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Attilio Manca: la Relazione sulla sua morte

IL MASSACRO. Chi è Stato? Il copione è sempre lo stesso. Per quante volte si è ripetuto nel Paese orribilmente sporco? Noi continueremo a tenere i riflettori accesi. Fino alla riesumazione del cadavere. Fino alla fine di questa brutta storia.

Attilio Manca: la Relazione sulla sua morte
Attilio Manca

di Paolo De Chiara

da WordNews.it

«…battendo sempre sullo stesso chiodo può persino crollare una casa.»

Pier Paolo Pasolini

Chi ha ucciso Attilio Manca, l’urologo di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina)? Chi ha paura di nominare questo nome? Chi è Stato a massacrarlo? Chi è Stato a depistare?  

La verità tarda ad arrivare, il processo di Viterbo si è rivelato inutile. Il verdetto grida ancora vendetta. Per quella giustizia, nonostante le dichiarazioni dei collaboratori, si è trattato di suicidio.

Un suicidio molto anomalo, per la verità. Attilio Manca, sicuramente, è Stato “suicidato”. Checchè ne dica qualche dirigente ministeriale o qualche ex magistrato.

Un mancino puro che si inocula un mix di droghe con la mano sbagliata. Attento anche a deporre le siringhe usate: una nel cestino della spazzatura (questa è una storia strapiena di monnezza umana) e l’altra in bagno. Entrambe chiuse con l’apposito tappo. Per non parlare delle impronte digitali del cugino (trovate in bagno) e dei legami, di quest’ultimo, con la mafia di Barcellona Pozzo di Gotto. Troverete tutto nella Relazione di minoranza della Commissione antimafia.

Compresi i personaggi squallidi e senza scrupoli, tipo Giovanni Aiello, meglio conosciuto come “faccia da mostro” (il killer di Stato e delle mafie). E’ Stato “suicidato” anche lui nel 2017? Anche l’infarto torna spesso in certe storie poco chiare. 

Chi ha massacrato il giovane Attilio? Gli appartenenti ai Servizi? I componenti di Cosa nostra? Aveva riconosciuto il latitante Provenzano (lasciato vergognosamente in libertà dagli apparati dello Stato per la famosa e sciagurata Trattativa con Cosa nostra)? Chi sono i traditori e i vigliacchi assassini? 

 

ll massacro di Attilio Manca

Il copione è sempre lo stesso. Quante volte si è ripetuto in questo Paese orribilmente sporco?

Noi continueremo a tenere i riflettori accesi. Fino alla riesumazione del cadavere. Fino alla fine di questa brutta storia. C’è una famiglia che chiede Giustizia, c’è una madre – la signora Angela – che pretende la Verità sulla morte di suo figlio. C’è un intero Paese, quello composto da persone perbene, che vuole conoscere la vera storia. Non quella inventata a tavolino e, per adesso, certificata con una sentenza.  

Per queste ragioni pubblichiamo integralmente la Relazione della Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomento delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere.  

Ma non ci fermeremo qui. 

RELAZIONE DI MINORANZA SULLA MORTE DI ATTILIO MANCA

(Relatori: on. Giulia Sarti, senLuigi Gaetti, on. Francesco D’Uva, on. Fabiana Dadone e sen. Mario Michele Giarrusso)

Presentata alla Commissione nella seduta del 21 febbraio 2018

1. Premessa

La morte di Attilio Manca, giovane urologo di Barcellona Pozzo di Gotto, è l’ennesimo episodio nel quale l’onere di ricercare verità e giustizia è rimasto, in primis, sulle fragili spalle dei suoi familiari. L’accorato appello della madre di Attilio Manca, Angela Gentile, audita da questa Commissione nella missione a Messina del 27 e 28 ottobre 2014 (insieme al padre e al fratello di Attilio Manca, nonché al legale Fabio Repici), non può essere pertanto capziosamente mistificato e ritorto in «campagna mediatica».

Sin dal ritrovamento del cadavere di Attilio Manca, avvenuto la mattina del 12 febbraio 2004, nella sua abitazione di Viterbo, vi sono stati episodi tali da sollevare ragionevoli dubbi circa la causa accidentale della sua morte e delle lacune investigative di cui si darà conto nel seguito della relazione.

Particolare rilievo meritano le circostanze attraverso le quali i genitori e il fratello di Attilio vennero a sapere della sua improvvisa morte e riuscirono ad arrivare a Viterbo per vedere la salma.

La morte del medico venne comunicata dallo zio, Gaetano Manca, padre di Ugo Manca, al fratello di Attilio, Gianluca Manca intorno all’ora di pranzo del 12 febbraio 2004. Comunicò subito che, all’interno dell’appartamento di Attilio erano state trovate due siringhe, una in bagno e l’altra nella pattumiera della cucina. Stando alle sue parole, la comunicazione gli pervenne da una collega di Attilio, l’anestesista Giuseppina Genovese. Ugo Manca, il cugino della vittima, darà invece un’altra versione: a informarli sarebbe stato il primario dell’ospedale Belcolle di Viterbo, Antonio Rizzotto.

Venne comunicato alla famiglia di Attilio da Gaetano Manca che erano stati già fatti dei biglietti aerei con i nominativi di Gino Manca, Gianluca Manca e, inaspettatamente, Ugo Manca, senza la mamma di Attilio, Angela Gentile. La famiglia si oppose e alla fine partirono in aereo solo i genitori e il fratello di Attilio, accompagnati dal fratello della signora Gentile. Ugo Manca, diversamente da quanto da lui programmato, dovette recarsi a Viterbo separatamente in treno.
Da rilevare il comportamento assunto da Ugo Manca per tutta la giornata del 13 febbraio, durante la quale cercò spasmodicamente di entrare nell’abitazione del cugino Attilio posta sotto sequestro, asseritamente per recuperare dei vestiti da utilizzare per vestire la salma, nonostante gli zii gli avessero già segnalato la volontà di comprare abiti nuovi per quella triste occasione. Vistasi negata l’autorizzazione dalla famiglia del medico, Ugo Manca si recò personalmente alla procura di Viterbo cercando di farsi, inutilmente, rilasciare il permesso per entrare in casa nonostante i sigilli.

2. L’inizio delle indagini e l’iter del procedimento

Il cadavere di Attilio Manca venne ritrovato nel proprio appartamento di Viterbo (il giovane professionista da circa un anno operava presso il reparto di urologia dell’ospedale Belcolle di Viterbo) nella mattina del 12 febbraio 2004, poco prima delle ore 11. Intervenuti il medico del 118 e agenti della Polizia di Stato, immediatamente ne nacquero le indagini, che vennero affidate al dottor Renzo Petroselli (anch’egli audito da questa Commissione, insieme all’allora procuratore capo di Viterbo Alberto Pazienti, il 13 gennaio 2015 e il 9 aprile 2015). Essendo evidente che la plausibile causa di morte del giovane medico fosse l’assunzione di droga, in ragione del rinvenimento di due siringhe usate, le indagini della procura di Viterbo e della locale squadra mobile (al tempo guidata dal dottor Salvatore Gava, già indagato – e poi condannato definitivamente – per falso ideologico con abuso delle funzioni in relazione ai fatti del G8 di Genova) furono mirate a documentare i rapporti tra Attilio Manca e una donna romana con precedenti per droga, tale Monica Mileti che, nel pomeriggio del 10 febbraio 2004, aveva effettivamente incontrato Manca a Roma. Tuttavia la Mileti non venne nemmeno iscritta sul registro degli indagati. Seguirono ripetute richieste di archiviazione formulate dal pubblico ministero Petroselli, rigettate per due volte dall’allora giudice per le indagini preliminari di Viterbo Gaetano Mautone (il 13 maggio 2005 e il 18 febbraio 2006), il quale, accogliendo le richieste di opposizione del legale della famiglia Manca, dispose lo svolgimento di ulteriori indagini. Una terza richiesta di archiviazione venne avanzata dalla procura il 20 novembre 2009 e, a seguito di un’ulteriore opposizione dell’avvocato della famiglia Manca, il GIP, Salvatore Fanti, disponeva di procedere ad altri accertamenti. Il pubblico ministero formulò una quarta richiesta di archiviazione accolta dal GIP il 26 luglio 2013, a quasi dieci anni dalla morte di Attilio Manca.

Da evidenziare, purtroppo, il fatto che la procura di Viterbo in tutto questo lasso di tempo, anche a seguito di ufficiali sollecitazioni, si rifiutò di sentire i genitori di Attilio Manca e di verbalizzarne le dichiarazioni. Per questo, essi hanno dovuto sobbarcarsi l’onere di cercare verità e giustizia in tutte le sedi possibili, chiedendo semplicemente che venissero compiute indagini maggiormente approfondite sulla morte dell’urologo barcellonese, cominciando una via crucis che purtroppo nella storia italiana troppo spesso i familiari delle vittime si sono trovati a percorrere a causa delle inadempienze dello Stato. Così, i genitori di Attilio Manca si rivolsero alla procura distrettuale antimafia di Messina, al commissariato di pubblica sicurezza di Barcellona Pozzo di Gotto, alla compagnia dei Carabinieri di Pozzo di Gotto.

3. Le lacune investigative

A causa dei mancati accertamenti e di determinate lacune investigative di seguito evidenziate, si sono creati dei veri e propri buchi neri nella ricostruzione dei fatti che hanno prodotto probabilmente irreparabili danni alla doverosa ricerca di verità.
Vi sono, tuttavia, alcuni dati certi, occultati da vere e proprie campagne negazioniste, delle quali non si comprende la genesi.

3.1. L’orario della morte

Il primo dato riguarda l’orario approssimativo della morte di Attilio Manca. Quando, alle 11.45 del 12 febbraio 2004 il medico dottor Gliozzi, intervenne presso l’abitazione del medico per attestarne il decesso, rilevò che Attilio Manca era morto circa «dodici ore prima», come si legge inequivocabilmente nell’annotazione dell’ufficio prevenzione generale – squadra volante della questura di Viterbo del 12 febbraio 2004 alle ore 14 (cfr. annotazione di servizio dell’ufficio prevenzione generale – squadra volante – della questura di Viterbo). Quindi, fin da subito, si apprese che Attilio Manca era morto nella notte fra l’11 e il 12 febbraio 2004. Del resto, perfino la lacunosissima autopsia redatta dalla dottoressa Dalila Ranaletta, incaricata dal PM Petroselli, attestò inizialmente allo stesso 12 febbraio 2004 la data della morte del giovane medico.

Rispetto a questo dato, c’è un ulteriore elemento di riscontro, fornito dalle dichiarazioni rese alla Polizia di Stato nell’immediatezza dalla vicina di casa di Attilio Manca, Angela Riondino, la quale, sentita lo stesso 12 febbraio 2004, riferì che «ieri sera verso le ore 22 – 22.15 ho udito chiudere la porta dell’appartamento del dottor Manca, preciso che io mi trovavo dentro il mio appartamento e non ho veduto se fosse rientrato lui o altri, o comunque lo stesso con altre persone» (cfr. verbale dichiarazioni rese da Angela Riondino). Ne deriva che gli inquirenti appresero che in orario concomitante con la morte di Attilio Manca, qualcuno aveva chiuso la porta della sua abitazione.

Questi dati, importantissimi perché convergenti tra loro, sono stati sostanzialmente minimizzati perché la prima relazione della dottoressa Ranalletta, il successivo esame autoptico, insieme all’integrazione richiesta poi dal GIP, presentano lacunosità tali da aver lasciato aperto il campo delle interpretazioni da parte della procura sull’effettivo e preciso orario della morte, quando sarebbe bastato effettuare correttamente l’autopsia del 13 febbraio 2004, il giorno dopo il ritrovamento del cadavere del medico barcellonese.

3.2. La ricostruzione delle giornate del 10 e 11 febbraio

Va subito segnalato che il principale vuoto delle indagini riguarda le ultime 24 ore di vita di Attilio Manca. Le ultime sue tracce risalgono alla tarda sera del 10 febbraio 2004. Fino a oggi gli inquirenti non hanno mai saputo dire cosa abbia fatto e dove sia stato Attilio Manca nell’intera giornata dell’11 febbraio 2004, poiché la tesi della procura muoveva dal presupposto immotivato (visti gli elementi di cui sopra, in mano agli inquirenti fin da subito) che il medico fosse morto già dalla sera/notte del 10 febbraio.

Il 10 febbraio 2004 Attilio Manca era stato serenamente a pranzo dall’amica Loredana Mandoloni. Aveva sentito al telefono i propri genitori e aveva avuto con loro una conversazione affettuosa. Subito dopo pranzo aveva sentito al telefono il barcellonese Salvatore Fugazzotto, suo vecchio amico ma negli ultimi tempi soprattutto amico di Ugo Manca e – come raccontato da Loredana Mandoloni al fratello di Attilio, Gianluca Manca, che lo riferì agli inquirenti – a quel punto mostrò preoccupazione e fastidio, cambiando umore e sostenendo di dover incontrare a Roma persone che non aveva piacere di vedere. A quel punto si diresse a Roma da solo alla guida della propria auto. Fino a quel momento non aveva ancora avuto alcun contatto telefonico con Monica Mileti. Le telefonò, invece, quando si trovava già a Ronciglione, avendo già quindi percorso un rilevante tratto di strada sulla Roma-Viterbo. Conseguentemente, la sua decisione di andare a Roma prescindeva dall’incontro con la Mileti. Peraltro, non si può trascurare che il rapporto di Manca con la Mileti ha origine nell’ambiente barcellonese (di cui si dirà dopo), visto che a presentare la Mileti all’urologo fu Guido Ginebri, altro soggetto barcellonese vicino a Ugo Manca. Sennonché, Attilio Manca, che aveva vissuto a Roma per oltre dieci anni e che considerava la capitale come la propria città d’adozione, mentre si dirigeva a Roma ritenne di telefonare per due volte all’ospedale di Viterbo per chiedere a una infermiera e a un collega medico, entrambi per nulla pratici della città capitolina, indicazioni su due luoghi a lui per forza noti (in un caso addirittura piazza del Popolo), come a voler lasciare tracce dei suoi spostamenti. D’altra parte, avesse davvero avuto bisogno di informazioni stradali su Roma, le avrebbe potute chiedere per strada.

In riferimento al ritrovamento del cadavere, un dato certo è che Attilio Manca aveva ingerito del cibo poche ore prima di morire. Dove, visto che in casa non furono trovate tracce di pasti? Forse quell’11 febbraio Attilio Manca era stato fuori di casa? Dove? E con chi? Gli inquirenti non sono stati in grado di fornire risposte.
Ciò che successe ad Attilio Manca nella giornata dell’11 febbraio rimane, dunque, avvolto nel mistero.

3.3. L’ultima telefonata

Questo vuoto temporale è di indubbio rilievo perché richiama le dichiarazioni dei genitori di Attilio Manca circa l’ultima telefonata che essi ricevettero dal loro figlio, il quale li chiamava immancabilmente ogni giorno, anche più volte nello stesso giorno, nella mattina dell’11 febbraio 2004.
La conversazione fra il medico e la madre durò pochissimo e vi fu la richiesta da parte di Attilio, davvero insolita e stravagante per la stagione, di far mettere a punto e di controllare la motocicletta, che si trovava nella casa di villeggiatura, affinché fosse pronta per agosto.
Questa telefonata non compare nei tabulati telefonici forniti dalle compagnie riferiti al medico e ai genitori, né nella lista delle telefonate del cellulare del Manca ritrovato nel suo appartamento.

Tuttavia, non può essere trascurato che sia Loredana Mandoloni (infermiera del reparto di urologia dell’ospedale Belcolle particolarmente legata a Manca) sia Maurizio Candidi (collega di reparto e amico di Attilio Manca) riferirono il 13 e il 14 febbraio 2004 alla Polizia di Stato di aver appreso dalla madre di Attilio Manca nella mattina del 13 febbraio che ella aveva sentito al telefono il proprio figlio giusto nella mattina dell’11 febbraio.

Come si può ragionevolmente credere che, il giorno dopo aver appreso del decesso del proprio amato figlio, una madre non ricordasse nitidamente il momento in cui lo aveva sentito per l’ultima volta, soprattutto in ragione di quella stravagante richiesta che le aveva destato un netto stupore? Senza trascurare che l’assenza di contatti telefonici fra il 10 febbraio e l’ora di pranzo del 12 febbraio avrebbe sicuramente destato preoccupazioni nei genitori del medico, abituati a sentirlo più volte al giorno, come si è specificato, e immancabilmente tutti i giorni.

Nelle settimane seguenti l’uccisione del figlio, i genitori di Attilio Manca scoprirono che la moto in questione, situata nella loro residenza estiva a Tonnarella, era perfettamente funzionante. Quella telefonata, apparentemente senza senso, quindi, poteva essere il disperato tentativo di lanciare un segnale?

Tonnarella è una contrada messinese a metà fra i comuni di Terme Vigliatore e di Furnari, in provincia di Messina. A fare riferimento a quel territorio furono le parole registrate da un’intercettazione ambientale del 13 gennaio 2007 (confluita nell’operazione antimafia di Messina denominata «Vivaio»), di Vincenza Bisognano, sorella del boss barcellonese Carmelo Bisognano (oggi collaboratore di giustizia), mentre si trova in auto assieme al suo convivente Sebastiano Genovese e a una coppia di amici (cfr. intercettazione ambientale del 13 gennaio 2007).

I quattro iniziarono a parlare della vicenda di Attilio Manca, collegandola alla presenza di Provenzano a Barcellona Pozzo di Gotto. Uno degli uomini in macchina, Massimo Biondo, affermò con estrema certezza che il capo di cosa nostra si nascose per un periodo proprio nella cittadina messinese e, riferendosi ad Attilio Manca, aggiunse: «Però sinceramente, stu figghiolu era a Roma a cu ci avia a dari fastidio? (questo ragazzo era a Roma, a chi doveva dare fastidio?)». A quel punto, Vincenza Bisognano rispose: «Perché l’aveva riconosciuto».

Il soggetto a cui si sta facendo riferimento era evidentemente il boss Bernardo Provenzano, tanto che Biondo subito dopo incalzò: «Lo sanno pure le panchine del parco che Provenzano era latitante a Portorosa… cioè lo sanno tutti».
Portorosa ricade nel territorio di Furnari, tra il golfo di Milazzo e Tindari, a pochissimi chilometri da Barcellona Pozzo di Gotto ma, soprattutto, a un passo da Tonnarella. La stessa contrada dove i Manca avevano la loro residenza estiva e a cui fece riferimento Attilio nell’ultima telefonata alla madre.
Questa intercettazione ambientale ha fatto parte di una delle opposizioni alle richieste di archiviazione della procura di Viterbo ma la stessa procura ha omesso di trasmettere gli atti alla direzione distrettuale antimafia di Roma.

3.4. Le anomalie degli accertamenti medico-legali

Quanto all’autopsia, è bene rilevare come la scelta da parte della procura quale proprio consulente della dottoressa Ranalletta si presentò fin da subito come massimamente inopportuna. Ella, infatti, conosceva personalmente il medico defunto, in quanto moglie del primario del reparto di urologia dell’ospedale viterbese, professor Antonio Rizzotto, il quale, al momento del conferimento dell’incarico alla moglie, era già stato sentito come testimone dagli inquirenti.

Inoltre è stato accertato che proprio a causa dell’operato negligente del suddetto medico legale non è stato possibile stabilire con certezza l’orario della morte del Manca.

Il chimico-tossicologo, dottor Fabio Centini, incaricato dalla procura in ausilio alla dottoressa Ranalletta, è stato, poi, capace di dichiarare di aver effettuato un test tricologico su un reperto pilifero di Attilio Manca, senza averne mai avuto incarico, senza saper indicare le modalità di espletamento e senza poter esplicitare nemmeno la data nella quale il presunto test sarebbe stato realizzato. Tutto ciò in assenza di comunicazioni al legale della famiglia, che avrebbe potuto altrimenti nominare un secondo consulente all’atto del test. Ciò rileva poiché il test tricologico è un esame irripetibile, ovvero implica la distruzione del reperto analizzato.

Nulla di questo, però la certezza, da parte del consulente, che all’esito del test da lui autoassegnatosi, era risultato un pregresso uso di eroina da parte di Attilio Manca. Eppure, è noto a tutti che l’esame tricologico, quando realmente effettuato e quando praticato con modalità ortodosse, consente perfino la datazione della pregressa assunzione di sostanza stupefacente.
Invece, nel caso di Attilio Manca, connotato da tutte le anomalie sopra descritte, pure il presunto test tricologico deve essere incasellato nella forzosa costruzione virtuale di chi ha deciso che la morte dell’urologo barcellonese andasse liquidata come il banale decesso di un imprudente eroinomane. Sì, imprudente, e pure consapevolmente, se si considera che il medico, in concomitanza con la doppia iniezione di eroina, avrebbe assunto anche un flacone e mezzo di sedativo Tranquirit, contenente abbondantissima dose di benzodiazepina, sostanza che ha concorso a provocarne la morte. Con la conseguenza che, se si volesse essere fedeli al principio di realtà, nell’ipotizzare l’assunzione volontaria di eroina da parte di Attilio Manca, si dovrebbe concludere per una volontaria scelta di morte: un suicidio, evenienza che, però, dagli inquirenti viterbesi è stata decisamente destituita di fondamento.
Già sulla scorta di questi dati certi e inconfutabili non può essere in alcun modo convalidata l’ipotesi prospettata dalla procura di Viterbo.

4. Il mancinismo e l’inesistente rapporto con l’eroina di Attilio Manca

Altro dato certo è che Attilio Manca è morto per effetto di due iniezioni di eroina praticate al polso sinistro e nell’incavo del gomito sinistro. Nonostante una incresciosa «campagna» per cercare di occultare la verità, Attilio Manca era un mancino puro e, come riferito all’unanimità da tutti i suoi colleghi, del tutto inabile a compiere con la mano destra anche i gesti più banali. I suoi colleghi hanno riferito agli inquirenti di ritenere del tutto impossibile che Attilio Manca potesse essersi iniettato la droga nel braccio sinistro con la mano destra.

Massimo Fattorini, sentito il 17 dicembre 2010, dichiarava: «Io ed Attilio eravamo molto amici e ci frequentavamo anche fuori dall’ambiente ospedaliero … Manca Attilio nel suo lavoro utilizzava solo la sinistra, sia per scrivere che per svolgere ogni altra attività. A differenza di altri dottori mancini, che riescono ad utilizzare anche la destra, lui non poteva farlo: la utilizzava solo per tenere la strumentazione chirurgica che poi per l’uso la passava a quella sinistra. Era certamente una sua spiccata caratteristica … Come detto Attilio era mancino puro e quindi con la destra escludo che potesse fare dei movimenti precisi come quelli di farsi un’iniezione».

Simone Maurelli, sentito il 18 dicembre 2010, dichiarava: «Sono sicuro che Manca Attilio fosse mancino, scriveva sicuramente con la sinistra. Non sono in grado però di precisare se fosse in grado di utilizzare anche la destra soprattutto per i lavori più delicati che competono al nostro mestiere. È successo che abbiamo effettuato degli interventi chirurgici insieme ma non ricordo se Attilio utilizzava la destra o la sinistra: ho modo di ritenere che utilizzasse la sinistra. Mi è rimasto in mente il fatto che Attilio rispondeva al cellulare utilizzando la mano sinistra perché portava l’apparecchio all’orecchio destro, facendo un movimento inconsueto… Posso solo ipotizzare che se per rispondere al telefono utilizzava la mano sinistra, difficilmente avrebbe potuto farsi un’iniezione con la mano destra in quanto è un’operazione che richiede precisione».

Fabio Riccardi, sentito il 20 dicembre 2010, dichiarava: «Sono sicuro che Manca Attilio fosse mancino e scriveva con la sinistra. La destra la utilizzava poco e per gesti semplici. Nelle poche occasioni che l’ho visto operare in sala operatoria o in ambulatorio Attilio usava solo la sinistra. Per esempio anche i punti di sutura che applicava ai pazienti, teneva il porta aghi con la mano sinistra. Del resto anche nello scrivere nelle cartelle cliniche o le impegnative lo faceva sempre con la mano sinistra… Posso solo ipotizzare che, visto come utilizzava la destra, gli sarebbe stato difficile iniettarsi droga con quella mano».

Loredana Mandoloni, sentita il 22 dicembre 2010, dichiarava: «Sono certa che Manca Attilio nello scrivere e nel mangiare utilizzava la mano sinistra, anche nel lavoro e nelle varie prescrizioni mediche. Non sono in grado di riferire se in sala operatoria il Manca utilizzasse la destra o la sinistra in quanto non mi è mai capitato di assisterlo».

Giuseppe Panini, sentito il 4 gennaio 2011, dichiarava: «Sono sicuro che Manca Attilio fosse mancino e scriveva con la sinistra. La destra l’utilizzava poco e per gesti semplici. Anche nella sua professione di medico utilizzava la sinistra anziché la destra. Ricordo che anche nel rispondere al telefono sia esso fisso che cellulare utilizzava sempre la mano sinistra».

Maurizio Orlando Candidi, sentito il 7 gennaio 2011, dichiarava: «Sono sicuro che Manca Attilio fosse mancino, scriveva con la sinistra e svolgeva le sue normali attività con tale mano. È capitato di operare insieme a lui ed anche in queste circostanze ricordo che Attilio utilizzava come mano principale sempre la sinistra. La destra l’utilizzava poco e per gesti semplici… Reputo questa circostanza molto difficile perché sarebbe stato per lui un gesto certamente innaturale. Del resto anche quando operava nei gesti più banali utilizzava la sinistra. Ritengo che quindi, farsi un’iniezione endovena con la sua mano non naturale sia stato estremamente difficile».

Eppure, a fronte di ciò, la menzogna del presunto ambidestrismo di Attilio Manca, lanciata per la prima volta da personaggi barcellonesi coinvolti nelle indagini sulla morte del medico e per ciò solo portatori di interesse al depistaggio, è stata incresciosamente raccolta perfino dal GIP Salvatore Fanti, il quale, smentendo le risultanze ufficiali, asseverò nel provvedimento di archiviazione che Attilio Manca dovesse essere ambidestro perché esperto nella pratica chirurgica della laparascopia.

Anche in riferimento all’ipotetica assunzione di eroina da parte del Manca, tutti i colleghi viterbesi smentivano la possibilità che l’urologo potesse essere un consumatore di droghe, dato che nessun foro era mai stato visibile sulle braccia dell’uomo da parte dei colleghi che operavano quotidianamente in sala operatoria con lui, né aveva mai manifestato alcun segnale di crisi di astinenza.

Diversamente gli amici di infanzia barcellonesi della vittima hanno fornito dichiarazioni incresciose circa l’utilizzo abituale di eroina da parte del Manca.
Addirittura uno di loro, Lelio Coppolino, in atto imputato di falsa testimonianza a Messina in relazione all’omicidio del giornalista barcellonese Beppe Alfano, ha reso alla polizia due versioni completamente antitetiche una rispetto all’altra: una prima volta, disse che Attilio fosse del tutto estraneo alla droga e anzi ne avesse disprezzo; una seconda volta, allorché il cugino di Attilio, Ugo Manca, finì indagato, disse che Attilio era frequente assuntore di eroina.

Lo stesso Ugo Manca, sentito come testimone nel processo a carico di Monica Mileti, ha dichiarato che Attilio Manca fosse un consueto assuntore di eroina e di recente, intervistato da una nota trasmissione televisiva, «Le Iene», lo ha etichettato, senza appello, come «il drogato». Eppure Ugo Manca, mesi addietro, aveva scelto di intraprendere un viaggio di mille chilometri, dalla Sicilia a Viterbo, per farsi operare ad un testicolo dal cugino, pur sapendolo, da quanto da lui dichiarato, eroinomane. Si può dare credito, quindi, alle sue parole?

Non si comprendono pertanto i motivi per i quali sia stato dato più peso alle dichiarazioni degli amici di infanzia della vittima (tutti riconducibili al contesto barcellonese – di cui si dirà dopo), rispetto a quelle di chi frequentava il Manca quotidianamente negli anni precedenti la sua morte.

5. Lo stato dei luoghi al ritrovamento del cadavere

Al momento del ritrovamento del cadavere, vennero ritrovate a casa del medico due siringhe, una nel cestino dei rifiuti in cucina e una sul pavimento del bagno. Entrambe le siringhe erano state chiuse con il tappo salva-ago e una delle due presentava perfino il tappo salva-stantuffo.

Eppure, nell’appartamento di Attilio Manca non sono state trovate tracce del materiale necessario alla liquefazione dell’eroina da aspirare nelle due siringhe utilizzate.

Poiché, secondo la teoria della procura di Viterbo, Attilio Manca sarebbe svenuto e poi morto subito dopo l’assunzione dell’eroina, si dovrebbe ritenere, per convalidare i teoremi degli inquirenti, che Manca avesse acquistato la droga già pronta all’uso nelle siringhe: un inedito nella pur alluvionale letteratura giudiziaria in materia di droga. L’alternativa consisterebbe nella presenza di qualcuno insieme a Manca al momento dell’assunzione dell’eroina, che poi avrebbe fatto sparire le tracce degli strumenti utilizzati alla liquefazione della droga. Essendo accertato che Monica Mileti, del processo a carico della quale poi si dirà, non mise mai piede a Viterbo nel febbraio 2004 prima della morte di Attilio Manca, si dovrebbe ipotizzare che un soggetto rimasto fino a oggi sconosciuto sia stato in compagnia di Attilio Manca nel momento in cui egli predispose e si inoculò l’eroina mortale. A ben vedere, l’unica risposta logica all’anomalia ora rilevata è fornita proprio dalle dichiarazioni della vicina di casa di Manca, che per l’appunto percepì nella tarda sera dell’11 febbraio (proprio in concomitanza con l’ora della morte del medico) la chiusura della porta di casa di Attilio Manca, evidentemente da parte di qualcuno che vi si allontanava.
  Ancora, sulla superficie delle due siringhe non fu rilevata alcuna impronta digitale. Come dare spiegazione ragionevole a tale dettaglio? Si può pensare che Attilio Manca avesse adoperato dei guanti per evitare di lasciare impronte digitali? Per quale motivo? E, soprattutto, quei guanti che fine avrebbero fatto, visto che nell’appartamento non vennero trovati?

6. L’impronta di Ugo Manca

Fra le anomalie alle quali gli inquirenti non hanno saputo dare risposta c’è anche l’impronta digitale di Ugo Manca trovata a casa di Attilio a Viterbo, su una piastrella del bagno vicino alla doccia, cioè nella stanza più umida della casa, quindi sul materiale e nelle condizioni più improbabili per la sua permanenza. L’interessato ha riferito, anche agli organi di informazione, di averla lasciata a metà dicembre 2003, ben due mesi prima della morte del cugino, allorché fu ospitato una notte dallo stesso in previsione di un intervento chirurgico che gli venne praticato proprio da Attilio Manca all’ospedale Belcolle. Eppure nello stesso appartamento non sono state trovate impronte dei genitori di Attilio Manca, ospiti del figlio a Natale 2003, e nemmeno dei suoi amici che trascorsero la serata a casa di Manca addirittura il 6 febbraio 2004.

7. Il processo a carico di Monica Mileti

La procura di Viterbo, dopo aver fatto trascorrere ben dieci anni, ha promosso un processo a carico di Monica Mileti, imputandole la cessione delle dosi di eroina che avrebbero causato la morte di Attilio Manca (articolo 73 del decreto del Presidente della Repubblica n. 309 del 1990) e anche la morte come conseguenza di altro delitto (articolo 586 codice penale).

Ma proprio a causa del tempo fatto decorrere dalla procura di Viterbo, in udienza preliminare il GUP di Viterbo dovette dichiarare la prescrizione per la seconda delle imputazioni. Per la cessione di droga si è, invece, svolto un dibattimento che ha avuto un andamento davvero imbarazzante. Si è iniziato con l’esclusione dei familiari di Attilio Manca, che si erano costituiti parte civile, su richiesta del PM Petroselli, il quale ha sostenuto, confortato dalla decisione del giudice, che essi non avevano subito danni dalla cessione di droga della Mileti al figlio (contrastando quanto lo stesso pubblico ministero aveva contestato alla Mileti in udienza preliminare con la morte di Attilio Manca come conseguenza della cessione di droga).

Si è proseguito con la mancata citazione, da parte della difesa dell’imputata, dei numerosi testimoni a discarico di cui poteva disporre: i colleghi di Attilio Manca che escludevano che l’urologo barcellonese assumesse droga; i collaboratori di giustizia che avevano dichiarato all’autorità giudiziaria che la morte per droga di Attilio Manca fosse la dissimulazione di un omicidio. La difesa dell’imputata ha perfino omesso di rivolgere alcuna domanda alla mamma di Attilio Manca, allorché costei fu citata dal tribunale a deporre, con una testimonianza durata pochi minuti, dopo che l’anziana donna era stata costretta a sobbarcarsi un viaggio di mille chilometri.
In sostanza, dunque, il processo che formalmente si è celebrato a carico di Monica Mileti, di fatto ha avuto come imputato Attilio Manca. Con una peculiarità patologica: mentre la Mileti ha, come detto, scelto di non difendersi, Attilio Manca era impossibilitato a difendersi, tanto più dopo che dal processo erano stati cacciati i suoi familiari, che si erano costituiti parte civile

8. Il contesto di Barcellona Pozzo di Gotto

Il punto sul quale la giustizia viterbese ha omesso ogni accertamento riguarda, forse non a caso, la mafia barcellonese. Attilio Manca una decina di giorni prima di morire, in modo del tutto inusuale, aveva chiesto informazioni ai propri genitori circa un personaggio barcellonese a nome Angelo Porcino. Era stato – aveva aggiunto – il cugino Ugo Manca a preannunciargli una visita di Porcino a Viterbo per un non meglio precisato consulto. La stranezza della richiesta consisteva nel fatto che quell’Angelo Porcino, più che ai genitori di Attilio Manca, persone del tutto ignare delle dinamiche sotterranee della società barcellonese, era noto alle cronache giudiziarie come mafioso, con legami coi soggetti di vertice della famiglia barcellonese di cosa nostra, quali Giuseppe Gullotti, condannato definitivamente per l’omicidio del giornalista Beppe Alfano, e Rosario Pio Cattafi.

Riscontro oggettivo a quell’evenienza, peraltro, risulta dai dati di traffico telefonico, giacché proprio dieci giorni prima di morire effettivamente Attilio Manca aveva ricevuto delle telefonate dal cugino Ugo. Dagli stessi dati, peraltro, risulta che i due, Ugo Manca e Angelo Porcino, avevano una rete di contatti comuni con utenze site in Svizzera e in Francia e risulta anche, come era stato riferito fin dall’immediatezza agli inquirenti da Gianluca Manca, fratello della vittima, che nella mattina successiva al ritrovamento del cadavere di Attilio Manca, Ugo Manca, precipitatosi a Viterbo, si era mantenuto in costante contatto telefonico con Angelo Porcino, aggiornando quest’ultimo sulle informazioni che riusciva a raccogliere al riguardo della morte di Attilio Manca.

C’è da ritenere, dunque, che anche il tentativo di Ugo Manca (al quale la procura di Viterbo ha omesso di dare una ragionevole spiegazione) di introdursi nell’appartamento di Attilio Manca sottoposto a sequestro, veniva concordato col mafioso Angelo Porcino.
Ma nulla di tutto questo è interessato alla giustizia viterbese. Lì il vero imputato è stato, come nei delitti di mafia nella Sicilia di decenni orsono, Attilio Manca, impossibilitato a difendersi. D’altronde, forse non è un caso che le sollecitazioni dei familiari di Attilio Manca sono state spesso pavlovianamente qualificate come tesi della «difesa». Difesa di chi, se non della memoria di Attilio Manca?

La procura di Viterbo iscrisse nel registro degli indagati, per l’omicidio di Attilio Manca, alcuni dei suddetti soggetti barcellonesi amici d’infanzia di Attilio Manca: Ugo Manca, Lorenzo Mondello, Andrea Pirri, Angelo Porcino e Salvatore Fugazzotto.

Per i cinque barcellonesi era poi sopraggiunta l’archiviazione. Va rilevato, però, come, nel chiedere la suddetta archiviazione, i pubblici ministeri di Viterbo abbiano utilizzato «le dichiarazioni, raccolte aliunde, di soggetti barcellonesi. Non solo. Fra i soggetti le cui dichiarazioni sono state utilizzate per la richiesta di archiviazione c’è perfino Salvatore Fugazzotto, persona sottoposta a indagini nel presente procedimento le cui dichiarazioni, rese quale persona informata sui fatti, sono state ritenute utili per l’archiviazione. Un caso unico di indagato che fa pure da testimone a propria discolpa». (vedi richiesta di opposizione presentata dal legale della famiglia Manca, Fabio Repici, il 17 giugno 2012).

Quanto alla figura di Rosario Pio Cattafi, nato a Barcellona Pozzo di Gotto il 6 gennaio 1952, è utile evidenziare alcuni dettagli del suo passato.
Rosario Cattafi, oltre ad essere imputato nel processo “Gotha 3” per il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso (il giudizio è ancora in fase di definizione, essendo in corso il processo di appello, dopo il rinvio della Cassazione, avvenuto il 1 marzo 2017) e condannato con sentenza passata in giudicato per il reato di calunnia, è pregiudicato per i reati di lesioni (è stato riconosciuto colpevole di aver aggredito brutalmente a Messina nel dicembre 1971 cinque studenti universitari in concorso con Pietro Rampulla che sarà l’artificiere della strage di Capaci), porto e detenzione abusivi di arma (fu condannato per aver detenuto un mitra Sten dal quale venne esplosa una sventagliata all’interno della Casa dello studente di Messina nella notte tra il 27 ed il 28 aprile 1973) e di cessione di sostanze stupefacenti. Cattafi fu, inoltre, testimone di nozze del boss barcellonese Giuseppe Gullotti, il quale, oltre ad essere stato condannato a trent’anni di reclusione come mandante dell’omicidio del giornalista Beppe Alfano, è stato colui che ha fornito, secondo il pentito Giovanni Brusca, il telecomando della bomba che fece saltare in aria l’autostrada a Capaci il 23 maggio 1992.

Nell’esposto presentato dai legali della famiglia Manca alla DDA di Roma l’8 aprile 2015 «si segnalavano i contatti intercorsi nelle ultime settimane di vita fra Attilio Manca e Ugo Manca e anche la visita a Viterbo, preannunciata da Ugo Manca, che avrebbe fatto ad Attilio Manca per non meglio precisate ragioni il pregiudicato Angelo Porcino, condannato il 19 dicembre 2014 dalla corte di assise di Messina anche per associazione mafiosa (sentenza confermata in appello il 2 luglio 2016), quale componente della famiglia di cosa nostra di Barcellona Pozzo di Gotto. Angelo Porcino è solo uno dei soggetti organici alla famiglia mafiosa barcellonese cui da sempre Ugo Manca è stato legato. Nel corso del tempo gli scriventi hanno segnalato all’autorità giudiziaria anche i legami fra Ugo Manca e uno dei capi della famiglia mafiosa barcellonese, Rosario Pio Cattafi e hanno anche prodotto la relazione di servizio della Compagnia CC di Barcellona Pozzo di Gotto del 7 maggio 2002, attestante la partecipazione di Ugo Manca (insieme ai suoi amici Angelo Porcino e Lorenzo Mondello) a un summit di mafia tenutosi nei locali di un’azienda agricola, plausibilmente per festeggiare l’allora momentanea assoluzione del mafioso Antonino Merlino nel processo per l’omicidio del giornalista Beppe Alfano».

9. Le rivelazioni dei collaboratori di giustizia

Sono arrivate nel corso degli ultimi anni plurime dichiarazioni di collaboratori di giustizia, a testimoniare che Attilio Manca non fosse morto per una dose sbagliata di eroina ma fosse vittima di un omicidio di mafia. I familiari di Attilio Manca si sono dunque rivolti alla procura distrettuale antimafia di Roma nell’aprile 2015, la quale ha aperto un nuovo procedimento ora in fase di attesa del pronunciamento del GIP, dopo la recente richiesta di archiviazione.

Il primo pentito che ebbe a parlare dell’omicidio di Attilio Manca fu il casalese Giuseppe Setola, il quale riferì ai magistrati di aver appreso in carcere dal boss barcellonese Giuseppe Gullotti che il giovane medico era stato assassinato dalla mafia dopo che era stato coinvolto nelle cure all’allora latitante Bernardo Provenzano.

Fu poi il turno del pentito bagherese Stefano Lo Verso, che, nel corso del suo esame davanti alla corte di assise di Caltanissetta nel processo Borsellino quater, parlando delle cure a Bernardo Provenzano per il tumore alla prostata dell’allora latitante corleonese, fece riferimento a una statuetta che egli aveva ricevuto dal boss corleonese e che, per la sua provenienza, poteva aiutare a fare luce sull’assassinio di Attilio Manca.

Dopo di lui, fu la volta del collaboratore di giustizia barcellonese Carmelo D’Amico. Quest’ultimo era il leader del gruppo di fuoco della famiglia barcellonese di cosa nostra. Ha confessato decine di omicidi sui quali l’autorità giudiziaria non era mai riuscita a fare luce e ha rivelato i dettagli a lui noti di altre decine e decine di omicidi del tutto sconosciuti agli inquirenti. Sulle sue dichiarazioni, sempre riscontrate, si sono fondate le ordinanze di custodia cautelare denominate Gotha 6 e Gotha 7, emesse dal GIP di Messina, per numerosi omicidi, associazione mafiosa, estorsioni e altro. Egli ha deposto anche nel processo sulla trattativa Stato-mafia davanti alla corte di assise di Palermo. Le sue dichiarazioni sono finora sempre state valutate come altamente attendibili da tutti i giudici che se ne sono occupati. D’Amico, sentito dalla direzione distrettuale antimafia di Messina sul conto di Rosario Pio Cattafi, ha dichiarato che Attilio Manca è stato assassinato dopo che, per interessamento di Cattafi e di un generale legato al circolo barcellonese Corda Fratres, era stato coinvolto nelle cure dell’allora latitante Provenzano. Manca era stato poi assassinato, con la subdola messinscena della morte per overdose, da esponenti dei servizi segreti e in particolare da un killer operante per conto di apparati deviati, le cui caratteristiche erano la mostruosità dell’aspetto e la provenienza calabrese.

A questo soggetto è stato poi, ove occorresse, dato un nome dal collaboratore di giustizia calabrese Antonino Lo Giudice, il quale ha spiegato ai magistrati di aver appreso dall’ex poliziotto Giovanni Aiello che costui si era occupato, insieme ad altri delitti, anche dell’uccisione dell’urologo barcellonese Attilio Manca su incarico di tale «avvocato Potaffio», facilmente identificabile in Rosario Pio Cattafi.

Com’è noto, il nome di Aiello (nella foto in alto) è legato ai più grossi delitti siciliani degli anni Ottanta e Novanta. L’ex poliziotto, già in servizio alla squadra mobile di Palermo fino al 1977 e poi ufficialmente posto in quiescenza per motivi fisici, è stato accusato da innumerevoli collaboratori di giustizia di essere stato un vero e proprio killer di Stato, al servizio di apparati deviati e di organizzazioni mafiose palermitane, catanesi e calabresi.

Sulla sua appartenenza al mondo dei servizi segreti, è stato lo stesso Aiello a fornire conferma nel corso di alcune conversazioni intercettate dall’autorità giudiziaria. Aiello è deceduto per un improvviso infarto sulla spiaggia di Montauro, nei pressi di Catanzaro, il 21 agosto 2017, mentre era indagato dalla direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria nel procedimento «’Ndrangheta stragista», nel quale poche settimane prima, in quanto individuato come personaggio legato a Bruno Contrada e all’ex poliziotto Guido Paolilli, era stato sottoposto a perquisizione personale e domiciliare.

Al momento della morte Aiello era indagato, insieme ai boss palermitani Antonino Madonia e Gaetano Scotto per il duplice omicidio del poliziotto Antonino Agostino e della moglie Ida Castelluccio. In quel procedimento, da un anno avocato dalla procura generale di Palermo e in attesa della conclusione delle indagini preliminari, egli era indagato anche per concorso esterno in associazione mafiosa. Di Aiello si era dovuta occupare anche la procura distrettuale antimafia di Caltanissetta, per il suo ipotizzato coinvolgimento, secondo numerosi collaboratori di giustizia, nella strage di Capaci, in quella di via D’Amelio e nell’attentato a Giovanni Falcone all’Addaura nel 1989.

In quella sede, nel 2011 la procura di Caltanissetta propose richiesta di archiviazione, arrivando a destituire di fondamento la tesi formulata dai pentiti Vito Lo Forte e Francesco Marullo, secondo i quali andava individuato in Giovanni Aiello l’ex poliziotto identificato con la locuzione «faccia da mostro», assassino per conto di mafia e servizi segreti deviati, del quale per primo aveva parlato nelle confidenze rese al colonnello Michele Riccio il mafioso nisseno Luigi Ilardo, ucciso a Catania il 10 maggio 1996, per effetto di una fuga di notizie dagli uffici giudiziari di Caltanissetta, pochi giorni prima di essere sottoposto a protezione da collaboratore di giustizia e otto giorni dopo essere stato sentito alla sede del ROS di Roma dall’allora procuratore distrettuale di Caltanissetta, Giovanni Tinebra, dall’allora procuratore distrettuale di Palermo, Giancarlo Caselli, e dall’allora sostituto procuratore di Palermo, Teresa Principato.

Tuttavia, nel procedimento a carico di Aiello, il GIP di Caltanissetta David Salvucci con il decreto di archiviazione del 2012 (nel quale rilevò che non era sufficientemente chiaro il ruolo esecutivo in quei delitti assegnato ad Aiello) attestò che indubitabilmente era proprio Giovanni Aiello quel «faccia da mostro» indicato dai pentiti Lo Forte e Marullo. C’è, quindi, un pronunciamento giurisdizionale che ha acclarato, al di là di ogni dubbio, il coinvolgimento di Aiello come killer al servizio di mafia e apparati deviati dello Stato del quale hanno parlato innumerevoli collaboratori di giustizia (Lo Forte, Marullo, Vito Galatolo, Giovanna Galatolo, Giuseppe Maria Di Giacomo, Antonino Lo Giudice, Consolato Villani, oltre al già citato Luigi Ilardo).

Sempre sull’omicidio di Attilio Manca sono infine arrivate le dichiarazioni, rese a uno dei legali della famiglia Manca, del collaboratore di giustizia barcellonese Giuseppe Campo, il quale addirittura ha rivelato di essere stato contattato per l’uccisione di un medico barcellonese, prima di apprendere che la mafia del territorio aveva poi operato diversamente, uccidendo l’urologo nella propria abitazione a Viterbo e simulando una morte per overdose.

10. Conclusioni

È evidente come la vicenda della morte di Attilio Manca segni un vero e proprio fallimento nell’accertamento della verità dato che, dopo 14 anni, vi sono ancora troppi interrogativi aperti.
Questa situazione non si sarebbe creata se tutti gli uffici giurisdizionali e i soggetti coinvolti a vario titolo, proprio in veste delle loro professionalità, avessero fatto fino in fondo il loro dovere, svolgendo sin da subito gli accertamenti necessari. Invece, purtroppo, la serie di omissioni davvero ingiustificabili per quantità e per qualità, le negligenze compiute anche negli accertamenti medico-legali dai professionisti che se ne sono resi responsabili e il fatto che la locale procura della Repubblica li abbia fiduciariamente scelti e non abbia mai contestato nulla rispetto al loro gravemente inappropriato operato, hanno di fatto prodotto un quadro frammentario che sarà sempre più difficile ricostruire.

A oggi, dal punto di vista giudiziario, si dovrà attendere che il GIP di Roma si pronunci sulla richiesta di archiviazione avanzata dalla direzione distrettuale antimafia di Roma sull’omicidio di Attilio Manca, la quale era stata investita su sollecitazione dei legali di fiducia della famiglia Manca, con un esposto dell’aprile 2015, proprio in ragione delle numerose implicazioni che potevano scaturire sia dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia sopra citati, sia dal contesto mafioso di Barcellona Pozzo di Gotto, intessuto di legami con l’asse Provenzano-Santapaola (è nota, peraltro, la scelta di Terme Vigliatore, comune in provincia di Messina, come luogo di latitanza da parte di Benedetto Santapaola).

Questa Commissione ha avuto il merito di essersi occupata per la prima volta del caso della morte di Attilio Manca e di aver provveduto ad analizzare da un ulteriore punto di vista i fascicoli e le risultanze fornite dagli uffici giurisdizionali investiti del caso, in particolare grazie alla trasmissione degli atti da parte dalla procura della Repubblica di Viterbo.

Tuttavia l’operato di codesta Commissione ben poteva continuare con l’espletamento di ulteriori audizioni e con l’acquisizione di documenti utili all’approfondimento del caso, che si auspica verranno portati avanti nella prossima legislatura.
Tali attesi approfondimenti, utilizzando i poteri propri di questa Commissione, vengono qui di seguito elencati:
1) audizione della dottoressa Dalila Ranalletta e del dottor Fabio Centini;
2) acquisizione di tutte le testimonianze dibattimentali rese nel procedimento penale a carico di Monica Mileti;
3) audizione dei soggetti protagonisti dell’intercettazione ambientale del 13 gennaio 2007, Vincenza Bisognano, Sebastiano Genovese e Massimo Biondo, riferita alla latitanza di Bernardo Provenzano;
4) audizione di Ugo Manca, Angelo Porcino, Renzo Mondello, Salvatore Fugazzotto, Andrea Pirri per riferire quanto a loro conoscenza sui fatti e sulle persone a vario titolo coinvolte;
5) acquisizione dei tabulati del secondo cellulare di Attilio Manca, del cellulare di Gioacchino e di Gianluca Manca nel periodo compreso tra ottobre 2003 e il 12 febbraio 2004;
6) accertamento, mediante audizione del dottor Antonio Rizzotto, sulle modalità con cui questi ebbe notizia che la causa della morte di Attilio Manca fosse riconducibile ad un aneurisma cerebrale e informò lo zio del defunto, Gaetano Manca, della suddetta causa;
7) accertamento dell’identità del personale «non autorizzato» presente all’autopsia di Attilio Manca eseguita dalla dottoressa Dalila Ranalletta e audizione di questo;
8) audizione del personale appartenente alle forze di Polizia presente sulla scena del crimine il 12 febbraio 2004 e del medico del 118 intervenuto per primo sul posto, dottor Giovan Battista Gliozzi;
9) accertamento, mediante quesito a un consulente tecnico, sulla durata delle impronte rinvenute nella casa di Attilio Manca, con particolare riferimento a quella di Ugo Manca rinvenuta nel bagno;
10) accertamento, mediante quesito a un consulente tecnico, se le impronte possano essere svanite sui reperti pur sigillati con il trascorrere del tempo o se il risultato delle analisi svolte al riguardo è significativo del fatto che mai altra impronta su quei reperti sia mai stata apposta;
11) individuazione e audizione di quei collaboratori di giustizia vicini a Bernardo Provenzano e arrestati dopo il 12 febbraio 2004 (per esempio Francesco Campanella); audizione di quei collaboratori di giustizia che hanno contribuito a gestire la latitanza di Bernardo Provenzano, arrestati prima del 12 febbraio 2004.

Quel che rimane come giudizio politico, oltre alla stigmatizzazione degli apparati istituzionali che si sono macchiati delle omissioni di cui si è detto, è dover per l’ennesima volta prendere atto della condizione di solitudine e di abbandono in cui troppo spesso lo Stato ha lasciato i familiari delle vittime di mafia.

Relazione di Minoranza sulla morte di Attilio Manca

Presentata alla Commissione nella seduta del 21 febbraio 2018

Comunicata alle Presidenze il 22 febbraio 2018

La signora Angela Manca

Nei prossimi giorni pubblicheremo la RELAZIONE (di maggioranza) SULLA MORTE DI ATTILIO MANCA

(Relatrice: on. Rosy Bindi)

Approvata dalla Commissione nella seduta del 21 febbraio 2018

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– INGROIA: «Provenzano garante della Trattativa Stato-mafia»

L’INTERVISTA al colonnello dei carabinieri Michele RICCIO

Prima parte:«Dietro alle bombe e alle stragi ci sono sempre gli stessi ambienti»

Seconda parte:Riccio: «Mi ero già attrezzato per prendere Bernardo Provenzano»

Terza parte:«Non hanno voluto arrestare Provenzano»

Quarta parte:Riccio: «L’ordine per ammazzare Ilardo è partito dallo Stato»

PRIMA PARTE. «Borsellino: «gli assassini di mio fratello sono dentro lo Stato»

SECONDA PARTE.«Chi ha ucciso Paolo Borsellino è chi ha prelevato l’Agenda Rossa»

TERZA PARTE. Borsellino«L’Agenda Rossa è stata nascosta. E’ diventata arma di ricatto»

«La Trattativa è ancora in corso»

ANTICIPAZIONE. L’intervista a Salvatore BORSELLINO/2 parte. «Fino a quando Matteo Messina Denaro sarà a piede libero vuol dire che la Trattativa, sicuramente, è ancora in corso e ancora vigente. Purtroppo ci sono degli apparati che sono invariabili. Ci sono degli apparati di potere che sono a monte dei Governi, al di sopra. Quindi, sicuramente, questi centri di potere che non sono soltanto centri di potere politici, ma sono anche centri di potere industriali per inconfessabili rapporti tra mafia e, appunto, questi ambienti imprenditoriali. È un nodo difficile da spezzare.»

«La Trattativa è ancora in corso»
Salvatore Borsellino (ph gentilmente concessa da Rita Rossi)

da WordNews.it

«Per proteggere Provenzano viene ucciso Attilio Manca, c’è la mancata cattura di Santapaola con quella sceneggiata messa in atto per poterlo avvertire, per farlo scappare. Undici anni di latitanza assicurata a Provenzano che, ovviamente, è in grado di ricattare lo Stato. E, credo, che oggi la cosa continui con Matteo Messina Denaro.

La mancata perquisizione del covo di Riina e, quindi, la possibilità – per chi doveva farlo – di prendere la cassaforte e portarla via con tutti i segreti inconfessabili che doveva contenere

Salvatore Borsellino, WordNews.it, agosto 2020 

(La seconda parte dell’intervista, realizzata dal direttore Paolo De Chiara, è programmata per domani, venerdì 28 agosto 2020)

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PRIMA PARTE: «Borsellino: «gli assassini di mio fratello sono dentro lo Stato»

  • L’intervista al colonnello dei carabinieri Michele Riccio.

Prima parte:«Dietro alle bombe e alle stragi ci sono sempre gli stessi ambienti»

Seconda parte:Riccio: «Mi ero già attrezzato per prendere Bernardo Provenzano»

Terza parte:«Non hanno voluto arrestare Provenzano»

Quarta parte:Riccio: «L’ordine per ammazzare Ilardo è partito dallo Stato»

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  • L’intervista al pentito siciliano Benito Morsicato:

Prima parte: «Cosa nostra non è finita. È ancora forte»

Seconda parte: Il pentito: «Matteo Messina Denaro è un pezzo di merda. Voglio parlare con Di Matteo»

Il pentito: «Matteo Messina Denaro è un pezzo di merda. Voglio parlare con Di Matteo»

L’INTERVISTA/Seconda ed ultima parte. Parla il collaboratore di giustizia siciliano Benito Morsicato: «Ho chiesto, per avvenimenti molto importanti, di poter parlare solo con il PM Di Matteo, per delle cose che sono successe nell’89, che ho visto di presenza. Mai nessuno mi ha fatto parlare con il dott. Di Matteo. Sono cose molto importanti…». Nella prima parte dell’intervista – il pentito di mafia – ha raccontato il suo avvicinamento a Cosa nostra e la sua decisione di “saltare il fosso”. Senza dimenticare i legami tra Bagheria, il posto in cui è tornato a vivere, e la mafia di Castelvetrano. «Dietro casa mia ci fu il famoso omicidio della mamma, della sorella e della zia di Mannoia. Ero presente, ho visto tutto.»

Il pentito: «Matteo Messina Denaro è un pezzo di merda. Voglio parlare con Di Matteo»
Il vigliacco di ‘Cosa nostra’, Matteo Messina Denaro

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Bagheria, Sicilia. Baarìa (che significa Porta del Vento), l’antico nome della bellissima città siciliana, conosciuta al grande pubblico anche grazie al regista Tornatore, che ha raccontato 50 anni di storia, di lotte e di conquiste di tre generazioni. Il protagonista, il comunista Peppino Torrenuova, alla fine del film, spiega al figlio, in un breve dialogo, un concetto filosofico: “Papà, perché tutti pensano che abbiamo un brutto carattere? Forse perché è vero. Oppure? Oppure perché ci crediamo di poter abbracciare il mondo, ma abbiamo le braccia troppo corte».  

In questo paese vive un collaboratore di giustizia. Si chiama Benito Morsicato. Le sue dichiarazioni hanno aperto le porte del carcere per i fiancheggiatori di Matteo Messina Denaro. La “primula rossa” di Cosa nostra. Latitante da 27 anni. «Quello è a casa sua, a Castelvetrano. Loro lo sanno che se lo prendono mettono in ginocchio la politica italiana. Nel 2014, quando ho collaborato, e ho cominciato a parlare di Matteo Messina Denaro ho avuto un casino di problemi all’interno del Servizio. Poi ho scoperto che un carissimo amico d’infanzia di Matteo Messina Denaro, faceva parte della Commissione Antimafia (regionale siciliana, nda)». Per Binnu Provenzano sono serviti quasi 50 anni di latitanza. Per questo tizio quanto tempo ancora dobbiamo aspettare? C’è ancora una schifosa Trattativa in corso tra lo Stato e Cosa nostra? Chi sta proteggendo il vigliacco di Castelvetrano? È lui il Capo dei Capi?

Nella seconda parte (e ultima) dell’intervista siamo partiti dalla rapina alla TNT di Campobello di Mazara di Trapani. «Dove abbiamo avuto l’autorizzazione direttamente degli eredi di Matteo Messina Denaro».     

Cosa avete rapinato?

«L’azienda TNT era dei fratelli Lupo, persone molto vicine anche ai Graviano di Brancaccio, gli hanno sequestrato tutti i beni, per milioni di euro. Quando la TNT passa nelle mani dello Stato diventa rapinabile.»

Che significa? Qual è la logica?

«La logica è questa: ‘lo Stato si è presa la TNT e io ti vengo a fare la rapina e te la svuoto’.»

Cosa avete rapinato?

«Seicento colli, tra articoli di gioielleria. Abbiamo venduto la merce intorno ai 200mila euro. Di cui più del 10% è rimasto a Castelvetrano. Nel novembre 2013 abbiamo fatto la rapina, nel dicembre 2013 sono scattati gli arresti della sorella di Matteo Messina Denaro, insieme ad altri suoi parenti e persone molto vicine a lui. Guarda caso, quando stavamo vendendo la merce e avevamo incassato intorno ai 60-70mila euro, si presentò il nipote di Messina Denaro, Francesco Guttadauro, perché aveva esigenze di soldi. Non per lui, ma per lo zio. Infatti gli consegnammo intorno ai 10mila euro perché servivano subito i soldi.»

Senta, dobbiamo chiarire un punto. Lei, all’inizio, ha affermato di aver commesso furti, rapine, estorsioni, danneggiamenti, ma ha affermato di non essere un criminale. Perché lei sostiene di non essere un criminale?

«Perché io non ho fatto il collaboratore per convenienza e non ho omicidi sulle spalle. Non mi ritengo un criminale, certo ho sbagliato. Però c’è differenza fra me e un soggetto che ha fatto degli omicidi. C’è una differenza enorme.»

Secondo lei, una persona che commette furti, rapine, estorsioni, danneggiamenti è o non è un criminale?

«È un criminale.»

Lei si sente cambiato?

«Al 70%, sì.»

Quanti anni ha?

«Ho 42 anni e due bambine. Una il prossimo anno mi diventa maggiorenne e una bambina di 13 anni.»

Per quanti anni lei è stato criminale?

«Sono stato ladruncolo, mi definisco ladruncolo…»

Lei si definisce ladruncolo però, ripeto, lei ha confermato che ha commesso rapine, danneggiamenti, estorsioni. Non è proprio un ladruncolo.

«Ero un criminale quando ho fatto parte di Cosa nostra, a tutti gli effetti. Prima ero un ladruncolo. Voglio precisare: quello che ho fatto non è bello.»

La sua vita, che sta rinnegando, quanti anni è durata?

«Dal 2011 vicino a Cosa nostra.»

Quindi se lei ha iniziato con piccoli furti a tredici anni ed oggi ne ha 43, possiamo dire che ha fatto questa vita per trent’anni?

«Dai 13 ai 23. Poi mi ero sposato, ho allontanato amici, mi ero trovato anche un lavoro presso il Comune, ho fatto quindici anni l’autista. Poi mi sono avvicinato a questa persona (Giorgio Provenzano, nda) e mi sono rimesso di nuovo in questi affari sporchi. Ho perso il lavoro e ho perso tutto.»

A parte la rapina, di cosa ha parlato con i giudici durante la sua collaborazione?

«Ho parlato del mandamento della provincia di Palermo, del capodecina, della “testa dell’acqua”.»

Cos’è la “testa dell’acqua”?

«Il capo in assoluto.»

Quante persone ha fatto arrestare?

«Nell’operazione Reset ho confermato le accuse su 31 soggetti, in tutto intorno alle 60 persone

Comprese le due operazioni: Eden1 ed Eden2?

«Sì, grazie alle mie dichiarazioni, le operazioni sono state Reset1, Reset2, Eden1 ed Eden2. Un altro collaboratore, Salvatore Lo Piparo, ha confermato tutte le cose che ho detto io.»

Le operazioni Eden1 ed Eden2 hanno interessato i fiancheggiatori di Matteo Messina Denaro?

«Sì, tutti i parenti di Matteo Messina Denaro e le persone molto vicine a lui.»

Questi fiancheggiatori sono tutti appartenenti a Cosa nostra o ci sono anche dei “colletti bianchi”?

«Di “colletti bianchi” non ne ho parlato. Anche se sapessi qualcosa dei “colletti bianchi” non parlerei. Questa cosa l’ho detta anche ai magistrati.»

Per paura?

«Sì.»

Di cosa ha paura?

«Nel 2014, quando ho iniziato la mia collaborazione, dissi telefonicamente a mia moglie, ero stato autorizzato dalla Procura di Palermo a poter telefonare ogni giorno dieci minuti solo a mia moglie per sentire lei e le bambine, loro già si trovavano in una località segreta e io in un carcere definito località segreta. Ero a Frosinone.»

Cosa disse a sua moglie?

«A mia moglie dissi telefonicamente, perché era stata autorizzata a fare un incontro con i genitori in località segreta, di portarmi degli appunti, avevo il vizio di segnarmi tutto anche quando facevo parte dell’organizzazione mafiosa…»

E che succede?

«Mia moglie viene accompagnata con la scorta ad incontrare i genitori e guarda caso viene fatto il furto nella macchina di scorta. Vengono rubate le due valigie dove all’interno c’erano gli appunti, le cose che dovevo dichiarare ai PM.»

È gravissimo ciò che sta dicendo. In questi appunti cosa c’era scritto?

«Purtroppo non lo posso dire.»

Ma parliamo di fiancheggiatori, di “colletti bianchi”?

«Erano degli avvenimenti in cui mi segnavo la data.»

Avvenimenti legati a Matteo Messina Denaro?

«Sì, alla mafia di Bagheria. Da quel momento ho capito che, forse, stavo alzando un po’ il tiro.»

Dove avviene questo furto?

«A Roma.»

Lei sta affermando che…

«C’è una denuncia…»

Lei ha affermato che ha chiesto, telefonicamente, a sua moglie degli appunti per poter fare delle dichiarazioni ai PM. Questi appunti, quando sua moglie viene accompagnata nella località protetta, spariscono. È così?

«Sì. Mia moglie era dentro al centro commerciale, si avvicina uno della scorta, che erano in quattro, e dice: ‘purtroppo è successa una cosa, hanno rotto la macchina e si sono fregate le valigie. Fortunatamente non hanno toccato la paletta, il lampeggiante e la carpetta con tutti i documenti. Hanno preso solo le valigie’.            

Mi scusi, ma come potevano sapere che in quelle valigie c’erano i suoi appunti?

«Le telefonate, sicuramente, erano controllate. Lo sa dove è avvenuto lo stesso furto, nello stesso periodo? Sempre su Matteo Messina Denaro. Così ho collegato…»

Dove è avvenuto?

«Al Tribunale di Palermo, nell’ufficio della Principato. Sparito un PC con le chiavette, dove c’erano tutte le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e delle importanti prove su Matteo Messina Denaro. Dentro la Procura. E allora mi son messo un po’ di paura.

Poi ho chiesto, per avvenimenti molto importanti, di poter parlare solo con il PM dott. Di Matteo, per delle cose che sono successe nell’89, che ho visto di presenza. Mai nessuno mi ha fatto parlare con il dott. Di Matteo. Sono cose molto importanti…»

Cosa era successo nell’89?

«Dietro casa mia ci fu il famoso omicidio della mamma, della sorella e della zia di Mannoia (in via De Spuches vengono massacrate Leonarda Cosentino, Vincenza Marino Mannoia e Lucia Cosentino, madre, sorella e zia di Francesco Marino Mannoia, nda). Io ero là, ho visto tutto. Sono stato uno dei primi ad avvicinarsi. Ancora oggi ho l’immagine davanti.»

Lei cosa ha visto?

«Mi ricordo anche che è venuto il dott. Falcone. Ero bambino, avevo 12 anni.»

Ha visto anche chi ha commesso il massacro?

«Ero là, presente. Dico solo questo. Attualmente, dietro casa mia, ancora c’è la casa di Mannoia. La casa è sua.»

È stato mai sentito su questi fatti?

«No, ho visto dei soggetti qua. Io conoscevo un soggetto, oggi dichiarato morto ma non è vero. È in America. Lo hanno messo come “lupara bianca” ma non è vero.»

Se la sente di fare il nome?

«No. Mai nessuno mi ha fatto avvicinare a parlare con Di Matteo. Ho visto delle persone a Bagheria su cui oggi alcune Procure stanno lottando, in merito alla Trattativa Stato-mafia. E uno di questi soggetti l’ho visto, in compagnia di questa persona che si trova negli Stati Uniti. Quello è vivo.»

Quelle persone, che lei dice di avere visto quel giorno dell’89, sono “ritornati” nella sua vita?

«Non erano della zona queste persone. Un soggetto di questi che faceva parte dei servizi segreti, l’ho visto in compagnia di questa persona che conoscevo. Durante gli anni ho rivisto questa persona in tv, perché ha un particolare. È riconoscibile da un particolare.»

Lei sta parlando di un soggetto appartenente ai servizi segreti, con un particolare riconoscibile. Era presente il giorno del massacro?

«Un paio di giorni prima che succedesse questo efferato omicidio l’ho visto. Erano in tre: il soggetto, oggi deceduto, con il particolare riconoscibile; il mio conoscente dichiarato morto e un’altra persona e ricordo un particolare, era pure zoppo. Ed era abbastanza alto, intorno al metro e ottanta.»

Mi scusi, stiamo parlando di “Faccia da mostro”?

«Mi avvalgo della facoltà di non rispondere. Non voglio rispondere.»

E lo zoppo dove lo mettiamo, in Cosa nostra o negli apparati dello Stato?

«Negli apparati dello Stato e in Cosa nostra.»

Senta, ma il terzo?

«Era un politico. Legato a Cosa nostra. Questo signore divideva le fatture dell’acqua, poi diventò un grosso imprenditore. E i miliardi non sapeva più dove metterli.»

Mi scusi, lei vuole parlare con Di Matteo. Ma perché queste dichiarazioni non le ha fatte quando era all’interno del programma?

«Già sono stato sentito su alcune cose, prima che uscissi dal programma. Ma ne voglio parlare solo con Di Matteo.»

Come nasce il rapporto di amicizia con il nipote di Matteo Messina Denaro?

«L’ho conosciuto grazie alla mafia bagherese. Nel periodo che si stava organizzando quella rapina ho avuto modo di conoscere questo soggetto».

Chi è per lei Matteo Messina Denaro?

«Un pezzo di merda.»

Cos’è per lei Cosa nostra?

«Parliamo sempre di letame. Questo penso oggi. Se si ribellassero tutti la mafia finirebbe. Finché c’è quello che abbassa la testa o permette di fare affari la mafia non finirà mai. Se prende il boss di Bagheria, lo prende da solo, è un verme. Un cacasotto. Si fanno forza a comandare delle persone per fare del male. Si fanno forza con il gruppo.»

Lei non ha paura a vivere a Bagheria?

«La paura c’è, la mafia non dimentica. Io sono scritto nel libro nero della mafia. Me la farà pagare. L’ho messo in conto.»

Come vive a Bagheria?

«Non ho rapporti con nessuno. Sono totalmente emarginato. Non esisto. Vado a fare la spesa a 20 km da casa mia.»

Perché è rientrato a Bagheria?

«Ho chiesto di essere capitalizzato. Non funzionava niente all’interno del programma. Mi dovevano dare una somma e mi hanno dato meno del 50%.»

È rientrato a Bagheria per motivi economici?

«Sì.»

Lei oggi come vive?

«Non ho il reato per mafia, ma solo per aver agevolato Cosa nostra. Vivo con il reddito di cittadinanza in attesa di un lavoro. Oggi ringrazio lo Stato che mi dà la possibilità di dare a mangiare ai miei figli.»

Ha ricevuto minacce?

«È stata presa di mira di mia figlia. Si è dovuta ritirare da scuola. Sono dieci mesi che denunciamo, il PM dice che è semplice bullismo. E le minacce continuano. La chiamano ‘la pentita’, ‘la figlia del pentito’. Come può vivere una ragazzina? I genitori delle sue amiche non vogliono che mia figlia esca con loro. Anche mia moglie è stata avvicinata. Mia figlia una volta è stata fermata per strada e le hanno detto: ‘dici a tuo padre che in carcere a Palermo lo sanno tutti che è rientrato a Bagheria, appena escono gli devono staccare la testa’

Lei ha una tutela?

«Una sorveglianza attiva.»

Le persone che ha fatto arrestare stanno uscendo dal carcere?

«Sì. Sabato scorso mi incrocio con una persona, era con altri quattro soggetti. Mi sono ritrovato con il genero, che è già uscito, del boss di Bagheria che ho anche accusato. Ed è già uscito. Sono stati condannati tutti, dai sei anni ai dieci anni. A scala cominceranno ad uscire tutti.»

Per quanti anni è stato all’interno del programma di protezione?

«Sei anni. Sono uscito io, non sono mai stato buttato fuori dal programma. Dalla controparte non ho mai avuto una denuncia per calunnia.»

Perché ha deciso di uscire dal programma?

«Non funziona nulla. Vuole sapere l’ultima dimostrazione che ho fatto prima che uscissi dal programma?»

Prego, dica…

«Come fa un collaboratore sotto programma di protezione, in località protetta, senza documenti per l’espatrio, a partire dall’Italia per raggiungere Basilea, in Svizzera. Passare una settimana in quel posto e rientrare in Italia. Questo collaboratore sono io. Non funziona nulla. Ci sono collaboratori, posso fare anche nomi e cognomi, che appena hanno avuto gli arresti domiciliari hanno lasciato di nascosto la località protetta, sono rientrati nel proprio paese a fare reati. La questione è questa: se domani devo essere sentito dal PM arrivano le macchine blindate. Ma questa protezione serve solo per andare in Procura? Quando finisce tutto non c’è più protezione.»

Quindi il programma di protezione non funziona a livello di protezione?

«A livello di protezione. Poi ci sono degli operatori del NOP che discriminano, in senso che trattano pure male. Parliamo di persone che non sono nemmeno formate professionalmente. Ho dovuto sentirmi dire: ‘io prendo 1.300 euro al mese, me li devo sudare. Tu senza fare un cazzo…’. Ma come si permettono».

In passato ci sono stati degli episodi, come l’omicidio del fratello del collaboratore di ‘ndrangheta, inserito nel programma di protezione, ucciso sotto a casa a Pesaro. Secondo lei ci sono delle falle nel sistema?

«Sì, Bruzzese. Si parlava tanto del cognome scritto sul citofono. Ma gli operatori del NOP non si sono mai lamentati del cognome sul citofono. Ma ci andavano dal Bruzzese? A me è successo che, dopo i 180 giorni di collaborazione, in località protetta, spesso, mi sono incontrato con personaggi pericolosi, anche persone che ho fatto arrestare. Le falle ci sono, ma ne sono tante. Andrebbe tutto rifatto questo programma. È il PM che dovrebbe garantire la nostra protezione.»

Queste problematiche le ha comunicate?

«Sempre.»               

Lei ha ancora altre cose da dichiarare ai magistrati?

«Sì. Non le ho dichiarate subito perché non mi sono sentito tutelato. Parliamo di cose molto delicate.»

Molto delicate perchè riguardano solo Cosa nostra o anche gli apparati dello Stato?

«Anche gli apparati dello Stato.»  

Dichiarazioni mai fatte?

«No. Ho piena fiducia solo con Di Matteo.»

Lei lo sa che i personaggi dei Servizi che ha descritto potrebbero rientrare in altri “misteri” accaduti in questo Paese (stragi, omicidi, sparizioni, ect.)?

«Per questo ho paura. Anche se qualche soggetto non c’è più oggi, ci può essere qualche altro soggetto collegato a loro. E con la paura di arrivare a loro possono fare qualcosa.»

Quindi, lei teme più certi personaggi legati alle Istituzioni (deviate), rispetto ai mafiosi legati a Cosa nostra?

«Sì. Il personaggio che appartiene alle Istituzione è il classico mafioso con il “colletto bianco”. Ha più potere del mafioso di zona. Il vero mafioso è colui che è “colletto bianco”, il mafioso è colui che fa il lavoro sporco. Se oggi si deve parlare di mafia si deve parlare anche di politica. Se cosa mi ha detto un operatore del NOP?»

Cosa?

«‘Ma perché tu pensi che se Matteo Messina Denaro, o qualche altro boss della Sicilia, vuole arrivare a te, anche se sei sotto programma di protezione, non ci arriva? Ci arriva’. Che significa questo?»

Perché non sono arrivati a lei?

«Provenzano diceva che un pentito fa più danno da morto che da vivo.»

Lei come la interpreta questa frase?

«Che se oggi vai a toccare un pentito, gli vai a sparare – faccio un esempio -, si alza un polverone. Se ci sono dei mafiosi che stanno facendo affari succede un terremoto, perché iniziano perquisizioni, indagini. Queste cose di solito si fanno quando si dimentica, dopo dieci anni, dodici anni. Ma sa come va a finire? ‘Ma quello è stato ucciso, ma sicuro Cosa nostra lo ha ucciso. O si è rimesso in qualche cosa, con qualche amante’. Cercano di non far collegare quello che è successo alla mafia.»

Vogliamo chiudere con un appello?

«A tutti coloro che sono in queste situazioni: collaborate, l’unica cosa è collaborare. E dare voce alle nuove generazioni, loro porteranno avanti questa cosa. Non bisogna abbassare la testa. Bisogna alzare la voce, solo parlando si può combattere la mafia. Non c’è cuscino più morbido di una coscienza pulita, vivendo onestamente. Pentitevi, dico ai mafiosi, pentitevi. Starete meglio, fatelo per le nuove generazioni e per i nostri figli. Un figlio che cresce in un ambiente mafioso diventerà un futuro mafioso. Per il bene dei nostri figli tronchiamo questa cosa con la mafia. Oggi sono felice di quello che ho fatto. Piano piano sto riacquistando la mia dignità, ci vuole tempo. Non si acquista in pochi giorni.»

Ma se avesse di fronte Messina Denaro cosa direbbe?

«Di parlare e far cadere lo Stato italiano. Matteo Messina Denaro sarebbe in grado di far cadere tutto, a cominciare dagli anni Sessanta, Settanta. Ma non gliele lascerebbero fare queste dichiarazioni.»

Potrebbe cadere dalla branda come Provenzano?

«Io penso che Provenzano è stato picchiato. Queste cose in carcere non esistono. Una persona di spessore non viene toccata. La guardia penitenziaria non si permette di toccare queste persone. A Sergio Flamia, ci sono le sue dichiarazioni, lo andavano a trovare in carcere con i tesserini di avvocati, che poi non erano iscritti all’Albo degli avvocati.»

Chi andava a trovarlo in carcere?

«Quelli dei servizi segreti. Hanno preso i tabulati e hanno verificato. È stato visitato da questi avvocati, con nomi falsi. Come fanno questi ad avere un colloquio in carcere con questi personaggi? Ci fu quella politica siciliana (Sonia Alfanonda) che disse che Provenzano aveva lanciato dei messaggi. Però poi si fermò. E chi lo dice che qualcuno è andato la e lo ha fatto spaventare? Sono tanti i misteri. Oggi la mafia bianca è molto più pericolosa.»         

2 parte/fine

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Prima parte. «Cosa nostra non è finita. È ancora forte»

Per approfondimenti: 

– «Fiore D’Avino non è mai tornato a Somma. Smentisco gli spargitori di false notizie»

– Testimoni di giustizia: «vogliamo rispetto»

Leggi anche:

Prima parte: «Dietro alle bombe e alle stragi ci sono sempre gli stessi ambienti»

Seconda parte: Riccio: «Mi ero già attrezzato per prendere Bernardo Provenzano»

Terza parte: «Non hanno voluto arrestare Provenzano»

Quarta parte: Riccio: «L’ordine per ammazzare Ilardo è partito dallo Stato»

Stato e mafie: parla Ravidà, ex ufficiale della DIA

Attilio Manca suicidato per salvare Bernardo Provenzano

INGROIA: «Lo Stato non poteva arrestare Provenzano»

INGROIA: «Provenzano garante della Trattativa Stato-mafia»

INGROIA: «Lo Stato non poteva arrestare Provenzano»

ANTICIPAZIONE. «Fu una scelta. E la scelta rientrava nella logica della Trattativa Stato-mafia in pieno corso all’epoca, nella quale Bernardo Provenzano era il garante della Trattativa sul versante mafioso e lo Stato, che l’aveva stipulata, nei vari accordi che erano stati presi, non poteva permettersi di arrestarlo, perché era funzionale al mantenimento dell’osservanza degli accordi.»

INGROIA: «Lo Stato non poteva arrestare Provenzano»
La signora Manca insieme all’avvocato Antonio Ingroia (foto di Patricia & Guido Di Gennaro)

WordNews.it

«Il mio pensiero è lo stesso delle conclusioni a cui giungemmo con Nino Di Matteo nel processo sulla mancata cattura di Provenzano. Non è pensabile che investigatori del Ros dei carabinieri, che si occupavano di quella indagine, siano potuti incorrere in una imperdonabile dimenticanza, negligenza o caduta di professionalità. Fu una scelta. E la scelta rientrava nella logica della Trattativa Stato-mafia in pieno corso all’epoca, nella quale Bernardo Provenzano era il garante della Trattativa sul versante mafioso e lo Stato, che l’aveva stipulata, nei vari accordi che erano stati presi, non poteva permettersi di arrestarlo, perché era funzionale al mantenimento dell’osservanza degli accordi. Questo è quello che è accaduto.»   

Antonio Ingroia, WordNews.it, 13 agosto 2020 

(L’intervista integrale, realizzata dal collega Alessio Di Florio, è programmata per domani)

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Leggi anche:

Riccio: «L’ordine per ammazzare Ilardo è partito dallo Stato»

INTERVISTA/Quarta e ultima parte. OMICIDIO ECCELLENTE. Parla il colonnello dei carabinieri Michele Riccio: «Ilardo mi diceva: ‘il problema è Cancemi’. Era a conoscenza di parecchi fatti. Infatti, quando era al Ros non ha detto nulla. Poi, quando lo hanno allontanato dal Ros ha cominciato a parlare. Cosa nostra aveva paura dei pentiti storici. Cosa nostra ha paura del passato, perché nel passato nasce la Trattativa. In passato ci sono i colloqui tra Provenzano, Santapaola, Madonia. Sono loro che se iniziano a parlare possono creare i grandi danni». E sulla morte di Ilardo: «Lo Stato ha sempre utilizzato la criminalità organizzata. Il mandante esterno in questi omicidi di Stato c’è sempre. Poi c’è il contatto che dice a due picciotti: ‘andate ad ammazzare questo’. A Ilardo lo sparano sotto casa. L’ordine è arrivato dallo Stato. È successo per tutti gli omicidi eccellenti. Ilardo è uno degli omicidi eccellenti.»

Riccio: «L’ordine per ammazzare Ilardo è partito dallo Stato»

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Provenzano non si deve arrestare. E, infatti, non verrà catturato. Una latitanza lunga 43 anni. Un vero e proprio record criminale e parastatale. C’è una schifosa Trattativa in corso tra Stato e mafia. Il vecchio boss deve continuare a fare il contadino e a scrivere pizzini per i picciotti. Cosa nostra, dopo le stragi, il sangue degli innocenti e gli attentati (Capaci, via d’Amelio, via Fauro a Roma, via dei Georgofili a Firenze, il black-out a Palazzo Chigi, via Palestro a Milano, le bombe alla Basilica di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro e la mancata strage dell’Olimpico a Roma), è in fase di riorganizzazione. Riina, la bestia assetata di sangue, è stato spedito nelle patrie galere e il suo compare ha il compito di riportare tutto alla normalità. Gli equilibri non si possono rompere.

Lo spiega, in un passaggio, il magistrato, già PM a Palermo, Nino Di Matteo. È il 2018 quando l’attuale consigliere togato del CSM pronuncia queste parole: «Bernardo Provenzano non poteva essere catturato perché l’eventualità di una sua collaborazione avrebbe scoperto le carte sparigliando gli accordi e comportando per i carabinieri del Ros la possibilità che il loro comportamento sciagurato e illecito venisse scoperto dall’autorità giudiziaria e dall’opinione pubblica.»

È dello stesso avviso anche l’ex PM Antonio Ingroia (l’intervista del collega Alessio Di Florio sarà pubblicata nei prossimi giorni): «Il mio pensiero è lo stesso delle conclusioni a cui giungemmo con Nino Di Matteo nel processo sulla mancata cattura di Provenzano. Non è pensabile che investigatori del Ros dei carabinieri, che si occupavano di quella indagine, siano potuti incorrere in una imperdonabile dimenticanza, negligenza o caduta di professionalità. Fu una scelta. E la scelta rientrava nella logica della Trattativa Stato-mafia in pieno corso all’epoca, nella quale Bernardo Provenzano era il garante della Trattativa sul versante mafioso e lo Stato, che l’aveva stipulata, nei vari accordi che erano stati presi, non poteva permettersi di arrestarlo, perché era funzionale al mantenimento dell’osservanza degli accordi. Questo è quello che è accaduto.»   

Binnu u Tratturi, infatti, non verrà arrestato nel 1995 a Mezzojuso. La campagna stragista, portata avanti non solo dalle mafie, è già terminata da quasi due anni (gennaio 1994). Il lavoro del colonnello Michele Riccio, grazie al suo confidente Luigi Ilardo (cugino di Piddu Madonia), non porta a nulla. Non per le mancanze investigative. La fonte “Oriente”, al contrario, è affidabile. Oltre ad “offrire” diversi latitanti alla giustizia, porta fisicamente gli inquirenti nel casolare del latitante. Per la precisione, a pochi metri. Ilardo incontra Provenzano. E grazie a questo incontro sarà realizzato il famoso identikit. Solo quello.

La mancata cattura di Zu Binnu, checché ne dica qualche nostalgico negazionista molto vicino ai responsabili di questa sciagurata decisione, si concretizza per l’intervento dei poteri forti. È già capitato in altre occasioni. La tecnica è raffinata e fruttuosa. Sono pur sempre delle “menti raffinatissime”. Anche se deviate verso il male. Non è il momento di rompere il patto sacro tra Stato e Cosa nostra. Un patto iniziato con l’Unità d’Italia e mai terminato. Provenzano resterà latitante per altri undici anni. Alla faccia dei proclami, degli slogan inutili, della “lotta alla mafia”, degli annunci, dei “siamo tutti Giovanni e Paolo” (offese continue verso i due magistrati uccisi dallo Stato e dalla mafia) e delle lacrime durante le commemorazioni delle vittime di mafie. Un teatrino studiato in maniera quasi perfetta. Riproposto in troppe occasioni.

In questa ultima parte dell’intervista con il colonnello Riccio siamo partiti dall’incontro tra Ilardo, Mori, Tinebra, Caselli e la Principato presso il Ros di Roma. Non esiste nessun verbale. È appurato, è agli atti. Ma ci sono le dichiarazioni del colonnello Riccio, presente a quell’incontro.

Ilardo, dopo aver fatto l’infiltrato, sta per entrare nel programma di protezione per collaboratori di giustizia. Verrà ammazzato prima, a Catania (10 maggio 1996), con nove colpi di pistola (ci scusiamo se nelle altre parti dell’intervista ne abbiamo indicato uno in meno). La notizia della sua collaborazione diventa di “dominio pubblico”. Per una fuga di notizie istituzionale. L’ennesima vergogna di Stato.

Vogliamo precisare, per dovere di cronaca, un aspetto. E lo facciamo attraverso le parole di Nino Di Matteo. «È vero che il generale Mario Mori è stato assolto in via definitiva dall’accusa di favoreggiamento», per la mancata cattura di Bernardo Provenzano, «però dobbiamo tenere presente che quella sentenza assolutoria venne pronunciata con una formula ben precisa: non perché i fatti contestati siano stati ritenuti non provati, ma perché il fatto non costituisce reato». Facciamo un passo indietro e ritorniamo nella stanza dei Ros.

Colonnello, cosa succede a Roma?

«Ilardo, di fronte a Mori, di getto dice: ‘Guardi, che molti attentati attribuiti a Cosa nostra sono stati voluti dallo Stato. E noi ne abbiamo subito le conseguenze’.»

Lei sta parlando dell’incontro del maggio del 1996 presso il Ros di Roma?

«Esatto. Ho la definitiva conferma.»

Di cosa, scusi?

«Ilardo si alza, sposta la sedia…»

Parla solo con Caselli? Si posiziona di fronte al giudice Caselli?

«Esatto. Lo fa in maniera provocatoria. Chi è fuori non lo può comprendere, ma i partecipanti lo sapevano benissimo. Mori è già scappato.»

In che senso?

«Lui (Ilardo, nda), prima di entrare, dice: ‘certe cose le avete fatte voi’. E come ho sempre detto in qualsiasi udienza che se l’avessero fatta a me una battuta del genere lo avrei fatto correre a Ilardo. ‘Come ti permetti, cosa stai dicendo. Se hai da dire qualcosa dillo, questo è il momento’. E invece quello prende e scappa. Quindi ho capito che sarebbe successo il patatràc.»

Ma di quell’incontro non esistono verbali.

«Nessun verbale.»

Chi era presente?

«Io, Ilardo, Caselli, Tinebra era al centro, la Principato sulla mia destra che prendeva appunti su un block notes. Queste erano le persone presenti nella stanza. Non c’erano altre persone. Ilardo dice di aver incontrato Provenzano e che ha riferito a me, nessuno mi chiede spiegazioni. Quando si è concluso l’incontro ho accompagnato Ilardo in infermeria. Ricordo che aveva un forte mal di testa.»

Cosa le comunicano a lei?

«Caselli mi dice: ‘metti a registrare le dichiarazioniPer fare un primo quadro di quello che dirà’. Io quando esco, dopo aver salutato Caselli, incontro Subranni e Tinebra a braccetto, chiacchierando e sorridendo. Io riferisco a loro l’incarico che mi ha dato Caselli e mi sento dire: ‘no, non ti preoccupare. Nessuna registrazione, tanto non servono a nulla’. Non serviranno a nulla, però almeno è un dato su cui partire. E meno male che l’ho fatte, anche se non servono a nulla. Sarebbe stata la mia parola… il fine era quello. Io sono solo e loro hanno la forza del numero. Meno male che l’ho anche registrato.»

Otto giorni dopo, il 10 maggio del 1996, Ilardo verrà ammazzato.

«Sì.»

Lei come viene a sapere dell’omicidio della sua fonte?

«Gli ho sempre detto di non rientrare a Catania, lui aveva l’appartamento a Catania e poi a Lentini. Ero anche stato a Lentini, dove mi aveva fatto vedere i lavori fatti. Era la casa che avrebbe lasciato ai suoi familiari. Era convinto che transitando nel programma di protezione le due figlie al padre non l’avrebbero seguito. Mi diceva sempre: ‘Colonnello, non le dimenticherò mai. Ovunque mi troverò. Ma almeno avranno una casa’. In quel periodo doveva stare a Lentini, anche perché Lentini era molto protetta. Aveva il muro di cinta, il cancello automatico. Non era esposto, come lo era a Catania. Per cui ero convinto che stesse a Lentini. Quando poi, lasciato Ilardo, mi dirigo in aeroporto e, poco dopo, incontro il capitano Damiano. E lo vedo piuttosto turbato. Mi dice che era uscita la voce dalla Procura di Caltanissetta della possibile collaborazione di Ilardo, telefono subito e più volte ad Ilardo.

Ma il suo telefono risultava sempre staccato. Al che dico ‘sarà a Lentini’, perché a Lentini non si riusciva a telefonare. Diverse volte usciva dal cancello per trovare un posto di connessione, una zona coperta, e ci sentivamo.

Nel frattempo telefono a Mori per comunicare questa informazione, non pensavo fosse così tragica e urgente. Anche perché la voce l’avevano acquisita i carabinieri, non è che l’avessero acquisita i criminali. Il carabiniere aveva capito che c’era un nuovo collaboratore. Da lì a due giorni ci saremmo dovuti vedere. E a Roma avrei chiuso la porta per affrontare a muso duro Tinebra. Perché questo non è un modo di fare.

Mori, ovviamente, non dice nulla, Obinu non dice nulla. Non dicono nulla. Sono stati chiamati dal telefono del Capitano, per cui c’è anche lì la telefonata. Prendo l’aereo, arrivo a casa. Salgo le scale e vedo che una luce blu si diffonde in maniera irrituale per le scale. Vado sopra e vedo mia moglie seduta sul divano che piangeva.»

Perché piangeva sua moglie?

«C’era questa notizia sul televideo che dava la morte di Ilardo. Chiamo la moglie di Ilardo che mi dice: ‘Bruno, ce l’hanno ucciso’. (Bruno è il nome in codice di Riccio, nda). Chiamo Mori, il quale come al solito non fa nessun commento. Cos’altro devo dire? Che sono fortunato… vabbè, non mi faccia dire altro…»

Si sente fortunato?

«Con tutto quello che mi hanno fatto passare sono fortunato. Io ce l’ho con uno Stato che, come ha fatto costantemente nella sua storia, non ha mai difeso le persone che lavoravano, che credevano in lui. Ha sempre abbandonato queste persone. Questo Stato, per ragioni di compromessi e di convenienze, ha sempre fatto finta di dimenticarsi di tutto, con la scusa di grandi strategie.»

E, secondo lei, cosa sono?

«Strategie affaristiche e di potere. Perché nessuno ha il diritto della verità. Se vogliamo costruire un futuro dobbiamo resettare tutto, perché altrimenti ci sono sempre i coloni degli altri. Il mio più grande rammarico è nella magistratura. Ci sono magistrati seri, pochi, che vivono in maniera isolata.»

Lei ha sentito la sua vita in pericolo?

«Mi sono scontrato con le Brigate Rosse, non ho avuto mai una scorta. Sono simbolismi falsi, perché se ti vogliono fare qualcosa lo fanno. Non credo in queste cose. Sono sempre strumentali per poter comprare o accreditare qualcuno. Noi italiani viviamo di immagini. E i più grandi delinquenti hanno la scorta.

Hanno cercato, ma non ci sono riusciti, di rendermi poco credibile e ricattabile. Con me hanno sempre sbagliato, perché sono capace di vivere del mio. Ho rifiutato tutto. La dignità è la cosa più importante che esista. Le nostre scelte sono importanti. Dovevo rispettare la scelta di Ilardo e la dovevo tutelare. La stessa cosa per i pentiti che si sono affidati a noi, sempre difesi e tutelati per le scelte fatte. Lo Stato ci faceva promettere e poi non davano mai nulla. Abbiamo sempre dovuto mettere del nostro. Lo abbiamo fatto con tutti i pentiti. Quello che più dispiace è la strumentalizzazione che continua a fare questa gente. È una lotta difficile ed impari.

Non credo neanche nelle forze politiche.»

Perché non crede nelle forze politiche?

«Anche quello che dice di essere nuovo cade nel compromesso. Tutte queste battaglie di novità non esistono. Rispetto le singole persone, quei singoli magistrati che hanno lavorato seriamente, quei singoli avvocati o giornalisti che ricercano ancora, con serietà, la verità.»

Lei riporta la sua esperienza nel Rapporto “Grande Oriente”?

«Questo Rapporto non volevano che io lo presentassi.»

Lo scrive dopo la morte di Ilardo?

«Certo. Sono inserite tutte le relazioni di servizio che avevo mandato a loro. Lo scrivo dal Ros di Caltanissetta con l’aiuto del capitano Damiano. Scrivo questo Rapporto che Mori e Obinu non vogliono che io faccia. E questo mi costerà. Ma se questo Rapporto non fosse arrivato all’autorità giudiziaria la storia di Ilardo non sarebbe esistita. E se non avessi fatto anche le relazioni erano le stronzate di un poveraccio e di un secondo poveraccio, che ero io. Non staremmo oggi, io e lei, a parlarne.»

E in questo Rapporto parla di strategie, di contatti. Fa riferimento anche a Dell’Utri?

«Il nome di Dell’Utri l’ho fatto successivamente. Nel Rapporto scrivo, come c’era nella relazione, del riferimento ad uno dell’entourage di Berlusconi. Quando scrivo la relazione ancora non sapevo che fosse il nome di Dell’Utri. Questo me lo dice in epoca successiva, quando eravamo al Ros. Come sempre facevo, non sapendo tutte le vicende o una buona parte delle vicende siciliane, prendevo spunto nel fare le domande, quando c’era un incontro con Ilardo, da un quotidiano siciliano. Dove c’era un’ampia cronaca di mafia, erano molto ben informati. E molte di queste notizie le commentavo con Ilardo. E a un certo punto compare Dell’Utri, per una questione con un noto imprenditore, per una storia di pallacanestro.»

Che fine ha fatto questo Rapporto?

«Lo consegno alle autorità di Caltanissetta, Catania e Palermo. Allegando le cassette registrate con Ilardo, con le trascrizioni. Cassette che nemmeno mi volevano far registrare. Avevo anche la possibilità di registrare, ad esempio, quando Ilardo va ad incontrare l’avvocato calabrese, ad Ardore. Dico a Mori: ‘Ilardo mi porterebbe ad incontrare un avvocato, così registriamo…’»

A chi si riferisce?

«All’avvocato Minniti. Mori mi dice: ‘Non devi fare nulla’. Ilardo entra nello studio di Minniti e poi mi fa il resoconto.»    

L’incontro porta una data precisa: 7 maggio 1996. Tre giorni prima dell’assassinio di Ilardo.

«Sì, tre giorni prima. E anche in quella occasione mi è stato vietato, per cui facendo questo si doveva tutelare uno schieramento politico. Altrimenti, poi, come facevano a nominarlo capo del Sisde. Lo dicono gli atti, non è che lo dico io. Hanno fatto la relazione a favore di Dell’Utri. Quando mostro la foto di Dell’Utri a Ilardo, lui mi risponde: ‘Colonnello, ci ha messo tanto per capire?’.

Me lo segnai sull’agenda, tutte le cose me le segnavo sull’agenda, anche perché in sede di collaborazione gliele avrei richiamate. Questo era lo scopo delle relazioni di servizio. Non è che quello che scrivevo sulle relazioni di servizio fosse esaustivo del contesto. Era l’indicazione che Ilardo mi aveva dato, insieme alle registrazioni. Sarebbe servita per trattarla in maniera più diffusa. I magistrati sarebbero entrati nello specifico. Me lo segno sulle mie agende di lavoro, quelle che volevano i Ros. Quelle che ho nascosto, come ho fatto con i Cd, altrimenti non sarebbe rimasto nulla. Solo la mia voce, in un coro avverso.»

È stato utilizzato questo Rapporto? Ci sono stati degli sviluppi?

«Sì, lo consegnai sia alla Principato che a Caselli, presso la Procura di Palermo.»

Quasi un anno dopo dall’omicidio del suo confidente, il 7 giugno del 1997, lei viene arrestato dai Ros per associazione a delinquere e spaccio di stupefacenti.

«Il 90% delle accuse strumentali, sono stato condannato solo per un aspetto che ho ammesso. La famosa operazione di Milano, quella dove si sono presi i meriti e nessuno gli ha detto niente. Per aver eseguito l’ordine e permesso l’operazione che volevano far saltare. In sede di perquisizione, a casa mia, cercavano le famose agende, le famose relazioni e tutto il materiale sulla Sicilia. Ovviamente, tra agende rosse e carte rubate, sono molto bravi in Sicilia e anche da altre parti a far sparire, sarebbero scompare anche quelle».

Lei è stato arrestato dalla Procura di Genova?

«Sì. Procura di Genova, diciamo, provenienza Caltanissetta».

Come finisce questa vicenda?

«Molto ridimensionata in tutto. Quasi nulla».

Lei è andato in pensione con quale grado?

«Da colonnello. Poi se mi hanno fatto generale non lo so e nemmeno mi interessa. Mi presento sempre come colonnello perché è il mio grado che ho conquistato sul campo. A me non interessa, non devo dimostrare niente a nessuno. Mi sono sempre reputato un investigatore serio e una persona perbene. E non ho mai avuto una condanna per calunnia e le cose le ho dette. E non le ho dette in maniera strumentale. Perché non devo andare da nessuna parte.

Ma questa gente la deve smettere. Mori diceva: ‘facciamo le squadre. Il Ros va costruito in antitesi allo Sco di De Gennaro. De Donno lo mettiamo a pensare, De Caprio è l’uomo immagine’. Hanno costruito tutta quella povertà.»

Lei parla di accuse strumentali. Cosa doveva pagare?

«Lo capisco subito. Tutta la base era la gestione del collaboratore di giustizia. Loro hanno sempre mirato a delegittimare il mio rapporto con Ilardo. Ero quello che aveva costruito l’operazione. Nei vari processi hanno sempre giocato questa carta, poi è crollata miseramente. Non ho mai gestito nessuno, era sempre l’autorità giudiziaria che me l’ha affidato. Non c’è nessuna operazione in cui ho gestito in maniera poco lecita un collaboratore di giustizia. Tutte le operazioni sono andate a buon fine, tutti condannati, non c’è nessun soggetto che è stato revisionato. Io subito l’ho capito, quando ho letto, che quelli miravano a delegittimarmi. Per il Rapporto che avevo fatto. Affrontai Mori a Roma. Non avevo le prove, ma la voce della collaborazione di Ilardo era uscita da loro, da Tinebra

Lei classifica l’omicidio di Ilardo come un omicidio di Stato?

«È un omicidio di Stato, certo. Lo Stato ha sempre utilizzato la criminalità organizzata. Il mandante esterno in questi omicidi di Stato c’è sempre. Poi c’è il contatto che dice a due picciotti: ‘andate ad ammazzare questo’. E gli dà la giustificazione comprensibile, perché magari è un cornuto. A Ilardo lo sparano sotto casa. L’ordine è arrivato dallo Stato. È successo per tutti gli omicidi eccellenti. Ilardo è uno degli omicidi eccellenti. Ma perché hanno ammazzato Ilardo?».

Perché?

«Ilardo mi diceva sempre: ‘Cosa nostra ha paura dei pentiti, come possono essere Santapaola’. Quando c’era il problema di Santapaola, che stava cominciando a pregare e non sapevano se voleva pentirsi. L’attenzione era verso di lui. Ilardo mi diceva: ‘il problema è Cancemi’. Era a conoscenza di parecchi fatti. Infatti, quando era al Ros non ha detto nulla. Poi, quando lo hanno allontanato dal Ros ha cominciato a parlare. E Tinebra dice: ‘non è credibile. Parla di Berlusconi’

Cosa nostra aveva paura dei pentiti storici. Cosa nostra ha paura del passato, perché nel passato nasce la Trattativa. In passato ci sono i colloqui tra ProvenzanoSantapaolaMadonia. Tutti vecchi. Sono loro che se iniziano a parlare possono creare i grandi danni

Tra lei e Mori ci sono state delle denunce per calunnia. Come sono finite?

«Sì, sono state tutte archiviate.»

Mori ha denunciato lei per calunnia?

«Dopo la mancata cattura di Provenzano mi denunciò per calunnia. Ed è stata archiviata.»

Ma loro come si sono difesi dalle sue accuse?

«Loro si son difesi dicendo che c’erano i pastori. Io già al secondo sopralluogo gli avrei arrestati subito. È strumentale non trovare… un compito che anche un modestissimo comandante di una stazione avrebbe assolto. Questi dicono di essere eccellenze. E se un’eccellenza dell’investigazione non riesce a trovare un casolare per tre volte… ma che eccellenza sei. I casini che hanno combinato con la mancata cattura di Santapaola. Poi ci meravigliamo dei carabinieri di Piacenza, quelli sono delinquenti comuni. Ma questi proprio… Se noi ci aspettiamo che qualcuno di questi eccellenti ci venga a parlare della Trattativa siamo qui ventisei generazioni dopo.

Lo Stato deve avere la forza di dire basta. Mettiamo un punto e gli facciamo parlare noi. Perché questo modo di fare non può sussistere. Non si può andare a fare la mancata perquisizione al covo di Riina e si scrivono le cazzate che si devono scrivere, a giustificazione. Ho letto tutte le sentenze, siamo nel ridicolo.

E la mancata perquisizione di Riina e le lettere del Corvo e succede l’Addaura e succedono i morti. Loro comandavano.

Mori era comandante del gruppo a Palermo, Subranni era comandante di Regione e alla squadra mobile c’era La Barbera. E il loro amico Contrada era lì, già dagli anni Ottanta. Prima del Ros.

Ed è successo il Corvo, è successo Domino, è successa la storia dei poliziotti. Falcone si era messo la bomba. Prendono Riina e viene fuori la storia del bacio. Il più grande assist a favore. E come hanno gestito il pentito Di Maggio? Ho messo tutto in fila, continuamente hanno sempre operato in questo modo. Dicendo che Caselli non aveva capito nulla, che i fatti non erano così. E tutti stanno zitti. Ci scriviamo i libri? E quando vogliamo arrivare a trovare la verità.

E così fanno la mancata cattura di Provenzano, la mancata cattura di Santapaola e tutti gli altri bordelli che hanno combinato.»           

Lei, oggi, crede nello Stato?

«Credo molto poco nello Stato. Non ci credo per niente. Credo nelle persone che lavorano seriamente.»

Quindi lei sta dicendo che lo Stato non ha interesse a sconfiggere le mafie?

«Lo Stato non se ne frega proprio nulla. Devono fare affari. Tutti questi problemi per loro non esistono. Il problema esiste per le persone perbene.

Lo Stato se ne frega assai di questi problemi. Non ho nessuna fiducia in queste Istituzioni perché non sono interessate alla verità. La verità fa perdere le convenienze. Chi viene eletto e va a Roma è prigioniero delle Istituzioni del posto, dei funzionari dei Ministeri. Se non cacciano via tutta questa gente e mettono tutti nuovi rimarranno vittime delle logiche di potere. Questa è gente che vive dall’oggi al domani. Mori e De Donno erano inquisiti e i magistrati chiamavano De Donno per farsi raccomandare per la promozione. Abbiamo l’esempio di Palamara. Ce ne sono miliardi di questi esempi.»

Secondo lei quando arresteranno il vigliacco Messina Denaro?

«Quando non servirà più.»      

Oggi c’è ancora una Trattativa tra lo Stato e la mafia?

«Certo. C’è sempre stata e continuerà ad esserci. È anche una Trattativa economica. La mafia ha sempre prodotto denaro.» 

Quarta parte/fine      

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STATO-MAFIA: la mancata cattura di Provenzano

DI MATTEO: «Bernardo Provenzano non poteva essere catturato perché l’eventualità di una sua collaborazione avrebbe scoperto le carte sparigliando gli accordi e comportando per i Carabinieri del Ros la possibilità che il loro comportamento sciagurato e illecito venisse scoperto dall’autorità giudiziaria e dall’opinione pubblica».

WordNews.it

STATO-MAFIA: la mancata cattura di Provenzano
Evoluzione di un criminale

Bernardo Provenzano “non poteva essere catturato perché l’eventualità di una sua collaborazione avrebbe scoperto le carte sparigliando gli accordi e comportando per i Carabinieri del Ros la possibilità che il loro comportamento sciagurato e illecito venisse scoperto dall’autorità giudiziaria e dall’opinione pubblica”.

“E’ vero che il generale Mario Mori è stato assolto in via definitiva dall’accusa di favoreggiamento” (per la mancata cattura di Bernardo Provenzano, nda) “però dobbiamo tenere presente che quella sentenza assolutoria venne pronunciata con una formula ben precisa: non perché i fatti contestati siano stati ritenuti non provati, ma perché il fatto non costituisce reato”.

Nino Di Matteo, 2018

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«Non hanno voluto arrestare Provenzano»

INTERVISTA/Terza parte. LA “CACCIA” AL LATITANTE. Parla il colonnello dei carabinieri Michele Riccio: «A Provenzano non l’hanno voluto prendere, glielo scrivo con lettere di sangue. Hanno lavorato per altri interessi. Questa gente era quella che andava ai processi a Caltanissetta e diceva che Falcone si era fatto l’attentato da solo…». L’operazione muore sul nascere. Gli uomini dello Stato si fermano a pochi metri dal casolare di Mezzojuso. Il blitz non si deve fare. La Trattativa è in corso (e mai terminata). Provenzano deve continuare a fare il latitante, ha i suoi progetti da sviluppare. E continuerà a farlo per altri undici anni. I vertici di alcune istituzioni (deviate, come le loro menti) hanno cambiato il corso della storia. Quanti omicidi si potevano evitare? Se Provenzano fosse stato arrestato, ad esempio, si sarebbe potuta salvare la vita del famoso urologo Attilio Manca. Massacrato da “ignoti” a Viterbo. La sua morte violenta grida ancora vendetta.

«Non hanno voluto arrestare Provenzano»

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Nelle prime due puntate di questa lunga conversazione con il colonnello dei carabinieri, Michele Riccio, abbiamo affrontato il rapporto di collaborazione con il mafioso pentito, Luigi Ilardo. L’incontro nasce quasi per caso. Riccio sta dirigendo la Dia di Genova, è un investigatore con una esperienza importante. Ha già collaborato con il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, è esperto in certi ambienti criminali. È un investigatore di punta. È già stato sotto copertura e conosce alla perfezione certe tecniche di investigazione.

De Gennaro (in quegli anni ai vertici della Dia), dopo aver ricevuto una lettera scritta da Luigi Ilardo (stanco di una Cosa nostra mutata), si rivolge a Riccio. Per lui è l’uomo giusto. Un uomo di fiducia, un uomo delle Istituzioni. Così inizia questa storia. Dannata. Ambigua. Drammatica.

La collaborazione si trasforma in un rapporto di fiducia. Riccio si fida di Ilardo. Quest’ultimo, nei panni del colonnello, vede lo Stato. Quello serio, fatto di persone oneste, che vogliono combattere e stroncare questi schifosi e vigliacchi personaggi organizzati. Non solo a parole.

I due cominciano ad operare: grazie a Ilardo arrivano operazioni importanti, i latitanti vengono assicurati alla giustizia. Tutto è finalizzato per l’arresto eccellente: quello del latitante Bernardo Provenzano, “scomparso” dalla circolazione da 43 anni. Un fantasma. Ma solo per chi non vuole vedere, per chi non vuole sapere. Un’ombra pesante, servita e riverita.

Ilardo è il cugino del pericoloso mafioso Piddu Madonia, molto vicino al Capo dei capi. “Oriente”, la fonte di Riccio, inizia una corrispondenza con il vecchio Binnu. Il rapporto si intensifica, Provenzano si fida di Ilardo. I due si incontrano. Siamo alla fine del 1995. Lo Stato, attraverso i suoi uomini, conosce il covo del latitante. È tutto pronto per consegnare, finalmente, alle patrie galere il killer di Corleone diventato capo. Ma qualcosa va storto. O meglio, qualcuno non vuole. L’operazione muore sul nascere. Gli uomini dello Stato si fermano a pochi metri dal casolare di Mezzojuso. Il blitz non si deve fare. La Trattativa è in corso (e mai terminata). Provenzano deve continuare a fare il latitante, ha i suoi progetti da sviluppare. E continuerà a farlo per altri undici anni. I vertici di alcune istituzioni (deviate, come le loro menti) hanno cambiato il corso della storia.

Quanti omicidi si potevano evitare? Se Provenzano fosse stato arrestato, ad esempio, si sarebbe potuta salvare la vita del famoso urologo Attilio Manca. Massacrato da “ignoti” a Viterbo, nel 2004. E fatto passare, in questo Paese orribilmente sporco, per un tossicodipendente. La sua morte violenta grida ancora vendetta.

E come andrà a finire? Il boss maledetto resterà a piede libero, Ilardo verrà ammazzato a Catania qualche tempo dopo. Per una fuga di notizie istituzionale. Per una talpa dello Stato corrotto.

Riprendiamo la terza parte dell’intervista a Michele Riccio. Il racconto dell’investigatore riparte da un punto preciso. Drammatico. Illuminante. Il colonnello comunica a Mori (superiore di grado) che Provenzano è in trappola. A portata di manette.

E il generale dei Ros cosa risponde? «Lui dice: ‘no, no, no, dobbiamo arrestarlo… anche De Caprio’. Le solite cose. ‘Noi abbiamo anche gli strumenti. Facciamo tutto noi, non c’è problema. Tu crea i presupposti per un successivo incontro’. Ilardo era già addestrato a fare simili operazioni. Era necessario preparare i presupposti per un secondo incontro. ‘Tu vai giù in Sicilia, segui Ilardo in questa fase. Ti facciamo incontrare con il Capitano di Caltanissetta. E poi ci riferisci’. Io, diciamo, avrei voluto arrestarlo subito ma penso che, come al solito, se lo vogliono arrestare loro. Vogliono far vedere in un ambito nazionale che sono loro. Conoscendo anche i soggetti, avendo già operato con loro, ad esempio l’operazione a Milano (traffico di droga, famiglia Fidanzati, nda), quando Mori comandava la divisione, l’avevo fatta io, però si erano vantati loro. Pensavo che tutto fosse finalizzato ad acquisire solo loro i meriti, diciamo che ci stava, però mi dispiaceva in parte».

E cosa succede?

«Quando incontro il Capitano mi accorgo con notevole sorpresa che questo non sapeva nulla. E comincio a vedere un po’ il gioco delle tre carte. Al che riferisco tutto al Capitano, lo rendo edotto della modalità del servizio. Mi dice di avere poco personale e di fare il pedinamento. Facciamo il pedinamento. E la storia si conosce».

Cioè?

«È mattino, Ilardo va all’appuntamento. Si incontra con Provenzano e sta con lui tutto il giorno.»

E lei dove si trova quando Ilardo si incontra con Provenzano?

«All’inizio della mattinata…».

Mi scusi, stiamo parlando del 31 ottobre del 1995?

«La mattinata dell’incontro…».

Se lo ricorda il giorno?

«Se non sbaglio era proprio il 31 ottobre».

Quindi la sua “fonte” si incontra con Provenzano.

«Sì, al famoso bivio di Mezzojuso. Noi andiamo prima, il Capitano mi fa vedere dove sarebbe stato il servizio. E mi indica i posti dove si sarebbero messi gli uomini. Ricordo che di fronte al bivio, dall’altra parte della strada, c’era un gruppo di alberi dove c’erano alcuni con le macchine fotografiche. Poi c’era una parte rialzata dove c’erano altri uomini. Noi ci mettiamo distante. E abbiamo conferma che era stato stabilito il contatto con Ilardo, che erano stati prelevati ed erano andati via lungo lo scorrimento veloce. Dopo un po’, non sapendo quando sarebbe durato l’incontro, rientro a Catania. Per essere subito pronto a contattarlo. Prima di rientrare mi fermo alla cabina telefonica e avviso il dott. Pignatone di quanto era successo. La sera, a Catania, incontro finalmente Ilardo, che mi racconta quello che è successo. E io lo riferisco immediatamente a Mori e al capitano Damiano (ex ufficiale del Ros di Caltanissetta, nda)».

Cosa le riferisce Ilardo dell’incontro con Provenzano?

«Quello che ho scritto nel Rapporto.»

Cosa ha scritto nel Rapporto?

«È un incontro che si svolge in due giornate. Ilardo, prima di tutto, mi ricostruisce in maniera molto semplice, ed era molto semplice, l’individuazione del casolare. Lo ripeto e non lo dico per piaggeria e non lo dico perché ci sono state tutte le storie che sa anche lei. Un giorno a un giornalista della Rai dico: ‘non le faccio nessun commento, le do le indicazioni che ho scritto sul Rapporto. Lei le segua e mi dica se è capace di trovare il casolare’. Questo è andato, mi telefona e dice: ‘Colonnello, ho capito tutto. Ha ragione lei’Non ci voleva l’arca di scienza per capire. Bastava andare dritto, c’era un distributore di benzina sulla sinistra, bastava andare più avanti e l’unica strada che girava nella curva era quella. Il casolare era il primo che si trovava, di fronte c’era l’ovile. Era di una semplicità assurda».

Tornado ad Ilardo e all’incontro con il boss latitante?

«Mi da queste indicazioni e mi dice che l’incontri si era svolto, come ho scritto sempre nel Rapporto, in due fasi. In una prima fase, loro erano di fronte al casolare, dove avevano aspettato il Ferro, il medico, che sarebbe arrivato. Aveva visto che il Provenzano aveva cotto la carne con poco sale, per via della prostata (operata, nell’ottobre del 2003, dall’urologo Attilio Manca a Marsiglianda). Gli racconta che si ricordava di lui dalla storia dello zio, di tutte le problematiche, che dovevano recuperare il contatto con tutti. Ilardo mi riferisce tutto quanto e mi ripete di arrestarlo quando si allontanava. Per una questione umana, per non sentirsi un infame. E io gli ripetevo che non doveva preoccuparsi, doveva solo pensare a mandare il segnale. In quel modo avevamo già arrestato un sacco di latitanti. La fiducia tra noi era grande. Poi mi fa tutta la descrizione: Provenzano era smagrito, aveva i capelli bianchi. Una descrizione che porterà al famoso identikit, perfettamente combaciante con il personaggio che poi (molto poi, dopo 11 anni, nda) verrà arrestato.

Quindi lei era convinto di poterlo arrestare?

«Ero convinto che si sarebbero fatti gli appostamenti. Riferisco a Mori e gli dico: ‘guardi, faccio io l’attività’. E lui mi risponde che l’avrebbero fatta loro, De Caprio con la sua squadra, poi Obinu. Ma dopo una settima resto sorpreso. Mori continuava a dire: ‘mettiamo gli aerei militari, andiamo, facciamo’. Dopo una settimana mi dicono: ‘non abbiamo trovato niente. Fatti spiegare meglio perché non troviamo nulla’.  

Non trovano il casolare dove era “nascosto” Provenzano?         

«Dico: ‘ma è così semplice’. Vado da Ilardo, pieno di vergogna, e rifacciamo il sopralluogo. Rifaccio tutto il percorso, con Ilardo nascosto dal passamontagna e disteso. Una semplicità disarmante. E riferisco tutto, di nuovo, a Mori e Obinu. Dopo una settimana arrivano e dicono: ‘non riusciamo a trovare nulla’. Al che io dico: ‘questi o ci fanno o ci sono’.

Faccio di nuovo il sopralluogo con Ilardo, faccio le relazioni scritte. Sia nelle relazioni che nel rapporto, in maniera molto provocatoria, indico anche le coordinate geografiche. Non si è mai visto. Di questi rapporti nessuno mi ha chiesto nulla.

L’unica cosa che sanno chiedere, quando Ilardo muore, è di estromettere dal rapporto la relazione di servizio. Anche di fronte a rapporti dove si fa riferimento alle relazioni scritte quelli continuavano a sostenere che non ho fatto nessuna relazione di servizio. Ma fortunatamente le ho ritrovate. C’è qualche magistrato che ha contestato loro che hanno nascosto? Non lo leggo. Questa è la più grande amarezza.

Questa gente era quella che andava ai processi a Caltanissetta e diceva che Falcone si era fatto l’attentato da solo…»

A chi si riferisce?

«A Mori, Subranni. Questi sono parte dei personaggi, mica solo loro».

E, quindi, dicono di non trovare il casolare?

«Dicono che non lo trovano».

Provenzano verrà arrestato undici anni dopo.  

«Ilardo chiedeva cosa stessimo facendo, io non sapevo più cosa rispondere. Cosa dovevo dire? Andavo da Mori e lui mi diceva di rispondere: ‘stiamo lavorando, stiamo verificando’».  

E ci hanno messo undici anni per verificare.

«Andavano a mettere l’acqua ai fiori sul davanzale di Provenzano».

Ma Provenzano resterà in un quel casolare? Verrà avvisato da qualcuno di queste attività?

«A questo punto posso dire solamente che lì, Provenzano, c’è stato. Ne danno conferma anche i collaboratori di giustizia, come Giuffrè.

Non l’hanno voluto prendere, glielo scrivo con lettere di sangue.

Ho lavorato per lo Stato, ho vissuto di mio, non ho voluto e non voglio niente da nessuno. Ho fatto delle scelte di vita, per quello Stato in cui credevo, come quel povero Ilardo e i miei superiori seri, ne ho avuti tanti, come Dalla Chiesa ed altri. Ne hanno pagato sulla loro pelle anche loro.

Non dovevano permettersi di fare questo. Me la prendo con chi ha permesso loro di comportarsi in questo modo. Come si fa a dire che c’erano i pastori. Quando abbiamo preso Fracapane abbiamo preso anche i pastori con i cani, che facevano i favoreggiatori al Fracapane. Avrei arrestato tutti lì, per dire. Non è che mi scantavo di quattro pastori».

Quindi non l’hanno voluto prendere?

«È ovvio che non l’hanno voluto prendere e che hanno lavorato per altri interessiProvenzano ha portato avanti il suo progetto, Forza Italia ha vinto 60 a 0 (nel 2001 il centrodestra in Sicilia conquisterà 61 seggi uninominali, nda). Scusate, due più due fa quattro».

C’era una Trattativa in corso con lo Stato?

«Certo, certo. Per chi lavoravano?»

Per chi lavoravano?

«Non hanno certo lavorato per le Istituzioni».

Undici anni dopo, quindi nel 2006, Provenzano verrà arrestato in quello stesso casolare?

«No, non verrà arrestato nello stesso casolare. Sempre nella stessa zona».

Quindi si sposterà?

«Dopo si sposta. In quel casolare viene arrestato, sempre dalla Polizia di Stato, un altro latitante. Non dai carabinieri, figuriamoci. Ovviamente i Carabinieri sono persone serie. Alcuni carabinieri di quel Ros non lo erano. L’ho detto in mille udienze, dove sono andato. Ancora non riesco a capire perché nessun magistrato abbia mai fatto nulla.   

Mi cercano di far collaborare quando si decide di far pentire Ilardo, in maniera formale, non con Palermo ma con Caltanissetta. E mi portano ad avere più incontri con Tinebra, perché si doveva pentire con loro. L’ho visto come un tentativo di condizionare le indagini. Però si vede che a loro è permesso di fare questo. Quando arrivo a Roma si presenta il momento del riscontro definitivo di tutto…»

Cosa succede a Roma?

Fine terza parte/continua      

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Riccio: «Mi ero già attrezzato per prendere Bernardo Provenzano»

INTERVISTA/Seconda parte. ILARDO DIVENTA IL RIFERIMENTO DI PROVENZANO. Parla il colonnello dei carabinieri: «Quando Ilardo mi fa comprendere, e arriviamo al 31 di ottobre (1995, nda), che c’è la possibilità di arrestare Provenzano io lo comunico a Mori. Ero abituato con il generale Dalla Chiesa. Parliamo di investigatori seri. Il generale mi avrebbe detto ‘se non hai la macchina, rubane una e vieni subito a Roma». Tutto ruota intorno alla figura del collaboratore di giustizia Luigi Ilardo, ucciso a Catania il 10 maggio del 1996, con otto colpi di pistola. Un omicidio eccellente? Un omicidio di Stato? I due si erano messi in testa di arrestare Provenzano, all’epoca la mente criminale di Cosa nostra. Ed era tutto pronto per il blitz. Binnu u tratturi, però, verrà arrestato undici anni dopo. Chi non ha voluto mettere le mani sul Capo della mafia siciliana?

Riccio: «Mi ero già attrezzato per prendere Bernardo Provenzano»

Luigi Ilardo (ph Cronache della Campania)

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Nella prima parte di questa lunga intervista con il colonnello Michele Riccio abbiamo affrontato il suo rapporto professionale con il collaboratore di giustizia Luigi Ilardo, cugino di Piddu Madonia, «organico alla famiglia» catanese, molto vicina al latitante di Stato Binnu Provenzano. «La famiglia di Piddu Madonia è quella che ha da sempre supportato le attività di Provenzano. Se Provenzano si è sempre reso invisibile al resto dell’organizzazione perché ha sempre contato sugli appoggi, anche in Palermo, della famiglia di Caltanissetta. Anche per la parte avversaria, ai suoi nemici nell’organizzazione, risultava invisibile», ha spiegato il colonnello Riccio.

I due avevano un obiettivo da raggiunge: scovare e arrestare il Capo dei Capi di Cosa nostraIlardo dimostra con i fatti la sua credibilità. Operazioni importanti cominciano a dare ottimi frutti: diversi latitanti, ad esempio, vengono tratti in arresto. Comincia l’avvicinamento, non basta la fiducia del colonnello e dei magistrati (quelli buoni). Deve cominciare a fidarsi pure il malandato boss dei Corleonesi.

Riprendiamo la nostra conversazione dal punto in cui i familiari di Ilardo assistono il vecchio e malato boss. «Provenzano invia una lettera, un primo appunto alla famiglia di Caltanissetta, che lui anche legge, che viene portato ad un imprenditore di Bagheria. Fontana, il quale deve imbucare delle lettere per conto di Provenzano dalla Calabria, destinazione Roma. Noi riusciamo a rintracciare le lettere. Abbiamo l’ulteriore conferma che Provenzano è vivo, né in Germania o morto, come allora si diceva.

Ilardo mi dice‘Guardi, se il capo militare è Riina, la vera mente dell’organizzazione è Provenzano’. Perché Provenzano è quello che sa più ragionare, molto più fine, molto più politico in confronto a Riina. Espone il paesano delle sue decisioni e lui può operare nell’ombra. Ad esempio, anche la scelta stragista è stata, pur accettandola, addebitata a Riina. E parte dell’organizzazione, mi dice Ilardo, si è rivolta a Provenzano. Il cui compito è quello di ricucire l’organizzazione in un unico corpo, spaccato in due fazioni: quella legata a Riina, Bagarella e soci e quella di Provenzano.

E mi dice che Provenzano è legato ai vecchi ambienti che gli hanno sempre consigliato di stare tranquillo. Mentre Riina, Brusca, Bagarella e gli altri si erano buttati nell’attività di fare soldi ed erano anche in contrapposizione con lo Stato, invece Provenzano suggeriva a loro di stare calmi, di ritornare ai vecchi reati di un tempo, con la forma meno di contrapposizione. ‘E vedrete che poi tutto si sistemerà’. Dal punto di vista politico, dopo aver tentato strade autonome come le Leghe, cominciavano a guardare con grande interesse, infatti Provenzano dice che avevano già stabilito dei contatti con gli ambienti di Berlusconi, con gli ambienti della nascente Forza Italia. Sarebbe stato il punto di riferimento di Cosa nostra, la quale aveva assicurato che avrebbe preso in considerazione tutte le esigenze e le aspirazioni dell’organizzazione. Sia per la gente ristretta in carcere e sia per quelli che stavano fuori, per riprendere le attività produttive e affaristiche dell’organizzazione. Questo, diciamo, è il quadro che noi ci troviamo con Ilardo

Riuscite ad individuare soltanto una lettera scritta da Provenzano?

«A questa prima lettera ne susseguono delle altre indirizzate direttamente a Ilardo. E Ilardo diventa il riferimento di Provenzano per la Sicilia orientale, ovvero la famiglia di Caltanissetta, di Catania, da parte di Santapaola, più i suoi contatti con Messina e delle altre parti. E Ilardo, a sua volta, gli rispondeva. A me veniva sempre da ridere. Per la prima volta Provenzano si scrive con un colonnello dei carabinieri, in fin dei conti leggevo le lettere e Ilardo preparava con me le risposte.»

Ilardo e Provenzano, in quella fase, si sono mai incontrati?

«No, ovviamente perché quando Ilardo comincia a ricevere le lettere si apre la prospettiva di un incontro. Auspicavo che si realizzasse al più presto, ma lui diceva: ‘Colonnello, lei non mi deve mettere fretta. Sarà lui che mi deve chiamare e se noi ci proponiamo diventa sospettoso. Noi con questa attività di arresti possiamo indirettamente stimolare un avvicinamentoPerché alla fine, mancando i riferimenti, ci sono solo io. Prima o poi mi manderà a chiamare. Sempre in maniera molto soft, perché dobbiamo stare attenti a non scoprirci. Altrimenti ci sarà il solito invito, mi toccherà andare e poi non torno.’ Noi rimaniamo in attesa, cominciamo a seguire i famosi bigliettini (i pizzini, nda) per avere una prima panoramica e sperare di avere la fortuna di poter individuare l’autore del bigliettino, che però quando arrivava a Bagheria – dopo alcuni passaggi – era più difficile. Perché non vai mai a capire quando, effettivamente, passa di mano in mano. Noi stabilivamo i contatti e iniziamo a fare quella famosa rete di fiancheggiatori che, poi, alla fine trarremo in arresto».

Lei, nell’agosto del 1995, passa dalla DIA ai Ros.

«Esatto. La nostra indagine trovava stimolo e alimento in De Gennaro. Mentre, come al solito, dalle altre parti, un po’ per invidia un po’ per altre scelte… già il fatto che eravamo in pochi a lavorare, producendo risultati, ricevendo mai nemmeno un ‘grazie’. Non dico che ci creasse delle ansie, ma non è che ci rendesse tanto sereni. Molte volte ci siamo ritrovati a lavorare non con la piena soddisfazione dei superiori perché venivano inquisiti i loro amici. Quando va via De Gennaro cerco di andare via. Mi sentivo isolato maggiormente e quando non ce l’ho fatta più rientro nell’Arma».

Però continua a curare i rapporti con “Oriente”.

«Quando mi presento al Comando generale dico che ho una fonte in Sicilia. Ho chiesto di essere messo in un posto da dove potevo passare la notizia a chi di dovere. Stavo lavorando sulla cattura di Provenzano».

Come viene presa questa notizia?

«Parlo con il mio collega, che io conoscevo già, del Comando generale che mi risponde: ‘Lei lo sa meglio di me, ci sono mille investigatori in questi ultimi dieci anni, tutti stanno lavorando su Provenzano’. Tutti stavano lavorando su Provenzano, tutti su Messina Denaro, ma bisogna vedere chi lo fa con cognizione di causa o lo fa solo perché ha l’aria in bocca. A me dicono: ‘non ti preoccupare, ti faremo sapere’. Nel frattempo vengo contattato dai Ros. E incontro il generale Subranni…»

Mi scusi, stiamo parlando del generale dei carabinieri, definito “punciutu” dalla signora Agnese, la vedova del magistrato Paolo Borsellino?

«Esatto, quello è. Quello è, che io già conoscevo perché era Comandante del Ros quando sono andato via. Dico a Subranni che non mi interessa rientrare nel Ros, voglio solo terminare questa operazione. Avevo intuito, con Ilardo era già un anno e mezzo che si stava lavorando…».

Cosa aveva intuito?

«Intuivo la portata importantissima e anche i contraccolpi che avrebbero creato ad Ilardo. Avevo capito che lui parlava dei rapporti con i mandanti esterni. E quando faceva i riferimenti, ad esempio, su Moschella, il giudice di Torino (magistrato della Procura di Torino e poi Procuratore a Ivrea, nda) si capiva dove saremmo arrivati. O altre situazioni del genere.»

Ad esempio?

«Sulla Calabria, lui andava in Calabria; sui contatti con i servizi segreti; sulle armi che uscivano dalle basi Nato e della Marina in Sicilia, a Sigonella; i rapporti con la massoneria. Faceva riferimento al mio ambiente, ai miei superiori. Essendo io colonnello non è che ce ne sono tanti sopra di me. Sapevo già dove sarebbe andata a finire una collaborazione del genere. Sarebbe stata dirompente. Giorno per giorno acquisivo ulteriori elementi. Tutto sarebbe venuto fuori.»

Come finisce l’incontro con Subranni?

«Mi dice: ‘ti aggreghiamo al Ros, gestisci la tua fonte e le confidenze che fa – lui ovviamente non sa che Ilardo è la fonte – e il Ros le sviluppa con un eventuale input per poter ampliare’. Così vengo aggregato al Ros. E i miei contatti sono di nuovo MoriObinu e il capitano del Ros di Caltanissetta».

Come reagiscono Mori e Obinu alle sue informative?

«Alla Dia, di ogni mia missione, facevo relazioni scritte di servizio con quanto mi diceva Ilardo. Quello che mi diceva me lo appuntavo velocemente su delle agende, ovviamente in maniera sintetica, in modo da fare subito memoria, e facevo la relazione di servizio che mandavo alla sede centrale della Dia, che poi venivano indirizzate alle sedi competenti. Qualcosa di più urgente la dicevo a Catania e a Palermo. Ad esempio, a Catania avevo stabilito un ottimo rapporto lavorativo con due ispettori della Dia, Ravidà e Arena, molto seri che, con il loro PM Marino, lavoravano come lavoravamo noi. (Con l’ausilio dei due Ispettori, e grazie alle indicazioni di Ilardo, non mancano i risultati: come la cattura dei capi mafia Aiello Vincenzo (contabile famiglia Santapaola-Siino Catanese); Tusa Lucio capo di una fazione di Cosa nostra operante a Catania ma che dipendeva dai Tusa di Caltanissetta; Fragapane Salvatore, capo della Famiglia di Agrigento. Senza dimenticare l’indagine della DIA di Catania, con la quale vengono azzerati i vertici di “cosa nostra” catanese, con l’identificazione e l’arresto del capo famiglia Aurelio Quattroluni – op. “Chiara luce”, con l’arresto di circa 50 affiliati in due distinte operazioni. Tutti appartenenti al clan Santapaola, responsabili di omicidi ed estorsioni, (fonte Mario Ravidà, ex Ispettore Dia). Efficaci, determinati e seri.»

Alla Dia inviava le sue relazioni di servizio. Cambia qualcosa una volta transitato nel Ros?

«Mori mi fa subito presente di non fare relazioni di servizio. Una nota stonata. Soprattutto per la mia tutela, non farle era fuori da ogni logica. Io rispondo che sono abituato a fare le relazioni. Poi poteva farne ciò che voleva. Avevo i miei contatti con l’autorità giudiziaria, il dott. Caselli mi aveva indirizzato al dott. Pignatone e, quest’ultimo, sapeva che facevo le relazioni di servizio. La prassi era sempre la solita. Ho sempre avuto il riscontro delle relazioni e dei rapporti inviati a Palermo. E, in questi incontri (al Ros, nda), mi dicono di non scrivere i nomi dei politici. Ovviamente era una politica a loro vicina, ma io ho sempre scritto tutto ciò che mi dicevano. Questo è il primo indirizzo che mi lascia un po’ perplesso».

Perché queste richieste? Qual è la sua opinione?

«In quel momento l’ho vista una cosa fuori luogo. Magari, ho pensato, come strategia. Magari non si mette tutto per iscritto e un domani mettiamo una selezione di quello che dicono.»

Ma da parte dei suoi superiori (Subranni, Mori, Obinu) c’era l’interesse di mettere le mani sul latitante mafioso Provenzano?

«Non l’ho vista in una mentalità subito omissiva. L’ho vista in una maniera strategica, nel senso ‘domani scriviamo le cose selezionate’. Ma io non sapendo le scelte che avrebbero potuto fare e sapendo che mi trovavo in Sicilia, e che una Procura tante volte ha un indirizzo diverso dalle altre, dissi: ‘Mi dispiace, ma scrivo tutto’. Anche perché non è una risultanza mia, investigativa. Ilardo me la dice oggi ed è convinto che tutto ciò che mi dice viene subito rappresentato. Il rapporto è diverso, non è frutto di una indagine, che posso scriverla oggi e integrarla domani. Quando c’è un collaboratore di giustizia è diverso. Ilardo aveva completa fiducia in me e non potevo tradire questa fiducia che aveva nelle Istituzioni. In quel momento Ilardo si affida alle Istituzioni. Non vede in me solo il colonnello dei carabinieri, ma vede lo Stato».

Ma lei notava un interesse da parte dei suoi superiori?

«In quell’istante non ho nessuna sensazione negativa. A Mori riferisco tutta l’attività che ho fatto con la Dia, gli consegno le copie delle relazioni che avevo mandato alla Dia. Perché, ovviamente, non poteva iniziare un’indagine senza sapere il passato. Era lui il responsabile e io l’investigatore di punta. Credevo di essere. L’ho reso edotto di tutto. E anche i primi contatti che riprendo con Ilardo in Sicilia, in attesa di entrare, perché non è che io entro subito nel Ros, passano un paio di mesi per formalizzare il mio ingresso. Però, già in quei mesi, faccio riferimento a loro. Tanto è vero che gli mando le relazioni della Sicilia. Quando vado a Catania e incontro Ilardo, anche se non sono organico, faccio la relazione a Mori. Non è che andavo in vacanza a Catania, a mangiare il gelato con Ilardo. Sono andato perché c’erano necessità investigative. In quel momento non ho nessun sospetto che loro non vogliano prendere Provenzano.

(L’evoluzione del mafioso Provenzano – ph linformazione.eu)

Quando Ilardo mi fa comprendere, e arriviamo al 31 di ottobre (1995, nda), che c’è la possibilità di arrestare Provenzano e io lo dico a Mori, già il fatto che quando la mattina gli telefono dicendo ‘Guardi, tra due giorni Ilardo si deve incontrare con Provenzano’, Mori non mi dice ‘vieni immediatamente a Roma e parliamone’. Già questo lo giudico male. Ero abituato con il generale Dalla Chiesa, anche se loro dicono di aver lavorato con il generale ma non ci hanno mai lavorato, al massimo pochi mesi. Io, insieme ad altri, ci ho lavorato sin dall’inizio e conosco la mentalità del generale. Parliamo di investigatori seri. Il generale Dalla Chiesa mi avrebbe detto ‘se non hai la macchina, rubane una e vieni subito a Roma e raccontami tutto’. I tempi erano così stretti, per cui non si poteva parlare per telefono di cose così importanti che necessitano di decisioni tempestive».

E cosa accade?

«Vado subito a Roma e quando presento il fatto e dico ‘guardate, se voi non avete la possibilità di utilizzare i segnalatori’, perché mi ero già attrezzato per prendere Provenzano. Già in passato, quando lavoravo al Ros ho arrestato dei trafficanti sotto copertura, nascondevo dentro al carico dei segnalatori che mi dava l’Ambasciata americana, in modo che ero ulteriormente tutelato per non perdere il carico. Perché può succedere di perdere un pedinamento e per una ulteriore garanzia ci mettevo un segnalatore dentro. Per cui Mori era a conoscenza di queste mie capacità di avere questi dispositivi elettronici, che erano semplici GPS. Allora erano più sofisticati, utilizzati dai piloti americani quando venivano abbattuti per segnalare la loro posizione.

Avevo preparato una cintura e con Ilardo avevamo anche fatto delle prove. E gli dico: ‘quando ti trovi di fronte a Provenzano, per dare a noi la certezza, sposta il pulsante verso la fibbia’. Il segnale da intermittente diventava continuo. Per cui avendo la certezza che Ilardo era di fronte a Provenzano nel giro di pochi istanti, anche perché avevamo fatto tante prove ed eravamo abili ad utilizzare quegli strumenti, potevamo intervenire circondando il posto. Per arrestare il latitante».

E Mori cosa le comunica?

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Fine seconda parte/continua      

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«Dietro alle bombe e alle stragi ci sono sempre gli stessi ambienti»

INTERVISTA/Prima parte. L’INCONTRO CON ILARDO. Parla Michele Riccio, già colonnello dei carabinieri. Abbiamo diviso l’intervista in più parti per affrontare nel modo migliore i vari argomenti trattati. Tutto ruota intorno alla figura del collaboratore di giustizia Luigi Ilardo, ucciso a Catania il 10 maggio del 1996, con otto colpi di pistola. Un omicidio eccellente? Un omicidio di Stato? I due si erano messi in testa di arrestare Provenzano, all’epoca la mente criminale di Cosa nostra. Ed era tutto pronto per il blitz. Binnu u tratturi verrà arrestato undici anni dopo. Chi non ha voluto mettere le mani sul Capo della mafia siciliana?

«Dietro alle bombe e alle stragi ci sono sempre gli stessi ambienti»

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Una storia sbagliata. Per chi reggeva, e regge ancora, certi fili (mortali) in un Paese, da secoli, impregnato dalle schifose mafie. Questa è la storia di due uomini apparentemente diversi tra di loro: un uomo di Stato e un uomo di mafia. Uniti dallo stesso obiettivo: catturare latitanti e stanare un boss scomparso nel nulla. L’uomo di Stato si chiama Michele Riccio ed è un colonnello dei carabinieri di stanza alla Dia di Genova, proveniente dai Ros (Raggruppamento operazioni speciali). Nella sua attività professionale ha incontrato il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, con il quale ha collaborato nel nucleo antiterrorismo. Si è occupato di massoneria, di strategia della tensione. L’uomo di mafia, invece, si chiama Luigi Ilardo, cugino di Giuseppe Madonia, detto Piddu. Detenuto presso il carcere di Lecce.

«Mi chiamo Ilardo Luigi, sono nato a Catania il 13 marzo del ‘51. Attualmente ricopro l’incarico di Vice rappresentante provinciale di Caltanissetta, coprendo anche l’incarico di Provinciale in quanto il Provinciale Vaccaro Domenico, attualmente si trova detenuto. Ho deciso formalmente di collaborare con la giustizia dopo essermi reso conto di quello che effettivamente ho perduto durante questi anni passati lontano dai miei familiari e dai miei figli, nella speranza che il mio esempio possa essere di monito e d’aiuto a ragazzi, che come me, si sentono di raggiungere l’apice della loro vita entrando in determinate organizzazioni».

Ilardo decide di “saltare il fosso” perché quella Cosa nostra non gli piace più. Non si riconosce in quella organizzazione composta da animali assetati di sangue. E inizia a fidarsi di un uomo in particolare. Insieme si trovano a combattere una “guerra” che lo Stato, composto dai vari Tinebra (massoni e pericolosi traditori), non vuole vincere. Che fa solo finta di combattere, per carrierismo dei collusi. E la storia di questo Paese ne è piena.

La collaborazione tra Riccio e Ilardo sembra procedere bene. Arrestano diversi latitanti. Ma l’obiettivo principale, Bernardo Provenzano, sfumerà all’ultimo secondo. Inspiegabilmente. Per il volere di pezzi deviati dello Stato, per una Trattativa Stato-mafie (iniziata con l’arrogante e violenta imposizione dell’Unità d’Italia) mai terminata.

Ilardo, poco dopo, verrà ammazzato, a colpi di pistola, a Catania. Senza alcuna protezione. Per una soffiata massonica degli apparati deviati dello Stato.

Riccio, nel 1997, verrà arrestato dai Ros. Per il suo impegno sul fronte antimafia? È la storia che si ripete ciclicamente, è la tecnica utilizzata in molte occasioni: delegittimare e infangare il “nemico” per renderlo inoffensivo.

Provenzano, il vecchio boss malato, diventato inutile per il “sistema”, verrà arrestato nel 2006, undici anni dopo. Dopo 43 anni di beata latitanza, dopo tre anni dalla cattura di Totò Riina, detto u curtu.

Benvenuti nel Paese degli annunci, degli slogan, delle commemorazioni, degli show e della memoria corta. La lotta alle mafie è diventata una vetrina per fare carriera. Perché chi tocca realmente, consapevolmente ed inconsapevolmente, certi fili (dove passa una corrente ad alta tensione politico-massonica-affaristica) “muore”. Ed esistono tanti tipi di morte.  

Abbiamo raccolto la testimonianza del colonnello Riccio (ora in pensione con il grado di generale, «mi sento colonnello, questo grado l’ho conquistato sul campo»), per comprendere il suo punto di vista.

Questa è una storia sbagliata, come tante altre, realmente accadute in un Paese orribilmente sporco. «Ho ricevuto l’incarico – esordisce il colonnello – dal dottor De Gennaro di incontrare in carcere Ilardo, se non ricordo male era a Lecce, in quanto gli aveva scritto, mandando alcune indicazioni dalle quali si comprendeva che era disposto ad offrire una collaborazione informale in merito ai mandanti esterni delle stragi

Perché De Gennaro si affida a lei?

«Già in passato avevo gestito collaboratori di livello come Patrizio Peci, tanto per fare un nome. Ed altri collaboratori importanti. Ero specializzato anche in operazioni sotto copertura con indagini in Sud America. Il dott. De Gennaro già mi conosceva. Mi dice: ‘sei l’elemento giusto per andare a parlare con Ilardo’. E così vado a Lecce e incontro Ilardo nel carcere e comincia ad imbastirsi, piano piano, una collaborazione con Ilardo».

Quando incontra Ilardo che sensazione prova, chi si trova davanti?

«Sono abituato a trattare con le persone e parlo sempre all’uomo e, diciamo, a ciò che rappresenta. Una prassi che ho sempre condotto, in cui credo, che mi ha sempre portato ad avere una collaborazione forte, umana e seria. Per cui mi trovo di fronte una persona che vedo ormai distante dalle connotazioni di Cosa nostra. Era fortemente critico, lo vedo molto legato ai rapporti e alla famiglia e ciò nonostante che gli mancasse poco alla sua scarcerazione. Questo è un dato che comincia a convincermi. La convinzione avviene nel prosieguo del rapporto. Mi fa pensare che Ilardo realmente voglia staccarsi da quel mondo verso cui è critico e mi fa degli esempi che vanno da come è stata trattata la sua famiglia, da Cosa nostra che non era più quella di un tempo. Mi porta degli esempi, anche dal punto di vista umano, per far comprendere che Cosa nostra era mutata. Parla degli attentati stragisti. Diciamo questa è la parte umana. Vedo un uomo colpito nel profondo dell’anima, che vuole recuperare quel po’ di umanità e di famiglia che gli è rimasta.»

Ilardo, catanese e cugino di Piddu Madonia, era vicino ai Corleonesi, la fazione vincente.

«Già sapevo chi avrei incontrato e sapevo anche il suo ruolo. Anche perché, poi, Ilardo, sempre nel primo incontro, che per me è illuminante, perché avevo già lavorato con il generale Dalla Chiesa e con il colonnello Bozzo (diventato generale dei carabinieri, già braccio destro del generale ucciso da Cosa nostra e comandante della divisione Pastrengo, nda) su quella frangia di potere deviato, con i suoi collegamenti con la massoneria e l’estremismo di destra con il supporto dei servizi segreti per quella che verrà chiamata la strategia della tensione.

Fa il nome di un massone torinese, ma di origini siciliane, Savona Luigi, che era già emerso nelle indagini su Ordine Nuovo. Finalmente una conferma per fare chiarezza sui mandanti esterni. Di questo fatto ne do notizia a De Gennaro e al colonnello Bozzo. Quando mi fa quel nome, a me personalmente, mi da la conferma che eravamo messi sulla strada giusta per fare luce. E lui mi dice che se fosse stato mostrato qualche elemento del detonatore delle bombe delle stragi avrebbe potuto, eventualmente, dare indicazione sull’artificiere. Perché lui l’aveva già utilizzato in passato, con un suo amico a cui era molto legato – avevano frequentato insieme l’università a Messina-, quel famoso Rampulla

Diciamo, questo è il primo impatto.

«Poi da anche altri riferimenti sulla massoneria, indica un ristorante dove si tenevano incontri istituzionali, massonici e servizi segreti a Roma. Quindi inizia questa collaborazione».

E questa collaborazione prosegue anche all’esterno del carcere.

«Esatto. Una volta che lui esce mettiamo in atto un dispositivo per comunicare in maniera riservata e tranquilla. E con Ilardo cominciamo a vederci in Sicilia e io, di ogni incontro, redigo relazioni di servizio che invio alla Dia».

Ilardo aveva un nome in codice “Oriente”. Perché questa scelta?

«Lo chiamo “Oriente” ed è anche strumentale. Non solo perché proviene dalla Sicilia orientale, ma anche in riferimento al mondo massonico. Una componente importantissima di quel contesto di cui Ilardo si appresta a parlare. Lui mi dice: ‘Colonnello, lei per comprendere gli ambienti a cui dovremmo apporre la nostra attenzione e che sono ispiratori di quella strategia stragista’…, proprio quegli ambienti istituzionali deviati, che già nei primi anni Settanta avevano posto la strategia: destabilizzare per stabilizzare. In passato questi avevano utilizzato i militari per i Golpe, poi erano passati ai terroristi e poi, in una modificazione sempre di strategia operativa, avevano messo in campo i loro rapporti con la criminalità organizzata. E la fanno entrare per la spartizione degli affari. Ilardo mi dice che questo tramite, per far entrare Cosa nostra in massoneria, fu questo Savona Luigi che era molto amico del Chisena. Entrambi erano massoni e anche collegati ai servizi segreti. Savona Luigi viene ospitato a Catania e vengono organizzati con il Chisena degli incontri a Palermo, dove andò anche Di Cristina e soci. L’attività del Savona Luigi fu anche attenzionata da Falcone. L’attività era sempre quella, contattare i soliti magistrati per favorire le posizioni dei vari affiliati».

E Ilardo cosa aggiunge?

«Che lo stesso ambiente del ’74 è lo stesso che ha posto in essere gli attentati degli anni Novanta, ovviamente alcuni soggetti sono mutati, ma sono cloni di quelli del passato. Ma il contesto politico e massonico è sempre lo stesso, quello che fa riferimento ad Andreotti, ai socialisti di Craxi, ai loro uomini. E mi fa un esempio: l’attentato al giudice Carlo Palermo fu fatto da Cosa nostra in ossequio alla collaborazione che nasce con il partito socialista. Come primo rapporto viene chiesta la commissione di questo attentato.»

Il giudice Palermo stava indagando sui traffici di droga e di armi.

«Sì e anche sulle parentele. Ilardo mi parla di Salvo Andò e mi dice che era organico alla organizzazione, lo avevano votato, frequentava ambienti catanesi – come ho scritto anche nel rapporto – di Cosa nostra. Mi fa tutti questi esempi e mi racconta tutti questi aspetti.»

Il giudice Palermo aveva individuato una società di intermediazione di armi, la Kintex.

«Me ne sono occupato anche io. È una ditta di armi Bulgara. Gli ho sequestrato un carico di armi a Savona. La Kintex, come l’ho investigata io, operava tramite rappresentanti di armi, i quali danno partite di armi a qualsiasi ambiente. Hanno sempre spaziato: dal terrorista islamico, al terrorista mediorientale, sudamericano. A loro non interessa dove vanno a finire le armi, ovviamente non in uno Stato che è in guerra con l’allora Patto di Varsavia o Stato consorella. Un po’ come facciamo tutti quanti, anche noi lo facciamo. La Kintex, negli anni Ottanta, fu molto attenzionata. Sia da noi, come carabinieri, e anche dagli americani».

Ritorniamo ad Ilardo. Nel vostro rapporto di collaborazione quando subentra la latitanza dell’allora capo dei capi Provenzano. In quale occasione esce fuori questo nome?

«Lui (Ilardo, nda) viene reinserito subito nella famiglia. Allora il rappresentante sul territorio era Vaccaro Domenico, operava alle dirette dipendenze di Piddu Madonia che era in carcere. Ilardo, che era superiore a Vaccaro, faceva parte della famiglia, era organico alla famiglia, comincia ad operarci insieme. Mi spiega Ilardo che così si sente libero di sentire, di partecipare alle riunioni, senza nessun particolare vincolo, e mi dice: ‘lasciamo che siano gli altri a contattarmi’, ovviamente per ragioni di sicurezza. Fare domande in quegli ambienti è molto pericoloso. Nel frattempo lui si accredita, cosa molto importante per noi, con dei primi risultati operativi: come, ad esempio, il ritrovamento del materiale per l’apertura delle cassette di sicurezza delle banche. Ci fa arrestare dei primi latitanti. Questo lo accredita nei confronti della magistratura di Palermo che lo segue da lontano nella sua attività di collaboratore informale e, ovviamente, nella Dia di De Gennaro. È un collaboratore credibile che porta risultati tangibili.»

E cosa c’entra Provenzano?

«La famiglia di Piddu Madonia è quella che ha da sempre supportato le attività di Provenzano. Se Provenzano si è sempre reso invisibile al resto dell’organizzazione perché ha sempre contato sugli appoggi, anche in Palermo, della famiglia di Caltanissetta. Anche per la parte avversaria, ai suoi nemici nell’organizzazione, risultava invisibile. ‘Le sorelle di Piddu, quindi le mie zie lo vanno a trovare perché malato, soffre di prostata’, mi comincia a raccontare. ‘Soffre di prostata. Gli portano le medicine, gli portano i cibi che lui può mangiare e che gli piacciono’. E lui dispensa consigli.

E che cosa succede?

Fine prima parte/continua       

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BACIAMO LE MANI/1^ parte

IL PAESE SENZA MEMORIA e SENZA VERGOGNA. Il Caimano torna di moda. Nel Paese orribilmente sporco arrivano proposte scellerate da parte di personaggi scellerati: non vedevano l’ora di riabilitare l’ex Cavaliere di Arcore. Una rovina per questo Paese, altro che statista. Quando ci libereremo politicamente di questi personaggi? Quando potremo chiudere una parentesi trentennale vergognosa? È un Paese alla rovescia: gli onesti diventano delinquenti e i delinquenti continuano a passare per martiri.

BACIAMO LE MANI/1^ parte

di Paolo De Chiara

«Tutti hanno paura ma io l’unica cosa di cui ho paura è che lo Stato mafioso vincerà e quei poveri scemi che combattono contro i mulini a vento saranno uccisi.

Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amicila mafia siamo noi ed il nostro modo sbagliato di comportarsi.
Borsellino, sei morto per ciò in cui credevi ma io senza di te sono morta».

Rita Atria, la picciridda di Paolo Borsellino, 1992

Diventa definitiva la sentenza contro l’ex senatore di Forza Italia per concorso esterno in associazione mafiosa. La Procura: “E’ stato il garante dell’accordo tra Berlusconi e Cosa Nostra”.

“Per diciotto anni, dal 1974 al 1992, Marcello Dell’Utri è stato garante dell’accordo tra Berlusconi e Cosa nostra“, aveva sostenuto il pg Galasso davanti alla Corte. “In quel lasso di tempo”, aveva osservato il pg, “siamo in presenza di un reato permanente“. “Infatti, la Cassazione, con la sentenza del 2012 con cui aveva disposto un processo d’appello-bis per Dell’Utri, aveva precisato che l’accordo tra Berlusconi e Cosa nostra, con la mediazione di Dell’Utri“, ha aggiunto Galasso, “c’è stato, si è formato nel 1974 ed è stato attuato volontariamente e consapevolmente“.

La Repubblica, 9 maggio 2014

«Cinà in buoni rapporti con Berlusconi. Berlusconi dà 20 milioni ai Grado e anche a Vittorio Mangano». La grafia è quella di Giovanni Falcone. Elegante, ordinata. Su un foglio di block notes a quadretti ha messo in fila alcuni appunti durante l’audizione del pentito Francesco Marino Mannoia. E’ il 6 novembre 1989. Il giudice ha sottolineato due volte il cognome Berlusconi, all’epoca già al culmine della sua carriera».

“Berlusconi paga i boss di Cosa nostra”. Ecco l’appunto di Falcone ritrovato nel suo ufficio,  Salvo Palazzolo, la Repubblica, 21 dicembre 2017

Riina parla di Berlusconi e delle speranze al tempo riposte su quest’ultimo (“…No …no… è vigliacco… di avere fattu la legge la nel Codice Penale (inc.) fatto il Codice Penale… quando era in possessu di (inc.) la leggi… perché io tannu ci credeva che lui avissi fàttu (inc.) con questi Magistrati con questi Magistrati… con questi disgraziati, eh speravo… speravo poi (inc.) incominciò… (inc.) a niatri (inc.)..)”.

Intercettazione ambientale del 4 ottobre 2013, Totò Riina a passeggio con Alberto Lo Russo, Corte di Assise di Palermo, 20 aprile 2018

Nelle motivazioni della sentenza Trattativa vengono dettagliate le elargizioni di Silvio Berlusconi (già a Palazzo Chigi) ai mafiosi tramite il co-fondatore di Forza Italia: “È determinante rilevare che tali pagamenti sono proseguiti almeno fino al dicembre 1994”.

Trattativa Stato-mafia, i giudici: “Da Berlusconi soldi a Cosa nostra tramite Dell’Utri anche da premier e dopo le stragi”, Il Fatto Quotidiano, 19 luglio 2018

«Nella seconda metà del ’93, quando si è deciso di appoggiare Forza Italia, è venuto fuori Marcello Dell’Utri che si era preso delle garanzie nei confronti di Cosa nostra per i suoi problemi. E quindi da tutto questo noi diciamo che è nato questo appoggio da parte di Cosa Nostra nei confronti di Forza Italia. Sono stato chiaro?».

Nino Giuffré, collaboratore di giustizia, Tiscali.it, 20 luglio 2018

«Si ritiene da parte dei giudici che Silvio Berlusconi continuò a pagare ingenti somme di denaro a Cosa nostra palermitana anche dopo essere diventato Presidente del Consiglio».

«Risultano annotati in un libro mastro della mafia palermitana movimenti di denaro e ricezione di una somma montante a centinaia di milioni da parte del gruppo imprenditoriale legato a Berlusconi anche dopo che Silvio Berlusconi aveva assunto la carica di Presidente del Consiglio. Un Presidente del Consiglio, se questo è vero, il capo di un governo della nostra Repubblica pagava Cosa nostra».

«Nonostante un gravissimo silenzio e una gravissima ignoranza indotta nell’opinione pubblica, sull’argomento noi magistrati avevamo già una sentenza che aveva condannato definitivamente il senatore Dell’Utri per concorso in associazione mafiosa. Questa stabiliva e statuiva che l’allora imprenditore Silvio Berlusconi nel 1974 con l’intermediazione di Marcello Dell’Utri avesse stipulato un patto con esponenti apicali, esponenti di vertice della Cosa Nostra palermitana. Patto di reciproca protezione e sostegno. E che quel patto era stato rispettato dal 1974 almeno fino al 1992».


«Ma questa sentenza di primo grado sulla trattativa Stato-mafia va oltre. È stato dimostrato che l’intermediazione di Dell’Utri è proseguita attraverso la trasmissione di messaggi e richieste di Cosa Nostra a Silvio Berlusconianche dopo il 1992. Soprattutto dopo che Silvio Berlusconi a seguito delle elezioni del marzo 1994 divenne Presidente del Consiglio. Quindi per la prima volta questa sentenza chiama in ballo Silvio Berlusconi non più come semplice imprenditore ma come uomo politico addirittura come Presidente del Consiglio. Questo è un passaggio che pochi hanno sottolineato che può essere incidentale ma è assolutamente indicativo della gravità del comportamento di Silvio Berlusconi che i giudici ritengono accertato, è un passaggio apparentemente slegato all’imputazione mossa a Dell’Utri in questo processo ma molto significativo».

Nino Di Matteo, Procuratore Nazionale Antimafia, Antimafia2000.com, 27 settembre 2018

«La Trattativa continuò anche con il Governo Berlusconi. Dell’Utri, lo spiegano i giudici nella sentenza, rappresentò a Berlusconi le richieste di Cosa nostra. E dicono i giudici che quel Governo tentò di adoperarsi, non riuscendoci per motivi che non dipendevano dalla volontà del premier, per accontentare alcune delle richieste di Riina. Dice quella sentenza che un presidente del consiglio del Governo italiano, nello stesso momento in cui era presidente del consiglio, continuava a pagare, come aveva fatto nel 1974, cospicue somme di denaro a Cosa nostra».

Nino Di Matteo, presentazione Il Patto Sporco, Roma, 14 novembre 2018

“Ho incontrato tre volte a Milano Silvio Berlusconi mentre ero latitante”.

Giuseppe Graviano, boss di Cosa nostra, videoconferenza udienza processo «’ndrangheta stragista», 7 febbraio 2020

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da WordNews.it

Attilio Manca: da chi è Stato “suicidato”?

Restano molte stranezze in questo caso. Lo strano caso di un medico che voleva fare solo il suo mestiere. Si intrecciano situazioni e personaggi particolari. Dichiarazioni e false attestazioni.

Attilio Manca: nato a San Donà di Piave il 20 febbraio 1969. Ucciso (“suicidato”) a Viterbo l’ 11 febbraio 2004.   

Una strana storia. Una storia sbagliata. Il corpo martoriato del giovane urologo di Barcellona Pozzo di Gotto (Me), trovato morto a Viterbo l’11 febbraio del 2004, lascia ancora troppi interrogativi. Qual è la verità? Perchè, intorno al “suicidio” di questo medico, continuano a volteggiare fitti misteri? Misteri italiani, misteri mafiosi. Misteri di Stato. Cosa aveva visto? Cosa aveva sentito? Chi aveva incontrato? Chi aveva curato?Perchè l’azione mirata, sporca e squallida, come i suoi autori (professionisti e assassini esperti), è ancora insabbiata? Cosa stanno proteggendo? Chi stanno proteggendo?   
«Attilio Manca è stato ritrovato – si legge in una delle tante iniziative di raccolta firme – con due segni di iniezioni nel braccio sinistro, la sua morte è avvenuta per una overdose di eroinaalcool e tranquillanti. Ma Attilio era un mancino puro, incapace di utilizzare la mano destra, così come confermato dai suoi colleghi dell’ospedale Belcolle di Viterbo, e soprattutto non era un tossicodipendente con istinti suicidi».
I legali della famiglia Manca, Fabio Repici e Antonio Ingroia, hanno un’altra versione: «Attilio Manca avrebbe visitato il capo di Cosa nostra, Bernardo Provenzano (prima o dopo il suo intervento alla prostata realizzato in Francia nell’autunno del 2003), dopodiché sarebbe stato eliminato in quanto testimone scomodo della rete di protezione extra-mafiosa eretta attorno al boss mafioso».

Ma ecco le anomalie. La Procura di Viterbo batte su una comoda strada: overdosi. Si èiniettato, stranamente e volontariamente, due dosi fatali di eroina nel braccio sbagliato. Attilio è, per la giustizia italiana, un tossico.Ma sembra troppo facile questa soluzione. Offensiva nei confronti di Attilio e della sua famiglia.   

Il  29 marzo del 2017 il Tribunale di Viterbo ha condannato Monica Mileti (per la cessione della droga): 5 anni e 4 mesi. Il caso è chiuso?
Un nuovo fascicolo viene aperto a Roma per “omicidio volontario”. Questa volta ci sono quattro collaboratori di giustizia. Il quadro descritto dai “pentiti” squarcia il fitto mistero. Il suicidio mascherato porterebbe la firma di tre entità: massoneriamafiaservizi segreti.
Giuseppe CampoGiuseppe SetolaStefano Lo Verso e Carmelo D’Amico raccontano la loro versione. Ma ancora non basta. Il muro ancora non si è sgretolato. Restano le anomalie: 

Attilio era mancino (grave errore da parte delle “menti raffinatissime”) e non era un tossicodipendente. Non sono state trovate le impronte digitali sulle siringhe. Avrà messo i guanti per iniettarsi il veleno? E dove sono i guanti? E il tempo materiale per questa inutile accortezza? Dove sono le prove che portano a parlare di cessione di droga da parte della Mileti? O, come in altri casi, è un mero capro espiatorio utilizzato per chiudere in fretta e furia, confondere e coprire tutto? La storia si ripete, lo stesso fil rouge lega i fatti e i misfatti italici. Anche la tecnica sembra essere la stessa. Il caso Pantani grida ancora “vendetta”. Il pestaggio e la morte violenta di Pier Paolo Pasolini (1/2 novembre 1975) coperta con una banale scusa e un solo colpevole. Il vero colpevole? Il pestaggio e la morte violenta di Attilio Manca, chiusa con un’altra banale scusa.Il poeta è stato archiviato come un Frocio e basta, l’urologo siciliano come un tossico.

Restano molte stranezze in questo caso. Lo strano caso di un medico che voleva fare solo il suo mestiere. Si intrecciano situazioni e personaggi particolari. Dichiarazioni e false attestazioni. La squadra mobile di Viterbo che attesta il falso. Per coprire chi? Che cosa? Provenzano è morto. Chi bisogna ancora coprire? Servono coperture per il “sistema” che ha reso tranquilla la latitanza del boss siciliano? 

Questo Paese ha bisogno della verità! La famiglia Manca ha bisogno di uno Stato serio, che dia risposte serie sulla morte di Attilio! I responsabili devono pagare. Gli uomini indegni dello Stato, quelli che hanno fatto il bello e il cattivo tempo dal dopoguerra ad oggi, devono essere individuati e perseguiti. Lo stesso vale per i massoni e i mafiosi. Uno Stato serio non può permettersi più certi misteri.

WordNews.it continuerà a seguire la vicenda di Attilio Manca, restando al fianco della sua famiglia.

da WordNews.it

Link: https://www.wordnews.it/attilio-manca-da-chi-e-stato-suicidato

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