosa nostra ha paura del passato, perché nel passato nasce la Trattativa. In passato ci sono i colloqui tra Provenzano, Santapaola, Madonia. Sono loro che se iniziano a parlare possono creare i grandi danni». E sulla morte di Ilardo: «Lo Stato ha sempre utilizzato la criminalità organizzata. Il mandante esterno in questi omicidi di Stato c’è sempre. Poi c’è il contatto che dice a due picciotti: ‘andate ad ammazzare questo’. A Ilardo lo sparano sotto casa. L’ordine è arrivato dallo Stato. È successo per tutti gli omicidi eccellenti. Ilardo è uno degli omicidi eccellenti.»

Riccio: «L’ordine per ammazzare Ilardo è partito dallo Stato»

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Provenzano non si deve arrestare. E, infatti, non verrà catturato. Una latitanza lunga 43 anni. Un vero e proprio record criminale e parastatale. C’è una schifosa Trattativa in corso tra Stato e mafia. Il vecchio boss deve continuare a fare il contadino e a scrivere pizzini per i picciotti. Cosa nostra, dopo le stragi, il sangue degli innocenti e gli attentati (Capaci, via d’Amelio, via Fauro a Roma, via dei Georgofili a Firenze, il black-out a Palazzo Chigi, via Palestro a Milano, le bombe alla Basilica di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro e la mancata strage dell’Olimpico a Roma), è in fase di riorganizzazione. Riina, la bestia assetata di sangue, è stato spedito nelle patrie galere e il suo compare ha il compito di riportare tutto alla normalità. Gli equilibri non si possono rompere.

Lo spiega, in un passaggio, il magistrato, già PM a Palermo, Nino Di Matteo. È il 2018 quando l’attuale consigliere togato del CSM pronuncia queste parole: «Bernardo Provenzano non poteva essere catturato perché l’eventualità di una sua collaborazione avrebbe scoperto le carte sparigliando gli accordi e comportando per i carabinieri del Ros la possibilità che il loro comportamento sciagurato e illecito venisse scoperto dall’autorità giudiziaria e dall’opinione pubblica.»

È dello stesso avviso anche l’ex PM Antonio Ingroia (l’intervista del collega Alessio Di Florio sarà pubblicata nei prossimi giorni): «Il mio pensiero è lo stesso delle conclusioni a cui giungemmo con Nino Di Matteo nel processo sulla mancata cattura di Provenzano. Non è pensabile che investigatori del Ros dei carabinieri, che si occupavano di quella indagine, siano potuti incorrere in una imperdonabile dimenticanza, negligenza o caduta di professionalità. Fu una scelta. E la scelta rientrava nella logica della Trattativa Stato-mafia in pieno corso all’epoca, nella quale Bernardo Provenzano era il garante della Trattativa sul versante mafioso e lo Stato, che l’aveva stipulata, nei vari accordi che erano stati presi, non poteva permettersi di arrestarlo, perché era funzionale al mantenimento dell’osservanza degli accordi. Questo è quello che è accaduto.»   

Binnu u Tratturi, infatti, non verrà arrestato nel 1995 a Mezzojuso. La campagna stragista, portata avanti non solo dalle mafie, è già terminata da quasi due anni (gennaio 1994). Il lavoro del colonnello Michele Riccio, grazie al suo confidente Luigi Ilardo (cugino di Piddu Madonia), non porta a nulla. Non per le mancanze investigative. La fonte “Oriente”, al contrario, è affidabile. Oltre ad “offrire” diversi latitanti alla giustizia, porta fisicamente gli inquirenti nel casolare del latitante. Per la precisione, a pochi metri. Ilardo incontra Provenzano. E grazie a questo incontro sarà realizzato il famoso identikit. Solo quello.

La mancata cattura di Zu Binnu, checché ne dica qualche nostalgico negazionista molto vicino ai responsabili di questa sciagurata decisione, si concretizza per l’intervento dei poteri forti. È già capitato in altre occasioni. La tecnica è raffinata e fruttuosa. Sono pur sempre delle “menti raffinatissime”. Anche se deviate verso il male. Non è il momento di rompere il patto sacro tra Stato e Cosa nostra. Un patto iniziato con l’Unità d’Italia e mai terminato. Provenzano resterà latitante per altri undici anni. Alla faccia dei proclami, degli slogan inutili, della “lotta alla mafia”, degli annunci, dei “siamo tutti Giovanni e Paolo” (offese continue verso i due magistrati uccisi dallo Stato e dalla mafia) e delle lacrime durante le commemorazioni delle vittime di mafie. Un teatrino studiato in maniera quasi perfetta. Riproposto in troppe occasioni.

In questa ultima parte dell’intervista con il colonnello Riccio siamo partiti dall’incontro tra Ilardo, Mori, Tinebra, Caselli e la Principato presso il Ros di Roma. Non esiste nessun verbale. È appurato, è agli atti. Ma ci sono le dichiarazioni del colonnello Riccio, presente a quell’incontro.

Ilardo, dopo aver fatto l’infiltrato, sta per entrare nel programma di protezione per collaboratori di giustizia. Verrà ammazzato prima, a Catania (10 maggio 1996), con nove colpi di pistola (ci scusiamo se nelle altre parti dell’intervista ne abbiamo indicato uno in meno). La notizia della sua collaborazione diventa di “dominio pubblico”. Per una fuga di notizie istituzionale. L’ennesima vergogna di Stato.

Vogliamo precisare, per dovere di cronaca, un aspetto. E lo facciamo attraverso le parole di Nino Di Matteo. «È vero che il generale Mario Mori è stato assolto in via definitiva dall’accusa di favoreggiamento», per la mancata cattura di Bernardo Provenzano, «però dobbiamo tenere presente che quella sentenza assolutoria venne pronunciata con una formula ben precisa: non perché i fatti contestati siano stati ritenuti non provati, ma perché il fatto non costituisce reato». Facciamo un passo indietro e ritorniamo nella stanza dei Ros.

Colonnello, cosa succede a Roma?

«Ilardo, di fronte a Mori, di getto dice: ‘Guardi, che molti attentati attribuiti a Cosa nostra sono stati voluti dallo Stato. E noi ne abbiamo subito le conseguenze’.»

Lei sta parlando dell’incontro del maggio del 1996 presso il Ros di Roma?

«Esatto. Ho la definitiva conferma.»

Di cosa, scusi?

«Ilardo si alza, sposta la sedia…»

Parla solo con Caselli? Si posiziona di fronte al giudice Caselli?

«Esatto. Lo fa in maniera provocatoria. Chi è fuori non lo può comprendere, ma i partecipanti lo sapevano benissimo. Mori è già scappato.»

In che senso?

«Lui (Ilardo, nda), prima di entrare, dice: ‘certe cose le avete fatte voi’. E come ho sempre detto in qualsiasi udienza che se l’avessero fatta a me una battuta del genere lo avrei fatto correre a Ilardo. ‘Come ti permetti, cosa stai dicendo. Se hai da dire qualcosa dillo, questo è il momento’. E invece quello prende e scappa. Quindi ho capito che sarebbe successo il patatràc.»

Ma di quell’incontro non esistono verbali.

«Nessun verbale.»

Chi era presente?

«Io, Ilardo, Caselli, Tinebra era al centro, la Principato sulla mia destra che prendeva appunti su un block notes. Queste erano le persone presenti nella stanza. Non c’erano altre persone. Ilardo dice di aver incontrato Provenzano e che ha riferito a me, nessuno mi chiede spiegazioni. Quando si è concluso l’incontro ho accompagnato Ilardo in infermeria. Ricordo che aveva un forte mal di testa.»

Cosa le comunicano a lei?

«Caselli mi dice: ‘metti a registrare le dichiarazioniPer fare un primo quadro di quello che dirà’. Io quando esco, dopo aver salutato Caselli, incontro Subranni e Tinebra a braccetto, chiacchierando e sorridendo. Io riferisco a loro l’incarico che mi ha dato Caselli e mi sento dire: ‘no, non ti preoccupare. Nessuna registrazione, tanto non servono a nulla’. Non serviranno a nulla, però almeno è un dato su cui partire. E meno male che l’ho fatte, anche se non servono a nulla. Sarebbe stata la mia parola… il fine era quello. Io sono solo e loro hanno la forza del numero. Meno male che l’ho anche registrato.»

Otto giorni dopo, il 10 maggio del 1996, Ilardo verrà ammazzato.

«Sì.»

Lei come viene a sapere dell’omicidio della sua fonte?

«Gli ho sempre detto di non rientrare a Catania, lui aveva l’appartamento a Catania e poi a Lentini. Ero anche stato a Lentini, dove mi aveva fatto vedere i lavori fatti. Era la casa che avrebbe lasciato ai suoi familiari. Era convinto che transitando nel programma di protezione le due figlie al padre non l’avrebbero seguito. Mi diceva sempre: ‘Colonnello, non le dimenticherò mai. Ovunque mi troverò. Ma almeno avranno una casa’. In quel periodo doveva stare a Lentini, anche perché Lentini era molto protetta. Aveva il muro di cinta, il cancello automatico. Non era esposto, come lo era a Catania. Per cui ero convinto che stesse a Lentini. Quando poi, lasciato Ilardo, mi dirigo in aeroporto e, poco dopo, incontro il capitano Damiano. E lo vedo piuttosto turbato. Mi dice che era uscita la voce dalla Procura di Caltanissetta della possibile collaborazione di Ilardo, telefono subito e più volte ad Ilardo.

Ma il suo telefono risultava sempre staccato. Al che dico ‘sarà a Lentini’, perché a Lentini non si riusciva a telefonare. Diverse volte usciva dal cancello per trovare un posto di connessione, una zona coperta, e ci sentivamo.

Nel frattempo telefono a Mori per comunicare questa informazione, non pensavo fosse così tragica e urgente. Anche perché la voce l’avevano acquisita i carabinieri, non è che l’avessero acquisita i criminali. Il carabiniere aveva capito che c’era un nuovo collaboratore. Da lì a due giorni ci saremmo dovuti vedere. E a Roma avrei chiuso la porta per affrontare a muso duro Tinebra. Perché questo non è un modo di fare.

Mori, ovviamente, non dice nulla, Obinu non dice nulla. Non dicono nulla. Sono stati chiamati dal telefono del Capitano, per cui c’è anche lì la telefonata. Prendo l’aereo, arrivo a casa. Salgo le scale e vedo che una luce blu si diffonde in maniera irrituale per le scale. Vado sopra e vedo mia moglie seduta sul divano che piangeva.»

Perché piangeva sua moglie?

«C’era questa notizia sul televideo che dava la morte di Ilardo. Chiamo la moglie di Ilardo che mi dice: ‘Bruno, ce l’hanno ucciso’. (Bruno è il nome in codice di Riccio, nda). Chiamo Mori, il quale come al solito non fa nessun commento. Cos’altro devo dire? Che sono fortunato… vabbè, non mi faccia dire altro…»

Si sente fortunato?

«Con tutto quello che mi hanno fatto passare sono fortunato. Io ce l’ho con uno Stato che, come ha fatto costantemente nella sua storia, non ha mai difeso le persone che lavoravano, che credevano in lui. Ha sempre abbandonato queste persone. Questo Stato, per ragioni di compromessi e di convenienze, ha sempre fatto finta di dimenticarsi di tutto, con la scusa di grandi strategie.»

E, secondo lei, cosa sono?

«Strategie affaristiche e di potere. Perché nessuno ha il diritto della verità. Se vogliamo costruire un futuro dobbiamo resettare tutto, perché altrimenti ci sono sempre i coloni degli altri. Il mio più grande rammarico è nella magistratura. Ci sono magistrati seri, pochi, che vivono in maniera isolata.»

Lei ha sentito la sua vita in pericolo?

«Mi sono scontrato con le Brigate Rosse, non ho avuto mai una scorta. Sono simbolismi falsi, perché se ti vogliono fare qualcosa lo fanno. Non credo in queste cose. Sono sempre strumentali per poter comprare o accreditare qualcuno. Noi italiani viviamo di immagini. E i più grandi delinquenti hanno la scorta.

Hanno cercato, ma non ci sono riusciti, di rendermi poco credibile e ricattabile. Con me hanno sempre sbagliato, perché sono capace di vivere del mio. Ho rifiutato tutto. La dignità è la cosa più importante che esista. Le nostre scelte sono importanti. Dovevo rispettare la scelta di Ilardo e la dovevo tutelare. La stessa cosa per i pentiti che si sono affidati a noi, sempre difesi e tutelati per le scelte fatte. Lo Stato ci faceva promettere e poi non davano mai nulla. Abbiamo sempre dovuto mettere del nostro. Lo abbiamo fatto con tutti i pentiti. Quello che più dispiace è la strumentalizzazione che continua a fare questa gente. È una lotta difficile ed impari.

Non credo neanche nelle forze politiche.»

Perché non crede nelle forze politiche?

«Anche quello che dice di essere nuovo cade nel compromesso. Tutte queste battaglie di novità non esistono. Rispetto le singole persone, quei singoli magistrati che hanno lavorato seriamente, quei singoli avvocati o giornalisti che ricercano ancora, con serietà, la verità.»

Lei riporta la sua esperienza nel Rapporto “Grande Oriente”?

«Questo Rapporto non volevano che io lo presentassi.»

Lo scrive dopo la morte di Ilardo?

«Certo. Sono inserite tutte le relazioni di servizio che avevo mandato a loro. Lo scrivo dal Ros di Caltanissetta con l’aiuto del capitano Damiano. Scrivo questo Rapporto che Mori e Obinu non vogliono che io faccia. E questo mi costerà. Ma se questo Rapporto non fosse arrivato all’autorità giudiziaria la storia di Ilardo non sarebbe esistita. E se non avessi fatto anche le relazioni erano le stronzate di un poveraccio e di un secondo poveraccio, che ero io. Non staremmo oggi, io e lei, a parlarne.»

E in questo Rapporto parla di strategie, di contatti. Fa riferimento anche a Dell’Utri?

«Il nome di Dell’Utri l’ho fatto successivamente. Nel Rapporto scrivo, come c’era nella relazione, del riferimento ad uno dell’entourage di Berlusconi. Quando scrivo la relazione ancora non sapevo che fosse il nome di Dell’Utri. Questo me lo dice in epoca successiva, quando eravamo al Ros. Come sempre facevo, non sapendo tutte le vicende o una buona parte delle vicende siciliane, prendevo spunto nel fare le domande, quando c’era un incontro con Ilardo, da un quotidiano siciliano. Dove c’era un’ampia cronaca di mafia, erano molto ben informati. E molte di queste notizie le commentavo con Ilardo. E a un certo punto compare Dell’Utri, per una questione con un noto imprenditore, per una storia di pallacanestro.»

Che fine ha fatto questo Rapporto?

«Lo consegno alle autorità di Caltanissetta, Catania e Palermo. Allegando le cassette registrate con Ilardo, con le trascrizioni. Cassette che nemmeno mi volevano far registrare. Avevo anche la possibilità di registrare, ad esempio, quando Ilardo va ad incontrare l’avvocato calabrese, ad Ardore. Dico a Mori: ‘Ilardo mi porterebbe ad incontrare un avvocato, così registriamo…’»

A chi si riferisce?

«All’avvocato Minniti. Mori mi dice: ‘Non devi fare nulla’. Ilardo entra nello studio di Minniti e poi mi fa il resoconto.»    

L’incontro porta una data precisa: 7 maggio 1996. Tre giorni prima dell’assassinio di Ilardo.

«Sì, tre giorni prima. E anche in quella occasione mi è stato vietato, per cui facendo questo si doveva tutelare uno schieramento politico. Altrimenti, poi, come facevano a nominarlo capo del Sisde. Lo dicono gli atti, non è che lo dico io. Hanno fatto la relazione a favore di Dell’Utri. Quando mostro la foto di Dell’Utri a Ilardo, lui mi risponde: ‘Colonnello, ci ha messo tanto per capire?’.

Me lo segnai sull’agenda, tutte le cose me le segnavo sull’agenda, anche perché in sede di collaborazione gliele avrei richiamate. Questo era lo scopo delle relazioni di servizio. Non è che quello che scrivevo sulle relazioni di servizio fosse esaustivo del contesto. Era l’indicazione che Ilardo mi aveva dato, insieme alle registrazioni. Sarebbe servita per trattarla in maniera più diffusa. I magistrati sarebbero entrati nello specifico. Me lo segno sulle mie agende di lavoro, quelle che volevano i Ros. Quelle che ho nascosto, come ho fatto con i Cd, altrimenti non sarebbe rimasto nulla. Solo la mia voce, in un coro avverso.»

È stato utilizzato questo Rapporto? Ci sono stati degli sviluppi?

«Sì, lo consegnai sia alla Principato che a Caselli, presso la Procura di Palermo.»

Quasi un anno dopo dall’omicidio del suo confidente, il 7 giugno del 1997, lei viene arrestato dai Ros per associazione a delinquere e spaccio di stupefacenti.

«Il 90% delle accuse strumentali, sono stato condannato solo per un aspetto che ho ammesso. La famosa operazione di Milano, quella dove si sono presi i meriti e nessuno gli ha detto niente. Per aver eseguito l’ordine e permesso l’operazione che volevano far saltare. In sede di perquisizione, a casa mia, cercavano le famose agende, le famose relazioni e tutto il materiale sulla Sicilia. Ovviamente, tra agende rosse e carte rubate, sono molto bravi in Sicilia e anche da altre parti a far sparire, sarebbero scompare anche quelle».

Lei è stato arrestato dalla Procura di Genova?

«Sì. Procura di Genova, diciamo, provenienza Caltanissetta».

Come finisce questa vicenda?

«Molto ridimensionata in tutto. Quasi nulla».

Lei è andato in pensione con quale grado?

«Da colonnello. Poi se mi hanno fatto generale non lo so e nemmeno mi interessa. Mi presento sempre come colonnello perché è il mio grado che ho conquistato sul campo. A me non interessa, non devo dimostrare niente a nessuno. Mi sono sempre reputato un investigatore serio e una persona perbene. E non ho mai avuto una condanna per calunnia e le cose le ho dette. E non le ho dette in maniera strumentale. Perché non devo andare da nessuna parte.

Ma questa gente la deve smettere. Mori diceva: ‘facciamo le squadre. Il Ros va costruito in antitesi allo Sco di De Gennaro. De Donno lo mettiamo a pensare, De Caprio è l’uomo immagine’. Hanno costruito tutta quella povertà.»

Lei parla di accuse strumentali. Cosa doveva pagare?

«Lo capisco subito. Tutta la base era la gestione del collaboratore di giustizia. Loro hanno sempre mirato a delegittimare il mio rapporto con Ilardo. Ero quello che aveva costruito l’operazione. Nei vari processi hanno sempre giocato questa carta, poi è crollata miseramente. Non ho mai gestito nessuno, era sempre l’autorità giudiziaria che me l’ha affidato. Non c’è nessuna operazione in cui ho gestito in maniera poco lecita un collaboratore di giustizia. Tutte le operazioni sono andate a buon fine, tutti condannati, non c’è nessun soggetto che è stato revisionato. Io subito l’ho capito, quando ho letto, che quelli miravano a delegittimarmi. Per il Rapporto che avevo fatto. Affrontai Mori a Roma. Non avevo le prove, ma la voce della collaborazione di Ilardo era uscita da loro, da Tinebra

Lei classifica l’omicidio di Ilardo come un omicidio di Stato?

«È un omicidio di Stato, certo. Lo Stato ha sempre utilizzato la criminalità organizzata. Il mandante esterno in questi omicidi di Stato c’è sempre. Poi c’è il contatto che dice a due picciotti: ‘andate ad ammazzare questo’. E gli dà la giustificazione comprensibile, perché magari è un cornuto. A Ilardo lo sparano sotto casa. L’ordine è arrivato dallo Stato. È successo per tutti gli omicidi eccellenti. Ilardo è uno degli omicidi eccellenti. Ma perché hanno ammazzato Ilardo?».

Perché?

«Ilardo mi diceva sempre: ‘Cosa nostra ha paura dei pentiti, come possono essere Santapaola’. Quando c’era il problema di Santapaola, che stava cominciando a pregare e non sapevano se voleva pentirsi. L’attenzione era verso di lui. Ilardo mi diceva: ‘il problema è Cancemi’. Era a conoscenza di parecchi fatti. Infatti, quando era al Ros non ha detto nulla. Poi, quando lo hanno allontanato dal Ros ha cominciato a parlare. E Tinebra dice: ‘non è credibile. Parla di Berlusconi’

Cosa nostra aveva paura dei pentiti storici. Cosa nostra ha paura del passato, perché nel passato nasce la Trattativa. In passato ci sono i colloqui tra ProvenzanoSantapaolaMadonia. Tutti vecchi. Sono loro che se iniziano a parlare possono creare i grandi danni

Tra lei e Mori ci sono state delle denunce per calunnia. Come sono finite?

«Sì, sono state tutte archiviate.»

Mori ha denunciato lei per calunnia?

«Dopo la mancata cattura di Provenzano mi denunciò per calunnia. Ed è stata archiviata.»

Ma loro come si sono difesi dalle sue accuse?

«Loro si son difesi dicendo che c’erano i pastori. Io già al secondo sopralluogo gli avrei arrestati subito. È strumentale non trovare… un compito che anche un modestissimo comandante di una stazione avrebbe assolto. Questi dicono di essere eccellenze. E se un’eccellenza dell’investigazione non riesce a trovare un casolare per tre volte… ma che eccellenza sei. I casini che hanno combinato con la mancata cattura di Santapaola. Poi ci meravigliamo dei carabinieri di Piacenza, quelli sono delinquenti comuni. Ma questi proprio… Se noi ci aspettiamo che qualcuno di questi eccellenti ci venga a parlare della Trattativa siamo qui ventisei generazioni dopo.

Lo Stato deve avere la forza di dire basta. Mettiamo un punto e gli facciamo parlare noi. Perché questo modo di fare non può sussistere. Non si può andare a fare la mancata perquisizione al covo di Riina e si scrivono le cazzate che si devono scrivere, a giustificazione. Ho letto tutte le sentenze, siamo nel ridicolo.

E la mancata perquisizione di Riina e le lettere del Corvo e succede l’Addaura e succedono i morti. Loro comandavano.

Mori era comandante del gruppo a Palermo, Subranni era comandante di Regione e alla squadra mobile c’era La Barbera. E il loro amico Contrada era lì, già dagli anni Ottanta. Prima del Ros.

Ed è successo il Corvo, è successo Domino, è successa la storia dei poliziotti. Falcone si era messo la bomba. Prendono Riina e viene fuori la storia del bacio. Il più grande assist a favore. E come hanno gestito il pentito Di Maggio? Ho messo tutto in fila, continuamente hanno sempre operato in questo modo. Dicendo che Caselli non aveva capito nulla, che i fatti non erano così. E tutti stanno zitti. Ci scriviamo i libri? E quando vogliamo arrivare a trovare la verità.

E così fanno la mancata cattura di Provenzano, la mancata cattura di Santapaola e tutti gli altri bordelli che hanno combinato.»           

Lei, oggi, crede nello Stato?

«Credo molto poco nello Stato. Non ci credo per niente. Credo nelle persone che lavorano seriamente.»

Quindi lei sta dicendo che lo Stato non ha interesse a sconfiggere le mafie?

«Lo Stato non se ne frega proprio nulla. Devono fare affari. Tutti questi problemi per loro non esistono. Il problema esiste per le persone perbene.

Lo Stato se ne frega assai di questi problemi. Non ho nessuna fiducia in queste Istituzioni perché non sono interessate alla verità. La verità fa perdere le convenienze. Chi viene eletto e va a Roma è prigioniero delle Istituzioni del posto, dei funzionari dei Ministeri. Se non cacciano via tutta questa gente e mettono tutti nuovi rimarranno vittime delle logiche di potere. Questa è gente che vive dall’oggi al domani. Mori e De Donno erano inquisiti e i magistrati chiamavano De Donno per farsi raccomandare per la promozione. Abbiamo l’esempio di Palamara. Ce ne sono miliardi di questi esempi.»

Secondo lei quando arresteranno il vigliacco Messina Denaro?

«Quando non servirà più.»      

Oggi c’è ancora una Trattativa tra lo Stato e la mafia?

«Certo. C’è sempre stata e continuerà ad esserci. È anche una Trattativa economica. La mafia ha sempre prodotto denaro.» 

Quarta parte/fine      

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MOLISE: politica regionale pazzoide

Il PonziodePilato, oggi consigliere regionale (rivotato dai molisani, tafazzisti per eccellenza… come quello che si dava allegramente le botte nei coglioni) è stato ampiamente superato dall’attuale catastrofico, inconsistente, fumoso, piagnone, incazzoso Toma. Altro sGovernatore. Li collezioniamo, indefessamente. 

MOLISE: politica regionale pazzoide

di Paolo De Chiara, WordNews.it

«Quando una maggioranza si regge solo sulle attribuzioni di deleghe e posti d potere, si scioglie e distrugge in un attimo quanto costruito in lunghi mesi di estenuanti trattative che interessano poco o nulla i molisani».

Parole pronunciate da un feroce oppositore? Uno sfogo da parte di uno statista?

Macchè. Tranquilli, niente di tutto questo. In Molise “feroci oppositori” e “statisti” scarseggiano. Da decenni. Queste parolone sono state (addirittura) scritte nientepopodimeno che da uno degli sGovernatori della Regione Molise: Angelo Michele Iorio. Un medico “prestato” alla politica. E quale settore della vita pubblica costituzionalmente garantito, oggi, è in affanno? Non è difficile rispondere a questa domanda retorica.

Ovviamente, (e chi l’avrebbe mai detto!) in questi ultimi mesi il record negativo è stato degnamente conquistato da un altro tizio “prestato” alla politica. Il PonziodePilato, alias Iorio, oggi consigliere regionale (rivotato dai molisani, tafazzisti per eccellenza… come quello (Tafazzi, appunto) che si dava allegramente le botte nei coglioni) è stato ampiamente superato dall’attuale catastrofico, inconsistente, fumoso, piagnone, incazzoso Toma. Il nuovo sGovernatore. Li collezioniamo, indefessamente. 

Senza dimenticare il penultimo. Un certo Frattura. Proveniente dallo schieramento di PonziodePilato, ma scelto dallo scaltro centro-sinistra. Altra parentesi catastrofica. 

Ma ritorniamo a PonziodePilato, oggi consigliere regionale. La sua gestione monarchica-politico-amministrativa resterà nella storia (negativa) di questa Regione. Nonostante tutto, oggi, ancora siede tra quei banchi. Avrà applicato una buona colla. Sicuramente quella comoda e fertile sedia si sarà attaccata al culo (“deretano” per i puristi; “parte posteriore inferiore del tronco del corpo umano” per i moralisti). Una colla molto ricercata tra gli eletti. 

Poteva staccarla con una mozione di sfiducia, bella e pronta, ma si è astenuto. Se n’è lavato le mani. Di fronte non aveva certo Gesù Cristo. Hanno avuto l’occasione di mandare a casa il catastrofico, l’inconsistente, il fumoso, il piagnone, l’incazzoso Toma. Bastava alzare un ditino, ma lor signori preferiscono rilasciare sterili dichiarazioni, scrivere (o far scrivere) comunicati stampa (un vizio che qualcuno – già pessimo consigliere e disastroso assessore regionale – ancora non ha perso: con 50 associazioni sparava 50 comunicati a raffica. Ta.. ta.. ta.. ta. Quasi tutti i giorni. Oggi, con l’esilio, ha diminuito la dose).         

«Così la presunta maggioranza è stata battuta per ben due volte sulla nota questione dei trasporti che ha visto, al contrario, consolidarsi l’idea di una soluzione sostenuta ormai da dicembre 2019 e che è maggioritaria in Consiglio».

La presunta maggioranza? Battuta due volte? L’idea (che parolone) di una soluzione?

Ma chi le scrive queste genialate? Sempe lui, PonziodePilato. Sicuramente le firma. Ma perchè, invece di abbaiare, non mordete ai polpacci il vostro nemico? (metaforicamente scrivendo, ma potreste farci un pensierino… sarebbe divertente ammirare questa scena, degna del marchese De Sade). Cosa state aspettando? Cosa volete ancora da questa Regione?  

«Questo segnale indica che è possibile incidere sulle migliori scelte programmatiche della Regione a prescindere dall’appartenenza o meno all’idea piuttosto sbiadita di maggioranza politica».

Per le incisioni vi dovete rivolgere agli elettori. Alle politiche passate vi hanno inciso una sconfitta che non dimenticherete facilmente: quattro vostri parlamentari (loro, gli illusi, erano sicuri di essere eletti, una vera goduria politica) sono stati bruciati, disintegrati, fulminati. Una goduria, purtroppo, parziale. Basti vedere alcuni dei sostituti. Comunque siete rimasti con la bocca aperta. Ma ancora non basta. 

Il “miracolo” non si è ripetuto in consiglio regionale. La macchina da guerra messa in campo ha funzionato. Non è, ovviamente, una difesa d’ufficio per i grillini. Si possono difendere da soli. Le cazzate le commettono e le hanno commesse pure loro. Ma ancora non hanno raggiunto certi livelli. I vostri, per la precisione.  

E, comunque, onde evitare stupide polemiche rilanciamo una proposta: oh molisani, candidatevi. L’unico modo è sbatterli fuori con il voto. Basta con queste deleghe in bianco, a questo e a quello. I fallimenti sono evidenti.

Queste bastonate su quali coglioni volete scagliarle? Esistono due modi: votare i migliori (effettivamente scarseggiano) o metterci la faccia. Non temete, loro ce l’hanno fatta… con quella che si ritrovano.    

N.b.: Perchè PonziodePilato? Ovvio, perchè non ha peli sulla lingua. Non garantiamo per le altre parti del corpo. 

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– Tutto previsto

‘Ndrangheta stragista: il PM Lombardo non è solo

MAFIE & STATO. Parla Alfia Milazzo (Agende Rosse “Francesca Morvillo”, Scorta Civica Catania, La città invisibile), presente – insieme a tanti cittadini onesti – davanti all’aula bunker di Reggio Calabria per sostenere il magistrato calabrese: «Lombardo è un PM coraggioso. Anche nelle sue esposizioni, nei passaggi della sua requisitoria, si espone personalmente, sfidando i gruppi di potere. Attraverso Lombardo, la magistratura – quella forte, onesta, che difende e piace ai cittadini -, sta alzando la testa».

‘Ndrangheta stragista: il PM Lombardo non è solo

di Paolo De Chiara

Questa volta è toccato al PM di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo. Il coraggioso magistrato che sta portando avanti un processo importantissimo sulla schifosa ‘ndrangheta stragista. L’organizzazione criminale calabrese (una delle mafie più potenti e più ricca al mondo) che, insieme a Cosa nostra, in questo Paese, metteva le bombe e uccideva innocenti. Per conto di altri soggetti, di elevato spessore criminale. Le famose “menti raffinatissime”, individuate da Giovanni Falcone.

Istituzioni deviate, servizi segreti, massoneria. Personaggi indegni che hanno gestito e continuano a gestire il potere nel Paese impregnato dalle mafie e sotto ricatto. E per mantenere il potere nelle loro mani sono disposti, ancora oggi, a tutto.

Addirittura volevano avvelenare l’acquedotto di Firenze. Nei loro progetti pazzoidi-criminali c’era finita anche la Torre di Pisa, doveva saltare in aria. Addirittura avrebbero voluto disseminare di siringhe infette di Aids la spiaggia di Rimini.

Pazzi criminali più pericolosi dei mafiosi.

Personaggi che, invece di contrastarli, si permettevano e si permettono il lusso di minacciare di morte i mammasantissima. Per ottenere il loro silenzio. Corsi e ricorsi storici. Dal bandito Salvatore Giuliano a Gaspare Pisciotta. Un elenco lunghissimo. Sempre lo stesso metodo. Oggi più raffinato. Per fare meno rumore.

Era capitato a Cutolo, il fondatore della NCO. È capitato a Provenzano, il capo dei capi. Anche Totò ‘u curtu (una pecorella – in senso metaforico – in confronto a questi criminali di Stato) è stato minacciato di morte dalla «Falange Armata». (“Devi stare zitto, hai familiari fuori. Al resto ci pensiamo noi”).

«Dietro la sigla ci sono persone che operano, che eseguono, che programmano, che stabiliscono» ha spiegato il PM Lombardo. «L’organizzazione utilizzava le stragi per mandare messaggi a chi doveva capire».

Questi stessi soggetti (istituzionali) hanno decretato e pianificato la morte di personaggi come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Senza dimenticare l’urologo Attilio Manca (che operò Bernardo Provenzano), Luigi Ilardo (stava facendo saltare lo scellerato accordo tra Stato e Cosa nostra) e tanti altri.

Chi tocca certi fili, in questo Paese «orribilmente sporco», muore.

Non di morte naturale o di suicidio. Nemmeno i poeti hanno lasciato in pace. Povero Pasolini. Massacrato e eternamente infangato da chi è fatto di questa sostanza.  

E proprio su questi temi, lo stragismo mafioso di Stato, si sta svolgendo un processo in Calabria. Tenuto sotto silenzio dalla maggior parte dei media nazionali. Impegnati a raccontare le solite e inutili cazzate ai cittadini. Si sta ripetendo tutto quello che è già accaduto in passato.

Ed anche questa volta, come è già capitato a Nino Di Matteo (il PM del processo sulla Trattiva Stato-mafia, condannato a morte non solo da Cosa nostra) e a Nicola Gratteri (procuratore di Catanzaro e nemico numero uno dei mafiosi calabresi, ma non solo), i cittadini con la schiena dritta hanno deciso da che parte stare, schierandosi con il PM Giuseppe Lombardo.

Durante la requisitoria di ieri, davanti all’aula bunker di Reggio Calabria, i rappresentanti del movimento Scorta Civica, delle Agende Rosse e di altre sigle, hanno manifestato la loro vicinanza per non fare sentire solo un magistrato che, al contrario di altri suoi squallidi colleghi, ha deciso di fare questo mestiere con passione, lealtà ed onestà.

«Rappresento lo Stato» ha tuonato il PM Lombardo in aula, durante la sua lunga e devastante requisitoria. Dove ha elencato fatti, episodi, legami. Collusioni tra pezzi dello Stato (molti personaggi ancora le rappresentano indegnamente) e mafie. Strategie e affari. Legami politici e istituzionali. Disegni strategici da far accapponare la pelle. Non ha fatto mancare, il pubblico ministero, messaggi di sfida nei confronti dei mafiosi e di chi li gestisce.

«Ci siamo resi conto – spiega Alfia Milazzo (Agende Rosse “Francesca Morvillo”, Scorta Civica Catania, La città invisibile) presente – insieme a tanti cittadini onesti – davanti all’aula bunker di Reggio Calabria per sostenere il magistrato calabrese – che questo processo è molto importante. Da questa requisitoria fiume, pronunciata da Lombardo, è emersa una correlazione chiara tra diverse entità. Rapporti che hanno condizionato la stagione stragista degli anni Novanta».

Perché è necessario supportare il PM Lombardo?

«Lombardo è un magistrato coraggioso. Anche nelle sue esposizioni, nei passaggi della sua requisitoria, si espone personalmente, sfidando i gruppi di potere. Attraverso Lombardo, la magistratura – quella forte, onesta, che difende e piace ai cittadini -, sta alzando la testa. Stare insieme a lui significa accompagnarlo in questa sfida. Non bisogna lasciare soli questi magistrati. A noi non piacciono le corone e le celebrazioni piene di retorica. C’è stato un momento molto toccante. Durante una pausa dell’udienza abbiamo approfittato per mandare il nostro sostegno a Lombardo, esponendo le nostre magliette. Lui ci ha ringraziati e noi lo abbiamo applaudito. Addirittura, con il microfono, ci ha detto: “mi state facendo emozionare”. Questo applauso è risuonato e spero che questa cosa abbia fatto piacere. Il nostro messaggio è arrivato anche alle tante orecchie che erano disseminate in quei luoghi».

Quale sensazione ha provato mentre ascoltava le parole del pubblico ministero?

«Come cittadina mi sono sentita molto fiera. Soprattutto di questo magistrato. Nello stesso tempo è sconfortante ascoltare questi legami tra politica, affari, gruppi finanziari, gruppi segreti eversivi, massoneria, servizi segreti. Sentire questo fresco profumo è una grandissima soddisfazione.

Già nel processo Trattativa Stato-mafia avevamo capito che c’era stata questa trattativa tra pezzi deviati dello Stato e Cosa nostra. Qui abbiamo appreso di personaggi che hanno gestito la vita politica in questo Paese. I loro rapporti con i Piromalli e con i mafiosi calabresi e siciliani, pericolosi e potenti».

Quali saranno i vostri prossimi impegni?

«Abbiamo appreso che è stato chiesto l’ergastolo per gli imputati. Ora aspettiamo il giudizio. Sarà importante divulgare questa requisitoria. La considero come un libro di storia. Mi auguro che ci siano degli sviluppi, sono state indicate delle responsabilità e dovranno essere perseguite. Un altro processo da seguire è quello di Gratteri. Oggi abbiamo toccato con mano la storia di questo Paese».

Per approfondimenti:

– La «Falange Armata» ha minacciato Totò Riina

– Stato e mafie: parla Ravidà, ex ufficiale della DIA

da WordNews.it

TUTTO PREVISTO

MOLISE. La lunga agonia non è stata interrotta dalla mozione di sfiducia. Una mozione doverosa, una scelta utopica da parte di chi l’ha presentata. Sono mancati i numeri. Più che i numeri è mancato il coraggio. Quello che certi soggetti non hanno. Parliamo degli eletti, personcine antropologicamente interessanti.

TUTTO PREVISTO

di Paolo De Chiara

Un risultato ampiamente previsto. La mozione di sfiducia non ha portato a nulla. Non c’è stata la “cacciata” di Toma, il famoso sGovernatore del Molise. Il peggiore tra i peggiori. Ora lui pensa di essere, politicamente, forte. Quasi imbattibile. Una mera illusione. Restano i penosi risultati. Su tutti i fronti. E non potranno mai essere cancellati dalle inutili dichiarazioni. Parole che volano via, nel vento. 

Una mozione doverosa, una scelta utopica da parte di chi l’ha presentata. Sono mancati i numeri. Otto contro dodici (il “Ponzio Pilato” democristiano Iorio, il più sGovernatore di tutti, si è astenuto). Più che i numeri è mancato il coraggio e la dignità. Caratteristiche che certi soggetti non hanno. Parliamo degli eletti, personcine antropologicamente interessanti: sparlano, attaccano, dichiarano, scrivono. Ma poi si accodano (votando tutti compatti) o si astengono. Pensano pure di essere degli statisti. Sono dei codardi, politicamente parlando. Potevano chiudere anzitempo la legisltaura più bislacca della storia della Regione Molise. Hanno deciso di proseguire questa commedia in maschera

Toma è salvo, i suoi assessori intercambiabili sono salvi. Gli eletti hanno salvato le loro poltrone e il loro ricco stipendio. Ma il Molise resta moribondo.

Arriverà questa Regione alla fine della legislatura?

Le responsabilità, però, vanno suddivise: chi ha messo la croce sulla scheda elettorale, scegliendo il peggio, ora cosa starà pensando? Ma starà pensando? L’elettore molisano è soddisfatto di aver scelto, in consiglio regionale, questi dilettanti?

La matematica non è un’opinione. La sconfitta politica, per i promotori del documento, è innegabile. La maggioranza ha mostrato compattezza. Si sono arroccati, hanno reagito. Si sono fatti due conti. Alla fine hanno compreso che non potevano rischiare la loro triste “carriera”. Il futuro fa paura.  

Questa è l’ennesima lezione per i molisani: la prossima volta scegliete il meglio, in quella cabina elettorale. Dimenticando le false e nocive (per l’intera comunità) promesse da marinaio. «Sì, ma non c’è alternativa» continua a dire qualcuno. Metteteci la faccia, mettetevi in gioco. La politica ha bisogno di persone perbene. Basta delegare, finitela di accontentarvi. I piccoli favori (come i grandi) non possono essere barattati con i diritti e con il futuro dei vostri figli.

Molisani, candidatevi. E spazzateli via. Per sempre.       

da WordNews.it

Sanità molisana, parla Italo Testa: «È in uno stato di abbandono»

INTERVISTA al presidente del Forum molisano per la difesa della Sanità pubblica: «Il diritto alla salute è sparito. I commissari sono stati creati per distruggere la sanità pubblica». Sul Covid: «Bisogna prepararsi per una ripresa della patologia virale». Sui parlamentari 5Stelle: «Non riesco a giudicarli positivamente. Probabilmente sono divisi tra di loro, c’è chi è per una continuità della politica sanitaria e chi è per il cambiamento. Speravo molto in questo cambiamento. Quando fu nominata la dottoressa Grillo ministro della Sanità come prima cosa disse che la sanità italiana è pubblica e privata convenzionata. Mi ha fatto cadere le braccia. È stata una grossa delusione aver sentito questa bestemmia».

Sanità molisana, parla Italo Testa: «È in uno stato di abbandono»

di Paolo De Chiara

«La sanità molisana è in uno stato di abbandono». Queste le parole utilizzate dal dott. Italo Testa, presidente del Forum molisano per la difesa della Sanità pubblica di qualità. Il tenace professore che da qualche anno si è messo in testa di opporsi e di contestare le scelte discutibili della politica molisana su un settore molto delicato. Per il suo impegno, in passato, ha ricevuto anche pesanti minacce di morte, ma non ha mai arretrato di un millimetro. Lui, medico in pensione, ha un sogno: la sanità pubblica deve tornare ad essere di qualità. Anche in Molise. Lo abbiamo intervistato in un momento particolare per la sanità molisana, dove le contraddizioni – già denunciate negli ultimi anni – sono emerse anche grazie all’emergenza Covid.

Ma qual è la situazione attuale?

«Ci sono tre Ospedali residui in Molise: il “Cardarelli” di Campobasso, il “Veneziale” di Isernia e il “San Timoteo” di Termoli. Tutti e tre sono stati utilizzati come ospedale Covid e, quindi, chiusi per le altre specialità, con l’aggravante che già prima della patologia virale erano già molto sotto, sotto, sotto organico a causa del blocco del turnover che dura da 12 anni».

Con la legge Grillo si sono riaperti i concorsi.

«Avevano riaperto la concorsualità anche per le zone che erano in debito sanitario, ma non sono stati espletati».

Per quale ragione?

«Con la scusa che la gente non vuole venire nel Molise».

Perché la gente non vuole venire nel Molise?

«In effetti venire nel Molise diventa una scelta difficile».

Perché?

«Con il rischio di chiusura degli ospedali chi è che ci viene a lavorare se poi, dopo un anno, se ne debbono andare. Già i molisani se ne vanno tutti per la situazione che c’è. Molti medici molisani li ritroviamo ovunque, anche ad alti livelli. Gente capace che se ne è dovuta andare perché qui non trovava sfogo. Man mano che veniva depauperata la sanità pubblica si avvantaggiava notevolmente quella privata accreditata. Una situazione di grossa difficoltà, soprattutto dopo la chiusura dell’ospedale di Venafro e dopo la chiusura dell’ospedale di Larino. L’ospedale di Agnone è stato depauperato di tutti i servizi, ha solo il nome di ospedale di zona disagiata, ma non ha quei servizi. Nonostante tutto questo, compresa la riduzione del Cardarelli, dove il POS di Frattura (nei giorni scorsi è stato clamorosamente bocciato dalla Corte Costituzionale l’art.34 bisnda) aveva stabilito che ci dovevano essere due posti letto di malattie infettive, gli unici letti in tutta la Regione Molise».

E con il virus cosa è successo?

«Nel Molise per fortuna abbiamo avuto un numero limitato di decessi. Sono 22 decessi su 300mila abitanti, non è che siano proprio pochi. E c’è stata anche una grossa moria degli anziani. Molti sono morti a casa e non sappiamo come, ma sicuramente non sono andati in ospedale».

Perché non sono andati in ospedale?

«Perché gli ospedali erano chiusi, erano aperti solo per le urgenze. Anche per le urgenze i malati preferivano rimanere a casa, piuttosto che correre il rischio di andarsi a prendere il Covid19 che era considerata una condanna a morte sicura per un anziano o per un malato. C’è stata una presa di posizione dei cardiologi molisani, anche come associazione cardiologica italiana. Sono aumentati i morti per infarto perché non volevano andare in ospedale e si mantenevano i loro problemi cardiaci. Quindi c’è stata anche questa aggiunta. La disposizione di chiusura dei ricoveri e degli ambulatori per altre patologie era derivata da questo, che gli ospedali generali pubblici erano diventati tutti ospedali covid».

Secondo lei come è stata gestita questa emergenza dalla politica regionale?

«Male».

Che intende?

«È stata colta all’improvviso e non si è preparata adeguatamente a difenderci da questa situazione e, quindi, l’errore è stato proprio quello di convogliare tutto nell’ospedale generale. C’era stata un’altra grossa problematica italiana, ovvero quella di stabilire di chiudere tutti i piccoli ospedali, puntando sull’ospedale generale grande che doveva fare le grandi cose e questo ospedale generale grande si è dimostrato un gigante dai piedi d’argilla. Con il covid è crollato l’ospedale, come ospedale generale. L’altra patologia è stata disconosciuta. Ovunque, non solo in Molise. Parliamoci francamente…».

Prego…

«Con questa linea politica, partita con Berlusconi, è stata proseguita da Renzi, quindi dal Pd con Gentiloni, hanno pensato di chiudere i piccoli ospedali puntando sull’ospedale unico, come hanno cercato di fare qui nel Molise. Senza sapere che nelle situazioni gravi, come quelle del Molise, se metti un ospedale e la gente non riesce a raggiungerlo quella struttura non esiste».

Il covid ha insegnato qualcosa? La sanità pubblica molisana è preparata per una eventuale emergenza?

«No. Bisogna prepararsi per una ripresa della patologia virale da covid. Sappiamo ormai, sia dall’andamento delle epidemie ma soprattutto dall’andamento delle pandemie, che queste situazioni non si esauriscono in tre mesi. In poco tempo riescono ad essere attutite per questioni ambientali, per questioni climatiche. Però ritornano, specialmente le pandemie. Girano tutti i continenti e siccome la terra è diventata piccola, ritornano. Come stanno ritornando in Corea, come stanno ritornando in Sud Corea. Sembravano esaurite, ma stanno ritornando. In Italia, purtroppo, tornerà. E se si vuole ripetere lo stesso errore di non isolare questi malati in ambienti specifici, chiuderanno di nuovo gli ospedali. In Molise si sta discutendo da mesi se fare una struttura isolata oppure farla nel “Cardarelli”, come è stato fatto fino ad ora».

Qual è la ratio di queste discussioni?

«Campobasso vuole mantenere l’ospedale unico. La teoria dell’ospedale unico fa comodo al “Cardarelli”. Fa comodo avere l’ospedale unico perché così si è sicuri che l’ospedale resta unico nel Molise. Questo è l’errore più grave che ci possa essere. Anche se metti un padiglione a parte dove ci metti i malati, l’ambiente è sempre quello. Devono arrivare questi soldi da Roma e se l’ospedale pubblico covid non si fa, chi lo fa?»

Chi lo fa?

«Il privato. In Molise la situazione è drammatica, questa discussione che si sta facendo sull’ospedale unico covid a Larino e misto covid al “Cardarelli” è una cosa incomprensibile ai più».

La sanità in Molise è commissariata da tanti anni. Lei come giudica l’azione di questi commissari?

«I commissari sono stati creati apposta per distruggere la sanità pubblica. Un disegno strategico statale. Il commissario era il governatore, al quale erano stati affiancati dei funzionari ministeriali come subcommissari con l’obbligo della firma e del controllo. In 12 anni ci sono stati cinque subcommissari e un co-commissario, non dobbiamo dimenticare che nell’ultimo periodo di Iorio (già sGovernatore del Molise, nda), con il governo MontiBalduzzi era ministro della Sanità, fu mandato il commissario Basso con lo scopo di fare un nuovo piano per risanare il bilancio. Questo piano non si è saputo che fine abbia fatto. È stato pubblicato ed è stato ritirato. Dopodiché fu eletto Frattura (penultimo sGovernatore del Molise, nda). C’è una grossa responsabilità dei Governi che collimava con la volontà dei commissari di gestire la sanità da soli. Tutti i funzionari dovevano fare quello che diceva il commissario. Noi adesso sappiamo che le somme che venivano pagate dai molisani per l’aumento dell’Irpef non venivano versate sul conto della sanità per ridurre il debito, ma venivano usate per pagare altre cose».

Ad esempio?

«Tipo anche i mutui che non dovevano essere pagati con quei quattrini».

Le responsabilità, quindi, non sono soltanto della politica regionale?

«No, anche dei Governi che si sono succeduti. Pensiamo, ad esempio, che il POS Frattura, con due posti letto di malattie infettive per tutta la Regione, è stato approvato con legge dello Stato, durante il governo Gentiloni. Questo ci offre la misura di quella che è la volontà. Il mio timore è che il Pd al Governo continui con questa linea. Non vedo nessun ritorno verso il pubblico».

Qual è l’obiettivo politico?

«La privatizzazione spinta verso il sistema assicurativo. Con una parvenza di sanità pubblica, che c’è sempre stata. Il diritto alla salute conquistato con legge è sparito completamente. Adesso, nei contratti di lavoro, anche dei metalmeccanici che sono la categoria più tosta dal punto di vista sindacale, hanno accettato di avere invece dell’aumento salariale la copertura assistenziale. E poi il datore di lavoro è anche azionista dell’assicurazione. Sono somme che vengono date, ma non sono pensionabili».

E l’attività del vostro Forum come prosegue?

«Stiamo lottando da anni per cercare di riportare, puntando sulla ripresa dei concorsi, il personale. In questi dodici anni sono stati dati gli incarichi temporanei e questo è un modo per tenere sotto ricatto le persone. Non possono parlare. ‘Se non sei di ruolo io ti cambio’, questo è accaduto».

È possibile invertire questa situazione?

«La Regione Molise può chiedere, come è stato fatto per la Calabria, una legge che annulli il debito sanitario la cui responsabilità, in gran parte, ricade sui Governi che si sono succeduti. Questo è il primo passaggio e su questo si è convinto anche il commissario Giustini».

Quali sono i successivi passaggi?

«Ridimensionare, come stanno chiedendo in altre regioni italiane, il privato convenzionato e ridare ossigeno al servizio pubblico. I danni sono stati a causa della privatizzazione. La gente ha capito».

Cosa potrebbero fare i cittadini? Quale potrebbe essere il loro ruolo?

«I cittadini dovrebbero muoversi anche loro. La gente teme che molti che predicano e portano avanti certe iniziative pensino poi a presentarsi alle elezioni».

È una cosa negativa?

«La gente coglie il sospetto che il fine sia soltanto personale e non generale».

Ma la gente è brava, poi, a scegliere il meglio nella cabina elettorale?

«Dopo la parentesi Frattura è successo un fatto importante. Il Molise ha tirato fuori quattro parlamentari, i molisani hanno spostato il loro voto sui Cinque Stelle, azzerando tutti gli altri partiti. Un risultato c’è stato, la gente ha risposto. Poi è chiaro che sono corsi ai ripari per le regionali, il potere è grosso. C’è stata questa situazione. Noi possiamo giudicare l’azione degli eletti, ma la gente ha dimostrato che c’è un cambiamento».

Come possiamo giudicare l’azione politica dei nuovi eletti in Parlamento?

«Non riesco a giudicarla positivamente. Probabilmente sono divisi tra di loro, c’è chi è per una continuità della politica sanitaria e chi è per il cambiamento. Tra di loro non sono d’accordo. Speravo molto in questo cambiamento. Quando fu nominata la dottoressa Grillo ministro della Sanità come prima cosa disse che la sanità italiana è pubblica e privata convenzionata, allo stesso livello. Mi ha fatto cadere le braccia. Non si rendono conto che finanziano direttamente la sanità privata accreditata e una parte del fondo sanitario dato al privato, circa il 24%, va al profitto e non alla cura. È stata una grossa delusione aver sentito questa bestemmia fatta dalla ministra Grillo».

Sulla sanità ha registrato un impegno da parte dei parlamentari molisani?

«No, non c’è stata alcuna risposta. Quando è tornato al Governo il Pd, che ha grosse responsabilità, non so se ha cambiato idea sulla sanità convenzionata. Altrove stanno ancora parlando dell’ospedale unico. Non si sono pronunziati, non hanno chiarito sulla sanità privata e su quella pubblica. Non ho sentito una parola in questa direzione».

Lei che idea si è fatto?

«Esistono dei grossi poteri forti».

Può fare un esempio?

«Molta della sanità privata, ad esempio, è confessionale, fa capo al Vaticano. Il Vaticano è l’ago della bilancia di quello che succede nel Comune di Roma. L’intervento del Papa fece cadere il sindaco Marino, perché era un personaggio scomodo. Con la Raggi il Vaticano non è intervenuto».

Prima lei ha nominato il commissario Giustini, come giudica il suo operato in Molise?

«Si è trovato in una situazione difficile. Non mi voglio schierare, come Forum, sulla venuta di un commissario esterno. Giustini ha capito la situazione molisana e ha capito che se non si esce dal debito il Molise non avrà un futuro sanitario. Lui si è trovato con il governatore che remava contro, con la struttura che remava contro. Si è trovato isolato in questo ambiente».

Quali saranno i prossimi impegni del Forum?

«Abbiamo iniziato un’attività un po’ più larga di quella molisana. Siamo stati tra i promotori di un Comitato sanitario nazionale colloquiando con gli altri comitati delle altre regioni che andavano nella direzione nostra, subendo il disturbo di altri comitati che erano impegnati su un terreno limitato».

Perché lei, come presidente del Forum molisano, non partecipò alla manifestazione romana in difesa della sanità pubblica?

«Non partecipai alla manifestazione che si fece a Roma perché non era chiaro l’intento. Si chiedevano le stesse cose che voleva Toma e si chiedeva l’abolizione del commissario esterno e però, gli organizzatori, erano per la sanità pubblica. Dove era la logica in tutto questo? Adesso c’è la posizione sull’ospedale di Larino che deve essere ospedale completo, non solo covid, ma non riesco ad accettare questa posizione così massimalista. Per me il covid non è una scusa, ma una preoccupazione».

da WordNews.it

MOSEM, la rincorsa straziante al finanziamento

MOLISE & FONDI PUBBLICI. Il sistema Mosem ha fatto arrabbiare molte persone. Una vera e propria lotteria per protocollare una semplice domanda. Abbiamo raccolto la testimonianza di Carolina (nome di fantasia) per riportare la sua triste esperienza. «Una struttura come la Regione Molise, sapendo che tante attività avevano bisogno di fare questa domanda, doveva organizzarsi al meglio. Ho perso ore di lavoro, non è facile stare quattro ore davanti al pc per continuare a premere per aggiornare. È stato straziante, non abbiamo vissuto serenamente questa cosa».

MOSEM, la rincorsa straziante al finanziamento

di Paolo De Chiara

In Molise bisogna essere “fortunati”, pure per avere un contributo economico per la propria attività. Il famoso “Click Day”, annunciato e sponsorizzato dalla politica regionale, si è dimostrato fallimentare. Ma cosa ci si può aspettare da una gestione politica fallimentare? Però molti imprenditori ci avevano fatto il pensiero, tentando almeno di protocollare una semplice domanda. Ma in questa Regione, ormai, si procede con il click delle tastiere, una regola che vale anche per i tanti “leoni” che prima criticano e poi votano sempre le stesse persone. Le domande dovevano necessariamente essere inserite nel portale chiamato Mosem. Il “sistema informatico unitario per la gestione, il monitoraggio degli investimenti pubblici e lo scambio elettronico dei dati del Molise”. Un giudizio? Lo lasciamo a Fantozzi (il ragioniere), la scena sulla Corazzata Potemkin lo descrive alla perfezione. L’assurda situazione l’ha descritta il nostro Paolo Scarabeo.

Ora è interessante ascoltare i diretti interessati, per comprendere soprattutto il loro stato d’animo, dopo questa “rincorsa straziante al finanziamento” pubblico. Abbiamo contattato Carolina (un nome di fantasiaper riportare la sua esperienza.   

«Ho cercato di entrare nel sito dalle 8:00 di ieri mattina (12 aprile 2020, nda), mi cacciava continuamente…».

Mi scusi, cosa significa?

«Mi faceva entrare, mi faceva mettere la password e mi cacciava. Poi mi faceva rientrare, come per magia alle 11:30 si è sbloccato tutto. La mia connessione era perfetta e quindi non è stato un problema di connessione a internet. Ho saputo di persone che alle 10:03 hanno potuto fare la loro domanda. perché non è stato possibile anche per noi fare questa cosa? Il problema quale è stato?»

Lei come è venuta a conoscenza di questo sistema?

«Tramite il commercialista. Mi ha detto che potevo fare questa domanda, ma dovevo farla io».

Perché lei doveva fare questa domanda?

«Per avere dei contributi a fondo perduto».

Che tipo di contributo?

«Intorno ai mille euro. Per risollevare la mia attività, dopo due mesi di inattività».

Una rincorsa al finanziamento?

«Ho fatto l’accesso tutti i giorni ed era regolare tutto. Ieri, il giorno in cui si doveva fare la domanda, mi ha cacciata dal sito. Dalle 10:00 si poteva protocollare la propria domanda…».

Lei a che ora è riuscita a fare questa domanda?

«Il mio protocollo è stato accettato alle 11:44».

Ha informato il suo commercialista?

«Sì, l’ho chiamato in continuazione. Mi diceva di continuare ad entrare».

Se lei è riuscita a fare il protocollo perché si lamenta di questo sistema?

«Una struttura come la Regione Molise, sapendo che tante attività avevano bisogno di fare questa domanda, doveva organizzarsi al meglio. Ho perso ore di lavoro, non è facile stare quattro ore davanti al pc per continuare a premere per aggiornare. È stato straziante, non abbiamo vissuto serenamente questa cosa. Fino a quando non si conosce l’esito non sappiamo se siamo stati più veloci o meno».

Una rincorsa al finanziamento?

«Una rincora straziante al finanziamento».

Vuol definire questa organizzazione?

«Pessima sotto tutti i punti di vista».

Per approfondimenti:

– FLOP DAY MOLISANO

– SISTEMA MOSEM: le reazioni

            – MOSE’, MOSE, MOSEM

da WordNews.it

MAFIA & POLITICA: chiesto il rinvio a giudizio per la deputata molisana

NICOSIA-OCCHIONERO. Sono arrivate le richieste di rinvio a giudizio da parte dei pubblici ministeri della DDA di Palermo (Francesca Dessì e Geri Ferrara) per i sei indagati: Antonino Nicosia, detto Antonello (accusato di associazione mafiosa); Giuseppina Occhionero, parlamentare della Repubblica Italiana (accusata di falso, con l’aggravante di aver agevolato l’associazione mafiosa); Accursio Dimino (accusato di associazione mafiosa); i fratelli Paolo e Luigi Ciaccio, insieme a Massimiliano Mandracchia (accusati di favoreggiamento personale con l’aggravante di avere agevolato l’associazione mafiosa).  Abbiamo contattato la parlamentare molisana che ha risposto al telefono, ma lo ha chiuso frettolosamente dopo aver dichiarato: «Non ho nulla da dirle, grazie».

MAFIA & POLITICA: chiesto il rinvio a giudizio per la deputata molisana

di Paolo De Chiara

Ma che fine ha fatto l’inchiesta “Passepartout” condotta dai magistrati siciliani? E Nicosia? E il “primo ministro” (Matteo Messina Denaro)? E le intercettazioni? E Santo Sacco (componente della famiglia mafiosa di Castelvetrano)? E la carta intestata della Camera dei Deputati? E l’Onorevole molisana Occhionero (Italia Viva)?

Qualche ora fa sono arrivate le richieste di rinvio a giudizio da parte dei pubblici ministeri della DDA di Palermo (Francesca Dessì e Geri Ferrara) per i sei indagati: Antonino Nicosia, detto Antonello (accusato di associazione mafiosa); Giuseppina Occhionero, parlamentare della Repubblica Italiana (accusata di falso, con l’aggravante di aver agevolato l’associazione mafiosa); Accursio Dimino (accusato di associazione mafiosa); i fratelli Paolo e Luigi Ciaccio, insieme a Massimiliano Mandracchia (accusati di favoreggiamento personale con l’aggravante di avere agevolato l’associazione mafiosa). 

Ora la palla passa nelle mani del Gup Fabio Pilato. L’udienza preliminare è prevista per il 9 settembre 2020.

Antonello Nicosia, l’assistente della parlamentare molisana è ancora in carcere, dal giorno del suo arresto. Dal 4 novembre scorso. Insieme ad Accursio Dimino.  

Abbiamo contattato la parlamentare molisana che ha risposto al telefono, ma lo ha chiuso frettolosamente dopo aver dichiarato: «Non ho nulla da dirle, grazie». Noi, non la ringraziamo.

“PASSEPARTOUT”

Il provvedimento nasce dall’attività investigativa sulla famiglia mafiosa di Sciacca. «L’attività di indagine è stata avviata in seguito alla scarcerazione di Accursio Dimino, più volte condannato per il delitto di cui all’art.416 bis». Grazie alle intercettazioni, ai servizi di osservazione, ai pedinamenti è emerso l’intreccio tra mafia e politica

L’assistente della parlamentare molisana, il detenuto Antonino Nicosia, detto Antonello, è stato definito «un poliedrico soggetto saccense, la cui partecipazione alla famiglia mafiosa è risultata essere datata nel tempo». Una fedina non proprio immacolata. Arrestato e poi condannato alla pena di dieci anni e sei mesi di reclusione dal Tribunale di Agrigento, «per aver costituito, organizzato e diretto dai primi mesi del 1998 agli ultimi del 1999 un’associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, operanti nei territori di Siculiana, Porto Empedocle e Agrigento». Sentenza confermata dalla Corte d’appello di Palermo nel 2006. Diventata definitiva. Un profilo criminale consolidato nelle sentenze

Nel corso degli anni Nicosia ha tentato di rifarsi una verginità: prima in associazioni e imprese, poi come docente (così si presentava) di “sociologia trattamentale carceraria” presso l’Università di Palermo e di “storia della mafia” (un vero esperto in materia) all’Università di Santa Barbara in California. Innumerevoli le cariche ricoperte, tra cui quella di direttore del Centro studi “Pedagogicamente”.

Si è fatto portavoce dei diritti dei detenuti. Diverse le iniziative intraprese per il miglioramento del trattamento penitenziario e delle condizioni carcerarie. Il 1 novembre del 2017 arriva l’elezione al Congresso dei Radicali, diventa membro del Comitato nazionale.

Agli inizi del 2019 inizia la collaborazione, «ufficialmente finalizzata alla promozione di iniziative per la tutela dei diritti dei detenuti», con la parlamentare molisana Giuseppina Occhionero, eletta nel 2018 nella lista “Liberi e Uguali” (passata successivamente in “Italia Viva”).

A cosa si deve questo incontro? Chi ha presentato Nicosia alla Occhionero? La deputata molisana in quale occasione ha incontrato questo “stinco di santo”? Perchè la scelta è passata senza filtri? Perchè per fare il bidello bisogna produrre il proprio certificato penale e per fare l’assistente parlamentare si possono avere condanne gravissime (Nicosia è parte integrante dell’associazione mafiosa) senza controlli? Chi sapeva? Chi non ha controllato? Perchè è stato scelto proprio Nicosia? 

Questo soggetto, è la sua voce che spiega tutti i passaggi e tutti i particolari, entrava nelle carceri per incontrare i mafiosi come lui («la cui partecipazione alla famiglia mafiosa è risultata datata nel tempo»). Ed entrava perchè assistente parlamentare di un deputato della Repubblica italiana. E faceva pure il “padrone” nelle strutture carcerarie. Lo dice lui. E’ lui che si vanta, che spiega, che racconta. Che parla. E’ lui che utilizza la carta intestata della Camera dei Deputati, con l’assenso della parlamentare molisana.

«I rapporti stretti con l’Onorevole Giuseppina Occhionero sono stati tutti da lui strumentalizzati per accreditarsi presso diverse strutture penitenziarie e per fare visita a mafiosi detenuti, a scopi estranei a quelli, proclamati, della tutela dei loro diritti».

I due parlano molto al telefono. Si scambiamo pareri, si chiedono favori. Parlano di Santo Sacco (l’esponente della famiglia di Castelvetrano e uomo di Matteo Messina Denaro), ridono, scherzano. Parlano del “primo ministro” (il latitante Denaro, la primula rossa di Cosa nostra). Pagine e pagine di conversazioni trascritte. 

Il 23 dicembre del 2018 Nicosia avvisa la parlamentare: «non è che al telefono mi chiedi queste cose… neanche per scherzo… perchè vedi che andiamo veramente a finire al Pagliarelli… stavolta ci portano lì…». La previsione è stata quasi azzeccata.     

Il 7 marzo 2019 la redarguisce pesantemente: «Onorè non parlare a matula (a vanvera, nda)… onorè non parlare a matula, già stai parlando a matula… Santo Sacco non sbaglia, Santo Sacco non sbaglia, Santo Sacco, il braccio destro del primo ministro, non sbaglia, non sbaglia, non sbagliare a parlare tu invece…».

Solo alcuni esempi per capire il rapporto tra i due. Ma l’Onorevole ha mai informato qualcuno? Ha preso tutto come uno scherzo o era consapevole di questi nomi? Questa deputata può continuare a rappresentare il popolo italiano? La questione giudiziaria è una cosa e seguiremo gli aggiornamenti nei prossimi mesi. Ma la questione è anche, e soprattutto, politica. Cosa dice il suo partito? Cosa dice Renzi? E’ opportuno avere un soggetto del genere in Parlamento?

Nicosia Antonino, detto Antonello 

«Si è adoperato», secondo i magistrati, «per favorire più associati mafiosi, condannati in via definitiva, reclusi in diversi istituti penitenziari nonchè al fine di veicolare messaggi fra loro e l’esterno. Sfruttando il baluardo dell’appartenenza politica ha portato avanti l’ambizioso progetto di alleggerire il regime detentivo speciale di cui all’art.416 bis o di favorire la chiusura di determinati istituti penitenziari giudicati inidonei a garantire un trattamento dignitoso ai reclusi».

Il pregiudicato cambiava la macchina ogni mese per evitare le cimici, per far impazzire gli inquirenti (“…possono solo impazzire, monta e smonta, monta e smonta…”). E’ rimasto fregato dalla sua arroganza. 

Stretti sono i suoi rapporti con Dimino. Insieme parlano, pianificano strategie, estorsioni, initimidazioni, danneggiamenti, omicidi. Insieme cercano di spostare i propri affari negli Stati Uniti d’America. Il piano salta e arriva il carcere. Per entrambi.

Dimino Accursio, detto Cussu Matiseddu  

Professore di educazione fisica e imprenditore ittico. Uomo di fiducia di Salvatore di Gangi, capo della famiglia mafiosa di Sciacca. Già condannato, definitivamente, per partecipazione ad associazione mafiosa.

Uomo d’onore, affiliato alla famiglia di Sciacca. In stretti rapporti con i componenti della famiglia di appartenenza e con i vertici delle altre articolazioni territoriali. Ha avuto rapporti con gli esponenti della famiglia di San Giuseppe Jato, ha partecipato a progetti omicidiari, ha ricevuto un pizzino scritto da Matteo Messina Denaro. Inoltre ha avuto contatti anche con le articolazioni di Trapani, infatti, è stato destinatario di una lettera inoltrata da un importante esponente mafioso di Castelvetrano (“verosimilmente Matteo Messina Denaro”).

Paolo e Luigi Ciaccio

Due fratelli gemelli, a dispozione di Dimino e Nicosia «per svariate esigenze e necessità»    

Massimiliano Mandracchia

Commerciante di Sciacca, «stabilmente a disposizione di Accursio Dimino». Secondo gli inquirenti «in diverse occasioni è stato accertato che proprio il Mandracchia ha svolto il ruolo di indispensabile tramite fra il Dimino e gli altri indagati per consetire loro di intrattenere comunicazioni e scambiarsi messaggi utili senza entrare direttamente in contatto e, quindi, ostacolando le indagini in corso volte alla ricostruzione dei rapporti fra gli indagati e all’accertamento delle vicende associative che li riguardavano».

Per approfondimenti:

– Matteo Messina Denaro, “il primo ministro”

da WordNews.it

Molise, Michele Iorio: «Potrei ricandidarmi»

L’ISOLA INFELICE. Ultima parte dell’intervista realizzata all’attuale consigliere, non più di maggioranza, già Presidente della giunta regionale molisana per dodici anni. Cumannari è megghiu di futtiri diceva qualcuno e l’andreottiano Michele Iorio, impegnato in politica già dalla fine degli anni Ottanta, ha fatto sua questa perla di saggezza siciliana. Siamo ripartiti dal clientelismo: «Probabilmente non dovrebbe esserci, bisogna fare in modo che sia gestito nel miglior modo possibile. Io non lo so se l’ho gestito nel miglior modo possibile, ma ho cercato di non vivere di clientelismo, fino a quando ho potuto». In questa intervista è stato affrontato anche il rapporto politica-mafie.

Molise, Iorio: «Potrei ricandidarmi»

di Paolo De Chiara

Con questa ultima parte riprendiamo subito il concetto interrotto sul clientelismo. «Il clientelismo c’è sempre stato, secondo me nella nostra tradizione ci sarà. L’importante è che non sia un clientelismo che escluda la possibilità agli altri di fare carriera o di trovare un posto di lavoro», ha affermato Michele Iorio.

Lei cosa intende per clientelismo politico?

«Sarebbe il rapporto tra l’interesse dei cittadini o dei singoli cittadini con l’interesse pubblico o con chi gestisce l’interesse pubblico. C’è e ci sarà, probabilmente ci sarà sempre».

È una cosa positiva per la politica o è una cosa negativa?

«Ma io non la vedo positiva per la politica. La politica dovrebbe essere esente da questa malattia, anche se bisogna riconoscere che sotto varie forme e sotto diverse forme, anche nelle altre democrazie, sotto sotto il clientelismo c’è. Magari lo fanno i potentati di altro genere, non politico. Ma, comunque, il clientelismo c’è».

Nella sua lunga gestione politica ci sono stati esempi di clientelismo?

«Il clientelismo ha sempre coinvolto tutti, non credo che nessuno possa dichiararsi completamente esente da questa tentazione. È innata nel politico che si misura con i voti, si misura con il consenso, difficilmente riesce a misurarsi con le proprie capacità. A volte ci sono politici capaci, persone impegnate nella politica capaci che non riescono a trasmettere questa capacità all’opinione pubblica e dal punto di vista elettorale non riescono ad essere premiati. Poi c’è quel rapporto tra l’elettore e l’eletto che ti porta, in qualche modo, a creare le condizioni per il clientelismo. Probabilmente non dovrebbe esserci, bisogna fare in modo che sia gestito nel miglior modo possibile. Io non lo so se l’ho gestito nel miglior modo possibile, ma ho cercato di non vivere di clientelismo, fino a quando ho potuto».

C’è una affermazione fatta da un ex magistrato della DDA di Campobasso: “Il Molise è una piccola Regione, si conoscono tutti ed ognuno pensa il proprio turno. Oggi tocca a me e domani potrebbe toccare a te”. Lei condivide questa analisi?

«È una condizione umana. Il fatto di essere una piccola Regione ci mette in una condizione particolare rispetto ad altre realtà, anche dal punto di vista dell’efficacia del clientelismo ai fini della rielezione. “Oggi tocca a me, domani tocca a te” mi sembra un po’ esagerato ma, comunque, è un dato di fatto. Sicuramente».

Se ci fosse la possibilità di rivivere i suoi anni di potere cosa farebbe di diverso?

«L’esperienza che ho maturato mi servirebbe per cambiare molti atteggiamenti».

I suoi o quelli dei suoi uomini?

«I miei e quelli dei miei uomini. Innanzitutto quelli dei miei uomini».       

Come giudica i governatori che sono stati eletti dopo di lei?

«Hanno avuto la presunzione di essere diventati tuttologi da un giorno all’altro e di non avere avuto rispetto di quanto è stato fatto in precedenza. Penso che siano state due condizioni che hanno caratterizzato entrambi i presidenti».

L’attuale Presidente Toma è politicamente adatto a governare questa Regione?

«Non lo so. Credo che stia sbagliando, questo sì. Non è questione di essere personalmente o non personalmente adatto».

Perché sta sbagliando?

«Perché ha interpretato il suo ruolo, dal mio punto di vista, in maniera sbagliata quanto quello precedente. Non rispettando le cose fatte e, soprattutto, le cose che si stavano facendo, per dimostrare di essere diverso e migliore. Almeno così ha ritenuto. Ha cercato, addirittura, di allontanarsi dalla tradizione dei governi di centro-destra precedenti ed è entrato in una fase di auto-esaltazione. E credo che possa diventare per lui un rischio».

Che intende? Potrebbe terminare prima il suo mandato?

«Potrebbe essere un rischio perché con questo atteggiamento non si riesce a governare a lungo. D’altronde siamo già alla quarta edizione dell’azzeramento della giunta, in due anni».

Uno spettacolo degno per i cittadini molisani?

«No».

Cosa meritano i molisani?

«Qualcosa di diverso. Il rammarico è che si potrebbe fare, ma per farlo ci vuole capacità di ragionare, di condividere. Tanta umiltà, tanta disponibilità al dialogo. Credo che la politica sia un’arte molto complicata».

Il consigliere di maggioranza Massimiliano Scarabeo ha affermato che dietro alle decisioni di Toma ci sono dei mandanti. Lei si sente tirato in ballo?

«No, credo di essere proprio escluso nella maniera più assoluta. Mi sono battuto, come non mai, per dichiarare quella una pagina scura della politica molisana».

Lei condivide il pensiero di Scarabeo? Ci sono o non ci sono questi mandanti?

«Nella politica i mandanti ci sono sempre. Che ci sia qualcuno che trae giovamento da questa condizione è sicuro, altrimenti non sarebbe stato fatto».

Lei conosce i mandanti? Ha una sua opinione?

«È un po’ difficile. Il Presidente ha detto che lo ha fatto per dare la responsabilità agli assessori di votare il bilancio e mi attengo alle sue motivazioni, che sono veramente poca cosa rispetto all’enormità di quello che è stato fatto».

Qual è l’enormità?

«Enormità significa ledere il principio di retroattività delle leggi elettorali. Secondo me quello è uno dei principi che ha retto il nostro Paese, i nostri parlamenti. Addirittura quando sono state cambiate le leggi, in attesa delle nuove elezioni, nel Molise si è voluta seguire una strada molto diversa, per togliere di mezzo qualche fastidio».

A maggio si attende la decisione del Tar Molise. Lei cosa aggiunge?

«C’è una sola via, annullare quello che è stato fatto e far ripetere tutta la procedura. Se posso esprimermi per la mia esperienza credo non sia possibile giustificare il perché un consiglio regionale è stato convocato in quel modo».

Possiamo spiegare meglio?  

«Cioè perché quattro consiglieri regionali non sono stati convocati nel consiglio che doveva disporre la loro fuoriuscita. Di questo stiamo parlando».

Lei è stato, politicamente, molto vicino all’ex cavaliere Berlusconi. Per lei resta un punto di riferimento? Anche dopo la sua condanna definitiva per frode fiscale?

«Di Berlusconi non ho condiviso sempre tutto, però devo dire che, per me, è stato un riferimento molto importante in una fase politica in cui avevo, in qualche modo, abbracciato un’idea che purtroppo è rimasta un’idea».

Che tipo di idea?

«Avere nel Paese due schieramenti democratici, che potessero alternarsi. Dopo il peregrinare che ho fatto, personalmente, in tutte le forme di pseudo DC che c’è stata dopo la caduta della Democrazia Cristiana, a cominciare dell’Udc, dal Ccd, insomma tutto quel cammino tortuoso delle aree democristiane, l’approdo con Berlusconi l’ho visto politicamente soddisfacente, sul piano dell’impegno, dei programmi, devo dire dell’innovazione».

Indipendentemente dalla P2, da Mangano, dalle accuse, dalle condanne…

«Le accuse, le condanne… devo dire che l’esperienza che ho vissuto direttamente con lui, pur avendo un rapporto di amicizia e una certa frequentazione, non ho mai avuto l’impressione di trovarmi di fronte a un personaggio che potesse essere legato alle accuse che ha ricevuto nelle varie fasi della sua vita politica».

Lei è stato all’interno di quel partito. Il fondatore di Forza Italia, Marcello Dell’Utri (“il mediatore del patto di protezione tra Berlusconi e Cosa nostra”), ha scontato una pena definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa. Bisogna aggiungere la condanna in primo grado per la Trattativa Stato-mafia, senza dimenticare la sottrazione dei libri antichi. Lei cosa ha pensato e cosa ne pensa?

«Ho avuto dei pensieri “sarà vero, non sarà vero”, mi è rimasto sempre qualche dubbio. Però, in ogni caso, conosco anche la storia e so che non sempre la lettura degli avvenimenti giudiziari definisce al meglio percorsi politici o storici di un certo livello. Guardiamo ad Andreotti (prescritto per mafia, nda) come ad altre personalità che pure in qualche modo, soprattutto nell’area siciliana, sono stati coinvolti da questioni. La storia di Falcone è assolutamente importante per capire come ci si muove in ambienti in cui, a volte, si può essere accusati di tutto e del contrario di tutto. Personalmente ho cercato di non fare queste considerazioni trasferendole nella quotidianità, ho visto un partito che mi piaceva, persone degne di esserci. Insomma, per quello che ho conosciuto, con Berlusconi c’è stata anche la soddisfazione di un rapporto personale di un certo livello».

La politica deve stare lontana dalle mafie o, come disse un ex ministro della Repubblica, “bisogna convivere con la mafia”?

«La politica deve rimanere lontana dalla mafia. E per rimanere lontana dalla mafia non deve essere una politica sponsorizzata né dai mafiosi né dagli antimafiosi, altrimenti diventa tutta una giostra e non si capisce nulla. Forse le cose di oggi le leggeremo tra 150 anni».

Secondo lei le mafie hanno messo piede in Molise?

«Se vuole una battuta scherzosa, qualcuno diceva che nel Molise no, perché la nostra è molto più potente della mafia».

Sembra di sentir parlare Andreotti. Questa è una battura andreottiana…

«Diciamo così. Comunque non credo, in Molise non credo. Non ci sono state molte occasioni e molti movimenti economici da interessare la mafia, intesa come organizzazione».

Il Molise, è per lei, un’Isola Felice?

«Fino ad ora credo e spero di sì, anche se non so fino a che punto».

Perché dice così?

«C’è sempre da tenere gli occhi aperti. Non sarà la mafia principale, ma altre mafie che possono, in qualche modo, fare un boccone del Molise, siamo talmente pochi… Diciamo che… ecco, bisogna riflettere molto bene quando si affaccia il problema delle riforme elettorali. Se pensiamo all’ultima riforma elettorale…»

Pensiamoci.

«È una riforma elettorale che ha favorito la capacità di chi riesce a fare più liste. E chi riesce a fare più liste, al di là degli ideali, delle posizioni sociali, tradizionali, gestisce il potere. Non solo si è creata la condizione per cui, con il 22, 23% dei voti, questa legge elettorale affida la maggioranza assoluta in Regione, ma addirittura lega il voto alle singole persone che compongono le liste e, indissolubilmente, va al Presidente. Non c’è il voto disgiunto, non c’è nemmeno il ballottaggio. C’è un’elezione fatta a tavolino».

Ritornando all’Isola Felice, durante la sua gestione politica, nel Nucleo industriale Pozzilli-Venafro, due “prenditori”, i fratelli Ragosta, legati alla criminalità, acquistarono due aziende decotte (Rer e Fonderghisa). Parliamo di fondi europei, rifiuti, traffico di armi. E questo è solo uno dei tanti esempi legati alle presenze criminali nella nostra Regione. Perché si continua a dire che le mafie non sono mai arrivate?

«Che ci siano stati dei mafiosi interessati o qualcuno che ha riciclato del denaro in Molise credo che sia certo. Non si può certo dubitare. Non credo che socialmente il Molise sia come la Calabria e come la Sicilia, ecco. Tanto per parlarci chiaro».

È giusto avere in consiglio regionale un soggetto condannato definitivamente, in passato, poi riabilitato, per aver introdotto, da agente penitenziario, nel carcere di Campobasso delle armi cedute a dei gruppi criminali?  

«È difficile rispondere, trattandosi di un amministratore con cui ho lavorato in più occasioni, con il quale ancora sto lavorando in consiglio regionale. In un Paese, che è la culla del diritto, quando c’è la riabilitazione… Allora a che serve la riabilitazione? Poi le considerazioni devono farle i partiti che candidano la gente. Tutti hanno responsabilità».

Ma esistono questi “filtri” all’interno dei partiti?

«No, non esistono più. Su questo non c’è dubbio. Però è difficile correggerlo con l’impossibilità a candidarsi, soprattutto quando c’è l’istituto della riabilitazione. Se non ci fosse, allora, il problema si risolve da solo. Ma essendoci come si fa ad evitarlo? Abbiamo sufficienti leggi che, in qualche modo, regolamentano i sistemi elettorali, parlo di quelle costituzionali».

Lei pensa ad una nuova ricandidatura per le prossime regionali, ovviamente come Presidente?

«Mi crea qualche imbarazzo rispondere. Continuo e continuerò a fare politica, su questo non c’è dubbio. Se dovesse essere necessario mi impegnerò anche la prossima volta, tutto sommato potevo chiudere la mia carriera politica in modo soddisfacente, però le dico con sincerità sono…

È a disposizione?

«Sono a disposizione, vedremo come andranno le cose».

PRIMA PARTE.Sanità in Molise. Parla Iorio: «Bisogna reinventarla. Forse ho qualche responsabilità»

SECONDA PARTE. Iorio: «Il clientelismo c’è sempre stato»

da WordNews.it

Iorio: «Il clientelismo c’è sempre stato»

SECONDA PARTE. Continua l’intervista realizzata all’ex presidente della Regione Molise. Tra i tanti temi toccati (parentopoli, sanità pubblica e privata, questione Huscher, prescrizione, falsi amici e traditori) abbiamo affrontato una questione molto delicata, il clientelismo politico. Per Michele Iorio: «Il clientelismo c’è sempre stato, secondo me nella nostra tradizione ci sarà. L’importante è che non sia un clientelismo che escluda la possibilità agli altri di fare carriera o di trovare un posto di lavoro».

Iorio: «Il clientelismo c’è sempre stato»

di Paolo De Chiara

Ieri abbiamo pubblicato la prima parte dell’intervista a Michele Iorio, per dodici anni alla guida della Regione Molise. Quasi un Imperatore della politica locale. Oggi riprendiamo il ragionamento, ripartendo dalla sanità regionale, un luogo di scontro politico per tutte le anime della piccola regione italiana. Indipendentemente dalle accuse, registrate nel corso degli anni, sul clientelismo o sull’uso politico ed elettoralistico di questo delicato ma remunerativo settore, oggi rimane un fatto accertato e certificato: c’è una vera e propria zavorra. Un debito che tocca i sessanta milioni di euro, con conseguenti commissariamenti, quasi, perenni della sanità. «Bisogna essere onesti con le proprie responsabilità», ha affermato nella prima parte Michele Iorio. «Credo che ci possa anche essere parte di responsabilità. Parliamo, però, di sette anni fa. Dopo sette anni non è possibile che si dica che le responsabilità sono prevalentemente dipese da me». Ma il medico-politico Iorio, preferisce una sanità pubblica o privata? «Sono, naturalmente, per la prevalenza assoluta della sanità pubblica».

In Molise c’è una prevalenza di sanità privata?

«Non credo ci sia una prevalenza di sanità privata. Il problema che ci sono delle situazioni, diciamo che i due centri Neuromed e Cattolica hanno una discreta, la Cattolica, e notevole, la Neuromed, mobilità attiva che, teoricamente, sarebbe una ricchezza. Ma che diventa, per la stortura della contabilità pubblica della sanità del Molise, debito che comporta disavanzo, che comporta il commissariamento, che comporta l’aumento delle tasse e che comporta il turn over a zero. Cose, che di fatto, hanno distrutto, la sanità pubblica».

In passato, soprattutto durante la sua gestione politica, è stato accusato di aver favorito parenti e amici, non solo nella sanità pubblica. Cosa risponde dopo diversi anni?

«Mi veniva e mi viene da ridere. Nella sanità pubblica ho dei parenti, la metà dei quali sono impiegati in sanità da quando io avevo 15/16 anni. Non credo di avere avuto questo tipo di…».

Nel 2009, ad esempio, il quotidiano Repubblica, scrisse: “L’elenco, in verità, è lungo: il cognato Sergio Tartaglione (marito di Rosetta Iorio) è il primario del reparto di psichiatria e presidente dell’ordine dei medici di Isernia; il figlio del governatore, Luca Iorio, nell’ospedale lavora in qualità di medico chirurgo; il cugino del presidente, Vincenzo Bizzarro, attuale consigliere regionale di Forza Italia, è stato direttore del distretto sanitario di Isernia, ed una volta in pensione ha lasciato il posto alla cugina Rosa (nominata tra le polemiche in virtù della sua laurea in giurisprudenza). L’elenco prosegue: la moglie del cugino del governatore, Luciana De Cola, ricopre, al Veneziale, il ruolo di vice direttrice sanitaria. Il primario del reparto di Cardiologia è Ulisse Di Giacomo, senatore di Forza Italia e coordinatore regionale del partito di Berlusconi. Anche lui al Veneziale ha un parente nel suo stesso staff medico. Lavora a Isernia, ma in un centro medico privato (Hyppocrates), convenzionato anche con la Regione, Raffaele Iorio (figlio del governatore) in qualità di direttore medico.

Ma i parenti di Iorio lavorano anche negli uffici della Regione. Infatti un’altra cugina di Iorio, Giovanna Bizzarro, ricopre il ruolo di funzionaria, mentre il fratello della moglie del presidente, Paolo Carnevale, risulta direttore della società pubblica Arpa (Azienda regionale per la protezione ambientale) di Isernia.
Dai parenti poi si passa ai colleghi di area politica. Gianfranca Testa, candidata alle elezioni comunali di Isernia con la lista civica (voluta da Michele Iorio) “Progetto Molise”, è stata da poche settimane nominata direttrice del distretto sanitario di Venafro. Le connessioni coinvolgono anche lo staff del governatore. Il figlio del suo portavoce, Giuseppe Scarlatelli, è stato assunto negli uffici del distretto sanitario di Termoli con l’incarico di “correttore di bozze” del giornalino dell’ente”.

Quindi, secondo lei, sono accuse strumentali?

«Guardi, gli unici che possono aver tratto vantaggio da me sono i miei figli. Consideri che ho due figli medici, uno è ortopedico al Sant’Andrea di Roma, già universitario insieme al prof. Ferretti e sta facendo il concorso da ordinario. Vinse in due scuole di specializzazione, all’epoca, e scelse Sant’Andrea; l’altro è un chirurgo vascolare innamorato del Molise che ha fatto di tutto per fare questa attività pubblica nel Molise, senza fare un’ora di privato. Quando ha fatto un concorso al nord di chirurgo vascolare e poi è stato trasferito nel Molise non ha preso il posto a nessuno. Non c’è stata una ricerca al posto di favore, se non si vuol considerare un favore che siano laureati, specializzati».

Per lei, quindi, si tratta di un accanimento nei suoi confronti e nei confronti della sua famiglia?

«Assolutamente sì, anche attraverso menzogne. La realtà è questa».

Qualche anno fa arrivò in Molise il chirurgo Huscher. Intorno a questo nome scoppiò una feroce polemica, non solo politica. Rifarebbe la stessa scelta?

«La scelta la rifarei, anche in maniera più diffusa. La ricerca di personalità importanti da introdurre nella struttura pubblica credo che sia uno degli obiettivi che si debba dare un buon amministratore. Soprattutto nel Molise. Le nostre strutture private hanno la possibilità di avere una mobilità attiva alta, se il pubblico riuscisse a trasformarla in una occasione simile, a fare gli stessi risultati, credo che sarebbe una occasione di crescita reale della nostra Regione e anche della nostra sanità. Siamo una piccola Regione con un bacino di utenza povero, quindi è chiaro che se non diventiamo centro di servizi per le regioni limitrofe che hanno problemi inversi al nostro non c’è spazio per noi, per il futuro. Dobbiamo creare le condizioni per avere personaggi di qualità in tutti i settori. Ecco perché mi sono messo alla ricerca e ho parlato con il prof. Huscher. L’ho incontrato, ha dato la sua disponibilità a venire nel Molise, a condizione che potesse anche avere un rapporto con l’Università».

Non è che vi siete lasciati tanto bene con Huscher. Il professore si scagliò contro di lei e contro suo figlio. Lei è rimasto deluso da questo comportamento?

«Molto male. Però devo riconoscere, da chirurgo, quando lo sentivo parlare di chirurgia e di anatomia ci stava poco da discutere».

Perché dice “molto male”? Cosa vuole dire?

«Non lo so cosa è successo. Ha discusso con mio figlio, ma di questioni banali, di lavoro. Poi ha allargato la sua critica, anche feroce, al mio ruolo di Presidente. Ma senza nessun momento di diaspora personale, perché personalmente non ci siamo sentiti più. Solo per dichiarazioni fatte, magari, sulla stampa».

All’epoca ci fu anche un interessamento da parte della Procura di Campobasso. Lei, che ha subìto diversi processi, cosa pensa della magistratura molisana?

«Non sono finiti. Mi astengo da ogni considerazione».

Cosa resta?

«Il “sistema Iorio” a Campobasso».

In che fase ci troviamo?

«In primo grado, stiamo discutendo il dibattimento».

Lei è ottimista o pessimista?

«Sono ottimista».

Quanti anni sono passati?

«Se sono sette anni che non sono più il Presidente, se pensa che l’indagine si è chiusa il giorno in cui persi le elezioni, stranamente».

Sta arrivando la prescrizione?

«Questo non lo so. Il calcolo lo fanno gli avvocati. Spero che ci sia un’assoluzione».

Lei rifarebbe tutto ciò che fatto durante la sua lunga carriera politica?

«Sì. Forse potevo fare qualche errore in meno, per chiudere la mia carriera. Ma non mi è stato consentito dall’annullamento delle elezioni. Avrei dovuto correggere, c’era forse da rinnovare, da cambiare alcuni metodi, ma anche alcune persone. Forse la gente si aspettava questo cambiamento, ma non ho avuto la possibilità di realizzarlo. Motivo per cui continuo a fare politica con tutta la forza che mi rimane per poter realizzare questo obiettivo».

Quanti falsi amici ha incontrato durante la sua carriera politica?

«Tantissimi».

Quanti traditori?

«Delusioni tantissime, traditori più di qualcuno».

A chi si riferisce?

«Sarebbe antipatico, traditore è un termine molto…».

Politicamente, ovviamente.

«Politicamente… basta guardare tutti quelli che stavano con me e ora stanno dall’altra parte. Intendiamoci, anche nell’attuale governo».

Lei si riferisce anche a Frattura, diventato Presidente della giunta regionale?

«Come no. Sì».

Lei rivendica tutte le sue scelte politiche?

«Le difendo, naturalmente non pensando che era l’unica cosa da fare. Si poteva fare di meglio, si poteva fare di più. Me ne sono andato con una Regione in discreta salute, nonostante la crisi pesante che attraversava, aveva dei problemi sì, ma aveva però anche una capacità di risposta di una certa qualità, si pensi alle aziende che erano ancora in vita, all’ITR, allo Zuccherificio, all’Arena. Si pensi agli ospedali tutti aperti. Forse una riorganizzazione la si poteva fare con più rapidità».

Nemmeno per quei fallimenti, delle aziende che ha appena nominato, si sente responsabile?

«Perché responsabile?»

È una domanda.

«No, assolutamente. Ci stiamo rendendo conto, con il Coronavirus, di quanto è indispensabile avere e conservare le proprie capacità produttive come Paese. Per le mascherine, ad esempio. Ho difeso la produzione dello zucchero, soprattutto in Molise. Mi sono battuto in maniera notevole per conservare questa possibilità. Non mi rimprovero nulla. Non è certo colpa mia se l’Arena è fallita. Ho fatto di tutto per mantenere la produzione, ma non ci sono riuscito».

Lei cosa pensa del clientelismo nella politica?

«Nella politica…»

Nella politica regionale molisana.

«Il clientelismo c’è sempre stato, secondo me nella nostra tradizione ci sarà. L’importante è che non sia un clientelismo che escluda la possibilità agli altri di fare carriera o di trovare un posto di lavoro»

Lei cosa intende per clientelismo politico?

Seconda parte/continua

PRIMA PARTE. Sanità in Molise. Parla Iorio: «Bisogna reinventarla. Forse ho qualche responsabilità»

da WordNews.it

L’Isola felice e i suoi statisti

MOLISE. Oggi qualche invidioso grida allo scandalo. Ma come si permettono questi sindacalisti-comunisti? Il piccolo Molise è un’isola felice. Un’isola Beata. Mettetevelo nella testa. E su questa isola sperduta, da trent’anni, governano veri statisti che hanno sempre pensato al bene dei molisani. Troppo facile criticare, ma voi cosa ne sapete? La classe dirigente è degna di questo nome. Qui tutto va bene, Madama la Marchesa. In Molise la sanità pubblica non serve: un ospedale e due mezzi ospedali bastano. Ci sono altre strutture, private, che avanzano pure. Oggi i molisani devono ringraziare gli statisti che si sono susseguiti nel corso degli ultimi anni. Una lapide ci vorrebbe. A futura memoria. “Qui giace lo statista tal dei tali. Poche differenze con i precedenti. Solo continuità e passione sfrenata per il suo territorio. Mi raccomando non cambiate, o molisani, continuate a scegliere a cazzo”.

L’Isola felice e i suoi statisti

di Paolo De Chiara

È troppo facile lamentarsi. Magari spaparacchiati sul divano, con le pantofole e con una birra ghiacciata in mano. Troppo facile tuonare critiche tra un rutto e l’altro. Chi ha giustamente votato questi sGovernatori, veri e propri statisti, ha pensato al bene di tutti i molisani. Diciamolo chiaramente: in Molise si vive bene, c’è un popolo timorato di Dio (secondo un assessore del passato, detto Vitagliano), si mangia bene e ci sono risorse che fanno invidia ai principi reali. La Sanità è perfetta, le tasse sono basse, i trasporti funzionano alla grande, i treni partono e arrivano in orario. E i giovani cervelli, con entusiasmo, restano in questa terra. Il Molise è una terra fertile, è la terra promessa per le giovani generazioni. Perché la classe dirigente è adeguata e non specula sulla vita delle persone. Gli esempi sono innumerevoli e chi dice il contrario è in perfetta malafede. Vergognatevi, brutti mascalzoni. Andate a lavorare, comunistacci, invece di rompere i cabbasisi. E senza l’appoggio dei sindacati, che sono una iattura per i vostri diritti.  

Abbiamo avuto grandi statisti: uno meglio dell’altro. I molisani non hanno la memoria corta. Loro ragionano, valutano, meditano, vagliano, soppesano e poi scelgono il meglio. Der meglioIn Molise funziona così. Mai una scelta è stata sbagliata. Tutte sono state fatte per un motivo. O per tanti motivi. Hanno vinto sempre loro e continueranno a farlo. I grandi statisti della cosa pubblica. Qui Regna chi vale, non chi bara. Lunga vita a loro. Ai Re, ai Vicerè, ai vassalli e, forse, alla plebe.    

Qualche sciacallo, approfittando della pandemia, vorrebbe cavalcare l’onda. Ma tutti dobbiamo pensare solo ed esclusivamente ai bollettini di guerra che ogni giorno i nostri cari politici ci sottopongono. Presuntuosi da quattro soldi. Questo è il tempo della commozione generale, non c’è spazio per le polemiche strumentali e distruttive. Tanto non prenderete mai il posto occupato dalle loro natiche profumate. Le vostre puzzano, non sono degne e adeguate per occupare gli scranni del potere. Puzzoni. Fatevene una ragione e fatevi un bidè. E continuate pure a criticare. Le vostre parole si perdono nell’aria, se le porta via il vento. E voi resterete, come è sempre successo, con la bocca aperta. Come inutili idioti.

Ogni questione è buona per tentare di fare polemica. Nemmeno quei poveri anziani, definiti dei pacchi postali, buttati da un luogo all’altro, sono stati estromessi. Sciacalli. Rispettate queste persone che sono la storia della nostra comunità. Gli spostamenti notturni sono stati autorizzati dai nostri bravi e belli statisti.

Ma chi ha causato questa situazione? Chi è politicamente responsabile? Le responsabilità sono soltanto politiche? O ci sono responsabilità che vanno cercate all’interno delle gabine elettorali? Che domande faziose. Dopo questi condottieri cosa volete di più? Hanno degnamente rappresentato Palazzo Muffa in questi anni. Abbiamo avuto il nostro Imperatore, il caro sindaco-presidente-onorevole-senatore (oggi consigliere regionale) Michele Iorio. Come siete ingrati. Come Caligola ha permesso l’ingresso in consiglio regionale di tanti cavalli. Anche di tanti somari. Sempre bestie sono. Rispettabilissime, lavorano molto, ma sono anche testarde. E, a volte, scalciano. 

Lunghi anni di Impero regionale all’insegna della bellezza e della meritocrazia. Solo i più bravi hanno rappresentato le degne istituzioni regionali. Solo i più bravi sono stati posizionati nel mondo della sanità pubblica. Ecco, le feroci critiche sono arrivate sempre dai peggiori, da chi chiedeva immeritatamente. E nulla ha ottenuto. Giustamente. Bisognava preservare una Regione. E l’obiettivo è stato raggiunto: le mafie non sono mai arrivate, il territorio è rimasto immacolato. La gente vive bene e le malattie particolari sono solo nella testa degli esaltati. Volevano pure il Registro dei Tumori questi sprovveduti. A cosa serve se, in Molise, non esiste alcuna forma di inquinamento? Ma si sa, l’ingratitudine è la cugina degli opportunisti. Ecco perché qualcuno ancora sparla. Buffoni!

Non sono mancati i giornalisti disinformati. Di fuori Regione ovviamente. Addirittura nel 2010 un cronista del Corriere della Sera, un certo Sergio Rizzo, scriveva: “È forse accettabile che una Regione di 320 mila abitanti investa milioni per avere sedi diplomatiche a Roma e Bruxelles? È forse accettabile che paghi un numero di dipendenti otto volte superiore, in proporzione, a quelli della Lombardia? O che i politici regionali siano retribuiti più del governatore di uno Stato americano?”. Balle stratosferiche, secondo i nostri rappresentanti. Mai smentite. Non serve. Il potere precostituito deve pensare a lavorare per il bene della massa votante. Le smentite fanno perdere tempo. L’importante è instaurare la convinzione nelle menti dei sostenitori fedeli. E nonostante gli straordinari risultati l’Imperatore è stato sostituito. Anche per colpa di una magistratura politicizzata. Sempre molto presente in questa piccola Regione, insieme a una Corte dei Conti che ha sempre contato i peli nel deretano dei salvatori della Patria.

Pure gli storici hanno le loro responsabilità. Per un certo Nicola TranfagliaLa situazione del Molise è particolarmente disastrata. Per fortuna in Italia non è dovunque così. Altrove ci sono altre Regioni in cui le condizioni non sono queste. Sia per l’opposizione che per la maggioranza. Qui, evidentemente, c’è un particolare disastro anche per quanto riguarda il maggior partito del centro-sinistra”. Era il 2010. Ma il passaggio sul centro-sinistra è storicamente accertato. In Molise non c’è mai stata una opposizione che si è opposta alle scelte grandiose. Una opposizione totalmente inutile e dannosa. 

Nel 2019 un esponente di estrema destra, per prendere il posto del Comandante minimo, arrivò a dire: “Nel Molise abbiamo una grossa emergenza della politica con la ‘p’ maiuscola, del fare politica per la gente e per i progetti che riguardano il nostro territorio e non per se stessi e per le proprie clientele di potere.  Abbiamo un’occupazione del potere in modo capillare. Vedo come gestiscono e perché hanno tutti questi voti. Siamo di fronte a un’emergenza che fa paura, che indigna”. Un vero e proprio tiro Mancini.  

Dieci anni dopo cosa è cambiato? Ma nulla deve cambiare. Il Gattopardo non si abbatte con la fionda scassata. Loro hanno giustamente cambiato le giacchette. Ma son rimasti quasi gli stessi. Faccioni rassicuranti, menti stupefacenti. La matita, nella cabina elettorale, è stata sempre usata nel modo migliore.   

I molisani non si sono mai accontentati. E si sono affidati a Frattura. Un uomo, un imprenditore, un genio della politica. Una garanzia. Anni di splendore. Ecco come si deve fare per gestire la cosa pubblica. Eliminare tutte le bandiere colorate e utilizzare tutte le risorse politiche possibili per governare in santa pace. Hanno tentato di ostacolarlo. Avrebbe voluto lasciare un ricordo della sua azione politica a Campochiaro. Ma quei cittadini indisciplinati non hanno compreso la portata epocale di quelle centrali a Biomasse. Mica come gli isernini che hanno un grandioso Auditorium, che vale quasi 60 milioni di euro. Un’opera faraonica, degna del capoluogo di provincia. Peccato che alcune proteste non hanno permesso di completarlo ancora. Ma le opere incompiute sono le più belle. Profumano di passione.

Oggi il Molise sta continuando la sua stagione esaltante. Un certo Toma, conosciutissimo nell’ambiente politico mondiale, che tomo tomo e cacchio cacchio, con il vessillo della Regione tra le mani, sta conducendo la sua battaglia. Per i molisani, ovviamente. Se ne infischia delle critiche dei soliti noti. Frustrati e schierati. Lui è umano. Piange, si commuove durante i collegamenti istituzionali. E chi lo attacca affermando che è “politicamente inutile” deve solo Vergognarsi. Lui, il Toma, va avanti per la sua strada. Ignora anche le parole dei suoi alleati. Ma come si permette un consigliere di maggioranza a definire il presidentissimo “inadeguato politicamente”? Si dimetta questo scarabeo.

“In una Regione di 320 mila abitanti – disse una volta un magistrato della DDA – si aspetta il proprio turno. Oggi tocca a me, domani potrebbe toccare a te”. Ecco, continuate ad aspettate il vostro turno. Con la matita in mano. 

da WordNews.it

#Convegno Gioia del Colle

Convegno ‘Coscienza Civica e Valori Legalmente Riconosciuti’

Convegno ‘Coscienza Civica E Valori Legalmente Riconosciuti’ organizzato dal Progetto di Vita in collaborazione con Tribunaliitaliani.it con il patrocinio della Città Metropolitana di Bari, del comune di Gioia del Colle (capofila), di Casamassima, di Sammichele di Bari e Romanzi Italiani.

Gioia del Colle, 18:30 in via Paolo Cassano,7 – EX Lum.

All’incontro sono intervenuti:

– GIOVANNI MASTRANGELO
Sindaco di Gioia del Colle (Ba)

– ADRIANA COLACICCO
Co – Fondatrice del Progetto di Vita – Encomiato dal Presidente della Repubblica Italiana e dal Presidente della Repubblica Francese – Collaborazione con Tribunaliitaliani.it

– GERARDO GATTI
Co – Fondatore del Progetto di Vita – Encomiato dal Presidente della Repubblica Italiana e dal Presidente della Repubblica Francese – Collaborazione con Tribunaliitaliani.it

– PAOLO DE CHIARA
Giornalista e scrittore – Premio Legalità 2019

– MARIA TERESA NOTARIANNI
Giornalista e Storyteller – Moderatrice dell’evento



Un convegno per intraprendere in tutte le regioni d’Italia un viaggio nella educazione alla legalità e alla responsabilità civile nata soprattutto nel periodo storico in cui si vive.

La lotta alle mafie riguarda ognuno di noi, riguarda la collettività, le istituzioni.

Il Veleno del Molise #campomarino

Grazie di cuore.
Una bellissima iniziativa sui problemi del #molise.
#insiemesipuò

Liberi sulla Carta, Rieti #Lsc18

liberi sula carta tavolino

“La è la organizzazione criminale più forte al mondo. Bada la sua forza sul sangue, sulle parentela. Le uniche che possono alzare la testa sono le a

“l’Italia è una Repubblica fondata sulla . È iniziata con la strage della e continua fino ad oggi” a

“Nessun giornale pubblicò le lettere di Lea Garofalo. Nessuna indagine si aprì prima della sua morte. Iniziò tutto dopo la sua morte. Come diceva in Italia per essere credibili bisogna essere ammazzati”

Una storia terribile da conoscere e ricordare quella di Lea Garofalo. Il libro di ci aiuta a ripercorrere la vita della donna con documenti inediti, storia processuali e dettagli della vita di Lea

“È dal 1600 che combattiamo contro mafiosi, malavitosi e criminali di ogni genere. Se non li sconfiggiamo è perché in fondo non vogliamo”

“La forza della è ormai pervasiva. Voi mi dovete dire come faccio io a distinguere i soldi dell’economia reale da quelli dell’economia criminale” a

“Un paese senza memoria è un paese senza storia. Noi purtroppo siamo spesso un paese senza memoria”

da LIBERI SULLA CARTA

https://twitter.com/fiera_LSC

“Lo Stato mi ha abbandonato, la camorra mi ucciderà”

aggressore

L’aggressore che si è scagliato contro il tdg

Dopo il tentativo di aggressione parla il testimone di giustizia Ciliberto

di Paolo De Chiara

Ha denunciato la camorra, quella imprenditoriale, quella che fa affari attraverso gli appalti pubblici. Si è rivolto alle Procure italiane per smascherare le anomalie, il business milionario, i legami tra le organizzazioni criminali e i dirigenti di Anas, Impregilo, Autostrade per l’Italia, senza dimenticare grosse figure di vertice a livello istituzionale. Lui si chiama Gennaro Ciliberto, ci ha messo la faccia diventando, dopo innumerevoli disavventure, un testimone di giustizia. Ieri, nella località segreta dove vive con la sua famiglia, ha subìto un nuovo tentativo di aggressione, dopo una serie di avvertimenti. Nel silenzio generale. “È stato molto, molto brutto”, spiega il testimone, “da dicembre che abbiamo cambiato casa abbiamo subìto una serie di atti vandalici alle nostre auto, tutto denunciato. In più abbiamo trovato un pezzo di deiezione animale appoggiato sopra al tergicristallo posteriore, anche questo episodio è stato denunciato. Esasperati da questi atti vandalici siamo in attesa di un nuovo trasferimento”.

Partiamo dall’episodio di ieri.

Stavo passando sotto casa, nel girare la strada all’improvviso mi sono sentito chiamare “omm ’e merda”. Ho abbassato il finestrino per chiedere se ce l’avesse con me e questo personaggio è partito con tutta la sua forza scagliandosi contro la macchina. La mia auto è blindata ed ha resistito e io mi sono allontanato. Questo soggetto ha continuato a correre e ha inveito delle parole verso di me, nello scappare ho urtato pure un marciapiede. Ho chiamato il 112, sono stati attimi di terrore sino a quando non ho intercettato una macchina dei carabinieri e mi hanno accompagnato in caserma. A prescindere da tutto, ciò che mi fa più paura è la gestione della nostra sicurezza. Quel tizio mi avrebbe potuto uccidere, non c’è sicurezza, non c’è monitoraggio. Ho dovuto spendere migliaia e migliaia di euro per installare un impianto di videosorveglianza, pagarmi le guardie giurate e comprarmi una macchina blindata. Tutto per restare in vita. C’è una cattiva gestione, ci difendiamo da soli.

In caserma cosa è successo?

Ho avuto paura, ho chiesto di essere accompagnato a casa e loro mi hanno risposto che potevo tornarmene da solo.

Il tizio dell’aggressione come parlava?

Parlava in napoletano, anche se loro dicono (gli inquirenti, nda) che da accertamenti fatti questa persona è originaria di qui (località segreta, nda), ma parlava in dialetto napoletano. Ha usato delle parole troppo comuni a un modus operandi, ovvero «omm ’e merd», «quaquaraqua». Fatti del genere al Nord non succedono nemmeno se ti urtano con la macchina, questa situazione è successa a freddo. Il fatto che lui mi abbia rincorso per centinaia e centinaia di metri mentre io scappavo con la macchina fa capire che se mi fossi fermato, se fossi sceso, se non avessi avuto la macchina protetta e mi avrebbe spaccato il vetro io oggi starei in ospedale. Io sono invalido al 75% e non sono una persona che riesce a reagire, non ce la faccio più. Qualcuno mi ha rinfacciato che ho avuto il tempo di fotografare e registrare, questi non credono più a nulla. Io ho dovuto dormire varie notti in macchina per capire chi ci faceva gli atti vandalici e nessuno si è interessato, in cinque mesi non hanno capito chi mi ha causato migliaia e migliaia di euro di danni. Ma come vogliono proteggere una persona?

Tutti questi episodi si possono legare alle denunce fatte in passato?

Il mio dubbio sorge quando quel soggetto mi urla «napoletano ’e merd», se io qui non frequento nessuno, non ho amicizie e le mie origini sono sconosciute a tante persone questo tizio perché mi dice queste parole? Siamo un pezzo di carta e a nessuno interessa nulla. A che serve lo show della scorta blindata in Tribunale se poi il testimone viene lasciato da solo?

Ed ora, dopo quest’ultimo episodio, sono stati aumentati i controlli?

Zero, zero. Ci stiamo difendendo da soli. È una presa per il culo, siamo abbandonati a noi stessi. L’unica cosa da fare è scappare e potersi proteggere. Io con la mia macchina mi sento protetto, ma quanti testimoni si possono comprare una macchina blindata?  

Il procuratore della DNA de Raho, dopo l’episodio del collaboratore aggredito, ha rilasciato questo commento: “lo Stato ha il dovere di garantire la sicurezza di chi collabora, dei testimoni di giustizia e di chi ha dimostrato la propria vicinanza con la denuncia”.

Io stimo il procuratore antimafia, ma c’è un netto scollamento tra la magistratura, la Commissione centrale e il Ministero dell’Interno. Le parole di de Raho restano parole, ben vengano le sue parole, ma sono parole al vento.

L’episodio di ieri è rimasto avvolto nel silenzio…

Nessuno ha speso una parola, nessuno. Tranne qualche testimone di giustizia, nessuno ha espresso solidarietà. Lo stesso ragionamento vale per gli organi antimafia. Anche la stessa politica: Mattiello è scomparso, il presidente Fico è scomparso, Di Maio è scomparso. Nessuno parla più di noi, siamo abbandonati alla mercé delle mafie e loro lo sanno. Le mafie stanno tastando il polso, oggi noi non siamo protetti.

Dopo tutti questi anni, dopo le denunce, dopo questi episodi…

Ti interrompo, ho capito la domanda. Non ce la faccio più, io non denuncerei più, mi sono stancato. Non denuncerei più, basta. Lo Stato a me cosa mi ha dato? Ho fatto bloccare milioni di euro di appalti pubblici e lo Stato non mi offre nemmeno la sicurezza. Ma come si vive così? Cosa lascio ai miei figli? E se ci fosse stato mio figlio ieri in macchina? Ho chiamato gli inquirenti e non sono venuti nemmeno sul posto, sono dovuto andare io in caserma.

Tutte le persone denunciate che fine hanno fatto?

Il livello criminale sta in galera, stanno scontando la pena. Diversi sono scappati all’estero e molte altre persone continuano a fare attività in ambito autostradale. Ci sono procedimenti aperti, dove devo andare a testimoniare. Questa è la situazione, questo è il risultato. Ho bloccato milioni e milioni di euro di appalti pubblici, il bersaglio sono io, sono consapevole. Lo Stato mi ha abbandonato.

A cosa serve la nuova legge sui testimoni di giustizia?

Non serve a niente, è una legge che rimane inapplicata. Il lavoro non viene dato, la considerazione morale non c’è, non esiste perché ci continuano a chiamare «rompicoglioni». Al Servizio centrale di protezione hanno continuato ad arrestare gente che ha rubato. La legge non serve a niente. I testimoni di giustizia sono ridotti alla fame, impazziti, distrutti. L’operatore di polizia non ha rispetto e considerazione dell’essere umano, perché il testimone non porta nulla. Invece la politica può aiutare. Poi c’è un’altra cosa…

Cosa?

Abbiamo un ex presidente della Commissione centrale, il senatore Bubbico, indagato per falsa testimonianza. La gente preferisce prendere le denunce per falsa testimonianza e non essere testimone chiave, questo è gravissimo. Ma dov’è finita la moralità? Al Servizio centrale di protezione deve esserci il turnover, lì c’è gente da trent’anni e sono i responsabili della morte di Lea Garofalo, di Domenico Noviello. Questa gente non hai mai pagato.        

genny

Gennaro Ciliberto

 

Carta Canta, FATTI INQUIETANTI

vincenzo niro

di Paolo De Chiara

 Fatti inquietanti

Naturale spinta

«Ho dedicato gran parte della mia vita all’impegno nel sociale e nella politica. Le motivazioni che mi hanno portato a farlo non saprei nemmeno individuarle, in quanto ho avvertito fin da giovanissimo una naturale spinta a partecipare alla vita pubblica, a dare il mio apporto nell’affrontare problemi e sostenere iniziative che coinvolgessero la mia comunità e lo facevo semplicemente perché provavo piacere a farlo».

Intervista al consigliere uscente e candidato alle elezioni regionali 2018 Vincenzo Niro, «gambatesablog.info», 27 marzo 2018 

Trasparenza

Eletto per la prima volta in Consiglio regionale nel 2001, per la lista Democrazia Europea, consigliere regionale del Molise. Segretario della I Commissione consiliare Sviluppo economico. consigliere delegato dal presidente della Giunta regionale per le problematiche della Cooperazione internazionale. Riconfermato consigliere regionale nel 2006. Vicepresidente III Commissione regionale permanente e vicepresidente Commissione speciale Cooperazione Interregionale nell’Area Adriatica. Rieletto consigliere regionale nell’ottobre del 2011, presidente della I Commissione consiliare. Alle consultazioni regionale del febbraio 2013 viene rieletto nella circoscrizione di Campobasso per le liste Il Molise di tutti e Udeur Popolari. Dal 9 aprile 2013 è capogruppo Udeur Popolari e presidente del Consiglio regionale del Molise.

Amministrazione trasparente, sito Regione Molise

Ausiliario

«Con sei pesanti condanne e un’assoluzione si è concluso nel Tribunale di Campobasso il processo contro i quattro agenti di custodia ed i tre detenuti accusati di aver introdotto armi all’interno del carcere del capoluogo molisano. […] L’agente ausiliario Vincenzo Niro ha avuto 3 anni e 7 mesi di reclusione e un milione e duecentomila lire di multa…».

Dure condanne inflitte per le armi in carcere, Cronaca del Molise, 1983

Armi, in cambio di denaro

«Nel prosieguo delle indagini essendo emersi indizi di responsabilità a carico degli agenti C., Niro e B. – anche a seguito della deposizione del loro collega M. Raffaele che aveva, non visto, ascoltato i primi due mentre litigavano per la ripartizione di una somma ricevuta per la introduzione di una pistola, ritirata in Napoli, nella casa circondariale, veniva emesso ordine di cattura, eseguito il 6.4.1983, nei confronti dei suddetti […]. Ha aggiunto il M. che iniziate le perquisizioni nel carcere, il Niro gli impose di non riferire nulla nel colloquio ascoltato per caso e gli fece anche larvate minacce ripetute dopo qualche tempo da due detenuti non identificati ed evidentemente istigati a tanto dal Niro medesimo». 

Tribunale Penale, Sez. Unica, Motivazioni sentenza I grado, Campobasso, 18 giugno 1983     

Atto scellerato

«Non si sa a qual fine le armi fossero introdotte nel carcere di Campobasso: certamente per un intento illecito che poteva consistere nell’eliminazione di rivali, nella rivolta, nella uccisione di coloro che, comunque, nelle carceri lavorano e accedono. Ed in epoca in cui tanti fedeli servitori dello Stato cadono in difesa delle istituzioni, appare veramente atto scellerato rifornire di armi chi è dall’altra parte della trincea: il crimine, pertanto, è particolarmente grave ed odioso e denuncia profondo scadimento morale. Tanto più che è stato commesso solo per lucrare somme di danaro, anche cospicue […]. Infine tali agenti non hanno mostrato segno alcuno di pentimento né hanno collaborato con la Giustizia al fine di rendere completamente chiari i meccanismi dell’operazione ed i nomi di tutti coloro che partecipavano; tuttavia il Collegio ritiene di dover prendere in considerazione la giovane età e l’inesperienza di taluno, i carichi di famiglia dell’altro e – di tutti – le difficili condizioni lavorative che possono far vacillare animi non forti e non opportunamente seguiti e guidati: e, quindi, infliggere pene non così severe come il fatto imporrebbe».

Tribunale Penale, Sez. Unica, Motivazioni sentenza I grado, Campobasso, 18 giugno 1983    

Per questi motivi

«Letti gli articoli 483, 488 C.P.P. dichiara gli imputati responsabili dei reati loro rispettivamente e concorsualmente  ascritti […], condanna 4) Niro Vincenzo alla pena di anni 3 e mesi 7 di reclusione e 1.200.000 di multa».

Tribunale Penale, Sez. Unica, Motivazioni sentenza I grado, Campobasso, 18 giugno 1983    

Gravità eccezionale

«Tanto premesso l’esame dei fatti delittuosi ascritti ai prevenuti rivela che essi sono di una gravità eccezionale perché commessi da individui, gli agenti di custodia, che avevano il compito specifico di vigilare sui detenuti per impedire loro, fra l’altro, di porre in essere proprio quello che invece costoro divisavano di fare raccogliendo le armi. Dunque violazione specifica dei propri doveri da parte degli agenti imputati che, anche se giovani ed inesperti avrebbero ben potuto rendersi conto di quello che stavano per fare solo se avessero riflettuto sulla divisa che indossavano e su quello che questa circostanza comportava».

Sezione di Corte d’Appello, Motivazioni Sentenza II grado, Campobasso, 26 gennaio 1984

Per tali motivi

«La Sezione di Corte di Appello di Campobasso, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Campobasso in data 18/06/1983 […] Assolve B., C. e Niro dai reati di detenzione di armi comuni e clandestine da sparo […]. Conferma la responsabilità degli imputati per tutti gli altri reati loro rispettivamente ascritti in rubrica […] e, con la concessione a tutti della riduzione di pena per porto abusivo di armi comuni da sparo, […] riduce la pena inflitta a Niro ad anni due di reclusione e 950.000 lire di multa».

Sezione di Corte d’Appello, Motivazioni Sentenza II grado, Campobasso, 26 gennaio 1984

Sentenza definitiva

«Sentenza irrevocabile per i ricorrenti dal 15 gennaio 1985 per Niro Vincenzo […]»

Sentenza Cassazione, 15 gennaio 1985

La riabilitazione

La Corte di Appello di Campobasso con sentenza del 16/11/89 ha concesso a Niro Vincenzo la riabilitazione dalla condanna riportata.

Corte di Appello, Campobasso, 16 novembre 1989

Ragazzi che sbagliano 

«Prendete il caso di Vincenzo Niro e parlo da persona che ha avuto una certa esperienza, prima che in politica, in magistratura. È stato un ragazzo ventenne che ha sbagliato e che ha pagato per il suo sbaglio. Poi ha chiesto e ottenuto la riabilitazione e si è impegnato in politica e nelle istituzioni. Magari fosse sempre questa la fine di coloro che sbagliano in gioventù e rimettono poi in gioco la propria vita al servizio della collettività. Questo vuol dire avere il coraggio di migliorarsi e di servire le istituzioni».

Antonio Di Pietro, «primapaginamolise», 3 febbraio 2013

Ragazzi che muoiono/1

«Quella legalità in difesa della quale Mimmo Beneventano dedicò tutta la sua giovane vita e per la quale la mattina del  7 novembre dell’80, ad Ottaviano,  fu barbaramente ucciso dalla camorra. Aveva 32 anni. Il clan Cutolo, che in quel centro dell’area vesuviana aveva la sua base operativa, non accettava che quel giovane medico e giornalista, politicamente impegnato (in occasione delle comunali, fu eletto con una valanga di voti nelle liste del Pci) fosse divenuto un punto di riferimento per tante persone, giovani ed adulti. Era pericoloso e si doveva eliminare. Così avvenne».

Sasso di Castalda ricorda Mimmo Beneventano, «USB Ufficio stampa Basilicata», 6 novembre 2015

Ragazzi che muoiono/2

Giancarlo Siani era un giovane giornalista pubblicista napoletano. Fu ucciso a Napoli, la sera del 23 settembre 1985, sotto casa, nel quartiere residenziale del vomero: aveva compiuto 26 anni il 19 settembre, pochi giorni prima.

Chi era Giancarlo Siani?, «giancarlosiani.it»

Ragazzi che muoiono/3

«Giuseppe Impastato, detto Peppino, è stato un giornalista e un attivista siciliano, ucciso dalla mafia il 9 maggio 1978 a Cinisi, cittadina a pochi chilometri da Palermo, per ordine del boss mafioso Gaetano Badalamenti.

Il giornalista siciliano, che si era candidato alle elezioni comunali con Democrazia proletaria, fu ucciso nella notte tra l’8 e il 9 maggio e il suo cadavere fu fatto saltare con del tritolo sui binari della ferrovia Palermo-Trapani, così da far sembrare che si trattasse di un fallito attentato suicida.

Giuseppe Impastato era nato in una famiglia mafiosa il 5 gennaio 1948, ma fin da ragazzo aveva preso le distanze dai comportamenti mafiosi del padre e e aveva provato a denunciare il potere delle cosche e il clima di omertà e di impunità a Cinisi. Per questo motivo fu cacciato di casa dal padre fin da ragazzo».

Chi era Peppino Impastato ucciso dalla mafia, «L’Internazionale», 9 maggio 2016

Commemorazioni

«In questo doloroso giorno intendiamo onorare la memoria di quanti sono caduti nell’assolvimento del proprio dovere, a difesa dei valori della legalità, combattendo quasi sempre una battaglia ad armi impari. A tutti va il nostro senso di riconoscenza e gratitudine, unitamente alla consapevolezza che tutti dobbiamo continuare a fornire la nostra fattiva collaborazione per favorire a tutto il popolo, le migliori condizioni di vita, sociali ed economiche, respingendo ogni forma di intolleranza, specie quella proveniente dalle organizzazioni criminose…».

Anniversario della strage di Capaci, Niro: per non dimenticare, «Il Quotidiano del Molise», 23 maggio 2014

Nonostante la condanna

L’equivoco su cui spesso si gioca è questo: si dice quel politico era vicino al mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con l’organizzazione mafiosa, però la magistratura non l’ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto… e no! Questo discorso non va, perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale. Può dire, beh ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria che mi consente di dire che quest’uomo è un mafioso. Però, siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, cioè le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, cioè i consigli comunali, o quello che sia, dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi, che non costituivano il reato ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza: questo tizio non è mai stato condannato, quindi è un uomo onesto. Ma dimmi un poco, ma tu non ne conosci di gente che è disonesta, ma che non è stata mai condannata perché non ci sono le prove per condannarla, però c’è il grosso sospetto che dovrebbe, quantomeno, indurre soprattutto i partiti politici a fare grossa pulizia, non soltanto essere onesti, ma apparire onesti, facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti, anche se non costituenti reati».

Paolo Borsellino, magistrato ucciso dalla mafia e dallo Stato, 26 gennaio 1989

Carta Canta, IL TRIONFO DELLA COERENZA

roberto di baggio

di Paolo De Chiara

Il trionfo della coerenza

 Sponda centro-destra

«Quest’anno c’è una nuova sfida: le elezioni regionali e io, spinto soprattutto dal forte entusiasmo e dalla passione verso la politica, intesa soprattutto come pratica posta al servizio dei cittadini e per il benessere della collettività, ho scelto di propormi a voi come candidato alla carica di consigliere regionale nella lista di Forza Italia a sostegno di Donato Toma come presidente della Regione Molise. Vorrei farlo con la massima umiltà e serietà, affrontando pochi ma mirati temi che possano far risollevare le sorti della nostra amata regione».

Roberto Di Baggio, candidato consiglio regionale del Molise, Forza Italia, «IsNews.it», aprile 2018 

Sponda centro-sinistra

Il primo cittadino ha nominato gli assessori che faranno parte della giunta comunale di Isernia. Oltre al sindaco, i componenti dell’esecutivo sono: Roberto Di Baggio e Maria Teresa D’Achille per la lista Isernia di tutti, Luciano Sposato e Marco Amendola per il Partito Democratico, e Cosmo Galasso per la lista Udeur-Popolari.

Amministrazione di centro-sinistra al Comune di Isernia, «Laprimapagina.it», 25 giugno 2013

Sponda cattolica

«È bene che i rappresentanti delle istituzioni, a tutti i livelli, prendano posizione sulle chiusure in occasione dei giorni festivi. Vari appelli in tal senso sono giunti anche dal Papa e dai vescovi, giacché quasi tutte le feste più importanti derivano da ricorrenze religiose. Senza contare le domeniche, allorquando il restare aperti e invitare ai consumi distoglie dalle pratiche religiose domenicali. Va evidenziato, inoltre, che tali aperture costringono gli esercizi commerciali ad affrontare maggiori spese di gestione: un incremento di costi che inevitabilmente ricade sui consumatori»

Roberto Di Baggio, Assessore Attività Produttive (centro-sinistra) Comune di Isernia, «FuturoMolise», 10 agosto 2015

 La quadra filogovernativa

«Su dove mi candido, quindi, non è da escludere a priori dei veti sulle persone, ma esclusivamente su ciò che si voglia fare. Io sono per trovare una quadra e sono filogovernativo. Fare casino e basta non mi appartiene. Sto lavorando, forse più di tutti, a far sì che si trovi una quadra per poi dare un governo alla città, perché si rischia di andare tutti frammentati, di non raggiungere le varie soglie previste per legge». 

Intervista a Roberto Di Baggio, Assessore uscente (centro-sinistra) Comune Isernia, «IsNews.it», marzo 2016     

 Simboli e partiti da bandire

«Abbiamo bisogno di far ripartire quello che abbiamo, che è tanto, senza volere a tutti i costi imitare altri, ma imparando a sfruttare al massimo le enormi potenzialità della nostra terra, spesso sottovalutata anche da chi avrebbe ben potuto e dovuto occuparsene. Penso sia il momento di affrontare queste e altre questioni con coraggio, decisione e con l’obiettivo unico di lavorare negli interessi di tutti i molisani, basando le proprie scelte su basi moderate e liberali con l’onestà che appartiene agli uomini e non ai simboli, con l’innovazione che appartiene alle idee e non ai partiti».

Roberto Di Baggio, candidato consiglio regionale del Molise, Forza Italia, «IsNews.it», aprile 2018 

Con il centro-sinistra

«L’altra volta mi sono candidato all’ultimo momento e andare in una lista dove non si conoscevano le persone uno con l’altro, andare in una coalizione dove, tra l’altro, non avevo nemmeno letto il programma elettorale, l’inesperienza ti dava a pensare che la cosa più importante era quella di candidarsi. Invece poi ti trovi seduto intorno ad un tavolo dove ci sono più modi, è giusto che sia così, di pensare su determinati argomenti, casomai importanti per la città».

Intervista a Roberto Di Baggio, Assessore uscente (centro-sinistra) Comune Isernia, «IsNews.it», marzo 2016    

Contro il centro-destra

«…mancano le capacità, i mezzi e soprattutto la preparazione tecnica per amministrare. Sono riusciti ad ottenere la maggioranza in Consiglio con cui provano a governare. Il problema serio è che la città non solo è ferma, ma addirittura sta regredendo, perché non si programma. E per questo Isernia resta indietro rispetto a Campobasso e a molti altri centri molisani. Siamo di fronte a una totale incapacità amministrativa e di programmazione».

Roberto Di Baggio, consigliere comunale di Isernia, conferenza stampa, giugno 2017

Dubbio amletico: a destra o a manca?

«Non ho nessuna preclusione su nessuna persona, il mio modo di essere una persona moderata mi porta a non avere concetti di partito, di qualsiasi natura. […]. Se c’è una quadra intorno a un programma lo si pubblicizza, però deve essere un programma di poche pagine, di pochi righi dove ci sono concetti base…».

Intervista a Roberto Di Baggio, Assessore uscente (centro-sinistra) Comune Isernia, «IsNews.it», marzo 2016    

Con il centro-destra

«Questo è quello in cui credo, ed è quello che sono. Ed è così che mi presento a voi, con la chiarezza e la trasparenza di un volto che non si nasconde dietro nulla, ma che ha l’unico desiderio di mettersi in gioco per un Molise migliore».

Roberto Di Baggio, candidato consiglio regionale del Molise, Forza Italia, «IsNews.it», aprile 2018 

Carta Canta, “IORISMO DI RITORNO”

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di Paolo De Chiara

Iorismo di ritorno

 Scelte scellerate/1

“Il Molise si colloca in coda tra le realtà “più malate” del paese. Per cinque anni ho provato a fare una opposizione costruttiva cercando di indirizzare il governo regionale verso scelte che non fossero scellerate ma le mie parole sono rimaste inascoltate da una classe politica sorda a qualunque iniziativa che andasse a favore dei cittadini. Oggi il tempo delle critiche è scaduto”.

Michele Iorio, già Sgovernatore del Molise, 12 anni di regno, 1998-2000, 2001-2011, marzo 2018  

 Scelte scellerate/2

«Il Molise appare dunque come una regione ad economia di stampo socialista, quasi sovietico: la Regione interviene nel capitale di numerosissime aziende che puntualmente falliscono pur avendo assorbito decine di milioni di euro di soldi pubblici, nei comparti merceologici più disparati che in comune hanno una sola cosa: non c’entrano con i fini istituzionali dell’ente. Nel silenzio generale.

Il criterio di nomina dei vertici di tali aziende è, manco a dirlo, come sempre politico. E a decidere è come sempre, manco a dirlo, appunto Michele Iorio, in consiglio regionale dal 1990 ininterrottamente, in procinto di candidarsi per la quarta volta consecutiva nonostante una condanna in primo grado a un anno e 6 mesi di reclusione e una decina di procedimenti giudiziari aperti a suo carico».

Una pioggia di incarichi in Molise, «il Sole 24 Ore», 16 dicembre 2012

 Scelte scellerate/3

L’ex presidente della Regione Molise Michele Iorio è stato condannato in Corte d’Appello a Campobasso a sei mesi, a cui si aggiunge un anno di interdizione dai pubblici uffici, per la vicenda dello Zuccherificio del Molise. In primo grado Iorio era stato assolto. Con lui è stato condannato anche l’ex assessore regionale Gianfranco Vitagliano.

Abuso ufficio, condannato Iorio, «Ansa», 25 gennaio 2018

 

Tutto in casa/1

“È necessario rimboccarsi le maniche per restituire ai cittadini molisani il sacrosanto diritto alla Salute dando loro la possibilità di curarsi nella propria regione senza dover abbandonare le loro case, allontanarsi dalle loro famiglie e spendendo i loro risparmi per vivere fuori regione e stare accanto ai propri cari. Il pubblico dev’essere riqualificato e deve essere messo in condizione di richiamare anche risorse”.

Michele Iorio, già Sgovernatore del Molise, 12 anni di regno, 1998-2000, 2001-2011, marzo 2018  

 Tutto in casa/2

«Per i pm (come hanno ricostruito i giornali molisani) Iorio avrebbe proposto a Huscher, conosciuto tramite il giovane Luca, di assumere l’incarico di direttore dell’Unità operativa complessa di Chirurgia generale per consentire a Iorio jr. di fare esperienza vicino a casa.

Così Huscher avrebbe ottenuto un ingiusto profitto: 93. 785 euro lordi all’anno più un’indennità ad personam di 31 mila euro. […] il figlio di Iorio avrebbe partecipato a interventi chirurgici prima di avere un rapporto di lavoro con l’ospedale. Ancora: la Regione finanziò un progetto di ricerca da 500 mila euro predisposto da Huscher. Il programma andava realizzato con l’università del Molise, per questo, secondo i pm, Huscher ottenne la nomina di professore straordinario per tre anni con retribuzione annua di 48 mila euro lordi».

“Abuso” d’amore di Michele Iorio per i figli, «il Fatto Quotidiano», 24 febbraio 2012

Tutto in casa/3

 «“Mica sono d’accordo di quello che scrivono su di me e sulla mia famiglia. Ci mancherebbe. Non li do proprio peso. Non li do peso perché tanto, voglio dire, la cosa più facile… Nella vita c’è chi fa e chi, invece di fare, perde tempo a chiacchierare. A me francamente di perdere tempo… io vengo criticato sul fare. Non vengo criticato sul non fare. La cosa che non accetterei proprio è che qualcuno potesse dire “Luca Iorio, siccome è il figlio del presidente, è un figlio di papà, si è fatto assumere dall’Ospedale e non fa un cavolo dalla mattina alla sera”. Visto che quello che faccio come vascolare a Isernia non ha eguali in Italia, come rapporto ore di lavoro con la produttività che ha questo reparto, a me poi possono dire che sono raccomandato, che sono… tanto, voglio dire, io sono il figlio del presidente e per definizione sono raccomandato. Poi ci sta chi mi conosce e che può darsi mi può giudicare e in genere mi giudica positivamente, chi mi vuole fare il discredito, chi vuole fare le interrogazioni regionali, al Senato facesse quello che vuole”».

L’intervista a Luca Iorio, «La Voce del Molise», 16 dicembre 2010

 

Barzellette/1

“La Regione Molise spende circa 90 milioni di euro l’anno per pagare le altre regioni perché i molisani vanno a curarsi altrove. E perché lo fanno? Perché le strutture pubbliche sono ridotte al lumicino non certo perché le nostre strutture non siano capaci di dare risposte. La terapia prevede un categorico no alla chiusura degli ospedali anche perché la chiusura degli ospedali di Venafro, Larino e Agnone, in sostanza, non ha prodotto una riduzione dei costi. I costi attuali della sanità, con quelle chiusure, sono identici ai costi di quando quelle strutture chiuse funzionavano”. 

Michele Iorio, già Sgovernatore del Molise, 12 anni di regno, 1998-2000, 2001-2011, marzo 2018

 Barzellette/2

“[…] è evidente che qui il Rais (Michele Iorio, nda) è uno solo, è ben individuato, lo conoscono tutti, è evidente che è una decisione che ha preso lui. Ormai lo conoscono in tutt’Italia, siamo diventati la barzelletta dell’Italia. All’iper condannato, all’iper rinviato a giudizio e a chi ha devastato il nostro territorio risponderemo che siamo ancora qui e che non molliamo! […] Il problema è regionale. Stanno gestendo gli enti sub regionali come agenzie di collocamento per trombati, per morti di fame, per gente che non ha né arte e né parte, per amanti e pseudo tali. Siamo, per davvero, alla frutta”.

La barzelletta d’Italia, «il Ponte», 2009, Giovancarmine Mancini, Fratelli d’Italia, oggi alleato di Iorio

 

Gli esempi/1

“Gli ultimi investimenti nella sanità pubblica risale al governo di centrodestra, con l’acquisto di macchinari come Tac, risonanze magnetiche in quasi tutti gli ospedali, la pet al Cardarelli di Campobasso (strumento all’avanguardia per la prevenzione e la cura dei tumori) oltre a tanti interventi strutturali. Tutto questo è solo un piccolo esempio di come è stata qualificata dal centrodestra in passato l’offerta pubblica ed è la premessa per riprendere la strada della valorizzazione del settore”. 

Michele Iorio, già Sgovernatore del Molise, 12 anni di regno, 1998-2000, 2001-2011, marzo 2018

 Gli esempi/2

«All’ospedale ‘il Veneziale’ di Isernia non c’è vento di crisi. Mentre sulla gran parte dei nosocomi della regione si abbattono tagli e ridimensionamenti (con tanto di rivolte cittadine), per porre un argine al deficit sanitario arrivato a 600 milioni di euro in otto anni, al Veneziale no. Qui accade tutt’altro. Infatti, in questo ospedale la Regione Molise ha deciso di investire altro denaro, attivando una nuova unità operativa (una “stroke unit”) che costerà alle esangui casse regionali più di un milione di euro. Un finanziamento indirizzato al reparto di neurofisiopatologia, diretto dal primario Nicola Iorio, fratello del governatore. Fondi che saranno gestiti dalla direttrice del distretto sanitario regionale di Isernia, Rosa Iorio, sorella del governatore. Ma i due Iorio citati non sono gli unici parenti di Michele, presidente della Regione, che lavorano al Veneziale».

Tre figli, due fratelli e due cugini e la dinastia Iorio occupò Isernia, «la Repubblica», febbraio 2009

 Gli esempi/3

«Nella drammatica situazione in cui versa la sanità regionale, dove non esistono posti letto per i pazienti, dove gli Ospedali chiudono, dove i pronti soccorsi combattono quotidianamente la loro battaglia di sopravvivenza, era necessario il ritorno sulla scena di Luca Iorio? A questa domanda ancora nessuno ha risposto. Si è solo stabilito “che l’utilizzo del dott. Luca Iorio, in posizione di comando avrà una durata per dodici mesi”. Tutto a spese dell’Asrem Molise. Quindi, dei cittadini. Rovigo può attendere. Se in altri reparti serve il personale (ma non solo) non sono problemi di questa dirigenza molisana. Anche i pazienti imbufaliti possono attendere nei disagi. E nelle lunghe liste d’attesa. Volete fare, ad esempio, un esame al cuore (un’ecocardiografia) al “Veneziale” di Isernia? Ci vogliono quattro mesi di attesa. Però le cose inutili vengono subito fatte. Lì non esiste attesa che tenga. Nel caos generale, nello spreco dei fondi pubblici, nell’aumento del debito e in una situazione di deficit (che ha portato a questa disorganizzazione: chiusura degli ospedali, intasamento dei pronti soccorsi, mancanza di risposte e di speranze) è arrivata quest’ultima trovata. Qual è la logica di questa scelta? E’ possibile conoscere l’incidenza per questo tipo di intervento? Esistono già diverse strutture attrezzate (Ospedale “Cardarelli”, Cattolica e Neuromed) per la cardiochirurgia e per la chirurgia vascolare. Perché invece di programmare si continua a spendere per cose poco utili in questo momento?»

Molise: Iorio istituisce un’équipe di medici itineranti e l’affida al figlio, «AgoràVox.it», 12 aprile 2011

 

Invertire la rotta/1

“Invertire la rotta vuol dire dare fiducia a quella parte del centrodestra che si è contraddistinta non solo per la coerenza, ma anche nei fatti in un settore vitale per la società”.

Michele Iorio, già Sgovernatore del Molise, 12 anni di regno, 1998-2000, 2001-2011, marzo 2018

 Invertire la rotta/2

“A loro degli elettori non gliene frega niente. Gli elettori vengono utilizzati solo e soltanto quando devono votare. Presi in giro a modi vecchia democrazia cristiana: “ne sistemiamo uno così creiamo aspettative per mille”. E’ un mix di clientelismo, ricatti più o meno velati e di pacche sulle spalle. Gli ingredienti di sempre della Dc, che ha devastato la nostra Regione per cinquant’anni. E che adesso, in questa fase, è nella PdL. Però in una fase appena precedente è stata con il centro-sinistra. Non dobbiamo dimenticare che Don Michele Iorio ha governato la Regione Molise con Rifondazione Comunista, con presidente Marcello Veneziale. Questi cambiano partito come se fossero spazzolini da denti”.
La barzelletta d’Italia, «il Ponte», 2009, Giovancarmine Mancini, Fratelli d’Italia, oggi alleato di Iorio

Invertire la rotta/3

«Chirurgo a Isernia, bravo, ricordano, nel ‘75 raccoglie dal padre consigliere regionale Dc l’eredità politica, comprensiva di amici, collaboratori e bacino elettorale. Comune, Provincia, Regione. Nel ‘90 molla la professione, e non ha mai smesso di fare l’assessore, poi il presidente, intanto anche il deputato (un anno e mezzo dal 2001) casomai non fosse stato rieletto in Molise, e il senatore (nel 2006, stessa motivazione da uomo previdente). La giravolta? Sparita la Dc, nel 1996 è vicepresidente della Regione e candidato dell’Ulivo alla Camera: casualità o sgambetto, la lista la presentano fuori tempo. Lui allora passa al centrodestra, fa il ribaltone in Regione, subisce l’anno dopo un ontro ribaltone, perde le elezioni 2000, riesce a far annullare il voto, vince nel 2001. E non lo fermano più».

L’Italia si è fermata in Molise, «L’Espresso», marzo 2012

 Invertire la rotta/4

«[…] la sua candidatura a presidente della Regione per le prossime amministrative del 22 aprile e quindi a rischio per la Legge Severino, legge che da subito lo fa decadere da consigliere regionale. Iorio era anche in lizza per un posto al Senato per le politiche. Secondo la sentenza del tribunale Iorio avrebbe ”adottato intenzionalmente atti e scelte amministrative estranee e anzi contrarie alla gestione ottimale degli interessi pubblici al fine di procurare un ingiusto e ingente vantaggio patrimoniale a terzi (socio privato) realmente conseguito, con altrettanto ingente danno per l’Ente Regione Molise a tale scopo». 

Abuso ufficio, condannato Iorio, «Ansa», 25 gennaio 2018

 Invertire la rotta/5

“Mi candido perché rispetto la legge che stabilisce delle procedure. Ho la coscienza a posto, limpida, le mani pulite”.

Michele Iorio, già Sgovernatore del Molise, 12 anni di regno, 1998-2000, 2001-2011, marzo 2018

 

IL VELENO DEL MOLISE a LARINO

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IL VELENO DEL MOLISE a LARINO, 9 febbraio 2018 

#ilvelenodelmolise (foto Travaglini Massimiliano).

“Gli ospedali molisani stanno chiudendo”/ L’INTERVISTA a Lucio Pastore

Pronto Soccorso Is

“La situazione dell’Ospedale ‘Veneziale’ di Isernia è quella che si può tranquillamente evidenziare dalle scelte della politica regionale. Ma non solo, perché abbiamo proprio una tendenza nazionale”. Abbiamo avvicinato il medico Lucio Pastore, già direttore del pronto soccorso di Isernia. Estromesso da questo incarico per il suo attivo impegno nella tutela della sanità pubblica. “Dopo tanti anni e avendo molti più titoli professionali, il fatto che sia stato destituito non risponde alle regole attuali, però vedremo cosa dirà il Tribunale”. Lo stesso Pastore nei mesi scorsi ha subìto una sospensione di tre giorni e anche su questo provvedimento pende un ricorso. “Sia perché venga abolito e sia per il risarcimento dei danni, che chiederò. Una sospensione perché ho semplicemente fatto un appunto su un articolo e in un mio post, ripreso dai giornali, spiegavo cosa stava succedendo nella sanità molisana. Ed invitavo, se proprio si voleva privatizzare, a dare la gestione di questa struttura privata ad Emergency, perché pure essendo una struttura privata comunque il suo fine è realmente sociale e non di lucro. E questo ha provocato la sospensione”.

Lucio Pastore

Lucio Pastore

Con Pastore, che non ha disdegnano di ipotizzare un suo diretto impegno in politica, (“Cercheremo anche un impegno se sarà possibile”), abbiamo voluto affrontare le problematiche del sistema sanitario regionale. E siamo partiti dall’Ospedale di Isernia, “una struttura in decadenza”. Ma è la Sanità pubblica che non funziona? C’è un disegno per non farla funzionare? Meglio la sanità privata? Chi cura e chi pensa ai malati? “Abbiamo visto che il sistema sta depotenziando le strutture pubbliche per spostare fondi e posti letto alle strutture private. In questa ottica succede che la potenzialità degli ospedali tende sempre di più a diminuire, noi stiamo vivendo esattamente questo; la gente continua ad arrivare qui perché le strutture private non hanno pronto soccorso e, quindi, si possono scegliere i pazienti. Noi dobbiamo dare risposte a tutti i pazienti, però le dobbiamo dare con una quantità di personale che è nettamente inferiore rispetto a quella di alcuni mesi o alcuni anni fa, con un aumento dei flussi”.
A cosa è dovuto questo aumento?
“Avendo chiuso due strutture come Venafro e Larino, e la stessa Agnone è in dismissione, automaticamente tende ad aumentare il flusso. Aumenta il flusso e diminuisce il personale, diminuiscono i posti letto, perché sono stati ceduti ai privati e noi ci troviamo, nello specifico con il pronto soccorso intasato”.
Il problema riguarda solo il pronto soccorso?
Gli altri reparti hanno una sofferenza, non soltanto in posti letto, ma anche con il personale, quindi con una tendenza a una decadenza generale della struttura”.
Cosa significa ‘decadenza generale della struttura’?
Significa che la capacità di risposta che io ho per i pazienti è nettamente inferiore e, infatti, abbiamo pazienti che stazionano in pronto soccorso sulle barelle anche per cinque, sei, sette giorni. Ma non perché noi abbiamo una degenza ma perché non abbiamo alcuna possibilità di sistemarli. Abbiamo che i servizi sono del tutto rallentati, perché essendo scarsi i mezzi che hanno a disposizione ed essendo scarso il personale, si rallenta quello che è la capacità di risposta. Abbiamo i tempi d’attesa che si allungano all’infinito per quanto riguarda la possibilità di ricoveri ordinari o per quanto riguarda le prestazioni che dobbiamo dare ai pazienti. Non è un caso che tende ad aumentare la spesa privata”.
Tutto ciò cosa comporta?
“Oltre a cedere ai privati gli spazi che ne utilizzano per fare profitto, perchè questi spazi ceduti sono utilizzati da alcune strutture per far venire utenti da fuori Regione, quindi con una mobilità attiva, il cui vantaggio non è della Regione, ma di quei soggetti che utilizzano quei posti letto, per fare questo si sottraggono spazi a quei pazienti che hanno bisogno di altro e che si trovano nella nostra Regione. Di conseguenza le disfunzioni si possono vedere tranquillamente, osservando i pronto soccorsi, andando a vedere quali sono i tempi delle liste d’attesa e qual è la spesa media dei pazienti che tende, a livello privato, ad aumentare per cercare di avere delle risposte. A tutto questo bisogna aggiungere che alcuni pazienti non si curano più perché non hanno le possibilità economiche per farlo”.
Queste disfunzioni e queste problematiche sono attuali? 
“Si stanno evidenziando ora, ma la scelta politica è una scelta antica. La volontà di spostare quello che è il flusso di denaro che dal fondo sanitario nazionale va al fondo regionale e che dal regionale dovrebbe essere diviso sul territorio è sempre più spostato sulle strutture private. Ci sta un disegno preordinato di privatizzazione del sistema che deve portare da una parte al defunzionamento delle strutture pubbliche, i cui effetti si stanno vedendo adesso, dall’altra ad aumentare quella che è la spesa anche per i privati, che oltre a lucrare su questo fondo, creano delle condizioni di bisogno indotto e questo bisogno indotto tenderà a fare aumentare la spesa dei singoli pazienti”.
È ciò che sta avvenendo?
Non è un caso, abbiamo il dato macro italiano, la spesa attualmente privata in Italia è di 36 miliardi di euro, dodici milioni di cittadini rinunziano alle cure perché non sono in condizione di seguire quelle che sono le indicazioni terapeutiche, di conseguenza questo è l’effetto della privatizzazione che si sta avendo su tutto il territorio nazionale e che in Molise viviamo come una Regione sperimentale. È tutta la Regione che viene in maniera chiara privatizzata, si tende alla privatizzazione”.
Una scelta chiara caduta sul Molise? È una scelta chiara. Da noi si è determinato nel tempo un privato che è stato sempre più forte per scelte politiche, sia un privato convenzionale che non convenzionale, e la politica ha cercato di deviare sempre di più su questi i flussi di denari regionali. Di conseguenza le strutture pubbliche funzionano sempre peggio”.
Di queste disfunzioni i dirigenti della sanità pubblica ne sono a conoscenza?
Queste sono scelte regionali, scelte politiche. Non c’è una differenza, l’espressione amministrativa e l’espressione politica non ha un’indipendenza, quindi, devono rispondere al potere politico di quelle che sono le scelte che fanno”.
Che fine farà l’Ospedale di Isernia?
“Se continua così la storia, probabilmente, ci sarà una dismissione completa delle strutture pubbliche molisane”.
Una dismissione completa?
Si, nello spazio di sei o sette anni ci sarà la completa dismissione o residuale per delle situazioni marginali e sociali, ma nella sostanza il tutto sarà bloccato per i privati. Questa è la via italiana alla privatizzazione della sanità”.
Cosa accade presso l’Ospedale ‘Veneziale’ di Isernia?
“In questo ospedale vediamo gli effetti di tutto questo, mancanza di personale, difficoltà nel poter allocare i pazienti, che stazionano per parecchio tempo nei pronto soccorsi, sono tutti pazienti che mediamente hanno un’attesa di cinque, sei, sette giorni perché noi non sappiamo dove poterli allocare, i tempi di risposte che sono ritardati perché non c’è nessun ausiliario…”.
Meglio chiuderlo?
Questa è la volontà. Prima di tutto dovremmo fare le elezioni e quindi ci sarà un po’ di tam tam per i voti e non si chiuderà per questo, ma se queste elezioni vanno nella direzione che dicono gruppi di potere che hanno interessi economici rivolti alla gestione della regione Molise, se questi gruppi antichi di potere si riapproprieranno della Regione le politiche non cambieranno, cambierà soltanto qualche figura come maquillage. Se ci dovesse essere una risposta di tipo diverso, complessiva, quindi un’offerta diversa o qualcosa di diverso questo andrà in una direzione diversa”.
È possibile ancora invertire la rotta?
“In questa fase siamo in una politica liquida, di balcanizzazione. La vecchia struttura di potere si divide in tante piccole aree per occupare tutti gli spazi e per poi riunirsi nella fase post elettorale. Ecco l’operazione che stanno facendo. I fermenti di rottura ci sono, ma non c’è un contenitore capace di creare il substrato per una risposta di tipo diverso. Se questo dovesse uscire fuori allora ci sarebbe la speranza per questo territorio, in assenza di questo contenitore nuovo che dia effettivamente un taglio completamente diverso dalle linee politiche e programmatiche questa Regione è destinata a …”.
Perché lei parla di fase liquida?
“Non c’è niente di definitivo, l’unica cosa che manca è la capacità di fare sintesi di tutte queste forze che sono enormi. Dopo le elezioni si potrebbe avere un’accelerazione dei processi. Ci sono 600 milioni di euro legati alla sanità, su questi 600 milioni di euro agiscono le strutture pubbliche e le private convenzionate. C’è un sistema di vasi comunicanti, i soldi o vanno alle strutture pubbliche o vanno ai privati convenzionati. Di conseguenza, questi privati convenzionati per funzionare devono fare in modo che il pubblico non funzioni. Meno funziona il pubblico e più soldi arrivano lì”.
A cosa hanno portato i Comitati, le manifestazioni, le proteste in difesa della sanità pubblica?
“Innanzitutto ci troviamo in una fase molto avanzata di conoscenza del problema, del fenomeno e di presa di coscienza. Abbiamo inquadrato il problema”.
Qual è il problema?
“Il rapporto pubblico privato e la privatizzazione, questa stessa analisi fatta da noi si sta diffondendo in tutta Italia, perché il fenomeno si espande in tutta Italia. La stessa regione Toscana o Emilia, che rappresentavano il top nella dimensione del funzionamento delle strutture pubbliche, anche loro vanno incontro alla privatizzazione”.
E molti altri Comitati continuano la loro battaglia nelle varie regioni d’Italia. 
“Noi abbiamo contatti con tutti questi Comitati, con cui si sta cercando di fare un coordinamento nazionale, in quanto è una scelta di politica nazionale di privatizzare il sistema. Dagli ultimi trattati che stanno facendo a livello internazionale, i cosiddetti trattati per il libero mercato, uno di questi riguarda proprio i servizi. Si è calcolato che dalla privatizzazione dei sistemi sanitari a livello mondiale si dovrebbe ricavare un giro di affari di 6mila miliardi di dollari. Noi ci troviamo su questa scia. Cioè si sta realizzando un progetto neo liberista di privatizzazione di uno dei migliori sistemi pubblici al mondo. Lo si sta distruggendo perché da questa situazione bisogna ricavarne un profitto e le merci di questo profitto sono i malati e le malattie. Questa è l’ottica con cui in Italia si è fatta la via per la privatizzazione del sistema sanitario, utilizzando come cavallo di troia le strutture private convenzionate. Non sappiamo effettivamente se la direzione sarà verso l’autodistruzione, legata al capitalismo oppure si prenderà un’altra strada”.
Gramsci diceva: “La mia intelligenza è pessimista, la mia volontà è ottimista”. La sua intelligenza e la sua volontà come sono?
“La mia intelligenza tendenzialmente è pessimista, però vedo che sta succedendo a livello globale un tentativo di modificare quello che era un assetto culturale che fino a poco tempo era dominante, fino a poco tempo fa ‘precario è bello’, ‘bisogna essere artefici di se stessi per quanto riguarda il destino’, adesso comincia a cambiare. I primi segnali importanti in Europa si sono avuti in Inghilterra. Forse, sempre per rifarci a Gramsci, probabilmente sta per diventare egemone un’altra idea e questa può essere foriera di altre strade, quindi da un punto di vista della intelligenza, della razionalità bisogna essere moderatamente ottimisti.
Nella risposta manca la volontà, anche se si comincia ad intravedere qualcosa. Magari un prossimo impegno diretto, Lei che dice?
“La volontà è ottimista. Le forme di protesta continueranno fino a quando ci sarà la possibilità o lo spazio per vedere di cambiare direzione. Cercheremo anche un impegno se sarà possibile, se ci saranno le condizioni…
Che condizioni?
Se ci sarà un progetto ed un contenitore alternativo si potrà prendere in considerazione anche un impegno diretto, perché è lì che bisogna andare ad agire per cambiare la realtà”.

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Inquinamento e traffici, scatta l’allarme.

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Dopo anni di silenzio è ritornato alla ribalta il ‘terreno a riposo’

 

VENAFRO. “Situazione di allarme sociale creatasi nella collettività di Venafro e nei comuni limitrofi, che potrebbe anche degenerare in turbative dell’ordine pubblico”. La dichiarazione è del Prefetto di Isernia, Fernando Guida, rilasciata qualche giorno fa e riferita alla situazione ambientale del territorio venafrano. Dove la diossina è stata trovata nel latte materno e nella carne macellata. In quel territorio si sono raggruppate delle mamme in Associazione, per tenere alta l’attenzione. Hanno denunciato, continuano a farlo. Ma pure le Mamme si continuano a scontrare contro un muro di gomma.

Nemmeno loro trovano risposte, nessuno risponde. Di tanto in tanto si accende una fiammella e poi tutto torna nell’oscurità. In un assordante silenzio. Nell’attesa della nuova fiammella. “Come mai è uscita fuori questa cosa quando, praticamente, io sono stato obbligato a mettere tutto a posto, nonostante non fosse dipeso da me. Il problema è risolto, mi è costato un sacco di soldi. C’è stata la conferenza di servizi. Hanno chiuso tutto, tutto sta a posto. Perché lei vuole rimettere tutto in discussione? Sono stato preso per fesso, ci soffro di questo, che non mi sia accorto che queste persone mi hanno turlupinato”.

Si sente imbrogliato Ernesto Nola, il proprietario del famigerato ‘terreno a riposo’. L’appezzamento agricolo, che si trova in località masseria Lucenteforte, nella Bonifica di Venafro. Un terreno che non trova pace, di tanto in tanto, sbuca fuori come un fungo, velenoso. Le dichiarazioni di Nola risalgono alla fine del 2013. Quattro anni fa. Poi di nuovo il silenzio, il lungo silenzio. Cosa è stato fatto in questi anni? Niente. Perché nessuno ha creato un dibattito intorno alle dichiarazioni del cugino di Nola, Vittorio Nola, già presidente del Consorzio di Bonifica, “I controlli in questa Regione non funzionano. È un fatto acclarato”. Ma, in tutti questi anni, nessuno ha chiesto nulla a Vittorio Nola. Silenzio, tutti muti. Ultimamente però il fungo è tornato in superficie. Ed è ripartita nuovamente la giostra. Analisi, nuove dichiarazioni, nuovi incontri.

Nel 2003, dieci anni prima delle dichiarazioni di Nola, a Sesto Campano viene tratto in arresto un certo Antonio Caturano, per trasporto di rifiuti tossici spacciati per fertilizzanti, destinati alla concimazione dei terreni agricoli. “È stato messo tutto a posto – diceva Nola nel 2013 – erano delle buche scavate, poi sono state riempite sotto la direzione dell’Arpa. Un problema risolto da tempo”.

Ma il problema non è stato mai risolto. “Tutta una cosa che è stata risolta e che è stata messa a posto”. Nulla è stato messo a posto! Nemmeno la bonifica è stata fatta. Nell’agosto del 2007 il geologo di Isernia, Vito La Banca (incaricato dalla ditta Rasmiper nel 2001, consulente di Nola nel 2005), comunica la fine dei lavori e il ripristino ambientale. Nel 2013 dichiara: “I lavori di bonifica sono stati fatti in due puntate, più che una bonifica una pulitura. Solo superficiale. Il materiale presente sul terreno. Poi è calato il silenzio su questa storia”.


IL VELENO DEL MOLISE solo frase

 “La terra nera e fumante”

“È una storia uscita fuori dopo tanto tempo. Ne ho sempre parlato, nessuno mi ha creduto”, questa è la voce di un testimone, “mio padre all’epoca fece anche delle fotografie, ero piccolo. Ricordo i camion che andavano a scaricare, passavano sulla strada. Portavano una terra nera e fumante, ancora bollente. Scaricavano in continuazione, mi ricordo tutto. Stiamo parlando di un terreno avvelenato, speravo che questa storia uscisse fuori. Doveva uscire prima, molto prima”. Ma cosa è successo su questo “terreno a riposo”? Nel 1995 compare un certo Antonio Moscardino. Il 2 febbraio Nola, il proprietario e Moscardino, con la sua ditta Rasmiper, siglano un accordo. Nola autorizza l’impresa di Moscardino ad eseguire il recupero ambientale del fondo e Moscardino si impegna a eseguire i lavori secondo la vigente normativa. Ma chi è Antonio Moscardino? Il suo nome compare nell’Operazione Mosca, l’inchiesta della Procura di Larino sullo smaltimento illecito di 120 tonnellate di rifiuti speciali. Secondo i magistrati è il trait d’union, l’intermediario tra le aziende del Nord e i personaggi corrotti del posto. A Vinchiaturo nel 2002 “creava le condizioni di concreto pericolo di inquinamento delle acque e del suolo, pericolo poi concretamente attualizzato a seguito di un incendio del materiale”. C’è un operaio della Fonderghisa, un’azienda posseduta da un componente della famiglia Ragosta, che parla di Moscardino come di una persona poco affidabile e lo collega proprio al “terreno” a riposo. Cosa è stato nascosto sotto quel terreno? Molti testimoni parlano di rifiuti, degli scarti industriali della Fonderghisa. Questa azienda, insieme alla Rer, venne acquistata da personaggi legati alla camorra napoletana. In un’operazione, denominata “Campania Felix” (pubblicheremo il rapporto nei prossimi giorni), i carabinieri accendono, finalmente, i riflettori sugli affari sporchi realizzati nel Nucleo Industriale di Venafro. Nella Fonderghisa, ad esempio, sono stati sciolti i carri armati, proveniente dalla ex Jugloslavia, pieni di uranio impoverito.

Pecore sul 'terreno a riposo'

Pecore sul ‘terreno a riposo’

Ipotetico traffico di rifiuti

“In merito all’ipotetico traffico di rifiuti da Pozzili a Sesto Campano – ha spiegato durante una conferenza stampa il prefetto Guida – sono stati fatti dei primi accertamenti da parte dell’Arpa Molise. Siccome le forze di polizia non erano del tutto convinte degli esiti, è stato effettuato un incidente probatorio in base al quale gli ulteriori accertamenti sono stati già da tempo affidati a un laboratorio esterno. E tra non molto si conosceranno i primi esiti di queste analisi. C’è il sospetto che ci sia stato un impiego delle polveri che provenivano dall’inceneritore di Pozzilli per la fabbricazione di cemento”. Ma cosa significa che “le forze di polizia non erano del tutto convinte degli esiti”? Non si fidano dell’Arpa Molise? In questo caso a cosa servirebbe questo Ente di controllo? A queste domande risponderemo nei prossimi giorni. Per ora focalizziamo la nostra attenzione sugli “ipotetici traffici di rifiuti”. E nel Paese senza memoria è importante leggere le carte. “Vero e proprio cimitero dei veleni, creato in oltre trent’anni di sversamenti abusivi”, un cimitero che si estende “in un quadrilatero compreso tra la statale Bifernina, la Trignina, le province di Isernia e Campobasso. Il nome di questa ditta (Caturano, ndr) è stato fatto dal pentito Raffaele Piccolo, braccio destro e cassiere del gruppo Schiavone fino al 2009, a proposito di un elenco d’imprese prestanome o socie in affari del clan. Anche Emilio Caterino, collaboratore di giustizia del clan Bidognetti, cita la ditta Caturano”, interrogazione parlamentare del novembre 2010. “Nel comprensorio di Sesto Campano e nelle vicinanze del cementificio tempo fa è stato fermato ed arrestato, con un carico di sostanze tossiche e radioattive, tale Antonio Caturano di Maddaloni (Caserta)”, interrogazione del 2004. E conclude il prefetto di Isernia: “a seguito dei controlli fatti nel 2016 e nel 2017 sono stati individuati anche dei camion che trasportavano rifiuti e che appartenevano a ditte collegate alla criminalità organizzata. Quindi si ravvisa l’ipotesi, piuttosto preoccupante, di vero e proprio traffico illecito di rifiuti che potrebbe far capo alla criminalità organizzata”.

 

IL CORAGGIO DI DIRE NO a PARMA

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IL CORAGGIO DI DIRE NO… a PARMA
Rassegna culturale “Rosa shocking”

“Donne e mafia”
18 novembre 2017, ore 18:00 presso la Libreria Piccoli – Labirinti, via A. Gramsci, 5 (interno Galleria Santacroce).

Legalità e beni comuni: storia di un impegno, 7 Agosto a #Ururi

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“Legalità e beni comuni … Storia di un impegno”: Paolo De Chiara, giornalista di inchiesta e scrittore molisano, si racconta a Ururi lunedì 7 Agosto in occasione della Notte Bianca organizzata dall’Amministrazione Comunale lungo le strade principali del paese. De Chiara interverrà alle ore 18.30 nella seconda Villa Comunale, dove sarà intervistato dal giornalista Davide Vitiello. L’evento culturale sarà introdotto dai saluti del Sindaco di Ururi, Raffaele Primiani.

Legalità e beni comuni: storia di un impegno Il 7 Agosto Paolo De Chiara ospite a Ururi per la Notte Bianca

Il testimone: “Quel mondo degli appalti che mi ha ‘ucciso'”

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Quando gridavo agli appalti truccati in molti mi dissero che non avrei mai più lavorato, perché chi parla viene punito e non solo dalla camorra. 

Sono anni che chiedo un incontro con il Ministro Del Rio, ma più del silenzio ad oggi nulla: mai un grazie, mai una stretta di mano a chi ha avuto il coraggio di denunciare facendo nomi e cognomi.

 

La storia si ripete ogni volta ed il mio sacrificio resta inutile. Quando decisi di denunciare la corruzione e le infiltrazioni della camorra nelle grandi opere autostradali, credevo che qualcosa potesse cambiare che quel modus operandi non era la regola.

Ma invece mi sbagliavo: alla fine ho salvato molte vite umane, ho fatto annullare appalti milionari, ho fatto scoprire anomalie costruttive che mai sarebbero venute alla luce senza le mie denunce, ma il prezzo che ho pagato non ha limite. Escluso a vita dal mondo dei lavori pubblici, marchiato come infame e traditore, isolato e costretto a vivere lontano per sempre dalla mia terra. Nascosto per ragioni di sicurezza e per poter continuare a vivere una vita non mia.

Erano gli anni in cui un ragazzo di 37 anni viveva come una favola una carriera manageriale da fare invidia. Lavori per milioni di euro e quell’ambizione che mi faceva lavorare quindici ore al giorno: giornate in cui si viaggiava per tutta l’Italia dove l’unico obiettivo era conquistare un’altra commessa. 

Ma furono anche gli anni in cui ho visto come la corruzione e la camorra comandava in Autostrada e a conti fatti sembra che sia stato il solo a vedere e a denunciare.

Sono anni che chiedo un incontro con il Ministro Del Rio, ma più del silenzio ad oggi nulla: mai un grazie, mai una stretta di mano a chi ha avuto il coraggio di denunciare facendo nomi e cognomi.
Quando gridavo agli appalti truccati in molti mi dissero che non avrei mai più lavorato, perché chi parla viene punito e non solo dalla camorra.

Quei colletti bianchi che in tutti i modi hanno cercato di sviare le indagini, di offuscare la mia figura di testimone, di screditare il mio essere uomo onesto.
Oggi credo, con molta certezza, che in molti sanno ma nessuno denuncia. Tutto ciò è linfa per la camorra ed i corrotti: rolex, soldi, escort sono parte di quel maledetto mondo degli appalti che troppo spesso rivaluta i corrotti.

Oggi il mio cuore è spezzato nel vedere l’ultima inchiesta sulle mazzette e putroppo non finirà qui perché se si punisce gente come me allora la legalità non farà mai parte di quel mondo.


Ciliberto Gennaro
testimone di giustizia

Gennaro C.

#Lunigiana. Una serata sulla legalità, 10 settembre 2016

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IL CORAGGIO DI DIRE NO a MASSA CARRARA

Licciano Nardi, Lunigiana, 10 settembre 2016

Una serata sulla legalità con il noto giornalista antimafia Paolo De Chiara al centro polivalente “Icaro”

Testimoni di Giustizia a Piacenza, 31 maggio 2016

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GIORNATA DELLA LEGALITÀ
Grazie di Cuore alla dirigente Anita Monti, alla prof.ssa Pina Caladarola e a TUTTI i ragazzi eccezionali di Piacenza della Scuola media “DANTE/CARDUCCI”

‪#‎mafieMontagnadiMerda‬

 

 

IL CORAGGIO DI DIRE NO… a PALERMO, 13 e 14 maggio 2016

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GRAZIE DI CUORE ai dirigenti, ai docenti e ai favolosi ragazzi di Carini, Torretta e Borgetto (Palermo).

Due giorni intensi per ricordare e per urlare che le mafie sono una Montagna di Merda.

PER NON DIMENTICARE…

ECOMAFIE e CITTADINANZA ATTIVA con gli STUDENTI di Casoli (Chieti), 6 maggio 2016

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IL VELENO DEL MOLISE A CASOLI (Chieti), 6 maggio 2016.

GRAZIE DI CUORE, siete ragazzi eccezionali. 

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FESTIVAL DELLA LEGALITA’, Foligno

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FOLIGNO, 5 marzo 2016

con gli Studenti per dire NO alle Schifose mafie.

Con IL CORAGGIO DI DIRE NO e TESTIMONI DI GIUSTIZIA.
GRAZIE di CUORE, siete un gruppo eccezionale!!!
Forza, #‎insiemesipuò‬.

IL VELENO DEL MOLISE… a MONTENERO (Cb)

IL VELENO DEL MOLISE…

a MONTENERO di BISACCIA (Cb)

27 febbraio 2016

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BIOMASSE in MOLISE, i comitati dicono NO a risarcimento

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Bojano (Campobasso), 3 gennaio 2015
Palazzo Colagrosso
Convegno AMBIENTE & SALUTE

Servizio TeleMolise (Giovanni Minicozzi), 5 gennaio 2015

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