Paolo De Chiara

Home » Posts tagged 'sicilia'

Tag Archives: sicilia

«Ho partecipato alla cattura di Brusca, ma non credo più nello Stato»

INTERVISTA. Parla Luciano Traina, il fratello di Claudio, l’agente di scorta ucciso in via D’Amelio, insieme ai colleghi Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Eddie Walter Cosina e Agostino Catalano. L’ex ispettore della polizia di Stato esprime una sua convinzione: «le “menti raffinatissime” avrebbero voluto utilizzarmi. Brusca non doveva essere catturato vivo». Sulla vicenda Bonafede: «In lui non ci vedo la malafede, però vedo tanti fili che lo manovrano».

«Ho partecipato alla cattura di Brusca, ma non credo più nello Stato»

di Paolo De Chiara

«In questi anni lo Stato si è comportato come sempre. Assente. Almeno verso di noi. Molto, molto assente. Non ci credo più». Sono parole amare pronunciate da Luciano Traina, già ispettore della polizia di Stato e fratello di Claudio, l’agente di scorta ucciso dal tritolo ventotto anni fa, in via D’Amelio, insieme al giudice Paolo Borsellino e ai colleghi Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Eddie Walter Cosina e Agostino Catalano.

Luciano Traina ha una carriera importante alle spalle, piena di encomi. Un impegno costante all’interno delle Istituzioni. Si è contraddistinto contro le Brigate Rosse a Milano. Mentre a Palermo si è trovato faccia a faccia con u verru (il porco) Giovanni Brusca, il killer di Cosa nostra. Lui, il fratello di una vittima, ha tratto in arresto il mafioso. Diventato, poi, collaboratore di giustizia. Abbiamo raccolto il pensiero dell’ex ispettore nel giorno della commemorazione della strage di Capaci, per ricordare anche i vivi, come il Pm Di Matteo, minacciato di morte dai “poteri forti”.

«Fino a qualche anno fa speravo, ma adesso sono arrivato alla frutta. Questa mattina sono andato in caserma dove c’è la lapide dei ragazzi ad onorare loro. Tranne il questore e il nuovo prefetto non c’era nessuno. Ho partecipato per i ragazzi, ma il resto è solo noia, apparenza, passerella. Sinceramente sentire alcuni familiari è disgustoso al massimo».

Perché? A cosa si riferisce?

«Mi riferisco a tante cose. Certe persone vogliono soltanto apparire».

Lei dice che fino a un certo punto ha creduto nello Stato. Quando si registra il cambio di rotta? Qual è il momento di rottura?

«Nel momento in cui noi cittadini normali, disarmati, abbiamo fatto la scorta civica a Di Matteo. Uno Stato non deve mandare avanti la popolazione per sostenere e garantire una sicurezza a un magistrato che vuole la verità, insieme ai familiari. Quindi ci siamo adoperati noi, senza armi, davanti al Tribunale. Non avrebbero ucciso solo un magistrato, ma persone inermi».

Lei si riferisce anche alle ultime polemiche che hanno coinvolto il ministro Bonafede?

«L’ho incontrato l’anno scorso in via D’Amelio, abbiamo avuto modo di parlare civilmente. Quando sono salito sul palco ero incazzato nero perché, in questi anni, ci sono state solo promesse e niente fatti. Noi vogliamo che ci sia giustizia. Sul palco mi sono tolto alcuni sassolini dalla scarpa, citando i predecessori di Bonafede che, come ogni anno, promettevano questo e quello. Quando sono sceso dal palco lui mi ha stretto la mano, ero insieme ad Antonio Vullo, l’unico superstite della strage di Borsellino. Ed io, come un cretino, ho creduto nelle sue parole. Dall’anno scorso, ad oggi, non è arrivata né una chiamata né un invito. L’unico regalo che ci ha fatto Bonafede è che ha scarcerato tutti questi mafiosi dal 41 bis. A seguito di questo abbiamo protestato».

E siete stati coinvolti da una trasmissione di Mediaset.

«A seguito di questa protesta è arrivato l’invito da un famoso, in negativo, giornalista (Giordano) che inviò una troupe per raccogliere le nostre proteste dovute a queste scarcerazioni. Ci avevano promesso di mandare tutto in onda. Quindi mi sono tolto tutti i sassolini dalla scarpa».

A chi si è rivolto?

«Al nostro Presidente della Repubblica. Dicendo che anche lui, avendo avuto un lutto in famiglia, non aveva speso una parola. Essendo anche presidente del CSM. Parlando pure di Bonafede. La trasmissione è andata in onda e hanno deciso di tagliare tutti i nostri interventi. Dopo due giorni è andata in onda la trasmissione di Giletti, così è uscito fuori tutto. Abbiamo fatto una lettera contro Giordano ma nessuno si è degnato di darci una risposta».

In questo Paese, quindi, non si vogliono affrontare certi temi?

«La tv italiana, sia Mediaset che la Rai, preferisce invitare i figli dei mafiosi. Noi familiari non veniamo coinvolti in questi dibattiti. Nessuno vuole affrontare la realtà di quello che succede, di quello che è successo e di quello che continua a succedere».

Cosa ha provato dopo aver ascoltato la telefonata del Pm Di Matteo nella trasmissione di Giletti?

«Ho provato sdegno, mortificazione. Sinceramente un pochino ci credevo in Bonafede. In lui non ci vedo la malafede, però vedo tanti fili che lo manovrano. Anche nella fiducia che ha dato Renzi, se ascoltiamo bene, lui manda tanti messaggi. Una caramella a Di Matteo e un messaggio chiaro verso Napolitano. Da una parte mi fa tenerezza Bonafede, ma non lo vedo nel posto dove sta. In quei posti ci vorrebbero personaggi, come dicono a Palermo, con i canini affilati».

Ci vorrebbe un Di Matteo, un Gratteri?

«Certo. In Di Matteo vedo un Falcone, un Borsellino. Le persone giuste non possono stare nei posti giusti, questa è la verità».

Questo ministro (Bonafede) e questo Governo sono adeguati a contrastare le mafie?

«No, per niente. Non mi venga a dire Bonafede che non sapeva quando hanno scarcerato il primo, il secondo, il terzo. E siamo arrivati quasi a 500 mafiosi. E lui non sapeva nulla. Che Di Matteo ha frainteso. Non possiamo crederci».

Lei ha perso un fratello nella strage di via D’Amelio e, nello stesso tempo, è stato un rappresentante delle forze dell’ordine. Cosa ha provato a seguito di tutte queste scarcerazioni?

«Che sono uno stronzo».

In che senso?

«Ho fatto patire la mia famiglia dopo la morte di mio fratello. Prima lavoravo, poi ho cominciato a lavorare di più. Ho partecipato alla cattura di Brusca, hanno voluto forzatamente che partecipassi alla cattura».

Che significa “forzatamente”?

«In quel periodo, quando ci sono state tutte le indagini per la cattura di Brusca, gestivo dei pentiti di mafia, coloro che scioglievano le persone nell’acido. Andavo sempre in giro con il dott. Sabella e con il dott. Prestipino, due magistrati di un certo livello. A Palermo c’ero e non c’ero. Due o tre giorni prima che si catturassero i fratelli Brusca mi hanno bloccato. In quei giorni non dovevo partire perché la squadra mobile aveva bisogno di personale. Ma io ero distaccato per queste faccende, per questi  interrogatori con i magistrati».

Quindi, “forzatamente”?

«Forzatamente mi ritrovai dentro il furgone. Eravamo una decina di persone impegnate per il blitz. Il furgone era a distanza di 100 metri dalla villa dei Brusca. Arrivato il segnale, siamo piombati dentro. Hanno voluto con forza che io ci fossi».

Perché?

«L’ho capito negli anni. Perché dopo la cattura di Brusca, e me lo ritrovai davanti, è successo che l’indomani, rientrato a casa dopo aver passato la notte con i miei colleghi di squadra per la perquisizione dell’abitazione, i giornali cominciarono a scrivere. Affibbiandomi delle dichiarazioni mai rilasciate. Questi erano i titoli: “Io Luciano Traina ho messo le manette a Brusca e ho buttato le chiavi”. Strada facendo Brusca è stato malmenato, si vede anche in una fotografia. Il suo volto è tutto tumefatto. Ho ancora quella copia del giornale. Ma io non ho mai parlato con i giornalisti».

Tutto questo cosa significa?

«Poi andiamo a scoprire chi era La Barbera (Arnaldo, il superpoliziotto e agente dei Servizi, nda), il questore che ha voluto forzatamente il mio impiego, che faceva parte dei Servizi deviati. Brusca non doveva essere catturato vivo? Brusca doveva essere catturato tre mesi prima in un altro paesino vicino Palermo. Poi sparì improvvisamente. Chi meglio di me, il fratello che si vendicava di questa persona. Questa è stata la mia sensazione».

Sta dicendo che mandarono “forzatamente” lei per una vendetta nei confronti del killer di Cosa nostra?

«Questo l’ho sempre detto. Meno male che Di Matteo ha fatto condannare queste persone nel processo sulla Trattativa Stato mafia».

Quindi, dietro quella decisione, c’erano delle “menti raffinatissime”?

«Certamente. Dopo due giorni mi ha chiamato La Barbera e mi ha detto: “Lei ha finito di fare la pacchia”. Mi ha spedito per una settimana al reparto Mobile di Reggio Calabria e, dopo, grazie a un medico della polizia che ha capito il mio stato d’animo, che io non avrei sostenuto il peso, mi mandò a casa per un mal di schiena. Poi hanno voluto “forzatamente” che me ne andassi da Palermo. La cosa strana è che mi è arrivato un encomio per la cattura di Brusca».

Riepilogando, possiamo dire che le “menti raffinatissime” volevano la morte di Brusca?

«L’ho pensato, lo penso, ma sinceramente non c’è una prova. Ma perché proprio io vengo mandato ad arrestare Brusca? Se lo avessi visto fare un gesto inconsulto non ci avrei pensato due volte. Ma io non uccido una persona perché è stato un assassino».

Che impressione le ha fatto Brusca in quel momento?

«Mi ha fatto schifo. Non lo conoscevo. Pensavo ad un omone. Mi sono ritrovano davanti un uomo più basso di me, scalzo, con i pantaloncini e a petto nudo, con un’espressione stupita. Entrambi, in quella frazione di secondo, siamo rimasti sorpresi, sbalorditi, bloccati. Mi aspettavo un orso, ho visto un omino. Questo mio pensiero me lo porterò sempre dietro: perché tra i dieci uomini scelti, tra i primi a scendere, doveva esserci Luciano Traina? Negli anni abbiamo visto chi era La Barbera e dopo due giorni ho visto come mi ha trattato. Ripeto, secondo me non volevano che si catturasse vivo. Non potevano non arrestarlo, non potevano farlo scappare. Ormai si sapeva che era lì, anche se hanno impiegato diversi giorni per la cattura. Abbiamo dovuto attendere i colleghi di Roma, come se da Palermo non fossimo stati in grado di catturare un latitante».

Come possiamo ricordare, senza retorica, suo fratello Claudio?

«È entrato in polizia perché vedeva in me un idolo. Un giorno è venuto da me e mi ha comunicato la sua decisione. Ha fatto domanda ed è entrato in polizia. Caso volle che, come me, ha fatto la scuola ad Alessandria, poi Milano e, nel 1991, è stato trasferito, dietro sua richiesta, a Palermo. Ed è finito all’ufficio scorte. Lui non scortava il giudice Borsellino, quel giorno si è trovato lì perché giorni addietro un collega è stato male. Lui quel giorno mi aveva chiesto di andare a pescare, perché era libero. Invece lo avevano chiamato perché la domenica doveva coprire un turno di un altro collega. Quello è stato il 19 luglio del 1992.

Dopo 40 anni di servizio in polizia lei sta dedicando la sua vita ai giovani studenti. Possiamo credere in questi ragazzi?

«Vedo in loro molta attenzione. L’ultimo incontro l’ho fatto a Capo d’Orlando, dove ho visto i ragazzi piangere. I giovani non hanno bisogno delle favole, ma della realtà».        

In questo Paese si arriverà mai alla piena verità?

«No. Ci faranno sapere le briciole, che non porteranno mai al pane».

da WordNews.it

Covid19 e Sanità: «Un atto di criminalità politica»

INTERVISTA al penalista siciliano Enzo Guarnera: «La nostra Costituzione stabilisce che il diritto alla salute è un diritto fondamentale, intangibile. Una classe politica, trasversalmente, da trent’anni a questa parte, ha messo in atto una politica che ha depotenziato le strutture pubbliche, che sono quelle che garantiscono il diritto alla salute a tutti i cittadini. Se come classe dirigente depotenzio quelle strutture che servono a garantire il diritto alla salute, politicamente, compio un atto criminale».

Covid19 e Sanità: «Un atto di criminalità politica»

di Paolo De Chiara

«Il 10 agosto 2009, l’assessore alla sanità della Regione Siciliana, Massimo Russo, firmò un dettagliato piano per le pandemie in Sicilia. Si tratta di un piano molto articolato, che doveva essere messo in atto da tutte le aziende sanitarie, a cura dei manager e dei vari assessori succedutisi negli anni. Nulla è stato fatto. Questa è la tipica “notitia criminis”. Credo sia il caso che se ne occupino tutte le Procure della Repubblica competenti per territorio». Siamo partiti da questo post dell’avvocato siciliano Enzo Guarnera (foro di Catania), scritto sulla propria pagina Facebook, per capire cosa è successo in questi anni in Sicilia. Il penalista, molto famoso nel suo ambiente per il suo impegno per la diffusione della cultura della legalità e per il suo passato politico (è stato per due legislature deputato, con “La Rete” dell’Assemblea regionale siciliana), è molto attivo sui social. Oggi, per le minacce di morte ricevute, vive sotto scorta. Lo abbiamo avvicinato per capire il suo pensiero sui maggiori temi di attualità di quest’ultimo periodo: dalla situazione siciliana alla sanità, dall’azione del governo al protagonismo di alcuni politicanti nostrani. «Undici anni fa la Regione siciliana ha approvato un dettagliatissimo piano per la prevenzione e l’intervento, qualora arrivassero, delle pandemie. Credo che siano almeno 50 pagine di piano. Individua una serie di compiti, da parte di tutte le aziende sanitarie, con i responsabili, con tutte le attività che bisogna fare in sede preventiva. In modo che, qualora si fosse presentata una disgrazia, come quella attuale, le strutture sanitarie dell’isola sarebbero state già pronte a intervenire. Questo piano è stato redatto su volontà dell’assessore di allora, Massimo Russo, un ex PM della Procura di Palermo, e fu inviato a tutte le realtà apicali dell’isola. Ognuno aveva un compito da eseguire».

Che fine ha fatto questo piano?

«È rimasto sulla carta e lo è ancora. Se si fossero approntate, in questi undici anni, tutte quelle strutture che il piano prevedeva, probabilmente, oggi in Sicilia non avremmo avuto quei problemi che abbiamo, anche se rispetto ad altre realtà in Italia il problema è minore. Però il problema esiste».

Di chi sono le responsabilità?

«La responsabilità non è soltanto politica. Il decreto della regione ha forza di legge, è un atto del governo e va attuato. Chi non l’ha fatto ha commesso, a mio giudizio, il reato di omissione di atti di ufficio. Ma se si trova, ed è un problema di accertamento investigativo, un nesso di causalità tra la mancata applicazione del decreto della Regione con i casi di coronavirus che si sono verificati in Sicilia e con i contagi, evidentemente, c’è una responsabilità penale più grave. Parliamo di pandemia colposa. Questo è un aspetto che, ovviamente, ipotizzo ed è compito delle varie Procure accertare. Se questa mia ipotesi ha un fondamento, essendo una omissione messa in atto da tutte le aziende sanitarie, sarebbero interessate tutte le Procure dell’isola per competenza territoriale, sicuramente tutte le provincie. E poi bisogna vedere se all’interno delle aziende ci sono altri responsabili. Ho sollevato un problema, vediamo se qualche Procura si pone il tema e decide di approfondire. L’approvazione del piano è stata confermata dal presidente della Regione dell’epoca Raffaele Lombardo. Nessuno ha pensato di tirare fuori dal cassetto questo piano».

Come si sta affrontando l’emergenza nella sua Regione?

«Credo che si stia affrontando un po’ come in altre regioni».

Cosa intende?

«C’è un’ansia di protagonismo che io non comprendo, c’è una gara quasi, tra alcuni presidenti a chi è più bravo, a chi dice le cose più belle, a chi fa gli interventi più utili. Purtroppo Musumeci non è alieno da questa logica, come se facesse una gara con i suoi colleghi del nord, in particolare il presidente Fontana, il presidente Zaia. Ognuno tira fuori una cosa, a integrazione delle disposizioni del Governo quasi per dire “voi fate questo, ma io sono più bravo”. Si seguono gli umori dell’opinione pubblica. Ad esempio, Musumeci è passato da una fase nella quale era ancora più restrittivo nelle sue determinazioni a un’altra fase, nella quale adesso comincia a dire che bisogna aprire qualcosa, bisogna ripartire, bisogna incentivare il turismo. Ma è la stessa logica che personaggi minori hanno seguito, penso ad esempio al sindaco di Messina, ma penso anche a qualche parlamentare nazionale. La vicenda di Salvini è emblematica. A distanza di pochi giorni, una volta si deve chiudere e una volta si deve aprire, secondo gli umori che percepisce nell’opinione pubblica. La politica fatta così, non è seria. Non ha scenari complessivi, non ha razionalità, si cerca soltanto il consenso. Qualunque situazione viene utilizzata strumentalmente in prospettiva, questo significa che i problemi non si affrontano in maniera frazionale, si pensa sempre alla prossima elezione. E questo, purtroppo, è avvenuto anche in Sicilia, dove ci sono vari candidati in questo momento, in pectore, nel centrodestra, per le prossime regionali. C’è Musumeci che pensa di ricandidarsi, anche se disse che questa era la sua ultima esperienza politica; c’è De Luca, questo sindaco macchiettistico di Messina che avrebbe velleità simili. E, quindi, c’è questa battaglia, con altri parlamentari regionali che sgomitano per avere visibilità. È chiaro che in questa situazione si perde di vista l’interesse collettivo».

Rimaniamo su De Luca. Nei giorni scorsi si è registrata la polemica sul funerale del fratello di un personaggio vicino alla criminalità organizzata celebrato a Messina. Lei che idea si è fatto?

«Un funerale anomalo rispetto a quello che, in base alle disposizioni, doveva avvenire. La prima responsabilità è della Curia, in questo caso al parroco che avrebbe dovuto dire che in questo momento funerali non se ne possono fare. Il parroco, invece, ha celebrato il funerale in chiesa, con la presenza di parenti. E questo non è consentito dalle normative. Questo è il primo errore. In molte realtà la chiesa locale ha ancora difficoltà a seguire le indicazioni del Papa, nel contrastare duramente certi ambienti. Magari per paura, per timidezza. Gli emuli di Don Abbondo abbondano. Il parroco ha dimostrato debolezza. Poi c’è stato un corteo. Trenta o cento persone? Il problema non è questo, il corteo non si poteva tenere. È impensabile che il sindaco di Messina, così attento, così munito di droni con la sua voce tonante e insultante, non abbia saputo, non si sia accorto che c’era questo funerale, questa cerimonia in chiesa. Evidentemente anche qui c’è lo stesso discorso fatto per il parroco. Nei confronti di alcuni ambienti vi è un certo timore. Certi ambienti possono essere pericolosi. Quando il sindaco nel suo intervento giustificatorio tentò di sminuire la portata del funerale ottenne il ringraziamento dei parenti. Questa è una cartina di tornasole, perché i parenti devono ringraziare il sindaco. Questa tolleranza è stata gradita dai parenti. Tutte queste cose caratterizzano non solo la Sicilia, ma tutto il meridione d’Italia. Un timore, un’attenzione nei confronti di zone, di ambienti della società che possono anche tornare scomodi se vengono contrastati. E allora faccio finta di non sapere. La zona grigia è molto ampia nel nostro Paese e riguarda molti fenomeni legati alla criminalità. Una zona grigia fatta da persone che tollerano, che chiudono gli occhi, che fanno finta di non sapere. Questa è la zona grigia peggiore, dove la criminalità può maggiormente prosperare».

Lei, in un suo post su Facebook, richiamando l’articolo 32 della Costituzione, ha scritto: “Nel 1981 in Italia, negli ospedali pubblici, vi erano 530 mila posti letto; nel 2017 si erano ridotti a 191 mila posti letto. Contemporaneamente sono aumentati i finanziamenti e le convenzioni in favore delle strutture sanitarie private. Le cronache giudiziarie hanno rivelato che, in parallelo, i fenomeni di corruzione in questo settore hanno subito una impennata. Formigoni uno degli ultimi esempi. Tale progressiva riduzione è stata operata da tutti i governi, sia di centrodestra (negli ultimi 20 anni Forza Italia, Lega, Alleanza Nazionale, Fratelli d’Italia) che di centrosinistra (Ulivo, Progressisti, PD, Rifondazione Comunista, cespugli vari). Non esito a definirli, tutti, criminali politici”. Cosa intende quando dice “criminali”?

«Politicamente è criminale non attuare in pieno il diritto alla salute previsto dalla nostra Costituzione. Questo è un atto di criminalità politica. La nostra Costituzione stabilisce che il diritto alla salute è un diritto fondamentale, intangibile. Una classe politica, trasversalmente, da trent’anni a questa parte, ha messo in atto una politica che ha depotenziato le strutture pubbliche e gli ospedali, che sono quelle che garantiscono il diritto alla salute a tutti i cittadini, soprattutto a quelli meno abbienti, ai poveri, agli emarginati, perché sono questi soggetti che vanno tutelati secondo i principi costituzionali. Se come classe dirigente depotenzio quelle strutture che servono a garantire il diritto alla salute agli ultimi, politicamente, compio un atto criminale. A parte il fatto che disattendo, nei fatti, un principio costituzionale. Questo significa per me politicamente criminale. Poi, è anche doppiamente criminale, sempre dal punto di vista politico, e potrebbe anche non esserlo solo dal punto di vista politico, perché le somme che ho distolto alla sanità pubblica le ho stornate per riversarle nella sanità privata convenzionata, che trae profitto. Una sanità che, in parte, pesa anche sulle tasche dei cittadini e che può essere accessibile, soprattutto quella di eccellenza, soltanto ai cittadini ricchi. Si evidenzia, di fatto, una discriminazione quasi classista. Ecco perché è doppiamente criminale. Una scelta fatta da tutti, centrodestra e centrosinistra».

Come giudica le restrizioni contenute nei vari decreti emanati?

«Confuse. Credo che bisognava avere maggiore rapidità e maggiore chiarezza. I cittadini non sanno più quali sono. Fra provvedimenti del presidente del consiglio e decreti legge del Governo è difficile orientarsi, perché non si sa se quello che arriva dopo è ad integrazione o in sostituzione di quello precedente. Se ho questa difficoltà io, che di mestiere faccio l’avvocato, figuriamoci il cittadino normale. Questo Governo, per carità, si è trovato improvvisamente ad affrontare una crisi non prevista, anche se il Ministero poteva prevedere un piano contro le pandemie. Oggi c’è una grossa difficoltà. Questa proliferazione, adesso, di enti, di gruppi di studio e di lavoro rischia di appesantire. C’è un po’ di fatica, in questo momento, da parte del Governo. Conte fa quello che può, ma non è il massimo. Questo Governo non è il massimo, ci sono ministri messi a caso. Non basta essere avvocati o docenti universitari per essere in grado di governare un Paese».

Lei parla di “ministri messi a caso”. Fino a qualche mese fa il Ministero dell’Interno era rappresentato da Salvini. Lei è molto critico con il leader della Lega. Perché?

«Il leader leghista è un grande mistificatore politico. Una persona che, intanto, non ha mai lavorato, ha solo vissuto di politica: dai consigli comunali al consiglio regionale, dal parlamento europeo al parlamento nazionale. È una persona senza cultura istituzionale. Una persona che ha una grande bramosia di potere personale. Nei momenti particolari lui ha rivelato la sua vera natura. Una persona che, in una democrazia parlamentare, dice “voglio i pieni poteri” rivela la propria indole».

Che tipo di indole?

«Antidemocratica e assetata di potere personale. Diffido di queste persone, che hanno una grande voglia di avere il potere comunque, che esprimono un narcisismo. Una patologia della personalità. Diffido dai narcisisti. Persone prive di umiltà, della capacità di capire gli altri, privi di alcuni valori come la solidarietà, l’attenzione verso gli ultimi. Diffido di chi utilizza strumentalmente le emozioni e la pancia del popolo. Questi sono quelli che aspirano ad essere dittatori. Per me gli uomini sono tutti uguali e tutti hanno gli stessi diritti. Per me i primi dodici articoli della Costituzione rappresentano il faro, dovrebbero essere il faro per chi fa politica. Invece no, questa Costituzione viene, a mio giudizio, abbondantemente dimenticata, messa da parte. Salvini, in questo momento, è l’emblema di tutto ciò che non dovrebbe essere uno statista. Una persona che non vorrei mai che fosse a capo del Governo. Tutto sommato questo Governo, con tutte le critiche che posso fare, è il male minore. Resta il grande tema del cambiamento della politica in questo Paese. L’unico politico che ho apprezzato è stato Enrico Berlinguer, una persona perbene. Il futuro possiamo costruirlo con i giovani».

da WordNews.it

La mafia corleonese uccide Placido RIZZOTTO

INTERVISTA al nipote del partigiano-sindacalista siciliano: «il corpo di mio zio è stato fatto a pezzi, perché doveva essere messo dentro delle bisacce per essere trasportato in cima alla montagna, dove è stato buttato nella foiba. La Repubblica italiana è nata malata per questa trattativa iniziale che ha condizionato pesantemente la politica e l’economia della Sicilia e dell’Italia».

La mafia corleonese uccide Placido RIZZOTTO

Sono passati 72 anni dalla morte violenta del sindacalista-partigiano (Brigata Garibaldi) Placido Rizzotto, segretario della Camera del Lavoro di Corleone, presidente dei Reduci e Combattenti dell’Anpi, esponente del Psi e della Cgil. È stato ammazzato il 10 marzo del 1948, per il suo impegno, per il suo coraggio, per la forza di contrapporsi ai mafiosi dell’epoca. Per difendere gli ultimi, i contadini e le terre in mano ai prepotenti. I movimenti dei contadini, sostenuti da sindacalisti con la schiena dritta, stavano mettendo in difficoltà il potere dei notabili e dei mafiosi. Lo hanno fatto a pezzi, per dare l’esempio a tutti gli altri. Tra i responsabili dell’omicidio Luciano Leggio (esecutore materiale), Vincenzo Collura e Pasquale Criscione (complici), il medico-boss di Corleone Michele Navarra (mandante). Quest’ultimo verrà ammazzato dalla banda di Leggio, dove cominceranno a muovere i primi passi due giovani delinquenti: Riina e Provenzano. Ci sono voluti troppi anni per fare questi nomi, anche se tutti conoscevano le facce dei responsabili. Ma come disse il bravo giornalista d’inchiesta Gianni Bisiach nel suo famoso documentario, girato a Corleone nel 1962: «Il silenzio proteggeva la vecchia mafia del feudo. Il silenzio difende la giovane mafia che è nata nel dopoguerra per sfruttare la riforma agraria e la costruzione di strade, dighe e canali ottenendo appalti e imponendo balzelli». E Placido Rizzotto, il sindacalista “senza paura”, verrà ammazzato nel dopoguerra, insieme a tanti altri uomini liberi. «È stato sequestrato a Corleone – queste le parole del fratello Antonino, raccolte nel documentario girato 14 anni dopo -, poi è stato ritrovato sulla Rocca Busambra (1.613 metri, è la cima più alta della Sicilia occidentale), in una buca dove c’erano tanti cadaveri». La sera del 10 marzo del 1948, spiega a Bisiach il padre Carmelo, Placido viene ucciso a colpi di pistola e poi gettato dentro un crepaccio profondo 60 metri. «Solo dopo 21 mesi venimmo a sapere chi furono gli assassini». All’epoca nemmeno si nominava la parola mafia, all’epoca c’era l’abitudine, nei tribunali, di usare la discutibile formula “assolto per insufficienza di prove”. L’unico testimone, il pastorello Giuseppe Letizia, 13 anni, verrà eliminato per conto e per volontà del medico-mafioso Navarra. Per ricordare la figura del sindacalista siciliano abbiamo raccolto la testimonianza di suo nipote, che porta il suo stesso nome. Placido Rizzotto è il figlio di Antonino, il fratello del partigiano.

«Mio zio Placido era un contadino, dopo l’8 settembre aveva iniziato con altri giovani a fare la Resistenza contro il nazi-fascismo. In quel periodo ha acquisito una coscienza politica, che a Corleone non avrebbe maturato. Quando Placido Rizzotto rientra a Corleone nel 1945, insieme ad altri sindacalisti siciliani, comincia ad organizzare i contadini. Nacque in Sicilia il primo grosso movimento antimafia, non solo di lotta, ma di cultura ed informazione. Spiegavano ai contadini i loro diritti per far evolvere la classe dei braccianti, nelle città veniva fatto con la classe operaia».

E si arriva alle prime elezioni democratiche, vinte dal Blocco del Popolo.

«Nella regione siciliana, che aveva ottenuto nel frattempo lo statuto speciale, il risultato fu nettamente a favore delle forze di sinistra, socialisti e comunisti. Questo effetto preoccupò parecchi attori di quel periodo: la politica, la chiesa, gli americani e quel gruppo di fascisti, come la X Mas di Valerio Borghese. Tutte queste forze stabilirono che si doveva fermare questo movimento. I feudatari e i mafiosi non potevano perdere il loro potere; la politica, la chiesa, l’America e una parte deviata dello Stato non voleva farsi sfuggire il controllo della Sicilia, un posto strategico, lo spartiacque tra il blocco occidentale e il blocco orientale stabilito con l’accordo di Yalta. Con tutti i mezzi decisero di fermare questo movimento di contadini. Iniziarono le uccisioni di tanti sindacalisti, ci fu la strage di Portella della Ginestra, a seguire gli assalti alle Camere del Lavoro. Placido Rizzotto si ritrovò a Corleone, uno dei centri più caldi, a combattere contro i latifondisti e contro questa strategia della tensione stragista. Il 18 aprile, nelle prime elezioni repubblicane, vinse la Democrazia Cristiana e di colpo cessarono le uccisioni dei sindacalisti».

Ritorniamo al 1945: Placido Rizzotto, dopo la guerra e la lotta partigiana, ritorna a Corleone. In quale contesto si trova ad operare?

«La gente aveva fame di lavoro, aveva famiglie da mandare avanti. Soggiacevano allo sfruttamento, non osavano ribellarsi. A Corleone, tra il ’46 e il ’47, ci sono stati 52 omicidi, tutti ad opera di sconosciuti. Non c’è mai stata una condanna. Gli omicidi non erano regolamenti di conti tra bande mafiose, anche perché non c’erano bande. La guerra di mafia nasce negli anni ’50 quando Leggio si mette in contrapposizione con Navarra».

La storia di Rizzotto si intreccia con la storia di Italia…

«Esatto, per una serie di coincidenze si intreccia con la storia d’Italia. Corleone è stato un paese che negli anni successivi, come mafia, ha avuto quei risvolti di leadership, prima con Luciano Leggio poi con Riina e poi con Provenzano e, quindi, nell’immaginario collettivo è il paese della mafia. Ma così non è, perché insieme alla mafia è nata l’antimafia. È nata gente come Bernardino Verro. C’è stata gente uccisa perché cercava di ribellarsi. La storia di Placido Rizzotto si intreccia con la venuta a Corleone di Pio La Torre. Dopo un anno arriva Carlo Alberto Dalla Chiesa, che si interessa al caso Rizzotto e riesce ad arrestare i due partecipanti all’omicidio di mio zio, li fa confessare…»

Stiamo parlando di Collura e Criscione?

«Esattamente. Lui arresta un certo Giovanni Pasqua per l’omicidio della guardia campestre Calogero Comaianni (ucciso il 28 marzo 1945, nda). Dalla Chiesa arresta Pasqua che confida al Capitano dei carabinieri i nomi degli assassini di Rizzotto: Leggio, Criscione e Collura. Questi ultimi due confessano l’omicidio e indicano il luogo dove è stato buttato il corpo, Rocca Busambra. Dalla Chiesa fa un primo ritrovamento dei resti di mio zio, insieme ad altri due cadaveri. In seguito Collura e Criscione ritrattano la confessione dicendo che era stata estorta sotto tortura, la Procura non avvalora il riconoscimento dei familiari e, i due, vengono assolti per insufficienza di prove. Dalla Chiesa chiederà di andare di nuovo nella foiba per prendere i resti rimasti, ma questo permesso viene negato dal ministro Scelba».

Bisogna aspettare sessantuno anni per il ritrovamento definitivo dei resti, precisamente il 7 luglio del 2009.

«Con l’esame del DNA, che ai tempi non sarebbe stato possibile, si è potuto accertare che quelli erano i resti di Placido Rizzotto».

Dobbiamo ricordare anche il medico-mafioso Michele Navarra, il mandante dell’omicidio.

«Sì, il capomafia di Corleone. Leggio era il suo luogotenente, un giovane mafioso molto ambizioso, molto feroce a cui fu affidato il compito di eliminare mio zio».

Chi era il mafioso Michelle Navarra?

«Era uno che aveva molte relazioni con i politici, anche con gli americani. A Navarra gli americani, dopo lo sbarco, avevano dato la concessione di ritirare tutti i mezzi di trasporto che avevano abbandonato in Sicilia. Il Navarra, con il recupero di tutti questi mezzi di trasporto, impianta la prima agenzia di trasporti siciliana, intestata al fratello. Questa azienda di trasporti, poi, sarà venduta alla Regione siciliana. Il mandante locale era, sicuramente Navarra, ma con l’avallo e con le direttive, probabilmente, di persone molto più in alto».

L’omicidio Rizzotto porterà ad un altro omicidio: quello dell’unico testimone oculare, il pastorello Giuseppe Letizia.

«Da ricostruzioni recenti sappiamo che mio zio fu ammazzato quasi subito e poi fu portato in un casolare di campagna, dove c’era un altro mafioso che non è mai stato menzionato nelle indagini, un certo Giuseppe Ruffino, che si occupava di furto di bestiame e macellazione clandestina. Ruffino si è occupato di macellare il corpo di mio zio, fatto a pezzi perché doveva essere messo dentro delle bisacce che, con un mulo, dovevano essere trasportate in cima alla montagna. Nel crepaccio butteranno il mulo, insieme alle bisacce, con i pezzi del cadavere di mio zio. Il bambino, molto probabilmente, non ha assistito all’omicidio, ma alla macellazione del corpo. A quanto pare, ha fatto anche dei nomi. In preda al delirio viene portato, dal padre, in ospedale e preso in cura da Navarra, il quale appena capisce la situazione costringe un altro medico a praticare una iniezione letale».

Qual è l’insegnamento che, oggi, resta dell’azione di Placido Rizzotto, a 72 anni dalla sua morte?

«Bisogna con tutti i mezzi leciti reagire e non subire mai lo sfruttamento da parte di altri uomini, anche a costo della propria vita, perché con il tempo i risultati si ottengono, ovviamente se non si rimane isolati. Placido Rizzotto aggregava le persone con un obiettivo comune. Era il famoso teorema dei Fasci siciliani: una verga può essere spezzata, due verghe possono essere spezzate, ma un fascio non si riesce a spezzare. Nel dopoguerra stava nascendo una nuova classe dirigente. Furono tutti trucidati. Quel patto scellerato che fecero le istituzioni deviate con la mafia, la prima vera trattativa Stato-mafia, ha dato un potere enorme a questi mafiosi. La Repubblica italiana è nata malata per questa trattativa iniziale che ha condizionato pesantemente la politica e l’economia della Sicilia e dell’Italia».

#IHD in Calabria

LAMEZIA TERME, 27 gennaio 2020
Con i favolosi ragazzi dell’Istituto tecnico commerciale “De Fazio”
Grazie di cuore alla dirigente Simona Blandino, all’ex presidente Antonio Baudi, all’avvocato Guarnera e alla collega MT Notarianni.
#iohodenunciato #libri #romanziitaliani #storiavera #tdg #cosanostra #mafiemontagnadimerda #pdc #film #cinemaset

#IHD, successo a Catania

#iohodenunciato
Grande evento a Catania.
#cinemaset
Una sala strapiena di giovani.
#film

Un gruppo straordinario! Forza, la strada è lunga. Ma artisticamente e professionalmente piacevole e intrigante.
Cinema, Cultura, Cultura e Legalità.
Grazie di cuore a tutti!!!

AUGURI #Paolo

“CHI HA PAURA MUORE OGNI GIORNO, CHI NON HA PAURA MUORE UNA VOLTA SOLA”. Paolo Borsellino
#magistrato #palermo
#nascita 19 gennaio 1940
#borsellino #ucciso #mafia #sTato #pernondimenticare #mafiamontagnadiMerda

Pietro Macchiarella, sindacalista, ucciso dalla mafia il 17 gennaio 1947

La sera del 17 gennaio del 1947, con due colpi di lupara, verrà stroncata la vita del giovane dirigente sindacale. Aveva 41 anni, era nato il 18 agosto del 1906. I giornali dell’epoca riporteranno il nome dell’assassino, il capomafia Francesco Paolo Niosi. L’omicidio non fu legato, ufficialmente (dalla Prefettura), a fatti di mafia, ma ad affari privati. Una semplice diatriba tra il delinquente Niosi e il sindacalista Macchiarella. All’epoca (ma anche oggi) si usava fare così.

di Paolo De Chiara

Ora, a Palermo, c’è anche una strada dedicata al sindacalista siciliano ucciso a Ficarazzi, nel 1947, dal capomafia dell’epoca. Questa è una storia dimenticata. Da troppi anni. Tanti sono i morti ammazzati da personaggi violenti e mafiosi che non hanno mai fatto i conti con la giustizia. Anche l’assassino del comunista Macchiarella non ha mai pagato il suo conto per l’atto arrogante e violento. Il capomafia ha strappato una vita e nessuno ha fatto giustizia. Quante sono le persone di cui, ancora oggi, non si conosce la storia? Quanti sindacalisti, quanti iscritti al partito comunista e al partito socialista, quanti difensori degli oppressi sono stati ammazzati? Perché le loro storie ancora non trovano uno spazio adeguato? Di tanto in tanto emerge qualche pezzo dal passato.  

Ecco alcuni nomi dei morti ammazzati che hanno preceduto l’assassinio di Macchiarella: Lorenzo Panepinto, insegnante, sindacalista, ucciso a Santo Stefano di Quisquina (Agrigento), 16 maggio 1911; Bernardino Verro, sindaco di Corleone (Palermo), organizzatore del movimento contadino, 3 novembre 1915; Giovanni Zagara, dirigente del movimento contadino, assessore a Corleone (Palermo), 29 gennaio 1919; Giuseppe Rumore, sindacalista e attivista per l’occupazione dei latifondi, 22 settembre 1919; Giuseppe Monticciolo, presidente Lega socialista di Trapani, 27 ottobre 1919; Alfonso Canzio, fondatore Lega per il miglioramento dei contadini di Barrafranca (Enna), 27 dicembre 1919; Nicolò Alongi, dirigente movimento contadino, 29 febbraio 1920; Paolo Mirmina, sindacalista e attivista per le lotte contadine, ucciso a Noto (Siracusa), 3 ottobre 1920; Giovanni Orcel, dirigente sindacale, segretario metalmeccanici di Palermo, 14 ottobre 1920; Vito Stassi, dirigente socialista e presidente della Lega dei contadini di Piana dei Greci (Palermo), 28 aprile 1921; Antonio Scuderi, socialista, consigliere comunale e segretario cooperativa di Dattilo Paceco (Trapani), 16 febbraio 1922; Sebastiano Bonfiglio, socialista e sindacalista, primo cittadino di Erice (Trapani), 10 giugno 1922; Antonio Ciolino, dirigente lotte contadine,  30 aprile 1924; Andrea Raia, ucciso a Casteldaccia (Palermo) per il suo impegno in difesa dei diritti dei contadini, 5 agosto 1944; Nunzio Passafiume, sindacalista, promotore delle lotte per l’occupazione delle terre, 7 giugno 1945; Agostino D’Alessandro, segretario Camera del Lavoro, 11 settembre 1945; Giuseppe Scalia, segretario Camera del Lavoro di Cattolica Eraclea (Agrigento), 25 novembre 1945; Giuseppe Puntarello, dirigente Camera del Lavoro di Ventimiglia di Sicilia (Palermo), 4 dicembre 1945; Gaetano Guarino, socialista, primo cittadino di Favara (Agrigento), impegnato nelle cooperative agricole, 16 maggio 1946; Pino Camilleri, socialista, primo cittadino di Naro (Agrigento), impegnato nelle lotte contadine, 28 giugno 1946; Girolamo Scaccia e Giovanni Castiglione, contadini, rimasti uccisi a seguito di un attentato presso la Camera del Lavoro, 22 settembre 1946; Giovanni Severino, segretario Camera del Lavoro di Jappolo (Agrigento), 25 novembre 1946; Filippo Forno, contadino e sindacalista di Comitini (Agrigento), 29 novembre 1946; Nicolò Azoti, segretario Camera del Lavoro di Baucina (Palermo), 23 dicembre 1946; Accursio Miraglia, segretario Camera del Lavoro di Sciacca (Agrigento), 04 gennaio 1947.

Altro che codice mafioso di una volta. Altro che “la vecchia mafia era diversa”. Mica, come ancora qualcuno sostiene, “ammazzava le donne e i bambini”? La mafia dell’epoca faceva schifo come la mafia di oggi. Hanno sempre sfruttato tutto ciò che potevano sfruttare. Lo stesso ragionamento vale anche per l’epoca moderna. È cambiato il contesto. Ma lo squallore di questi piccoli uomini resta tale. Insieme al loro puzzo.

Le lotte per la libertà

Anche Pietro Macchiarella era un contadino ed un attivista del partito Comunista. Impegnato per proteggere i diritti dei contadini. La sua passione civile la trasferiva quotidianamente nella Camera del Lavoro, di cui era dirigente. Al centro delle lotte non c’era solo il contrasto alla mafia dell’epoca e, quindi, l’occupazione delle terre (controllate dai “potenti” proprietari terrieri e dai mafiosi), ma tra gli obiettivi risultava esserci anche la conquista dei diritti per i contadini: la giusta retribuzione, il rispetto dell’orario di lavoro per coloro che venivano sfruttati nei campi. Macchiarella, come tanti altri, combatteva per la libertà. Migliorare le condizioni dei lavoratori, dei contadini. Un atteggiamento che disturbava i personaggi loschi di Ficarazza (Palermo). La sera del 17 gennaio del 1947, con due colpi di lupara, verrà stroncata la vita del giovane dirigente sindacale. Aveva 41 anni, era nato il 18 agosto del 1906. I giornali dell’epoca riporteranno il nome dell’assassino, il capomafia Francesco Paolo Niosi. L’omicidio non fu legato, ufficialmente (dalla Prefettura), a fatti di mafia, ma ad affari privati. Una semplice diatriba tra il delinquente Niosi e il sindacalista Macchiarella. All’epoca (ma anche oggi) si usava fare così. La mafia è un’invenzione dei comunisti e dei giornalisti, ripeteva ossessivamente il sanguinario e viddano Salvatore Riina. L’altra usanza dell’epoca (abbiamo dovuto aspettare Giovanni Falcone e il Maxiprocesso per il cambio di rotta) era l’assoluzione dei mafiosi. Tutti gli imputati, a conclusione dei processi partiti per individuare i mandanti e gli esecutori dell’omicidio Macchiarella, furono prosciolti dalle accuse. Un morto e nessun colpevole.

da WordNews.it

Link: https://www.wordnews.it/pietro-macchiarella-sindacalista-ucciso-dalla-mafia-il-17-gennaio-1947

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: