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I RAGAZZI DELL’ORCHESTRA FALCONE E BORSELLINO RIAVRANNO UNA SEDE?

LO SFRATTO. Un passo avanti e due passi indietro. La decisione dell’amministrazione ha fatto scattare la sinergia istituzionale: «Le istituzioni sono intervenute – ha spiegato l’avvocato Guarnera – e si è ottenuto il risultato». Per il sindaco D’Agate: «c’è stata una cattiva interpretazione di questo gesto. Sono stati tanti equivoci, forse non ci siamo espressi bene». Ma la realtà, le comunicazioni e le prese di posizione dicono ben altro. Per l’assessore Bulla: «Noi non sapevamo nulla di questo comodato. La sostanza non mi sembra sbagliata, forse ho sbagliato a non argomentare. Non mi sembra di essere in torto. Stiamo vedendo qual è la soluzione migliore». Ora, per Bulla, si prevede anche una mozione di sfiducia.

I RAGAZZI DELL’ORCHESTRA FALCONE E BORSELLINO RIAVRANNO UNA SEDE?

di Paolo De Chiara

ADRANO (Catania). «Mi sono incontrato con l’associazione “La città invisibile”, con il prefetto ci siamo sentiti telefonicamente. Era un tantino allarmato da questa notizia che ha avuto un eco e un significato non rispondente al vero». È il primo cittadino che parla. Le dichiarazioni del sindaco Angelo D’Agate sono state raccolte telefonicamente da TvaNotizie, una tv locale. «Non è vero che l’amministrazione in maniera gratuita, improvvisa e repentina abbia mandato via i ragazzi». Allora cosa è successo? «Sostanzialmente l’atto è stato quello di farci restituire i locali dalla Mazzini per poter essere assegnati alla scuola del Cappellone, che è una delle scuole che sono in ristrutturazione. Avevamo individuato questi locali e ce li siamo fatti consegnare dalla scuola Mazzini. In conseguenza di questo fatto, dato che sono occupati, diciamo dall’associazione che svolge, nelle ore pomeridiane, le sue attività musicali. In verità in questo periodo non li svolge, quindi non è stata interrotta nessuna attività, perché per via del coronavirus l’attività non c’era. Ma questo conta poco. È stata una lettera formale, non un provvedimento. Un modo per ritornare in possesso di quei locali che ora assegneremo con atto formale nei primi giorni della settimana prossima alla Scuola del Cappellone, per poter affrontare i primi mesi del prossimo anno scolastico.

Certamente c’è stata una cattiva interpretazione di questo gesto che, comunque, nell’ipotesi in cui, che ci sembra credibile oggi, che non ci siano doppi turni ad Adrano, certamente può rimanere nel possesso dell’associazione “La città invisibile” per le ore pomeridiane. Mentre nelle ore mattutine sarà adibito a scuola. Sono stati tanti equivoci, forse non ci siamo espressi bene da una parte e dall’altra. Ma si capisce perfettamente come possiamo essere preoccupati in quanto abbiamo 63 aule in ristrutturazione».

Lo sfratto

È bene a questo punto ricostruire la vicenda. Il 15 giugno 2020, l’assessore del Comune di Adrano, Salvatore Bulla, firma una comunicazione (protocollo 19368) indirizzata alla Fondazione “La città invisibile”: «Per sopravvenute necessità di questo Comune, si è stati costretti a chiedere al Dirigente Scolastico, che ha aderito, la riconsegna dei locali. Per detti motivi, si invita (seppure con dispiacere) codesta Fondazione a riconsegnare le chiavi dei locali e di provvedere allo sgombero degli stessi. Scusandoci per il disagio, conseguente a sopravvenute esigenze non eludibili, e certi della celerità con la quale codesta Fondazione provvederà a quanto richiesto, si porgono distinti saluti».

Equivoco o cattiva interpretazione? Con un atto protocollato, l’assessore Bulla, da freddo burocrate, ha chiesto la riconsegna delle chiavi del locale, per lo sgombero degli stessi. Un vero e proprio sfratto per i ragazzi che, tolti dalla strada, sono impegnati in un’orchestra conosciuta, ormai, in tutto il mondo. Dovrebbe essere un vanto per un’amministrazione.

Il fulmine a ciel sereno ha preso alla sprovvista la Fondazione, i suoi fondatori, i suoi sostenitori. I ragazzi si sono sentiti spaesati, traditi. Hanno scritto una lettera pubblica, indirizzandola al sindaco D’Agate, al prefetto di Catania Sammartino, al governatore Musumeci, all’assessore alle politiche sociali della Regione Sicilia, al presidente del Consiglio, ai presidenti di Camera e Senato, al presidente della Repubblica e agli organi di informazione. «La nostra sorpresa e anche il nostro sgomento derivano dalle modalità con cui si sono svolti gli eventi. La nostra fondazione nel 2018 aveva stipulato una “convenzione-contratto” con la Scuola Secondaria di 1° grado “Giuseppe Mazzini”, in cui viene fatta presente la concessione della sede per un periodo di quattro anni e il preavviso di almeno un anno accademico precedente a quello in corso nel caso della restituzione dei locali. Eravamo sicuri di poter continuare a suonare ed imparare senza una sospensione imminente di queste nostre opportunità. Tuttavia così non è avvenuto, in quanto il Comune è venuto meno all’accordo stipulato, firmato dall’Assessore Salvatore Bulla. In questo modo non è stato rispettato l’obbligo dell’anno di preavviso stabilito»

Per il Comune di Adrano, oltre alla bruttissima figura, inizia la fase, inaspettata (per loro), delle polemiche. Probabilmente non avevano pensato alle reazioni, arrivate da più parti.

Ed hanno dovuto subire gli articoli di stampa, i servizi televisivi, le proteste di Salvatore Borsellino (il fratello del magistrato ucciso il 19 luglio da Cosa nostra e dagli apparati dello Stato deviati e mafiosi), di Piera Aiello, componente della commissione antimafia e da tanti altri che hanno conosciuto l’Orchestra “Falcone e Borsellino”. Anche il gruppo degli Abruzzesi negli Emirati Arabi Uniti e nei Paesi del Golfo si è associato.   

Ma non basta.

Qualche giorno fa, nell’incontro tra il primo cittadino di Adrano e la Fondazione, è emersa la versione ufficiale. Le parole pronunciate dal primo cittadino non hanno minimamente soddisfatto gli “sfrattati”.  

Il 19 giugno il dirigente scolastico reggente della Scuola secondaria di primo grado “G. Mazzini”, Loredana Lorena scrive alla Fondazione: «Le comunico con rammarico che il Comune di Adrano ha chiesto alla scrivente, la riconsegna dei locali di Via Roma n. 56 “per urgenti sopravvenute esigenze scolastiche”. Vista la richiesta di cui sopra, considerato che l’Ente proprietario dei locali suddetti è il Comune di Adrano, il giorno 13 giugno duemilaventi le chiavi dei locali di Via Roma sono state consegnate dalla scrivente, prof.ssa Loredana Lorena, legale rappresentante della scuola, all’Assessore Salvatore Bulla, in rappresentanza del Comune di Adrano. Di tale atto è stato redatto regolare Verbale assunto al protocollo dell’Istituzione scolastica. In merito alla Convenzione a suo tempo stipulata tra l’Istituzione scolastica e la Fondazione, si dà atto che, venendo meno il requisito di fondo, ossia la disponibilità dei locali di cui all’oggetto, in seguito alla richiesta del Comune di Adrano, quanto previsto dalla Convenzione decade fino a nuove disposizioni da parte dell’Ente proprietario.»

Sinergia istituzionale  

«È apprezzabile la sinergia istituzionale – ha spiegato l’avvocato Enzo Guarnera, del foro di Catania – che si è creata. È intervenuta la Presidenza della Repubblica, il Miur e il Prefetto. Il dottor Sammartino è stato tempestivo. Ha voluto parlare direttamente con i protagonisti, ha voluto sapere, ha chiesto passo passo di essere informato. Grazie a questa sinergia si è ottenuto il risultato. Sono stati coinvolti i ragazzi e le loro famiglie, che hanno scritto una lettera. Le Istituzioni hanno dimostrato la loro sensibilità, hanno preso a cuore la vicenda. E questa strategia è stata vincente e ha portato l’amministrazione a ripensarci. Ora bisogna aspettare la delibera».       

La parola all’assessore Bulla

È l’amministratore che ha firmato la fredda comunicazione. In questi giorni è stato tirato in ballo da più parti. «Ho davanti agli occhi, e non riesco a crederci. Una lettera dell’assessore Salvatore Bulla, del Comune di Adrano, che con freddo tono burocratico comunica alla Fondazione “La città invisibile”, che gestisce l’Orchestra Falcone e Borsellino di “riconsegnare le chiavi”». In questo modo si è espresso, qualche giorno fa, il leader delle Agende Rosse Salvatore Borsellino.

Nelle ultime ore anche l’opposizione si è schierata contro Bulla. «Chiediamo le sue dimissioni per incompetenza», ha dichiarato il consigliere comunale Salvo Coco. Per la settimana prossima è stata annunciata la mozione di sfiducia. «Se questa ipotesi si concretizzerà – ha dichiarato il sindaco D’Agate –, se verrà avanzata una mozione di sfiducia credo che riuscirò a spiegare bene le ragioni dei nostri gesti, perché non sono dell’assessore ma sono dell’amministrazione».

Abbiamo raccolto, quindi, anche il punto di vista dell’assessore alla manutenzione e alle politiche giovanili, Salvatore Bullo. «Noi abbiamo due scuole in ristrutturazione e abbiamo l’esigenza di avere 63 aule a disposizione per il nuovo anno scolastico. Siamo a corto di aule. Abbiamo cercato di chiarire con la Fondazione in maniera bonaria, ma loro volevano la soluzione immediata. La priorità è per il diritto allo studio. Ho sempre detto che avremmo trovato una soluzione, ma prima volevo parlare con la preside a cui avremmo dato i locali. Ma la Fondazione “Falcone e Borsellino” ha creato tutto questo parapiglia. Non c’è nessun motivo per cacciarli via». Lei, nella comunicazione del 15 giugno, però, utilizza un linguaggio netto, freddo, burocratico. «Sì, è vero. L’ho scritta in maniera fredda, non ho specificato niente». Lei cosa pensa di questi ragazzi? «Noi queste associazioni cerchiamo. Io volevo solo 15 giorni di tempo per farmi riorganizzare. Non è stato un capriccio, non mi danno nessun fastidio. Anzi, io sono a favore di questo tipo di attività». Lei, quindi, ammette di aver commesso un errore? «Dopo sei mesi, dopo che li abbiamo chiamati in tutti i modi lei pensa che lo considero un errore o una necessità primaria? Stiamo parlando del diritto allo studio, di questo stiamo parlando. Possiamo dire che ho sbagliato nella forma, ma la sostanza è quella». Magari se avesse inserito nella lettera delle spiegazioni, delle alternative… «Ho chiesto i locali alla scuola con cui loro avevano fatto questo comodato, che non ci avevano fatto sapere. Noi non sapevamo nulla di questo comodato. La sostanza non mi sembra sbagliata, forse ho sbagliato a non argomentare. Non mi sembra di essere in torto, la scuola viene prima di ogni altra cosa. Abbiamo trovato la soluzione». Sarebbe? «Abbiamo chiesto alla preside se il pomeriggio possono continuare a convivere con loro e la preside si è resa disponibile». Esiste un atto ufficiale? «Ancora non abbiamo ratificato niente, perciò mi servivano quei 15 giorni. Loro hanno avuto questa fretta di sbandierare la mia comunicazione ai quattro venti. Non mi sento di aver fatto niente di male». Il consigliere Coco ha chiesto le sue dimissioni “per incompetenza”. Lei cosa ne pensa? «In pochi mesi ho fatto più di lui dopo 10 anni da consigliere. E comunque il suo esponente politico, anni fa, aveva fatto la stessa cosa sempre con “La città invisibile”. Avrà avuto qualche dimenticanza, si sarà dimenticato di questa cosa». Siete ritornati sui vostri passi dopo l’intervento della Presidenza della Repubblica, del Miur e del Prefetto di Catania? «No, noi non siamo ritornati sui nostri passi. Ho sempre detto che avrei trovato una soluzione, però loro (la Fondazione, nda) volevano la soluzione scritta prima della decisione. Non ho buttato fuori nessuno, ho avuto due settimane terribili per cercare di mediare e sistemare. Io non li voglio buttare fuori. Non è che non capisco quello che fanno, non è che non sono sensibile al loro operato. Ma il diritto allo studio viene prima di ogni altra cosa. Dovevo cercare una soluzione indolore per tutti, ma loro hanno voluto forzare la mano facendo le vittime in malo modo. Io sono sempre stato disponibile, anche se loro vogliono dichiarare il contrario. L’ho detto anche alla dottoressa Milazzo, la gatta frettolosa fa i figli ciechi». Lei, quindi, sta affermando che la soluzione definitiva è stata trovata? «L’abbiamo trovata. Ma senza la certezza scritta, stiamo vedendo qual è la soluzione migliore. Direi di aspettare, già ieri ha parlato il sindaco. Noi non torniamo sui nostri passi. La faremo come delibera di Giunta». Si sente tranquillo con questa mozione di sfiducia annunciata? «A me è dispiaciuto più l’attacco mediatico. Sono stato preso come un mafioso, sono stato accusato di avere avuto poca sensibilità. Questo mi è dispiaciuto, la mozione di sfiducia non mi preoccupa. Anche perché non ha nessuna validità legale, non la possono fare la mozione di sfiducia». Secondo lei, da amministratore, queste attività culturali danno fastidio alle organizzazioni mafiose presenti sul territorio? «Non penso proprio. Ad Adrano non penso proprio, magari in altri paesi. Se fosse a Catania, forse sì». Perché fa questa differenza tra Catania ed Adrano? «Perché, forse, ad Adrano le organizzazioni mafiose non sanno nemmeno l’esistenza della “Falcone e Borsellino”. Non lo so, non c’entra l’organizzazione mafiosa. Qui è stata una esigenza…». Assessore, io le sto chiedendo se l’impegno dei ragazzi, che vengono tolti dalla strada, può dare fastidio alla mafia locale. «Non saprei rispondere a questa domanda, perché non vedo tutto questo problema. Loro (sempre la Fondazione, nda) hanno operato in maniera tranquilla, mai nessuno li ha mai disturbati. Non mi risulta che abbiano subito minacce». Mi scusi, qual è la situazione ad Adrano? «In che senso?». Per quanto riguarda la criminalità organizzata. «Adrano è un paese difficile, un paese con una densità… ci sono stati periodi bui». Le ultime scarcerazioni hanno riportato qualche mafioso sul territorio? «Forse è tornato qualcuno, ma è rimasto sempre agli arresti domiciliari. Nessuno è uscito sul territorio». Il Comune di Adrano, in passato, è stato sciolto per mafia? «Anni fa, negli anni Novanta. I protagonisti sono stati tutti assolti, non c’è stata nessuna condanna per nessuno». Quei protagonisti, oggi, non fanno più politica? «Non ci sono più». Lei è sicuro? «Quella vicenda aveva anche toccato il sindaco in carica». L’attuale sindaco? «Sì». All’epoca era sindaco? «Sì. Ma se lei mi fa questa domanda pretestuosa…». Perché dice pretestuosa, non sto accusando nessuno. «Il tono era pretestuoso». Mi scuso se ha percepito questo tono, ma le garantisco che non era e non è affatto pretestuoso. È lei che ha nominato il sindaco dell’epoca. «Il sindaco non c’entrava niente, infatti non subì nessun mandato di cattura, non ha fatto niente. Il sindaco, non perché è il mio sindaco, è una bravissima persona. Tutta la Giunta è a favore della legalità. Noi non abbiamo nessun problema contro la “Falcone e Borsellino”. È stata solo un’esigenza temporanea». La situazione si può “ricucire”? «È già stata ricucita e sistemata». Piera Aiello, componente della commissione antimafia, ha parlato di uno “scivolone”, lei condivide? «Potrebbe essere stato uno scivolone, ma io non lo considero uno scivolone. La sostanza della lettera è necessaria. Mi servono quelle aule, mi servono per metterci gli alunni dentro. Io non sono nemmeno l’assessore all’istruzione, sono assessore alla manutenzione. E siccome in quelle aule bisogna fare manutenzione mi sono esposto perché ho fretta di fare iniziare i lavori».

Sarà l’assessore Bullo a pagare per tutti? Cadrà la sua testa, per mettere tutto a tacere? Perché proprio lui ha firmato la lettera che, in questi giorni, tanto ha fatto discutere?                        

Per Approfondimenti: 

– I giovani scrivono al sindaco di Adrano: «Pretendiamo risposte»

– A chi da fastidio l’educazione antimafia?

– ADRANO: L’ARROGANTE POLITICA SCACCIA I RAGAZZI A «RISCHIO»

da WordNews.it

A chi da fastidio l’educazione antimafia?

SCELTE SCELLERATE. «Sappiamo che la chiusura dell’Orchestra in Adrano sarebbe un segnale molto pericoloso nei confronti della malavita locale. Infatti non chiude solo una semplice scuola di musica, ma un presidio attivo e riconosciuto a livello nazionale, di difesa dei valori della legalità».

A chi da fastidio l'educazione antimafia?

di Paolo De Chiara

ACCADE IN SICILIA. Ad Adrano, in provincia di Catania, ci sono dei ragazzi “portati via dalla strada” che, da diverso tempo, sono impegnati con la musica. Imparano e si perfezionano attraverso gli strumenti musicali. Un’Orchestra che, in un ambiente ad alta densità mafiosa, rappresenta la risposta adeguata alla criminalità organizzata. Anche loro si sono organizzati, attraverso la Cultura. 

Un impegno costante, un sogno che si è realizzato e che ha prodotto dei risultati eccezionali. La mafia del posto non può disporre facilmente della “manovalanza”, perchè queste giovani creature sono destinate ad altro. Stanno coltivando nel quotidiano le loro passioni, stanno realizzando il loro futuro. In un territorio dove i mafiosi vorrebbero imporre la loro forza brutale.

Ma negli ultimi anni, grazie a delle persone eccezionali – come Alfia Milazzo e come la Città Invisibile e l’Orchestra (che porta il nome di due grandi magistrati, uccisi da questi personaggi indegni) -, gli “uomini del disonore” stanno subendo sconfitte e brutte figure. Sono ostacolati, osteggiati, presi a schiaffi dalla Cultura. L’arma fondamentale per sconfiggere questi orrendi criminali e questa maledetta mentalità mafiosa.

In queste ore, però, qualcuno sta cercando di mettere il bastone tra le ruote a questo ingranaggio. La sede, dove i ragazzi studiano e si formano, è stata sottratta. O meglio, esiste ufficialmente l’intenzione. Riportata, nero su bianco, in una comunicazione. In poche parole, questi giovani studenti potrebbero finire in mezzo a una strada, insieme ai propri strumenti musicali. 

A chi dà fastidio l’Orchestra composta da ragazze e da ragazzi che hanno scelto la cultura e la legalità? Perchè è arrivato un provvedimento così odioso? Perchè questo fulmine a ciel sereno? Chi non riesce a digerire questo riscatto sociale?        

Probabilmente è stato un semplice equivoco, ma qualcuno dovrà dare delle spiegazioni. E chiedere scusa. 

Questa è la dichiarazione ufficiale della Fondazione

“Preso atto della richiesta da parte del Comune di lasciare la sede regolarmente concessa dalla Scuola Mazzini che la gestisce,  siamo in attesa di incontrare il sindaco per ascoltare quali sono,  se ve ne sono, le soluzioni, da lui proposte. Soluzioni alternative che però chiederemo debbano essere offerte in tempi immediati, in quanto l’Orchestra ha bisogno di riaprire le attività in vista degli impegni di fine luglio dedicati a Borsellino.

In riferimento alle eventuali soluzioni specifichiamo che non accetteremo accomodamenti che non siano in linea con le attuali.

Il Sindaco deve essere chiaro su questo punto e dimostrarlo con i fatti se vuole che la “Città invisibile” continui la sua attività di educazione antimafia in un territorio in cui la mafia è assai presente, o viceversa, se non è interessato a questo nostro progetto e ai ragazzi dell’Orchestra Falcone Borsellino.

Sappiamo che la chiusura dell’Orchestra in Adrano sarebbe un segnale molto pericoloso nei confronti della malavita locale. Infatti non chiude solo una semplice scuola di musica, ma un presidio attivo e riconosciuto a livello nazionale, di difesa dei valori della legalità”.

Noi, domani, seguiremo da molto vicino questo incontro. Per capire da che parte sta il primo cittadino di Adrano, insieme all’intera amministrazione comunale. 

Per sconfiggere le mafie non servono più le parole vuote e inutili, sono necessari atti concreti. Le Istituzioni dove si vogliono posizionare? Dalla parte dei giovani impegnati o da quella rappresentata dai soliti buffoni di paese?   

I giovani scrivono al sindaco di Adrano: «Pretendiamo risposte»

da WordNews.it

La famiglia mafiosa di Sciacca

PRIMA PARTE. L’inchiesta Passepartout, che ha coinvolto la parlamentare molisana Giuseppina Occhionero (Italia Viva), fa emergere il potere criminale della famiglia mafiosa di Sciacca e dei mafiosi di rango collegati a quel mondo criminale: Totò Riina, Matteo Messina Denaro, Salvatore Di Ganci, Santo Sacco, Accursio Dimino, Antonino Nicosa, detto Antonello (già portaborse dell’On. Occhionero). In attesa dell’udienza preliminare, dove il Gup Fabio Pilato deciderà sulla richiesta di rinvio a giudizio (sono coinvolti sei soggetti, tra cui un parlamentare), è giusto capire il contesto in cui operava il Nicosia.

La famiglia mafiosa di Sciacca

di Paolo De Chiara

L’APPOGGIO DEI CORLEONESI

La famiglia di Sciacca è stata retta, sin dai primissimi anni ’90, da Salvatore Di Gangi e ha goduto del forte appoggio dei corleonesi oltre che dell’amicizia personale con Salvatore Riina.

Proprio nel febbraio 1991, dopo la morte dell’allora capo della provincia di Agrigento Giuseppe Di Caro, per volontà di Totò Riina la stessa provincia è stata guidata, congiuntamente, dai rappresentanti dei diversi mandamenti che la componevano, fra cui Salvatore Di Gangi per quello di Sciacca.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

IL GOTHA DI COSA NOSTRA

Salvatore Di Gangi si era attivato, conferendo specifico incarico ad Accursio Dimino, per influenzare i giudici popolari che componevano la Corte d’Assise di Palermo nel processo contro Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella e Michele Greco – sostanzialmente il gotha di Cosa nostra – per un duplice omicidio.

Circostanze queste che certamente denotano l’importanza e la centralità della famiglia di Sciacca nelle dinamiche dell’intera Cosa nostra oltre che l’assoluta fiducia che la stessa associazione mafiosa ha sempre riposto nell’odierno indagato Accursio Dimino.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

DESIGNAZIONI

La famiglia di Sciacca, anche successivamente agli anni ‘90, aveva continuato a essere retta da Salvatore Di Gangi e, dopo il suo arresto, da Carmelo Bono e ciò fino al 2003, quando Bernardo Provenzano e Giuseppe Falsone (capi, rispettivamente, dell’intera Cosa nostra e della provincia di Agrigento) designarono Calogero Rizzuto (poi divenuto collaboratore di giustizia) e Gino Guzzo al vertice del mandamento di Sambuca di Sicilia, nel cui ambito all’epoca ricadeva la famiglia mafiosa di Sciacca.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

IL COMANDO DELLA FAMIGLIA

Accursio Dimino, inoltre, era stato scelto da Rizzuto e Guzzo, nel periodo di reggenza del mandamento, per assumere il comando della famiglia di Sciacca.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

MILITANZA IN COSA NOSTRA

È proprio nel corso di due lunghe conversazioni intrattenute con il Nicosia il 28 gennaio 2018 e il 20 febbraio 2018 che il Dimino ha ripercorso la propria militanza in Cosa nostra, raccontando dei solidi rapporti con Salvatore Di Gangi, della composizione di un “triumvirato”, delle relazioni con le altre province mafiose, manifestando nostalgia per un passato in cui “c’erano ancora persone con gli occhi chiusi” e succedevano “venti boom” (riferendosi verosimilmente a un numero di omicidi) nonché rammarico per un presente in cui “non succede più nulla” e si adotta un sistema estorsivo inefficace, diverso da quello seguito da lui….

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

POLIEDRICITA’

Il pregiudicato Antonino Nicosia, detto Antonello, poliedrico soggetto saccense, la cui partecipazione alla famiglia mafiosa è risultata essere datata nel tempo.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

INGRESSI NELLE CARCERI

Il Nicosia organizzava ulteriori ingressi all’interno di diverse strutture penitenziarie, ingressi tutti preceduti e seguiti da una serie di conversazioni intercettate dall’Ufficio dalle quali emergeva con chiarezza la loro strumentalità rispetto alle illecite finalità perseguite dall’indagato.

La polizia giudiziaria ha infatti accertato, come si vedrà, che, attraverso la collaborazione con l’Onorevole Occhionero, il Nicosia ha potuto accedere agli istituti penitenziari in brevissimo tempo ben quattro volte: il 21 dicembre 2018 a Sciacca, il giorno successivo a Trapani e ad Agrigento, il 1 febbraio 2019 a Tolmezzo.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

SANTO SACCO & MATTEO MESSINA DENARO

All’interno dell’autovettura del Nicosia, i due commentavano l’incontro appena avvenuto, all’interno della predetta struttura, con Santo Sacco, Consigliere provinciale, ex Consigliere comunale di Castelvetrano, sindacalista della U.I.L. e infine definitivamente condannato (anche) per il delitto di cui all’art. 416 bis c.p. come componente della famiglia mafiosa di Castelvetrano, per conto della quale aveva addirittura intrattenuto un rapporto epistolare con il latitante Matteo Messina Denaro.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

PRIMA PARTE/continua

Per approfondimenti:

– Matteo Messina Denaro, “il primo ministro”

– MAFIA & POLITICA: chiesto il rinvio a giudizio per la deputata molisana

da WordNews.it

«Ho partecipato alla cattura di Brusca, ma non credo più nello Stato»

INTERVISTA. Parla Luciano Traina, il fratello di Claudio, l’agente di scorta ucciso in via D’Amelio, insieme ai colleghi Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Eddie Walter Cosina e Agostino Catalano. L’ex ispettore della polizia di Stato esprime una sua convinzione: «le “menti raffinatissime” avrebbero voluto utilizzarmi. Brusca non doveva essere catturato vivo». Sulla vicenda Bonafede: «In lui non ci vedo la malafede, però vedo tanti fili che lo manovrano».

«Ho partecipato alla cattura di Brusca, ma non credo più nello Stato»

di Paolo De Chiara

«In questi anni lo Stato si è comportato come sempre. Assente. Almeno verso di noi. Molto, molto assente. Non ci credo più». Sono parole amare pronunciate da Luciano Traina, già ispettore della polizia di Stato e fratello di Claudio, l’agente di scorta ucciso dal tritolo ventotto anni fa, in via D’Amelio, insieme al giudice Paolo Borsellino e ai colleghi Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Eddie Walter Cosina e Agostino Catalano.

Luciano Traina ha una carriera importante alle spalle, piena di encomi. Un impegno costante all’interno delle Istituzioni. Si è contraddistinto contro le Brigate Rosse a Milano. Mentre a Palermo si è trovato faccia a faccia con u verru (il porco) Giovanni Brusca, il killer di Cosa nostra. Lui, il fratello di una vittima, ha tratto in arresto il mafioso. Diventato, poi, collaboratore di giustizia. Abbiamo raccolto il pensiero dell’ex ispettore nel giorno della commemorazione della strage di Capaci, per ricordare anche i vivi, come il Pm Di Matteo, minacciato di morte dai “poteri forti”.

«Fino a qualche anno fa speravo, ma adesso sono arrivato alla frutta. Questa mattina sono andato in caserma dove c’è la lapide dei ragazzi ad onorare loro. Tranne il questore e il nuovo prefetto non c’era nessuno. Ho partecipato per i ragazzi, ma il resto è solo noia, apparenza, passerella. Sinceramente sentire alcuni familiari è disgustoso al massimo».

Perché? A cosa si riferisce?

«Mi riferisco a tante cose. Certe persone vogliono soltanto apparire».

Lei dice che fino a un certo punto ha creduto nello Stato. Quando si registra il cambio di rotta? Qual è il momento di rottura?

«Nel momento in cui noi cittadini normali, disarmati, abbiamo fatto la scorta civica a Di Matteo. Uno Stato non deve mandare avanti la popolazione per sostenere e garantire una sicurezza a un magistrato che vuole la verità, insieme ai familiari. Quindi ci siamo adoperati noi, senza armi, davanti al Tribunale. Non avrebbero ucciso solo un magistrato, ma persone inermi».

Lei si riferisce anche alle ultime polemiche che hanno coinvolto il ministro Bonafede?

«L’ho incontrato l’anno scorso in via D’Amelio, abbiamo avuto modo di parlare civilmente. Quando sono salito sul palco ero incazzato nero perché, in questi anni, ci sono state solo promesse e niente fatti. Noi vogliamo che ci sia giustizia. Sul palco mi sono tolto alcuni sassolini dalla scarpa, citando i predecessori di Bonafede che, come ogni anno, promettevano questo e quello. Quando sono sceso dal palco lui mi ha stretto la mano, ero insieme ad Antonio Vullo, l’unico superstite della strage di Borsellino. Ed io, come un cretino, ho creduto nelle sue parole. Dall’anno scorso, ad oggi, non è arrivata né una chiamata né un invito. L’unico regalo che ci ha fatto Bonafede è che ha scarcerato tutti questi mafiosi dal 41 bis. A seguito di questo abbiamo protestato».

E siete stati coinvolti da una trasmissione di Mediaset.

«A seguito di questa protesta è arrivato l’invito da un famoso, in negativo, giornalista (Giordano) che inviò una troupe per raccogliere le nostre proteste dovute a queste scarcerazioni. Ci avevano promesso di mandare tutto in onda. Quindi mi sono tolto tutti i sassolini dalla scarpa».

A chi si è rivolto?

«Al nostro Presidente della Repubblica. Dicendo che anche lui, avendo avuto un lutto in famiglia, non aveva speso una parola. Essendo anche presidente del CSM. Parlando pure di Bonafede. La trasmissione è andata in onda e hanno deciso di tagliare tutti i nostri interventi. Dopo due giorni è andata in onda la trasmissione di Giletti, così è uscito fuori tutto. Abbiamo fatto una lettera contro Giordano ma nessuno si è degnato di darci una risposta».

In questo Paese, quindi, non si vogliono affrontare certi temi?

«La tv italiana, sia Mediaset che la Rai, preferisce invitare i figli dei mafiosi. Noi familiari non veniamo coinvolti in questi dibattiti. Nessuno vuole affrontare la realtà di quello che succede, di quello che è successo e di quello che continua a succedere».

Cosa ha provato dopo aver ascoltato la telefonata del Pm Di Matteo nella trasmissione di Giletti?

«Ho provato sdegno, mortificazione. Sinceramente un pochino ci credevo in Bonafede. In lui non ci vedo la malafede, però vedo tanti fili che lo manovrano. Anche nella fiducia che ha dato Renzi, se ascoltiamo bene, lui manda tanti messaggi. Una caramella a Di Matteo e un messaggio chiaro verso Napolitano. Da una parte mi fa tenerezza Bonafede, ma non lo vedo nel posto dove sta. In quei posti ci vorrebbero personaggi, come dicono a Palermo, con i canini affilati».

Ci vorrebbe un Di Matteo, un Gratteri?

«Certo. In Di Matteo vedo un Falcone, un Borsellino. Le persone giuste non possono stare nei posti giusti, questa è la verità».

Questo ministro (Bonafede) e questo Governo sono adeguati a contrastare le mafie?

«No, per niente. Non mi venga a dire Bonafede che non sapeva quando hanno scarcerato il primo, il secondo, il terzo. E siamo arrivati quasi a 500 mafiosi. E lui non sapeva nulla. Che Di Matteo ha frainteso. Non possiamo crederci».

Lei ha perso un fratello nella strage di via D’Amelio e, nello stesso tempo, è stato un rappresentante delle forze dell’ordine. Cosa ha provato a seguito di tutte queste scarcerazioni?

«Che sono uno stronzo».

In che senso?

«Ho fatto patire la mia famiglia dopo la morte di mio fratello. Prima lavoravo, poi ho cominciato a lavorare di più. Ho partecipato alla cattura di Brusca, hanno voluto forzatamente che partecipassi alla cattura».

Che significa “forzatamente”?

«In quel periodo, quando ci sono state tutte le indagini per la cattura di Brusca, gestivo dei pentiti di mafia, coloro che scioglievano le persone nell’acido. Andavo sempre in giro con il dott. Sabella e con il dott. Prestipino, due magistrati di un certo livello. A Palermo c’ero e non c’ero. Due o tre giorni prima che si catturassero i fratelli Brusca mi hanno bloccato. In quei giorni non dovevo partire perché la squadra mobile aveva bisogno di personale. Ma io ero distaccato per queste faccende, per questi  interrogatori con i magistrati».

Quindi, “forzatamente”?

«Forzatamente mi ritrovai dentro il furgone. Eravamo una decina di persone impegnate per il blitz. Il furgone era a distanza di 100 metri dalla villa dei Brusca. Arrivato il segnale, siamo piombati dentro. Hanno voluto con forza che io ci fossi».

Perché?

«L’ho capito negli anni. Perché dopo la cattura di Brusca, e me lo ritrovai davanti, è successo che l’indomani, rientrato a casa dopo aver passato la notte con i miei colleghi di squadra per la perquisizione dell’abitazione, i giornali cominciarono a scrivere. Affibbiandomi delle dichiarazioni mai rilasciate. Questi erano i titoli: “Io Luciano Traina ho messo le manette a Brusca e ho buttato le chiavi”. Strada facendo Brusca è stato malmenato, si vede anche in una fotografia. Il suo volto è tutto tumefatto. Ho ancora quella copia del giornale. Ma io non ho mai parlato con i giornalisti».

Tutto questo cosa significa?

«Poi andiamo a scoprire chi era La Barbera (Arnaldo, il superpoliziotto e agente dei Servizi, nda), il questore che ha voluto forzatamente il mio impiego, che faceva parte dei Servizi deviati. Brusca non doveva essere catturato vivo? Brusca doveva essere catturato tre mesi prima in un altro paesino vicino Palermo. Poi sparì improvvisamente. Chi meglio di me, il fratello che si vendicava di questa persona. Questa è stata la mia sensazione».

Sta dicendo che mandarono “forzatamente” lei per una vendetta nei confronti del killer di Cosa nostra?

«Questo l’ho sempre detto. Meno male che Di Matteo ha fatto condannare queste persone nel processo sulla Trattativa Stato mafia».

Quindi, dietro quella decisione, c’erano delle “menti raffinatissime”?

«Certamente. Dopo due giorni mi ha chiamato La Barbera e mi ha detto: “Lei ha finito di fare la pacchia”. Mi ha spedito per una settimana al reparto Mobile di Reggio Calabria e, dopo, grazie a un medico della polizia che ha capito il mio stato d’animo, che io non avrei sostenuto il peso, mi mandò a casa per un mal di schiena. Poi hanno voluto “forzatamente” che me ne andassi da Palermo. La cosa strana è che mi è arrivato un encomio per la cattura di Brusca».

Riepilogando, possiamo dire che le “menti raffinatissime” volevano la morte di Brusca?

«L’ho pensato, lo penso, ma sinceramente non c’è una prova. Ma perché proprio io vengo mandato ad arrestare Brusca? Se lo avessi visto fare un gesto inconsulto non ci avrei pensato due volte. Ma io non uccido una persona perché è stato un assassino».

Che impressione le ha fatto Brusca in quel momento?

«Mi ha fatto schifo. Non lo conoscevo. Pensavo ad un omone. Mi sono ritrovano davanti un uomo più basso di me, scalzo, con i pantaloncini e a petto nudo, con un’espressione stupita. Entrambi, in quella frazione di secondo, siamo rimasti sorpresi, sbalorditi, bloccati. Mi aspettavo un orso, ho visto un omino. Questo mio pensiero me lo porterò sempre dietro: perché tra i dieci uomini scelti, tra i primi a scendere, doveva esserci Luciano Traina? Negli anni abbiamo visto chi era La Barbera e dopo due giorni ho visto come mi ha trattato. Ripeto, secondo me non volevano che si catturasse vivo. Non potevano non arrestarlo, non potevano farlo scappare. Ormai si sapeva che era lì, anche se hanno impiegato diversi giorni per la cattura. Abbiamo dovuto attendere i colleghi di Roma, come se da Palermo non fossimo stati in grado di catturare un latitante».

Come possiamo ricordare, senza retorica, suo fratello Claudio?

«È entrato in polizia perché vedeva in me un idolo. Un giorno è venuto da me e mi ha comunicato la sua decisione. Ha fatto domanda ed è entrato in polizia. Caso volle che, come me, ha fatto la scuola ad Alessandria, poi Milano e, nel 1991, è stato trasferito, dietro sua richiesta, a Palermo. Ed è finito all’ufficio scorte. Lui non scortava il giudice Borsellino, quel giorno si è trovato lì perché giorni addietro un collega è stato male. Lui quel giorno mi aveva chiesto di andare a pescare, perché era libero. Invece lo avevano chiamato perché la domenica doveva coprire un turno di un altro collega. Quello è stato il 19 luglio del 1992.

Dopo 40 anni di servizio in polizia lei sta dedicando la sua vita ai giovani studenti. Possiamo credere in questi ragazzi?

«Vedo in loro molta attenzione. L’ultimo incontro l’ho fatto a Capo d’Orlando, dove ho visto i ragazzi piangere. I giovani non hanno bisogno delle favole, ma della realtà».        

In questo Paese si arriverà mai alla piena verità?

«No. Ci faranno sapere le briciole, che non porteranno mai al pane».

da WordNews.it

Covid19 e Sanità: «Un atto di criminalità politica»

INTERVISTA al penalista siciliano Enzo Guarnera: «La nostra Costituzione stabilisce che il diritto alla salute è un diritto fondamentale, intangibile. Una classe politica, trasversalmente, da trent’anni a questa parte, ha messo in atto una politica che ha depotenziato le strutture pubbliche, che sono quelle che garantiscono il diritto alla salute a tutti i cittadini. Se come classe dirigente depotenzio quelle strutture che servono a garantire il diritto alla salute, politicamente, compio un atto criminale».

Covid19 e Sanità: «Un atto di criminalità politica»

di Paolo De Chiara

«Il 10 agosto 2009, l’assessore alla sanità della Regione Siciliana, Massimo Russo, firmò un dettagliato piano per le pandemie in Sicilia. Si tratta di un piano molto articolato, che doveva essere messo in atto da tutte le aziende sanitarie, a cura dei manager e dei vari assessori succedutisi negli anni. Nulla è stato fatto. Questa è la tipica “notitia criminis”. Credo sia il caso che se ne occupino tutte le Procure della Repubblica competenti per territorio». Siamo partiti da questo post dell’avvocato siciliano Enzo Guarnera (foro di Catania), scritto sulla propria pagina Facebook, per capire cosa è successo in questi anni in Sicilia. Il penalista, molto famoso nel suo ambiente per il suo impegno per la diffusione della cultura della legalità e per il suo passato politico (è stato per due legislature deputato, con “La Rete” dell’Assemblea regionale siciliana), è molto attivo sui social. Oggi, per le minacce di morte ricevute, vive sotto scorta. Lo abbiamo avvicinato per capire il suo pensiero sui maggiori temi di attualità di quest’ultimo periodo: dalla situazione siciliana alla sanità, dall’azione del governo al protagonismo di alcuni politicanti nostrani. «Undici anni fa la Regione siciliana ha approvato un dettagliatissimo piano per la prevenzione e l’intervento, qualora arrivassero, delle pandemie. Credo che siano almeno 50 pagine di piano. Individua una serie di compiti, da parte di tutte le aziende sanitarie, con i responsabili, con tutte le attività che bisogna fare in sede preventiva. In modo che, qualora si fosse presentata una disgrazia, come quella attuale, le strutture sanitarie dell’isola sarebbero state già pronte a intervenire. Questo piano è stato redatto su volontà dell’assessore di allora, Massimo Russo, un ex PM della Procura di Palermo, e fu inviato a tutte le realtà apicali dell’isola. Ognuno aveva un compito da eseguire».

Che fine ha fatto questo piano?

«È rimasto sulla carta e lo è ancora. Se si fossero approntate, in questi undici anni, tutte quelle strutture che il piano prevedeva, probabilmente, oggi in Sicilia non avremmo avuto quei problemi che abbiamo, anche se rispetto ad altre realtà in Italia il problema è minore. Però il problema esiste».

Di chi sono le responsabilità?

«La responsabilità non è soltanto politica. Il decreto della regione ha forza di legge, è un atto del governo e va attuato. Chi non l’ha fatto ha commesso, a mio giudizio, il reato di omissione di atti di ufficio. Ma se si trova, ed è un problema di accertamento investigativo, un nesso di causalità tra la mancata applicazione del decreto della Regione con i casi di coronavirus che si sono verificati in Sicilia e con i contagi, evidentemente, c’è una responsabilità penale più grave. Parliamo di pandemia colposa. Questo è un aspetto che, ovviamente, ipotizzo ed è compito delle varie Procure accertare. Se questa mia ipotesi ha un fondamento, essendo una omissione messa in atto da tutte le aziende sanitarie, sarebbero interessate tutte le Procure dell’isola per competenza territoriale, sicuramente tutte le provincie. E poi bisogna vedere se all’interno delle aziende ci sono altri responsabili. Ho sollevato un problema, vediamo se qualche Procura si pone il tema e decide di approfondire. L’approvazione del piano è stata confermata dal presidente della Regione dell’epoca Raffaele Lombardo. Nessuno ha pensato di tirare fuori dal cassetto questo piano».

Come si sta affrontando l’emergenza nella sua Regione?

«Credo che si stia affrontando un po’ come in altre regioni».

Cosa intende?

«C’è un’ansia di protagonismo che io non comprendo, c’è una gara quasi, tra alcuni presidenti a chi è più bravo, a chi dice le cose più belle, a chi fa gli interventi più utili. Purtroppo Musumeci non è alieno da questa logica, come se facesse una gara con i suoi colleghi del nord, in particolare il presidente Fontana, il presidente Zaia. Ognuno tira fuori una cosa, a integrazione delle disposizioni del Governo quasi per dire “voi fate questo, ma io sono più bravo”. Si seguono gli umori dell’opinione pubblica. Ad esempio, Musumeci è passato da una fase nella quale era ancora più restrittivo nelle sue determinazioni a un’altra fase, nella quale adesso comincia a dire che bisogna aprire qualcosa, bisogna ripartire, bisogna incentivare il turismo. Ma è la stessa logica che personaggi minori hanno seguito, penso ad esempio al sindaco di Messina, ma penso anche a qualche parlamentare nazionale. La vicenda di Salvini è emblematica. A distanza di pochi giorni, una volta si deve chiudere e una volta si deve aprire, secondo gli umori che percepisce nell’opinione pubblica. La politica fatta così, non è seria. Non ha scenari complessivi, non ha razionalità, si cerca soltanto il consenso. Qualunque situazione viene utilizzata strumentalmente in prospettiva, questo significa che i problemi non si affrontano in maniera frazionale, si pensa sempre alla prossima elezione. E questo, purtroppo, è avvenuto anche in Sicilia, dove ci sono vari candidati in questo momento, in pectore, nel centrodestra, per le prossime regionali. C’è Musumeci che pensa di ricandidarsi, anche se disse che questa era la sua ultima esperienza politica; c’è De Luca, questo sindaco macchiettistico di Messina che avrebbe velleità simili. E, quindi, c’è questa battaglia, con altri parlamentari regionali che sgomitano per avere visibilità. È chiaro che in questa situazione si perde di vista l’interesse collettivo».

Rimaniamo su De Luca. Nei giorni scorsi si è registrata la polemica sul funerale del fratello di un personaggio vicino alla criminalità organizzata celebrato a Messina. Lei che idea si è fatto?

«Un funerale anomalo rispetto a quello che, in base alle disposizioni, doveva avvenire. La prima responsabilità è della Curia, in questo caso al parroco che avrebbe dovuto dire che in questo momento funerali non se ne possono fare. Il parroco, invece, ha celebrato il funerale in chiesa, con la presenza di parenti. E questo non è consentito dalle normative. Questo è il primo errore. In molte realtà la chiesa locale ha ancora difficoltà a seguire le indicazioni del Papa, nel contrastare duramente certi ambienti. Magari per paura, per timidezza. Gli emuli di Don Abbondo abbondano. Il parroco ha dimostrato debolezza. Poi c’è stato un corteo. Trenta o cento persone? Il problema non è questo, il corteo non si poteva tenere. È impensabile che il sindaco di Messina, così attento, così munito di droni con la sua voce tonante e insultante, non abbia saputo, non si sia accorto che c’era questo funerale, questa cerimonia in chiesa. Evidentemente anche qui c’è lo stesso discorso fatto per il parroco. Nei confronti di alcuni ambienti vi è un certo timore. Certi ambienti possono essere pericolosi. Quando il sindaco nel suo intervento giustificatorio tentò di sminuire la portata del funerale ottenne il ringraziamento dei parenti. Questa è una cartina di tornasole, perché i parenti devono ringraziare il sindaco. Questa tolleranza è stata gradita dai parenti. Tutte queste cose caratterizzano non solo la Sicilia, ma tutto il meridione d’Italia. Un timore, un’attenzione nei confronti di zone, di ambienti della società che possono anche tornare scomodi se vengono contrastati. E allora faccio finta di non sapere. La zona grigia è molto ampia nel nostro Paese e riguarda molti fenomeni legati alla criminalità. Una zona grigia fatta da persone che tollerano, che chiudono gli occhi, che fanno finta di non sapere. Questa è la zona grigia peggiore, dove la criminalità può maggiormente prosperare».

Lei, in un suo post su Facebook, richiamando l’articolo 32 della Costituzione, ha scritto: “Nel 1981 in Italia, negli ospedali pubblici, vi erano 530 mila posti letto; nel 2017 si erano ridotti a 191 mila posti letto. Contemporaneamente sono aumentati i finanziamenti e le convenzioni in favore delle strutture sanitarie private. Le cronache giudiziarie hanno rivelato che, in parallelo, i fenomeni di corruzione in questo settore hanno subito una impennata. Formigoni uno degli ultimi esempi. Tale progressiva riduzione è stata operata da tutti i governi, sia di centrodestra (negli ultimi 20 anni Forza Italia, Lega, Alleanza Nazionale, Fratelli d’Italia) che di centrosinistra (Ulivo, Progressisti, PD, Rifondazione Comunista, cespugli vari). Non esito a definirli, tutti, criminali politici”. Cosa intende quando dice “criminali”?

«Politicamente è criminale non attuare in pieno il diritto alla salute previsto dalla nostra Costituzione. Questo è un atto di criminalità politica. La nostra Costituzione stabilisce che il diritto alla salute è un diritto fondamentale, intangibile. Una classe politica, trasversalmente, da trent’anni a questa parte, ha messo in atto una politica che ha depotenziato le strutture pubbliche e gli ospedali, che sono quelle che garantiscono il diritto alla salute a tutti i cittadini, soprattutto a quelli meno abbienti, ai poveri, agli emarginati, perché sono questi soggetti che vanno tutelati secondo i principi costituzionali. Se come classe dirigente depotenzio quelle strutture che servono a garantire il diritto alla salute agli ultimi, politicamente, compio un atto criminale. A parte il fatto che disattendo, nei fatti, un principio costituzionale. Questo significa per me politicamente criminale. Poi, è anche doppiamente criminale, sempre dal punto di vista politico, e potrebbe anche non esserlo solo dal punto di vista politico, perché le somme che ho distolto alla sanità pubblica le ho stornate per riversarle nella sanità privata convenzionata, che trae profitto. Una sanità che, in parte, pesa anche sulle tasche dei cittadini e che può essere accessibile, soprattutto quella di eccellenza, soltanto ai cittadini ricchi. Si evidenzia, di fatto, una discriminazione quasi classista. Ecco perché è doppiamente criminale. Una scelta fatta da tutti, centrodestra e centrosinistra».

Come giudica le restrizioni contenute nei vari decreti emanati?

«Confuse. Credo che bisognava avere maggiore rapidità e maggiore chiarezza. I cittadini non sanno più quali sono. Fra provvedimenti del presidente del consiglio e decreti legge del Governo è difficile orientarsi, perché non si sa se quello che arriva dopo è ad integrazione o in sostituzione di quello precedente. Se ho questa difficoltà io, che di mestiere faccio l’avvocato, figuriamoci il cittadino normale. Questo Governo, per carità, si è trovato improvvisamente ad affrontare una crisi non prevista, anche se il Ministero poteva prevedere un piano contro le pandemie. Oggi c’è una grossa difficoltà. Questa proliferazione, adesso, di enti, di gruppi di studio e di lavoro rischia di appesantire. C’è un po’ di fatica, in questo momento, da parte del Governo. Conte fa quello che può, ma non è il massimo. Questo Governo non è il massimo, ci sono ministri messi a caso. Non basta essere avvocati o docenti universitari per essere in grado di governare un Paese».

Lei parla di “ministri messi a caso”. Fino a qualche mese fa il Ministero dell’Interno era rappresentato da Salvini. Lei è molto critico con il leader della Lega. Perché?

«Il leader leghista è un grande mistificatore politico. Una persona che, intanto, non ha mai lavorato, ha solo vissuto di politica: dai consigli comunali al consiglio regionale, dal parlamento europeo al parlamento nazionale. È una persona senza cultura istituzionale. Una persona che ha una grande bramosia di potere personale. Nei momenti particolari lui ha rivelato la sua vera natura. Una persona che, in una democrazia parlamentare, dice “voglio i pieni poteri” rivela la propria indole».

Che tipo di indole?

«Antidemocratica e assetata di potere personale. Diffido di queste persone, che hanno una grande voglia di avere il potere comunque, che esprimono un narcisismo. Una patologia della personalità. Diffido dai narcisisti. Persone prive di umiltà, della capacità di capire gli altri, privi di alcuni valori come la solidarietà, l’attenzione verso gli ultimi. Diffido di chi utilizza strumentalmente le emozioni e la pancia del popolo. Questi sono quelli che aspirano ad essere dittatori. Per me gli uomini sono tutti uguali e tutti hanno gli stessi diritti. Per me i primi dodici articoli della Costituzione rappresentano il faro, dovrebbero essere il faro per chi fa politica. Invece no, questa Costituzione viene, a mio giudizio, abbondantemente dimenticata, messa da parte. Salvini, in questo momento, è l’emblema di tutto ciò che non dovrebbe essere uno statista. Una persona che non vorrei mai che fosse a capo del Governo. Tutto sommato questo Governo, con tutte le critiche che posso fare, è il male minore. Resta il grande tema del cambiamento della politica in questo Paese. L’unico politico che ho apprezzato è stato Enrico Berlinguer, una persona perbene. Il futuro possiamo costruirlo con i giovani».

da WordNews.it

La mafia corleonese uccide Placido RIZZOTTO

INTERVISTA al nipote del partigiano-sindacalista siciliano: «il corpo di mio zio è stato fatto a pezzi, perché doveva essere messo dentro delle bisacce per essere trasportato in cima alla montagna, dove è stato buttato nella foiba. La Repubblica italiana è nata malata per questa trattativa iniziale che ha condizionato pesantemente la politica e l’economia della Sicilia e dell’Italia».

La mafia corleonese uccide Placido RIZZOTTO

Sono passati 72 anni dalla morte violenta del sindacalista-partigiano (Brigata Garibaldi) Placido Rizzotto, segretario della Camera del Lavoro di Corleone, presidente dei Reduci e Combattenti dell’Anpi, esponente del Psi e della Cgil. È stato ammazzato il 10 marzo del 1948, per il suo impegno, per il suo coraggio, per la forza di contrapporsi ai mafiosi dell’epoca. Per difendere gli ultimi, i contadini e le terre in mano ai prepotenti. I movimenti dei contadini, sostenuti da sindacalisti con la schiena dritta, stavano mettendo in difficoltà il potere dei notabili e dei mafiosi. Lo hanno fatto a pezzi, per dare l’esempio a tutti gli altri. Tra i responsabili dell’omicidio Luciano Leggio (esecutore materiale), Vincenzo Collura e Pasquale Criscione (complici), il medico-boss di Corleone Michele Navarra (mandante). Quest’ultimo verrà ammazzato dalla banda di Leggio, dove cominceranno a muovere i primi passi due giovani delinquenti: Riina e Provenzano. Ci sono voluti troppi anni per fare questi nomi, anche se tutti conoscevano le facce dei responsabili. Ma come disse il bravo giornalista d’inchiesta Gianni Bisiach nel suo famoso documentario, girato a Corleone nel 1962: «Il silenzio proteggeva la vecchia mafia del feudo. Il silenzio difende la giovane mafia che è nata nel dopoguerra per sfruttare la riforma agraria e la costruzione di strade, dighe e canali ottenendo appalti e imponendo balzelli». E Placido Rizzotto, il sindacalista “senza paura”, verrà ammazzato nel dopoguerra, insieme a tanti altri uomini liberi. «È stato sequestrato a Corleone – queste le parole del fratello Antonino, raccolte nel documentario girato 14 anni dopo -, poi è stato ritrovato sulla Rocca Busambra (1.613 metri, è la cima più alta della Sicilia occidentale), in una buca dove c’erano tanti cadaveri». La sera del 10 marzo del 1948, spiega a Bisiach il padre Carmelo, Placido viene ucciso a colpi di pistola e poi gettato dentro un crepaccio profondo 60 metri. «Solo dopo 21 mesi venimmo a sapere chi furono gli assassini». All’epoca nemmeno si nominava la parola mafia, all’epoca c’era l’abitudine, nei tribunali, di usare la discutibile formula “assolto per insufficienza di prove”. L’unico testimone, il pastorello Giuseppe Letizia, 13 anni, verrà eliminato per conto e per volontà del medico-mafioso Navarra. Per ricordare la figura del sindacalista siciliano abbiamo raccolto la testimonianza di suo nipote, che porta il suo stesso nome. Placido Rizzotto è il figlio di Antonino, il fratello del partigiano.

«Mio zio Placido era un contadino, dopo l’8 settembre aveva iniziato con altri giovani a fare la Resistenza contro il nazi-fascismo. In quel periodo ha acquisito una coscienza politica, che a Corleone non avrebbe maturato. Quando Placido Rizzotto rientra a Corleone nel 1945, insieme ad altri sindacalisti siciliani, comincia ad organizzare i contadini. Nacque in Sicilia il primo grosso movimento antimafia, non solo di lotta, ma di cultura ed informazione. Spiegavano ai contadini i loro diritti per far evolvere la classe dei braccianti, nelle città veniva fatto con la classe operaia».

E si arriva alle prime elezioni democratiche, vinte dal Blocco del Popolo.

«Nella regione siciliana, che aveva ottenuto nel frattempo lo statuto speciale, il risultato fu nettamente a favore delle forze di sinistra, socialisti e comunisti. Questo effetto preoccupò parecchi attori di quel periodo: la politica, la chiesa, gli americani e quel gruppo di fascisti, come la X Mas di Valerio Borghese. Tutte queste forze stabilirono che si doveva fermare questo movimento. I feudatari e i mafiosi non potevano perdere il loro potere; la politica, la chiesa, l’America e una parte deviata dello Stato non voleva farsi sfuggire il controllo della Sicilia, un posto strategico, lo spartiacque tra il blocco occidentale e il blocco orientale stabilito con l’accordo di Yalta. Con tutti i mezzi decisero di fermare questo movimento di contadini. Iniziarono le uccisioni di tanti sindacalisti, ci fu la strage di Portella della Ginestra, a seguire gli assalti alle Camere del Lavoro. Placido Rizzotto si ritrovò a Corleone, uno dei centri più caldi, a combattere contro i latifondisti e contro questa strategia della tensione stragista. Il 18 aprile, nelle prime elezioni repubblicane, vinse la Democrazia Cristiana e di colpo cessarono le uccisioni dei sindacalisti».

Ritorniamo al 1945: Placido Rizzotto, dopo la guerra e la lotta partigiana, ritorna a Corleone. In quale contesto si trova ad operare?

«La gente aveva fame di lavoro, aveva famiglie da mandare avanti. Soggiacevano allo sfruttamento, non osavano ribellarsi. A Corleone, tra il ’46 e il ’47, ci sono stati 52 omicidi, tutti ad opera di sconosciuti. Non c’è mai stata una condanna. Gli omicidi non erano regolamenti di conti tra bande mafiose, anche perché non c’erano bande. La guerra di mafia nasce negli anni ’50 quando Leggio si mette in contrapposizione con Navarra».

La storia di Rizzotto si intreccia con la storia di Italia…

«Esatto, per una serie di coincidenze si intreccia con la storia d’Italia. Corleone è stato un paese che negli anni successivi, come mafia, ha avuto quei risvolti di leadership, prima con Luciano Leggio poi con Riina e poi con Provenzano e, quindi, nell’immaginario collettivo è il paese della mafia. Ma così non è, perché insieme alla mafia è nata l’antimafia. È nata gente come Bernardino Verro. C’è stata gente uccisa perché cercava di ribellarsi. La storia di Placido Rizzotto si intreccia con la venuta a Corleone di Pio La Torre. Dopo un anno arriva Carlo Alberto Dalla Chiesa, che si interessa al caso Rizzotto e riesce ad arrestare i due partecipanti all’omicidio di mio zio, li fa confessare…»

Stiamo parlando di Collura e Criscione?

«Esattamente. Lui arresta un certo Giovanni Pasqua per l’omicidio della guardia campestre Calogero Comaianni (ucciso il 28 marzo 1945, nda). Dalla Chiesa arresta Pasqua che confida al Capitano dei carabinieri i nomi degli assassini di Rizzotto: Leggio, Criscione e Collura. Questi ultimi due confessano l’omicidio e indicano il luogo dove è stato buttato il corpo, Rocca Busambra. Dalla Chiesa fa un primo ritrovamento dei resti di mio zio, insieme ad altri due cadaveri. In seguito Collura e Criscione ritrattano la confessione dicendo che era stata estorta sotto tortura, la Procura non avvalora il riconoscimento dei familiari e, i due, vengono assolti per insufficienza di prove. Dalla Chiesa chiederà di andare di nuovo nella foiba per prendere i resti rimasti, ma questo permesso viene negato dal ministro Scelba».

Bisogna aspettare sessantuno anni per il ritrovamento definitivo dei resti, precisamente il 7 luglio del 2009.

«Con l’esame del DNA, che ai tempi non sarebbe stato possibile, si è potuto accertare che quelli erano i resti di Placido Rizzotto».

Dobbiamo ricordare anche il medico-mafioso Michele Navarra, il mandante dell’omicidio.

«Sì, il capomafia di Corleone. Leggio era il suo luogotenente, un giovane mafioso molto ambizioso, molto feroce a cui fu affidato il compito di eliminare mio zio».

Chi era il mafioso Michelle Navarra?

«Era uno che aveva molte relazioni con i politici, anche con gli americani. A Navarra gli americani, dopo lo sbarco, avevano dato la concessione di ritirare tutti i mezzi di trasporto che avevano abbandonato in Sicilia. Il Navarra, con il recupero di tutti questi mezzi di trasporto, impianta la prima agenzia di trasporti siciliana, intestata al fratello. Questa azienda di trasporti, poi, sarà venduta alla Regione siciliana. Il mandante locale era, sicuramente Navarra, ma con l’avallo e con le direttive, probabilmente, di persone molto più in alto».

L’omicidio Rizzotto porterà ad un altro omicidio: quello dell’unico testimone oculare, il pastorello Giuseppe Letizia.

«Da ricostruzioni recenti sappiamo che mio zio fu ammazzato quasi subito e poi fu portato in un casolare di campagna, dove c’era un altro mafioso che non è mai stato menzionato nelle indagini, un certo Giuseppe Ruffino, che si occupava di furto di bestiame e macellazione clandestina. Ruffino si è occupato di macellare il corpo di mio zio, fatto a pezzi perché doveva essere messo dentro delle bisacce che, con un mulo, dovevano essere trasportate in cima alla montagna. Nel crepaccio butteranno il mulo, insieme alle bisacce, con i pezzi del cadavere di mio zio. Il bambino, molto probabilmente, non ha assistito all’omicidio, ma alla macellazione del corpo. A quanto pare, ha fatto anche dei nomi. In preda al delirio viene portato, dal padre, in ospedale e preso in cura da Navarra, il quale appena capisce la situazione costringe un altro medico a praticare una iniezione letale».

Qual è l’insegnamento che, oggi, resta dell’azione di Placido Rizzotto, a 72 anni dalla sua morte?

«Bisogna con tutti i mezzi leciti reagire e non subire mai lo sfruttamento da parte di altri uomini, anche a costo della propria vita, perché con il tempo i risultati si ottengono, ovviamente se non si rimane isolati. Placido Rizzotto aggregava le persone con un obiettivo comune. Era il famoso teorema dei Fasci siciliani: una verga può essere spezzata, due verghe possono essere spezzate, ma un fascio non si riesce a spezzare. Nel dopoguerra stava nascendo una nuova classe dirigente. Furono tutti trucidati. Quel patto scellerato che fecero le istituzioni deviate con la mafia, la prima vera trattativa Stato-mafia, ha dato un potere enorme a questi mafiosi. La Repubblica italiana è nata malata per questa trattativa iniziale che ha condizionato pesantemente la politica e l’economia della Sicilia e dell’Italia».

#IHD in Calabria

LAMEZIA TERME, 27 gennaio 2020
Con i favolosi ragazzi dell’Istituto tecnico commerciale “De Fazio”
Grazie di cuore alla dirigente Simona Blandino, all’ex presidente Antonio Baudi, all’avvocato Guarnera e alla collega MT Notarianni.
#iohodenunciato #libri #romanziitaliani #storiavera #tdg #cosanostra #mafiemontagnadimerda #pdc #film #cinemaset

#IHD, successo a Catania

#iohodenunciato
Grande evento a Catania.
#cinemaset
Una sala strapiena di giovani.
#film

Un gruppo straordinario! Forza, la strada è lunga. Ma artisticamente e professionalmente piacevole e intrigante.
Cinema, Cultura, Cultura e Legalità.
Grazie di cuore a tutti!!!

AUGURI #Paolo

“CHI HA PAURA MUORE OGNI GIORNO, CHI NON HA PAURA MUORE UNA VOLTA SOLA”. Paolo Borsellino
#magistrato #palermo
#nascita 19 gennaio 1940
#borsellino #ucciso #mafia #sTato #pernondimenticare #mafiamontagnadiMerda

Pietro Macchiarella, sindacalista, ucciso dalla mafia il 17 gennaio 1947

La sera del 17 gennaio del 1947, con due colpi di lupara, verrà stroncata la vita del giovane dirigente sindacale. Aveva 41 anni, era nato il 18 agosto del 1906. I giornali dell’epoca riporteranno il nome dell’assassino, il capomafia Francesco Paolo Niosi. L’omicidio non fu legato, ufficialmente (dalla Prefettura), a fatti di mafia, ma ad affari privati. Una semplice diatriba tra il delinquente Niosi e il sindacalista Macchiarella. All’epoca (ma anche oggi) si usava fare così.

di Paolo De Chiara

Ora, a Palermo, c’è anche una strada dedicata al sindacalista siciliano ucciso a Ficarazzi, nel 1947, dal capomafia dell’epoca. Questa è una storia dimenticata. Da troppi anni. Tanti sono i morti ammazzati da personaggi violenti e mafiosi che non hanno mai fatto i conti con la giustizia. Anche l’assassino del comunista Macchiarella non ha mai pagato il suo conto per l’atto arrogante e violento. Il capomafia ha strappato una vita e nessuno ha fatto giustizia. Quante sono le persone di cui, ancora oggi, non si conosce la storia? Quanti sindacalisti, quanti iscritti al partito comunista e al partito socialista, quanti difensori degli oppressi sono stati ammazzati? Perché le loro storie ancora non trovano uno spazio adeguato? Di tanto in tanto emerge qualche pezzo dal passato.  

Ecco alcuni nomi dei morti ammazzati che hanno preceduto l’assassinio di Macchiarella: Lorenzo Panepinto, insegnante, sindacalista, ucciso a Santo Stefano di Quisquina (Agrigento), 16 maggio 1911; Bernardino Verro, sindaco di Corleone (Palermo), organizzatore del movimento contadino, 3 novembre 1915; Giovanni Zagara, dirigente del movimento contadino, assessore a Corleone (Palermo), 29 gennaio 1919; Giuseppe Rumore, sindacalista e attivista per l’occupazione dei latifondi, 22 settembre 1919; Giuseppe Monticciolo, presidente Lega socialista di Trapani, 27 ottobre 1919; Alfonso Canzio, fondatore Lega per il miglioramento dei contadini di Barrafranca (Enna), 27 dicembre 1919; Nicolò Alongi, dirigente movimento contadino, 29 febbraio 1920; Paolo Mirmina, sindacalista e attivista per le lotte contadine, ucciso a Noto (Siracusa), 3 ottobre 1920; Giovanni Orcel, dirigente sindacale, segretario metalmeccanici di Palermo, 14 ottobre 1920; Vito Stassi, dirigente socialista e presidente della Lega dei contadini di Piana dei Greci (Palermo), 28 aprile 1921; Antonio Scuderi, socialista, consigliere comunale e segretario cooperativa di Dattilo Paceco (Trapani), 16 febbraio 1922; Sebastiano Bonfiglio, socialista e sindacalista, primo cittadino di Erice (Trapani), 10 giugno 1922; Antonio Ciolino, dirigente lotte contadine,  30 aprile 1924; Andrea Raia, ucciso a Casteldaccia (Palermo) per il suo impegno in difesa dei diritti dei contadini, 5 agosto 1944; Nunzio Passafiume, sindacalista, promotore delle lotte per l’occupazione delle terre, 7 giugno 1945; Agostino D’Alessandro, segretario Camera del Lavoro, 11 settembre 1945; Giuseppe Scalia, segretario Camera del Lavoro di Cattolica Eraclea (Agrigento), 25 novembre 1945; Giuseppe Puntarello, dirigente Camera del Lavoro di Ventimiglia di Sicilia (Palermo), 4 dicembre 1945; Gaetano Guarino, socialista, primo cittadino di Favara (Agrigento), impegnato nelle cooperative agricole, 16 maggio 1946; Pino Camilleri, socialista, primo cittadino di Naro (Agrigento), impegnato nelle lotte contadine, 28 giugno 1946; Girolamo Scaccia e Giovanni Castiglione, contadini, rimasti uccisi a seguito di un attentato presso la Camera del Lavoro, 22 settembre 1946; Giovanni Severino, segretario Camera del Lavoro di Jappolo (Agrigento), 25 novembre 1946; Filippo Forno, contadino e sindacalista di Comitini (Agrigento), 29 novembre 1946; Nicolò Azoti, segretario Camera del Lavoro di Baucina (Palermo), 23 dicembre 1946; Accursio Miraglia, segretario Camera del Lavoro di Sciacca (Agrigento), 04 gennaio 1947.

Altro che codice mafioso di una volta. Altro che “la vecchia mafia era diversa”. Mica, come ancora qualcuno sostiene, “ammazzava le donne e i bambini”? La mafia dell’epoca faceva schifo come la mafia di oggi. Hanno sempre sfruttato tutto ciò che potevano sfruttare. Lo stesso ragionamento vale anche per l’epoca moderna. È cambiato il contesto. Ma lo squallore di questi piccoli uomini resta tale. Insieme al loro puzzo.

Le lotte per la libertà

Anche Pietro Macchiarella era un contadino ed un attivista del partito Comunista. Impegnato per proteggere i diritti dei contadini. La sua passione civile la trasferiva quotidianamente nella Camera del Lavoro, di cui era dirigente. Al centro delle lotte non c’era solo il contrasto alla mafia dell’epoca e, quindi, l’occupazione delle terre (controllate dai “potenti” proprietari terrieri e dai mafiosi), ma tra gli obiettivi risultava esserci anche la conquista dei diritti per i contadini: la giusta retribuzione, il rispetto dell’orario di lavoro per coloro che venivano sfruttati nei campi. Macchiarella, come tanti altri, combatteva per la libertà. Migliorare le condizioni dei lavoratori, dei contadini. Un atteggiamento che disturbava i personaggi loschi di Ficarazza (Palermo). La sera del 17 gennaio del 1947, con due colpi di lupara, verrà stroncata la vita del giovane dirigente sindacale. Aveva 41 anni, era nato il 18 agosto del 1906. I giornali dell’epoca riporteranno il nome dell’assassino, il capomafia Francesco Paolo Niosi. L’omicidio non fu legato, ufficialmente (dalla Prefettura), a fatti di mafia, ma ad affari privati. Una semplice diatriba tra il delinquente Niosi e il sindacalista Macchiarella. All’epoca (ma anche oggi) si usava fare così. La mafia è un’invenzione dei comunisti e dei giornalisti, ripeteva ossessivamente il sanguinario e viddano Salvatore Riina. L’altra usanza dell’epoca (abbiamo dovuto aspettare Giovanni Falcone e il Maxiprocesso per il cambio di rotta) era l’assoluzione dei mafiosi. Tutti gli imputati, a conclusione dei processi partiti per individuare i mandanti e gli esecutori dell’omicidio Macchiarella, furono prosciolti dalle accuse. Un morto e nessun colpevole.

da WordNews.it

Link: https://www.wordnews.it/pietro-macchiarella-sindacalista-ucciso-dalla-mafia-il-17-gennaio-1947

Matteo Messina Denaro, “il primo ministro”

di Paolo De Chiara

«Antonino Nicosia, detto Antonello, è stato arrestato e poi condannato alla pena di dieci anni e sei mesi di reclusione, con sentenza emessa dal Tribunale di Agrigento il 4 marzo 2005, per aver costituito, organizzato e diretto dai primi mesi del 1998 agli ultimi del 1999 un’associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, operante nei territori di Siculana, Porto Empedocle e Agrigento: la sentenza è stata confermata da quella della Corte d’appello di Palermo del 6 ottobre 2006, divenuta definitiva».

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

«Tutta, pure le altre vicino si devono bruciare, a noialtri non ci interessa».

Progetto di danneggiamento a scopo intimidatorio, conversazione di Antonino Nicosia, 28 febbraio 2018

«Le attività investigative sul Nicosia erano state inizialmente intraprese nel 1997 nell’ambito delle indagini sui favoreggiamenti della latitanza di Salvatore Di Gangi e finalizzate alla localizzazione e cattura di quest’ultimo, poi arrestato il 20 gennaio 1999 nell’abitazione di Franco Bivona, soggetto strettamente legato ad Antonio Nicosia».

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

«Fammi fare una fattura di 10-15 mila euro e la dividiamo, buono che ci mettiamo in tasca 3-4 mila euro l’uno?».

«Facciamo questa operazione e vediamo a cosa porta».

«Magari ci possiamo guadagnare qualche 50 mila euro».

Controllo dei lavori di ristrutturazione di un complesso alberghiero, conversazione di Antonino Nicosia

«La sentenza pronunciata nei suoi confronti (Nicosia, nda), infatti, ha accertato che egli, “ancorchè immune da precedenti penali, risulta legato a soggetti di primo piano di Cosa nostra (quali Di Gangi Salvatore, Josef Focoso, Gerlandino Messina, Liotta Calogero)” e che, nel corso delle indagini, era risultato particolarmente scaltro nell’eludere le investigazioni nei propri confronti».

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

«Ah, tu dici di levarlo di mezzo?».

Progetto di omicidio, conversazione di Antonino Nicosia, 29 gennaio 2018

«Ad alcuni degli importanti uomini d’onore citati nella sentenza, inoltre, il Nicosia è legato anche da vincoli di parentela e, infatti, è cugino di secondo grado di Josef Focoso (condannato in via definitiva quale componente della famiglia mafiosa di Siculana nonché per la commissione di diversi omicidi, attualmente detenuto al regime di cui all’art. 41 bis o.p.) e di Gerlandino Messina, succeduto nel 2010 a Giuseppe Falsone nella guida dell’intera provincia mafiosa di Agrigento e anch’egli attualmente ristretto al predetto regime penitenziario».

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

«Ed il primo Ministro è sempre a Castelvetrano… non si scherza (ride)».

Telefonata intercettata ad Antonino Nicosia, 15 febbraio 2019

«Il Nicosia è stato a più riprese detenuto e, all’atto della scarcerazione avvenuta nel 2009, sottoposto alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza con obbligo di soggiorno nonché alla misura di sicurezza della libertà vigilata, tutte interamente espiate».

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

da WordNews.it

Link: https://www.wordnews.it/matteo-messina-denaro-il-primo-ministro

#IHD su GoldTv

IO HO DENUNCIATO

#GoldTv, Roma

Premio Internazionale #IHD

IO HO DENUNCIATO
Premio Internazionale ‘Michelangelo Buonarroti’
V edizione


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IHD #libro #film

Un imprenditore italiano subisce, per tanti anni, l’arroganza criminale da parte di due clan di Cosa nostra: usura, estorsioni, violenze fisiche e morali. La sua storia è emblematica ed unica nel suo genere. Dopo una fortissima crisi interiore e un profondo senso di smarrimento denuncia gli aguzzini mafiosi. L’uomo entra in un mondo totalmente sconosciuto, viene trasferito in località protetta insieme ad una parte della sua famiglia. Anni di privazioni, difficili da sopportare. Estirpato dal suo territorio, perde il contatto con la sua terra, con i suoi amici, con il suo mondo lavorativo. Deve far perdere le sue tracce, diventare invisibile per scampare ad una condanna a morte sancita dai criminali senza scrupoli. Una vita da recluso, per aver compiuto il proprio dovere. I continui trasferimenti in diverse città italiane mettono a dura prova le sue certezze. Lo smarrimento, la destabilizzazione, la disperazione cominciano a convivere quotidianamente con la sua nuova vita.     

Le accuse del testimone contro i clan sono devastanti per l’organizzazione: arresti, processi, condanne, dopo un lungo travaglio e un percorso pieno di ostacoli, disseminati non solo dagli uomini del malaffare.

Esiste un abisso tra i testimoni di giustizia e i collaboratori: sono due figure completamente diverse. I cosiddetti ‘pentiti’, termine senza alcun tipo di significato, hanno fatto parte delle organizzazioni criminali e nella maggior parte dei casi sono degli assassini sanguinari che hanno deciso di “saltare il fosso” per motivi di mero opportunismo, legato alla riduzione della pena inflitta; i testimoni, al contrario, sono dei cittadini onesti, senza legami con le mafie: hanno denunciato per l’alto senso di giustizia e legalità. Hanno visto, hanno sentito, hanno toccato con mano, hanno subìto. Hanno avuto il coraggio di ribellarsi.

IO HO DENUNCIATO è una rappresentazione realistica delle tante problematiche riferite e denunciate da chi ha speso la propria vita nella lotta contro il male. La vicenda umana raccontata tocca le corde più delicate della sua esistenza: la disperazione, le paure, le incertezze, le pressioni, i rapporti con la famiglia, con gli amici, con i parenti. I legami lavorativi distrutti. La scelta forzata di abbandonare la propria terra, provando a costruire con fatica una nuova esistenza, completamente slegata dalla precedente. Il testimone scivola velocemente in un vortice infernale, perde la sua dignità, la sua identità e la sua libertà.

Una vita devastata, reinventata, pianificata, studiata a tavolino.

La storia narrata nel libro IO HO DENUNCIATO, liberamente ispirata alla vicenda realmente accaduta all’imprenditore italiano, è stata scritta per raccogliere il grido disperato d’aiuto, per far emergere le positività ma, soprattutto, le tante difficoltà che devono affrontare e subire i testimoni di giustizia italiani, assieme alle loro famiglie; per migliorare un sistema che presenta carenze significative nella salvaguardia di chi ha denunciato le mafie; per portare molte altre persone a denunciare.

È un dovere testimoniare, ma è un diritto essere tutelati e rispettati. Il protagonista ha vinto la sua battaglia, è riuscito a guadagnarsi la sua libertà. Ma quanti mancano ancora all’appello?

Io ho Denunciato #progettoScuole #ihd

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IO HO DENUNCIATO, il #film

IO HO DENUNCIATO

di Paolo De Chiara

#libro #sceneggiatura #mediometraggio e #cortometraggio

Un imprenditore italiano subisce, per tanti anni, l’arroganza criminale da parte di due clan di Cosa nostra: usura, estorsioni, violenze fisiche e morali. La sua storia è emblematica ed unica nel suo genere. Dopo una fortissima crisi interiore e un profondo senso di smarrimento denuncia gli aguzzini mafiosi. L’uomo entra in un mondo totalmente sconosciuto, viene trasferito in località protetta insieme ad una parte della sua famiglia. Anni di privazioni, difficili da sopportare. Estirpato dal suo territorio, perde il contatto con la sua terra, con i suoi amici, con il suo mondo lavorativo. Deve far perdere le sue tracce, diventare invisibile per scampare ad una condanna a morte sancita dai criminali senza scrupoli. Una vita da recluso, per aver compiuto il proprio dovere. I continui trasferimenti in diverse città italiane mettono a dura prova le sue certezze. Lo smarrimento, la destabilizzazione, la disperazione cominciano a convivere quotidianamente con la sua nuova vita.     

Le accuse del testimone contro i clan sono devastanti per l’organizzazione: arresti, processi, condanne, dopo un lungo travaglio e un percorso pieno di ostacoli, disseminati non solo dagli uomini del malaffare.

Esiste un abisso tra i testimoni di giustizia e i collaboratori: sono due figure completamente diverse. I cosiddetti ‘pentiti’, termine senza alcun tipo di significato, hanno fatto parte delle organizzazioni criminali e nella maggior parte dei casi sono degli assassini sanguinari che hanno deciso di “saltare il fosso” per motivi di mero opportunismo, legato alla riduzione della pena inflitta; i testimoni, al contrario, sono dei cittadini onesti, senza legami con le mafie: hanno denunciato per l’alto senso di giustizia e legalità. Hanno visto, hanno sentito, hanno toccato con mano, hanno subìto. Hanno avuto il coraggio di ribellarsi.

IO HO DENUNCIATO è una rappresentazione realistica delle tante problematiche riferite e denunciate da chi ha speso la propria vita nella lotta contro il male. La vicenda umana raccontata tocca le corde più delicate della sua esistenza: la disperazione, le paure, le incertezze, le pressioni, i rapporti con la famiglia, con gli amici, con i parenti. I legami lavorativi distrutti. La scelta forzata di abbandonare la propria terra, provando a costruire con fatica una nuova esistenza, completamente slegata dalla precedente. Il testimone scivola velocemente in un vortice infernale, perde la sua dignità, la sua identità e la sua libertà.

Una vita devastata, reinventata, pianificata, studiata a tavolino.

La storia narrata nel libro IO HO DENUNCIATO, liberamente ispirata alla vicenda realmente accaduta all’imprenditore italiano, è stata scritta per raccogliere il grido disperato d’aiuto, per far emergere le positività ma, soprattutto, le tante difficoltà che devono affrontare e subire i testimoni di giustizia italiani, assieme alle loro famiglie; per migliorare un sistema che presenta carenze significative nella salvaguardia di chi ha denunciato le mafie; per portare molte altre persone a denunciare.

È un dovere testimoniare, ma è un diritto essere tutelati e rispettati. Il protagonista ha vinto la sua battaglia, è riuscito a guadagnarsi la sua libertà. Ma quanti mancano ancora all’appello?

IL SITO: http://www.iohodenunciato.it/

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IO HO DENUNCIATO.

La drammatica vicenda di un testimone di giustizia italiano.

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La drammatica vicenda di un testimone di giustizia italiano.
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IHD #buonalettura

#lettori IHD

GRAZIE DI CUORE

#buonalettura

Avvincente, realista. Si legge tutto in un fiato e si può condividere con chi ha una coscienza attenta… #iohodenunciato #romanziitaliani #denuncia #storiavera #lottaallemafie #lamafiaèunamontagnadimerda #pdc

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IO HO DENUNCIATO 
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1° maggio #stragedistato

STRAGE PORTELLA DELLA GINESTRA, 1 maggio 1947 #festadellavoro#1maggio#portelladellaginestra#stragedistato#mafiastato#strategiadellatensione

IO HO DENUNCIATO

GRAZIE DI CUORE MARCELLO.
#iohodenunciato
«Lo scrittore molisano Paolo De Chiara continua anche con questo libro ad interessarsi della lotta alla Mafia. Nel libro “Io ho denunciato” si parla di un imprenditore onesto, vessato e minacciato continuamente da clan mafiosi. 
A un certo punto trova il coraggio di denunciare gli uomini
che lo ricattano e vogliono costringerlo a pagare il pizzo. Decide di denunciare l’accaduto, entra così nel programma di protezione testimoni e diventa un bersaglio della mafia, per cui potrebbero uccidere lui o qualche elemento della famiglia. Trascorre diverso tempo in questa situazione difficile e rischiosa. Alla fine quando l’avvocato gli chiede se ne è valsa la pena di complicarsi la vita e lui risponde in modo affermativo perché bisogna far capire ai giovani che le mafie si possono sconfiggere. 
Con questo libro ci si rivolge a tutti per far capire che la criminalità organizzata è un male e si può sconfiggere anche con il coraggio di un cittadino.»

IO HO DENUNCIATO #recensione

IO HO DENUNCIATO #radio

IO HO DENUNCIATO

#presentazione #intervista #ungiornospeciale #radioradio

Francesco Vergovich INTERVISTA l’autore del libro

IO HO DENUNCIATO #fotolettori


IO HO DENUNCIATO. 
La drammatica vicenda di un testimone di giustizia italiano. 
di Paolo De Chiara
(Romanzi Italiani, 2019)

IO HO DENUNCIATO. 
La drammatica vicenda di un testimone di giustizia italiano. 
di Paolo De Chiara
(Romanzi Italiani, 2019)

“Voglio fare un appello a tutte le persone perbene, ai tanti cittadini onesti: DENUNCIATE, DENUNCIATE, DENUNCIATE!!! Questi mostri non sono invincibili. Si possono sconfiggere!! Soltanto con la denuncia possiamo eliminare definitivamente questo cancro che, da secoli, appesta i nostri territori. Questo è il messaggio che deve passare. I cittadini devono denunciare e tenersi lontani dalla mentalità mafiosa! Noi siamo pronti a fare la nostra parte” tratto dal libro IO HO DENUNCIATO di @paolo_de_chiara
#romanziitaliani @iohodenunciato #fotolettore


IO HO DENUNCIATO. 
La drammatica vicenda di un testimone di giustizia italiano. 
di Paolo De Chiara
(Romanzi Italiani, 2019)

“Io sono un servitore dello stato …ognuno di noi è padrone del proprio destino”


IO HO DENUNCIATO. 
La drammatica vicenda di un testimone di giustizia italiano. 
di Paolo De Chiara
(Romanzi Italiani, 2019)

“Tu non devi sperare. La speranza è una cosa orrenda, inventata dal potere per tenere sotto controllo le masse. La GIUSTIZIA ha bisogno di certezze e noi siamo sulla buona strada….”

IO HO DENUNCIATO. 
La drammatica vicenda di un testimone di giustizia italiano. 
di Paolo De Chiara
(Romanzi Italiani, 2019)

Un imprenditore italiano subisce, per tanti anni, l’arroganza criminale da parte di due clan di Cosa nostra. Dopo una crisi interiore e un profondo senso di smarrimento denuncia gli aguzzini mafiosi. L’uomo entra in un mondo totalmente sconosciuto: anni di privazioni, difficili da sopportare. Le accuse contro i clan sono devastanti: arresti, processi, condanne. L’imprenditore, a seguito della denuncia, entra nel programma provvisorio di protezione in qualità di testimone di giustizia, ma deve subire l’onta da parte della Commissione centrale. La storia narrata nel libro “Io ho denunciato”, liberamente ispirata a una vicenda realmente accaduta, è stata scritta per raccogliere il grido disperato d’aiuto, per far emergere le positività ma, soprattutto, le difficoltà che devono affrontare e subire i testimoni di giustizia italiani, assieme alle loro famiglie; per migliorare un sistema che presenta carenze significative nella salvaguardia di chi ha denunciato le mafie; per portare molte altre persone a denunciare. È un dovere testimoniare, ma è un diritto essere tutelati. Il protagonista ha vinto la sua battaglia, è riuscito a guadagnarsi la libertà. Ma quanti mancano ancora all’appello? 
iohodenunciato.it

[Disponibile online]
@iohodenunciato

#libri in Biblioteca

IO HO DENUNCIATO alla Biblioteca comunale ‘Michele Romano’ di Isernia.
#iohodenunciato#romanzo#storiavera#tdg#cosanostra#biblioteca#isernia

IO HO DENUNCIATO #lettori

GRAZIE di CUORE 
#lettori


“IO HO DENUNCIATO”
di Paolo De Chiara

Libro stupendo che racconta in maniera brillante e con verità, la drammatica storia di un Testimone di Giustizia, il quale vittima della mafia, decide di denunciare i suoi carnefici.
Da allora è stato un lungo e doloroso cammino contrassegnato da trepidazione ed incertezze, ma nonostante tutto non si arrende e con dignitoso coraggio prosegue il suo cammino anche se difficile e tortuoso.
Un racconto avvincente, vero, catturando così non solo la mia mente ma anche il cuore e la pancia, e rendendomi davvero partecipe di quanto leggevo.
Un libro in grado di catturarti come pochi.
Quando sapere, capire diviene una necessità.
Da leggere assolutamente
Personalmente l’ho letto tutto d’un fiato.
Consiglio di leggerlo a tutti!!
Un grazie allo scrittore e giornalista Paolo De Chiara per il suo prezioso lavoro.
#grazie#paolodechiara ✍📖
#iohodenunciato#storiavera#verità#sicilia#catania#testimonedigiustizia#tdg#pdc#libro#romanzo#romanziitaliani
@paolo_de_chiara @iohodenunciato


Ho sempre creduto che per difenderci dal male bisogna affrontarlo

Giovanni Falcone diceva “la mafia è un fenomeno umano e come tale ha avuto un inizio ed avrà una fine”

Se poi questa fine arriverà presto o tardi, dipende da noi. #insiemesipuò
#leggereperconoscere#leggerepercapire#leggereaprelamente#leggeresempre
#mafiamontagnadimerda

IO HO DENUNCIATO #tdg

#iohodenunciato #presentazioni #senzasoste

IO HO DENUNCIATO
La drammatica vicenda di un testimone di giustizia italiano
di Paolo De Chiara

Un imprenditore italiano subisce, per tanti anni, l’arroganza criminale da parte di due clan di Cosa nostra: usura, estorsioni, violenze fisiche e morali. La sua storia è emblematica ed unica nel suo genere. Dopo una fortissima crisi interiore e un profondo senso di smarrimento denuncia gli aguzzini mafiosi. L’uomo entra in un mondo totalmente sconosciuto, viene trasferito in località protetta insieme ad una parte della sua famiglia. Anni di privazioni, difficili da sopportare. Estirpato dal suo territorio, perde il contatto con la sua terra, con i suoi amici, con il suo mondo lavorativo. Deve far perdere le sue tracce, diventare invisibile per scampare ad una condanna a morte sancita dai criminali senza scrupoli. Una vita da recluso, per aver compiuto il proprio dovere. I continui trasferimenti in diverse città italiane mettono a dura prova le sue certezze. Lo smarrimento, la destabilizzazione, la disperazione cominciano a convivere quotidianamente con la sua nuova vita.

Le accuse del testimone contro i clan sono devastanti per l’organizzazione: arresti, processi, condanne, dopo un lungo travaglio e un percorso pieno di ostacoli, disseminati non solo dagli uomini del malaffare.

Esiste un abisso tra i testimoni di giustizia e i collaboratori: sono due figure completamente diverse. I cosiddetti ‘pentiti’, termine senza alcun tipo di significato, hanno fatto parte delle organizzazioni criminali e nella maggior parte dei casi sono degli assassini sanguinari che hanno deciso di “saltare il fosso” per motivi di mero opportunismo, legato alla riduzione della pena inflitta; i testimoni, al contrario, sono dei cittadini onesti, senza legami con le mafie: hanno denunciato per l’alto senso di giustizia e legalità. Hanno visto, hanno sentito, hanno toccato con mano, hanno subìto. Hanno avuto il coraggio di ribellarsi.

IO HO DENUNCIATO è una rappresentazione realistica delle tante problematiche riferite e denunciate da chi ha speso la propria vita nella lotta contro il male. La vicenda umana raccontata tocca le corde più delicate della sua esistenza: la disperazione, le paure, le incertezze, le pressioni, i rapporti con la famiglia, con gli amici, con i parenti. I legami lavorativi distrutti. La scelta forzata di abbandonare la propria terra, provando a costruire con fatica una nuova esistenza, completamente slegata dalla precedente. Il testimone scivola velocemente in un vortice infernale, perde la sua dignità, la sua identità e la sua libertà.

Una vita devastata, reinventata, pianificata, studiata a tavolino.

La storia narrata nel libro IO HO DENUNCIATO, liberamente ispirata alla vicenda realmente accaduta all’imprenditore italiano, è stata scritta per raccogliere il grido disperato d’aiuto, per far emergere le positività ma, soprattutto, le tante difficoltà che devono affrontare e subire i testimoni di giustizia italiani, assieme alle loro famiglie; per migliorare un sistema che presenta carenze significative nella salvaguardia di chi ha denunciato le mafie; per portare molte altre persone a denunciare.

È un dovere testimoniare, ma è un diritto essere tutelati e rispettati. Il protagonista ha vinto la sua battaglia, è riuscito a guadagnarsi la sua libertà. Ma quanti mancano ancora all’appello?

www.iohodenunciato.it
mail:iohodenunciato@virgilio.it

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Data di uscita: gennaio 2019
Pagine: 152
Copertina: morbida
Editore: Romanzi Italiani
ISBN: 9788827864258
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IO HO DENUNCIATO in Sicilia

IO HO DENUNCIATO a Sant’Agata di Militello (Messina), 15 marzo 2019
#studenti #iohodenunciato #libri #tdg #pdc

IO HO DENUNCIATO a Capo d’Orlando (Messina), 15 marzo 2019
#iohodenunciato #libri #tdg #pdc

IO HO DENUNCIATO a Brolo (Messina), 16 marzo 2019
#studenti #giovani #iohodenunciato

#capodorlando #siciliabedda

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