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Campobasso, fine dello smart working: è polemica. Parla il sindaco Gravina: «non capisco quale sia il dramma»

LA DIATRIBA. La decisione dell’Amministrazione comunale non è stata accolta favorevolmente dai sindacati che chiedono un tavolo di confronto. Per Antonio Amantini della Cgil: «Non siamo stati coinvolti. Riteniamo questo atteggiamento lesivo delle corrette relazioni sindacali. La delibera è in contrasto con le norme nazionali». Per il primo cittadino: «Il coinvolgimento dei sindacati, sinceramente, non lo vedevo indispensabile. Stiamo sperimentando, praticamente, le stesse misure che abbiamo sperimentato prima della chiusura totale. È un momento per tornare alla normalità».

Campobasso, fine dello smart working: è polemica. Parla il sindaco Gravina: «non capisco quale sia il dramma»
Il Comune di Campobasso

di Paolo De Chiara, WordNews.it

La delibera 159 del Comune di Campobasso sulla conclusione del lavoro agile, efficace dal 31 luglio, non è passata inosservata. Ha creato qualche «malumore – secondo i sindacati – tra i dipendenti di Palazzo San Giorgio».

Tre sigle (Fp Cgil, Cisl Fp e Uil Fpl) hanno inviato una nota agli organi di informazione. «Le scriventi Organizzazioni Sindacali chiedono di voler aprire con cortese sollecitudine, un tavolo di confronto al fine di meglio disciplinare la regolamentazione applicativa relativa al rientro in sede del personale dipendente dalla modalità di lavoro agile (smart working). Detta richiesta è motivata alla luce della proroga da parte del Governo dello stato di emergenza fino al 15/10/2020, così come da Decreto n. 59 del 29 luglio 2020».

Abbiamo contattato uno dei sindacalisti, Antonio Amantini, per comprendere meglio il suo pensiero: «Siamo per un rientro dallo smart working, ma questo rientro deve essere fatto in sicurezza per il personale e per gli utenti. E devono essere utilizzati tutti i dispositivi di protezione individuale e la sanificazione degli uffici. Il rientro deve essere dilazionato nel tempo».

Le sigle sindacali unitarie contestano anche la mancanza di coinvolgimento. «Lo riteniamo un grave elemento lesivo delle corrette relazioni sindacali. Siccome nei vari DPCM che si sono susseguiti, in particolare nel protocollo del 14 marzo è previsto, in qualche modo, il monitoraggio insieme alle organizzazioni sindacali rappresentative dei lavoratori. Ma questa cosa non è stata fatta.»

Per Amantini non tutto, però, è da buttare. «Un dirigente ha fatto una nota ai propri dipendenti contrari a quella delibera». In che senso? «Loro (l’Amministrazione comunale di Campobasso, nda) hanno fatto solo la delibera di giunta. Dopodiché i dirigenti dovrebbero aver recepito la delibera, facendo una ordinanza nella quale dovevano ordinare al proprio personale di rientrare. Ma ordinanze di rientro fatte dai dirigenti non ne ho viste. Ne ho vista solo una fatta da un dirigente che dice ‘si, rientriamo. Ma rientriamo come dice la norma, rientriamo in sicurezza, rientriamo con tutte le dotazioni’. Ovviamente a noi questo sta bene, sta benissimo. Le cose vanno fatte come scrive quel dirigente. Ma questo vale solo per i componenti di quell’ufficio, che hanno avuto quell’ordinanza di quel dirigente». E per il resto? «Per il resto è caos più totale».  

Per il primo cittadino Roberto Gravina (nella foto in alto) la situazione è sotto controllo. «Capisco che ci si lamenti. Ma noi abbiamo iniziato gradatamente a ritornare di presenza. Ho lasciato ai dirigenti di valutare area per area quali saranno le opportunità per rientrare. Secondo me fa bene anche al mondo del lavoro, in un momento come questo dove, oggettivamente, c’è più tranquillità. Soprattutto per quei servizi che richiedono il contatto con il pubblico».

Quindi una delibera per ritornare alla normalità?

«Noi stiamo tornando alla normalità anche perché, per quanto siamo stati bravi a lavorare in smart working, abbiamo però registrato qualche problema, soprattutto sui servizi al cittadino, che possono essere dalla carta d’identità a tutto il settore anagrafe, a tutto il settore demografico in generale. E poi anche il commercio e l’urbanistica. Questo è il senso. Non capisco quale sia il dramma. È vero, l’unica cosa sulla quale ho chiesto, tra virgolette, di rimediare è che ogni dirigente darà il tempo necessario alle proprie aree per potersi adeguare.»

I sindacati lamentano il fatto di non essere stati coinvolti.

«Il coinvolgimento per la ripresa, sinceramente, non lo vedevo indispensabile. Comunque anche su un altro aspetto importante noi stiamo sperimentando, praticamente, le stesse misure che abbiamo sperimentato prima della chiusura totale. Quindi è un momento per tornare alla normalità, fermo restando che se i sindacati vorranno in qualche modo avere chiarimenti siamo pronti a darli. Ci mancherebbe. Massima apertura. Però ci deve essere anche per loro la consapevolezza che il cittadino lamentava e richiedeva, comunque, uno sforzo maggiore da parte dell’Amministrazione. E lo facciamo in un periodo assolutamente tranquillo e gestibile».

Per il sindacalista della Cgil, Antonio Amantini, si è registrato il «caos tra i dipendenti». A lei risulta questa reazione?

«Io ho semplicemente detto ai dirigenti, atteso che quando abbiamo adottato la delibera davo per scontato che avessero comunicato alle singole aree la situazione di ripresa. Se questo non è avvenuto, infatti, ho chiesto ai dirigenti di parlare con tutti i propri funzionari, i propri dipendenti per dare la possibilità, in totale serenità, di decidere. Immagino anche che qualcuno, lo dico senza ironia, era fuori città e riusciva a lavorare in smart working e, quindi, bisogna dare il tempo a tutti di rientrare. Però già oggi eravamo al 60%. Sinceramente a me il caos non risulta».

Quindi è una delibera elastica?

«La delibera non è che è elastica. Praticamente offre un po’ di elasticità ai dirigenti per poter ritornare in presenza, comunque, in settimana. Se ci sono dei problemi ce lo faranno presente e verificheremo».        

Ecco la DeliberaNumero 159 del 31-07-2020

CESSAZIONE EFFICACIA DEL REGOLAMENTO TEMPORANEO PER L’ADOZIONE DEL LAVORO AGILE (SMART WORKING) E DELLA POSSIBILITA’ DI RICORRERE ALL’ESENZIONE DAL LAVORO IN CONSEGUENZA DELL’EMERGENZA SANITARIA COVID-1

LA GIUNTA COMUNALE

Vista la proposta di deliberazione di seguito riportata.

Visto il D. Lgs. n. 165 del 30.03.2001, recante “Norme generali sull’ordinamento del lavoro alle

dipendenze elle pubbliche amministrazioni”, e successive modificazioni e integrazioni.

Visto il D. Lgs. n. 82 del 07.03.2005, recante “Codice dell’amministrazione digitale”.

Visto il D. Lgs. n. 80 del 15.06.2015, recante “Misure per la conciliazione delle esigenze di cura, di vita e di lavoro”, in attuazione dell’articolo 1, commi 8 e 9, della Legge n. 183 del 10.12.2014.

Vista la Risoluzione del Parlamento Europeo approvata il 13 settembre 2016 “Creazione di condizioni del mercato del lavoro favorevoli all’equilibrio tra vita privata e vita professionale”.

Visti i Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro del personale non dirigente del Comparto Funzioni Locali, della Dirigenza del Comparto Regioni e Autonomie Locali e dei Segretari Comunali e Provinciali.

Visti i Contratti Collettivi Decentrati Integrativi in vigore presso il Comune di Campobasso.

Vista la Delibera del Consiglio dei Ministri del 31.1.2020, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 26 del 1.2.2020, con la quale è stato dichiarato lo stato di emergenza in conseguenza del rischio sanitario connesso all’insorgenza di patologie derivanti da agenti virali trasmissibili, per la durata di 6 mesi a decorrere dalla data del provvedimento stesso.

Visto il D.L. 6 del 23.02.2020, convertito dalla legge n. 13 del 05.03.2020, il quale introduce misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da virus COVID-2019.

Vista la Direttiva della Presidenza del Consiglio dei Ministri n. 1/2020, registrata dalla Corte dei Conti il 26.02.2020 con il n. 388, recante le prime indicazioni in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da CODIV-2019 nelle pubbliche amministrazioni al di fuori delle aree di cui all’articolo 1 del D.L. n. 6/2020.

Visto l’art. 4 del DPCM 01.03.2020, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 52 del 01.03.2020, il quale ha esteso la possibilità di applicare la modalità di lavoro agile per la durata dello stato di emergenza.

Visto il DPCM 04.03.2020, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 55 del 04.03.2020.

Visto il DPCM 08.03.2020, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 59 del 08.03.2020 con il quale è stato disposto il lockdown in conseguenza dell’acuirsi dell’emergenza sanitaria COVID-19.

Visto il DPCM 09.03.2020, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 62 del 09.03.2020.

Visto il DPCM 11.03.2020, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 64 dell’11.03.2020.

Visto il DPCM 01.04.2020, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 88 del 02.04.2020.

Visto il DPCM 10.04.2020, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 97 dell’11.04.2020.

Visto il DPCM 26.04.2020, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 108 del 27.04.2020, con il quale è stata disposta la fine del lockdown totale alla data del 3 maggio 2020.

Visto il DPCM 17.05.2020, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 126 del 17.05.2020, con il quale si è provveduto ad estendere ulteriormente le attività consentite a decorrere dal 18 maggio 2020.

Visto il DPCM 11.06.2020, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 147 dell’11.06.2020, con il quale si è provveduto ad estendere ulteriormente le attività consentite a decorrere dal 15 giugno 2020.

Visto il DPCM 14.07.2020, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 176 del 14.07.2020, con il quale sono state prorogate le disposizioni di cui al DPCM 11.06.2020 fino al 31 luglio 2020.

Preso atto che, a decorrere dal 4 maggio 2020, in esecuzione dei decreti sopra citati, son state riavviate gradualmente gran parte delle attività fermate nella fase del lockdown.

Preso atto che il prossimo 31 luglio cesserà anche lo stato di emergenza disposto con la Delibera del Consiglio dei Ministri del 31.1.2020.

Vista la Direttiva della Presidenza del Consiglio dei Ministri n. 2/2020, registrata dalla Corte dei Conti il 12.03.2020 con il n. 446, recante indicazioni in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID-19 nelle pubbliche amministrazioni di cui all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165.

Preso atto che detta direttiva dispone che “In considerazione delle misure in materia di lavoro agile previste dai provvedimenti adottati in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID-19, le pubbliche amministrazioni, anche al fine di contemperare l’interesse alla salute pubblica con quello alla continuità dell’azione amministrativa, nell’esercizio dei poteri datoriali assicurano il ricorso al lavoro agile come modalità ordinaria di svolgimento della prestazione lavorativa, fermo restando quanto previsto dall’articolo

1, comma 1, lettera e) del DPCM 8 marzo 2020”.

Visto l’art. 87, comma 1, del D.L. n.18 del 17.03.2020, il quale dispone che “Fino alla cessazione dello stato di emergenza epidemiologica da COVID-2019, ovvero fino ad una data antecedente stabilita con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri su proposta del Ministro per la pubblica amministrazione, il lavoro agile è la modalità ordinaria di svolgimento della prestazione lavorativa nelle pubbliche amministrazioni di cui all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, che, conseguentemente:

a) limitano la presenza del personale negli uffici per assicurare esclusivamente le attività che ritengono indifferibili e che richiedono necessariamente la presenza sul luogo di lavoro, anche in ragione della gestione dell’emergenza;

b) prescindono dagli accordi individuali e dagli obblighi informativi previsti dagli articoli da 18 a 23 della legge 22 maggio 2017, n. 81.”.

Visto l’art. 87, comma 3, del D.L. n.18 del 17.03.2020, il quale dispone che “Qualora non sia possibile ricorrere al lavoro agile, anche nella forma semplificata di cui al comma 1, lett. b), le amministrazioni utilizzano gli strumenti delle ferie pregresse, del congedo, della banca ore, della rotazione e di altri analoghi istituti, nel rispetto della contrattazione collettiva. Esperite tali possibilità le amministrazioni possono motivatamente esentare il personale dipendente dal servizio. Il periodo di esenzione dal servizio costituisce servizio prestato a tutti gli effetti di legge e l’amministrazione non corrisponde l’indennità sostitutiva di mensa, ove prevista. Tale periodo non è computabile nel limite di cui all’articolo 37, terzo comma, del decreto del Presidente della Repubblica 10 gennaio 1957, n. 3.”.

Vista la delibera di Giunta Comunale n. 64 del 13.3.2020 con la quale è stato approvato il regolamento temporaneo per l’adozione del lavoro agile (smart working) e di altre misure di contrasto all’emergenza sanitaria COVID-19 il quale introduce misure dirette a ridurre il più possibile la presenza contemporanea dei dipendenti negli uffici dell’Amministrazione Comunale allo scopo di limitare le occasioni di interazione e conseguentemente di diffusione del contagio da virus COVID-19.

Vista la delibera di Giunta Comunale n. 90 del 10.4.2020, con la quale è stata prorogata l’efficacia del regolamento temporaneo per l’adozione del lavoro agile (smart working) e di altre misure di contrasto all’emergenza sanitaria COVID-19 per tutta la durata dell’emergenza sanitaria in atto, tenendo conto della sua evoluzione, come da disposizioni dettate dagli organi istituzionali competenti.

Vista la delibera di Giunta Comunale 85 del 7.4.2020 con la quale i Dirigenti dell’Ente sono stati

autorizzati a concedere al personale delle rispettive strutture non collocabile in modalità di lavoro agile e non strettamente necessario per far fronte ad esigenze indifferibili, l’esenzione dal servizio di cui all’art. 87, comma 3, del D.L. n. 18/2020, a condizione che l’interessato abbia fruito di tutte le ferie pregresse maturate alla data di concessione dell’esenzione e di tutti i permessi retribuiti eventualmente spettanti (permessi per motivi personali o familiari, permessi legge n. 104/1992, congedo parentale, ecc.).

Preso atto che, a decorrere dal 4 maggio 2020, in esecuzione dei decreti sopra citati, son state riavviate gradualmente gran parte delle attività fermate nella fase del lockdown.

Visto l’art. 263 del Decreto Legge n. 34 del 19.05.2020, come modificato dalla legge di conversione n. 77 del 17.07.2020, pubblicata nel S.O. n. 25 alla Gazzetta Ufficiale n. 180 del 18.07.2020, il quale dispone che le amministrazioni pubbliche adeguano l’operatività di tutti gli uffici pubblici alle esigenze dei cittadini e delle imprese connesse al graduale riavvio delle attività produttive e commerciali.

Vista la circolare n. 3/2020 con la quale il Ministro per la Pubblica Amministrazione, nel fare riferimento alla norma sopra citata, afferma che: la presenza del personale nei luoghi di lavoro non è più correlata alle attività ritenute indifferibili

a) ed urgenti;

b) l’istituto dell’esenzione dal servizio risulta superato.

Dato atto che la suddetta circolare evidenza la necessità che ciascuna pubblica amministrazione, nel definire il percorso di ritorno alla normalità, tenga in debito conto l’esigenza di garantire la tutela della sicurezza e della salute dei dipendenti e si adegui alle indicazioni contenute nel “Protocollo quadro per la prevenzione e la sicurezza dei dipendenti pubblici sui luoghi di lavoro in ordine all’emergenza sanitaria da COVID-19” del 24.07.2020, allegato alla circolare stessa, validato dal Comitato tecnico-scientifico, organismo a supporto del Capo Dipartimento della Protezione Civile per l’emergenza Covid-19, e sottoscritto il 24 luglio 2020 con le Organizzazioni Sindacali.

Dato atto che le misure di prevenzione indicate nel suddetto protocollo risultano sostanzialmente applicate all’interno di questo Ente.

Ritenuto, comunque, di avviare un percorso di verifica del documento di valutazione dei rischi di cui al D.Lgs. n. 81 del 9.4.2008 per valutare l’eventuale necessità di integrazione dello stesso, con il coinvolgimento del responsabile del servizio prevenzione e protezione e del medico competente, nel rispetto delle competenze dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza (R.L.S.).

Preso atto che il progressivo calo dei contagi da COVID-19 e del numero dei ricoverati negli ospedali ha ridotto la pressione sulle strutture sanitarie regionali le quali riescono a gestire in condizioni di normalità i pochi casi rimasti.

Preso atto che il 31 luglio cesserà lo stato di emergenza disposto con la Delibera del Consiglio dei Ministri del 31.1.2020.

Preso atto che è attualmente all’esame del Governo l’ipotesi di proroga dello stato di emergenza fino al 15 ottobre 2020 al fine di gestire la fase di ripristino delle condizioni di normalità di tutte le attività che hanno subito limitazioni nella fase acuta dell’emergenza sanitaria.

Rilevato, quindi, che la fase acuta dell’emergenza sanitaria COVID-19 può ritenersi superata e che, pertanto, può disporsi il graduale rientro alla normalità dell’attività dell’Ente.

Rilevato che gran parte dei dipendenti dell’Ente sono impegnati in attività indifferibili non effettuabili in regime di lavoro agile (Polizia Locale, attività di protezione civile, servizi manutentivi, farmacie, ecc.) e in altre attività che richiedono comunque il servizio in presenza (servizi sociali, servizi demografici, servizi di front office, ecc.) per cui, di fatto, la maggior parte del personale già lavora in presenza.

Considerato che l’eventuale applicazione del lavoro agile al 50 per cento del personale impiegato nelle attività che possono essere svolte in tale modalità, come prevista dall’art. 263, comma 1, del D.L. n. 34/2020,

modificato dalla Legge n. 77/2020, di fatto riguarderebbe un numero relativamente esiguo di dipendenti con effetti molto limitati sulla riduzione della presenza contemporanea di personale negli uffici e, quindi, con effetti pressoché nulli sulla riduzione del rischio di contagio da COVID-19.

Preso atto che questo Ente ha adottato tutte le misure organizzative necessarie per ridurre il rischio di contagio sia tra i dipendenti che in relazione alle procedure di accesso dell’utenza.

Ritenuto, quindi, di poter cessare alla data del 31.07.2020 l’efficacia del Regolamento temporaneo per l’adozione del lavoro agile (smart working) e di altre misure di contrasto all’emergenza sanitaria COVID-19 approvato con delibera di Giunta Comunale n. 64 del 13.03.2020 e prorogato con delibera di Giunta Comunale n. 90 del 10.04.2020.

Ritenuto, inoltre, di poter cessare alla data del 31.07.2020 l’autorizzazione ai Dirigenti di poter disporre il collocamento in esenzione dal servizio, in applicazione dell’art. 87, comma 3, del D.L. n. 18/2020, del personale non collocabile in modalità di lavoro agile e non strettamente necessario per far fronte ad esigenze indifferibili, come prevista dalla delibera di Giunta Comunale n. 85 del 07.04.2020.

Ritenuto, pertanto, di disporre il rientro in modalità di lavoro in presenza di tutti i dipendenti dell’Ente a decorrere dal 1° agosto 2020, nel rispetto delle misure organizzative in essere necessarie al contenimento del rischio di contagio da COVID-19.

Visto l’art. 48 del T.U.E.L. che rimette alla Giunta Comunale l’approvazione dei regolamenti concernenti l’organizzazione degli uffici e dei servizi;

Visto l’art. 5, comma 2 del D.Lgs. 165/2001, come da ultimo modificato dal D.L. 95/2012, convertito dalla Legge n. 135/2012 (cd. spending. review), ai sensi del quale per tutto ciò che concerne l’organizzazione degli uffici è prevista la sola informazione ai sindacati.

Rilevato che il Dirigente del Servizio interessato da atto della regolarità tecnica e della correttezza amministrativa del presente provvedimento, ai sensi dell’art. 147-bis del D. Lgs. n. 267 del 18.8.2000, come introdotto dall’art. 3 del D.L. n. 174 del 10.10.2012, convertito dalla legge n. 213 del 7.12.2012.

IL FUNZIONARIO IL DIRIGENTE

Dott. Angelo Ruggi Dott. Nicola Sardella

(Sottoscrizione con firma elettronica) (Sottoscrizione con firma digitale)

Esaminata la proposta sopra riportata.

Visto l’art. 48 del D.Lgs. n. 267 del 18.8.2000 in ordine alle competenze della Giunta Comunale.

Visto il parere favorevole di regolarità tecnica e l’attestazione di correttezza delle disposizioni contenute nel presente provvedimento espresso ai sensi degli artt. 49 comma 1 e 147-bis del D.Lgs. n. 267/2000.

Vista l’attestazione di coerenza con gli indirizzi della programmazione comunale e con gli obiettivi assegnati alla struttura burocratica prevista dalla deliberazione di G.M. n. 161/2015.

Visto l’art. 134, comma 4, del D.Lgs. n. 267 del 18.8.2000, in merito alla immediata eseguibilità delle deliberazioni in caso di urgenza.

Vista la delibera di Giunta Comunale n. 59 del 09.03.2020 avente ad oggetto: “SVOLGIMENTO DELLE SEDUTE DI GIUNTA COMUNALE IN AUDIO CONFERENZAVIDEOCONFERENZA E/O TELECONFERENZA. APPROVAZIONE DI LINEE GUIDA”;

Con voti unanimi palesi espressi nelle forme di legge,

DELIBERA

Per le ragioni sopra espresse:

di cessare alla data del 31.07.2020 l’efficacia del Regolamento temporaneo per l’adozione 1. del lavoro agile (smart working) e di altre misure di contrasto all’emergenza sanitaria COVID-19 approvato con delibera di Giunta Comunale n. 64 del 13.03.2020 e prorogato con delibera di Giunta Comunale n. 90 del 10.04.2020;

2.di cessare alla data del 31.07.2020 l’autorizzazione ai Dirigenti di poter disporre il collocamento in esenzione dal servizio, in applicazione dell’art. 87, comma 3, del D.L. n. 18/2020, del personale non collocabile in modalità di lavoro agile e non strettamente necessario per far fronte ad esigenze indifferibili, prevista dalla delibera di Giunta Comunale n. 85 del 07.04.2020;

3.di disporre il rientro in modalità di lavoro in presenza di tutti i dipendenti dell’Ente a decorrere dal 01.08.2020, nel rispetto di tutte le misure organizzative in essere necessarie al contenimento del rischio di contagio da COVID-19;

4.di avviare un percorso di verifica del documento di valutazione dei rischi di cui al D.Lgs. n. 81 del 9.4.2008 per valutare l’eventuale necessità di integrazione dello stesso secondo le indicazioni contenute nel “Protocollo quadro per la prevenzione e la sicurezza dei dipendenti pubblici sui luoghi di lavoro in ordine all’emergenza sanitaria da COVID-19” del 24.7.2020, con il coinvolgimento del responsabile del servizio prevenzione e protezione e del medico competente, nel rispetto delle competenze dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza (R.L.S.);

5.di riservarsi di provvedere con successivi atti all’eventuale collocamento di parte del personale in modalità di lavoro agile, nel limite della percentuale stabilita dall’art. 263 del D.L. n. 34 del 19.5.2020, come modificato dalla legge n. 77 del 17.7.2020, qualora dovesse presentarsi l’esigenza, da valutare anche in relazione all’evoluzione dei contagi e del conseguente rischio;

di trasmettere copia del presente atto alle Organizzazioni Sindacali firmatarie del CCNL del 6. 21.05.2018 e alla R.S.U. del Comune di Campobasso, quale informazione, in applicazione dell’art. 5, comma 2, del D.lgs. n. 165/2001 e dell’art. 4 del CCNL del 21.05.2018;

7.di dichiarare, con separata e unanime votazione palese, il presente atto immediatamente eseguibile ai sensi dell’art. 134, comma 4, del D. Lgs. n. 267 del 18.08.2000.

Il presente verbale viene sottoscritto con firma digitale.

I RAGAZZI DELL’ORCHESTRA FALCONE E BORSELLINO RIAVRANNO UNA SEDE?

LO SFRATTO. Un passo avanti e due passi indietro. La decisione dell’amministrazione ha fatto scattare la sinergia istituzionale: «Le istituzioni sono intervenute – ha spiegato l’avvocato Guarnera – e si è ottenuto il risultato». Per il sindaco D’Agate: «c’è stata una cattiva interpretazione di questo gesto. Sono stati tanti equivoci, forse non ci siamo espressi bene». Ma la realtà, le comunicazioni e le prese di posizione dicono ben altro. Per l’assessore Bulla: «Noi non sapevamo nulla di questo comodato. La sostanza non mi sembra sbagliata, forse ho sbagliato a non argomentare. Non mi sembra di essere in torto. Stiamo vedendo qual è la soluzione migliore». Ora, per Bulla, si prevede anche una mozione di sfiducia.

I RAGAZZI DELL’ORCHESTRA FALCONE E BORSELLINO RIAVRANNO UNA SEDE?

di Paolo De Chiara

ADRANO (Catania). «Mi sono incontrato con l’associazione “La città invisibile”, con il prefetto ci siamo sentiti telefonicamente. Era un tantino allarmato da questa notizia che ha avuto un eco e un significato non rispondente al vero». È il primo cittadino che parla. Le dichiarazioni del sindaco Angelo D’Agate sono state raccolte telefonicamente da TvaNotizie, una tv locale. «Non è vero che l’amministrazione in maniera gratuita, improvvisa e repentina abbia mandato via i ragazzi». Allora cosa è successo? «Sostanzialmente l’atto è stato quello di farci restituire i locali dalla Mazzini per poter essere assegnati alla scuola del Cappellone, che è una delle scuole che sono in ristrutturazione. Avevamo individuato questi locali e ce li siamo fatti consegnare dalla scuola Mazzini. In conseguenza di questo fatto, dato che sono occupati, diciamo dall’associazione che svolge, nelle ore pomeridiane, le sue attività musicali. In verità in questo periodo non li svolge, quindi non è stata interrotta nessuna attività, perché per via del coronavirus l’attività non c’era. Ma questo conta poco. È stata una lettera formale, non un provvedimento. Un modo per ritornare in possesso di quei locali che ora assegneremo con atto formale nei primi giorni della settimana prossima alla Scuola del Cappellone, per poter affrontare i primi mesi del prossimo anno scolastico.

Certamente c’è stata una cattiva interpretazione di questo gesto che, comunque, nell’ipotesi in cui, che ci sembra credibile oggi, che non ci siano doppi turni ad Adrano, certamente può rimanere nel possesso dell’associazione “La città invisibile” per le ore pomeridiane. Mentre nelle ore mattutine sarà adibito a scuola. Sono stati tanti equivoci, forse non ci siamo espressi bene da una parte e dall’altra. Ma si capisce perfettamente come possiamo essere preoccupati in quanto abbiamo 63 aule in ristrutturazione».

Lo sfratto

È bene a questo punto ricostruire la vicenda. Il 15 giugno 2020, l’assessore del Comune di Adrano, Salvatore Bulla, firma una comunicazione (protocollo 19368) indirizzata alla Fondazione “La città invisibile”: «Per sopravvenute necessità di questo Comune, si è stati costretti a chiedere al Dirigente Scolastico, che ha aderito, la riconsegna dei locali. Per detti motivi, si invita (seppure con dispiacere) codesta Fondazione a riconsegnare le chiavi dei locali e di provvedere allo sgombero degli stessi. Scusandoci per il disagio, conseguente a sopravvenute esigenze non eludibili, e certi della celerità con la quale codesta Fondazione provvederà a quanto richiesto, si porgono distinti saluti».

Equivoco o cattiva interpretazione? Con un atto protocollato, l’assessore Bulla, da freddo burocrate, ha chiesto la riconsegna delle chiavi del locale, per lo sgombero degli stessi. Un vero e proprio sfratto per i ragazzi che, tolti dalla strada, sono impegnati in un’orchestra conosciuta, ormai, in tutto il mondo. Dovrebbe essere un vanto per un’amministrazione.

Il fulmine a ciel sereno ha preso alla sprovvista la Fondazione, i suoi fondatori, i suoi sostenitori. I ragazzi si sono sentiti spaesati, traditi. Hanno scritto una lettera pubblica, indirizzandola al sindaco D’Agate, al prefetto di Catania Sammartino, al governatore Musumeci, all’assessore alle politiche sociali della Regione Sicilia, al presidente del Consiglio, ai presidenti di Camera e Senato, al presidente della Repubblica e agli organi di informazione. «La nostra sorpresa e anche il nostro sgomento derivano dalle modalità con cui si sono svolti gli eventi. La nostra fondazione nel 2018 aveva stipulato una “convenzione-contratto” con la Scuola Secondaria di 1° grado “Giuseppe Mazzini”, in cui viene fatta presente la concessione della sede per un periodo di quattro anni e il preavviso di almeno un anno accademico precedente a quello in corso nel caso della restituzione dei locali. Eravamo sicuri di poter continuare a suonare ed imparare senza una sospensione imminente di queste nostre opportunità. Tuttavia così non è avvenuto, in quanto il Comune è venuto meno all’accordo stipulato, firmato dall’Assessore Salvatore Bulla. In questo modo non è stato rispettato l’obbligo dell’anno di preavviso stabilito»

Per il Comune di Adrano, oltre alla bruttissima figura, inizia la fase, inaspettata (per loro), delle polemiche. Probabilmente non avevano pensato alle reazioni, arrivate da più parti.

Ed hanno dovuto subire gli articoli di stampa, i servizi televisivi, le proteste di Salvatore Borsellino (il fratello del magistrato ucciso il 19 luglio da Cosa nostra e dagli apparati dello Stato deviati e mafiosi), di Piera Aiello, componente della commissione antimafia e da tanti altri che hanno conosciuto l’Orchestra “Falcone e Borsellino”. Anche il gruppo degli Abruzzesi negli Emirati Arabi Uniti e nei Paesi del Golfo si è associato.   

Ma non basta.

Qualche giorno fa, nell’incontro tra il primo cittadino di Adrano e la Fondazione, è emersa la versione ufficiale. Le parole pronunciate dal primo cittadino non hanno minimamente soddisfatto gli “sfrattati”.  

Il 19 giugno il dirigente scolastico reggente della Scuola secondaria di primo grado “G. Mazzini”, Loredana Lorena scrive alla Fondazione: «Le comunico con rammarico che il Comune di Adrano ha chiesto alla scrivente, la riconsegna dei locali di Via Roma n. 56 “per urgenti sopravvenute esigenze scolastiche”. Vista la richiesta di cui sopra, considerato che l’Ente proprietario dei locali suddetti è il Comune di Adrano, il giorno 13 giugno duemilaventi le chiavi dei locali di Via Roma sono state consegnate dalla scrivente, prof.ssa Loredana Lorena, legale rappresentante della scuola, all’Assessore Salvatore Bulla, in rappresentanza del Comune di Adrano. Di tale atto è stato redatto regolare Verbale assunto al protocollo dell’Istituzione scolastica. In merito alla Convenzione a suo tempo stipulata tra l’Istituzione scolastica e la Fondazione, si dà atto che, venendo meno il requisito di fondo, ossia la disponibilità dei locali di cui all’oggetto, in seguito alla richiesta del Comune di Adrano, quanto previsto dalla Convenzione decade fino a nuove disposizioni da parte dell’Ente proprietario.»

Sinergia istituzionale  

«È apprezzabile la sinergia istituzionale – ha spiegato l’avvocato Enzo Guarnera, del foro di Catania – che si è creata. È intervenuta la Presidenza della Repubblica, il Miur e il Prefetto. Il dottor Sammartino è stato tempestivo. Ha voluto parlare direttamente con i protagonisti, ha voluto sapere, ha chiesto passo passo di essere informato. Grazie a questa sinergia si è ottenuto il risultato. Sono stati coinvolti i ragazzi e le loro famiglie, che hanno scritto una lettera. Le Istituzioni hanno dimostrato la loro sensibilità, hanno preso a cuore la vicenda. E questa strategia è stata vincente e ha portato l’amministrazione a ripensarci. Ora bisogna aspettare la delibera».       

La parola all’assessore Bulla

È l’amministratore che ha firmato la fredda comunicazione. In questi giorni è stato tirato in ballo da più parti. «Ho davanti agli occhi, e non riesco a crederci. Una lettera dell’assessore Salvatore Bulla, del Comune di Adrano, che con freddo tono burocratico comunica alla Fondazione “La città invisibile”, che gestisce l’Orchestra Falcone e Borsellino di “riconsegnare le chiavi”». In questo modo si è espresso, qualche giorno fa, il leader delle Agende Rosse Salvatore Borsellino.

Nelle ultime ore anche l’opposizione si è schierata contro Bulla. «Chiediamo le sue dimissioni per incompetenza», ha dichiarato il consigliere comunale Salvo Coco. Per la settimana prossima è stata annunciata la mozione di sfiducia. «Se questa ipotesi si concretizzerà – ha dichiarato il sindaco D’Agate –, se verrà avanzata una mozione di sfiducia credo che riuscirò a spiegare bene le ragioni dei nostri gesti, perché non sono dell’assessore ma sono dell’amministrazione».

Abbiamo raccolto, quindi, anche il punto di vista dell’assessore alla manutenzione e alle politiche giovanili, Salvatore Bullo. «Noi abbiamo due scuole in ristrutturazione e abbiamo l’esigenza di avere 63 aule a disposizione per il nuovo anno scolastico. Siamo a corto di aule. Abbiamo cercato di chiarire con la Fondazione in maniera bonaria, ma loro volevano la soluzione immediata. La priorità è per il diritto allo studio. Ho sempre detto che avremmo trovato una soluzione, ma prima volevo parlare con la preside a cui avremmo dato i locali. Ma la Fondazione “Falcone e Borsellino” ha creato tutto questo parapiglia. Non c’è nessun motivo per cacciarli via». Lei, nella comunicazione del 15 giugno, però, utilizza un linguaggio netto, freddo, burocratico. «Sì, è vero. L’ho scritta in maniera fredda, non ho specificato niente». Lei cosa pensa di questi ragazzi? «Noi queste associazioni cerchiamo. Io volevo solo 15 giorni di tempo per farmi riorganizzare. Non è stato un capriccio, non mi danno nessun fastidio. Anzi, io sono a favore di questo tipo di attività». Lei, quindi, ammette di aver commesso un errore? «Dopo sei mesi, dopo che li abbiamo chiamati in tutti i modi lei pensa che lo considero un errore o una necessità primaria? Stiamo parlando del diritto allo studio, di questo stiamo parlando. Possiamo dire che ho sbagliato nella forma, ma la sostanza è quella». Magari se avesse inserito nella lettera delle spiegazioni, delle alternative… «Ho chiesto i locali alla scuola con cui loro avevano fatto questo comodato, che non ci avevano fatto sapere. Noi non sapevamo nulla di questo comodato. La sostanza non mi sembra sbagliata, forse ho sbagliato a non argomentare. Non mi sembra di essere in torto, la scuola viene prima di ogni altra cosa. Abbiamo trovato la soluzione». Sarebbe? «Abbiamo chiesto alla preside se il pomeriggio possono continuare a convivere con loro e la preside si è resa disponibile». Esiste un atto ufficiale? «Ancora non abbiamo ratificato niente, perciò mi servivano quei 15 giorni. Loro hanno avuto questa fretta di sbandierare la mia comunicazione ai quattro venti. Non mi sento di aver fatto niente di male». Il consigliere Coco ha chiesto le sue dimissioni “per incompetenza”. Lei cosa ne pensa? «In pochi mesi ho fatto più di lui dopo 10 anni da consigliere. E comunque il suo esponente politico, anni fa, aveva fatto la stessa cosa sempre con “La città invisibile”. Avrà avuto qualche dimenticanza, si sarà dimenticato di questa cosa». Siete ritornati sui vostri passi dopo l’intervento della Presidenza della Repubblica, del Miur e del Prefetto di Catania? «No, noi non siamo ritornati sui nostri passi. Ho sempre detto che avrei trovato una soluzione, però loro (la Fondazione, nda) volevano la soluzione scritta prima della decisione. Non ho buttato fuori nessuno, ho avuto due settimane terribili per cercare di mediare e sistemare. Io non li voglio buttare fuori. Non è che non capisco quello che fanno, non è che non sono sensibile al loro operato. Ma il diritto allo studio viene prima di ogni altra cosa. Dovevo cercare una soluzione indolore per tutti, ma loro hanno voluto forzare la mano facendo le vittime in malo modo. Io sono sempre stato disponibile, anche se loro vogliono dichiarare il contrario. L’ho detto anche alla dottoressa Milazzo, la gatta frettolosa fa i figli ciechi». Lei, quindi, sta affermando che la soluzione definitiva è stata trovata? «L’abbiamo trovata. Ma senza la certezza scritta, stiamo vedendo qual è la soluzione migliore. Direi di aspettare, già ieri ha parlato il sindaco. Noi non torniamo sui nostri passi. La faremo come delibera di Giunta». Si sente tranquillo con questa mozione di sfiducia annunciata? «A me è dispiaciuto più l’attacco mediatico. Sono stato preso come un mafioso, sono stato accusato di avere avuto poca sensibilità. Questo mi è dispiaciuto, la mozione di sfiducia non mi preoccupa. Anche perché non ha nessuna validità legale, non la possono fare la mozione di sfiducia». Secondo lei, da amministratore, queste attività culturali danno fastidio alle organizzazioni mafiose presenti sul territorio? «Non penso proprio. Ad Adrano non penso proprio, magari in altri paesi. Se fosse a Catania, forse sì». Perché fa questa differenza tra Catania ed Adrano? «Perché, forse, ad Adrano le organizzazioni mafiose non sanno nemmeno l’esistenza della “Falcone e Borsellino”. Non lo so, non c’entra l’organizzazione mafiosa. Qui è stata una esigenza…». Assessore, io le sto chiedendo se l’impegno dei ragazzi, che vengono tolti dalla strada, può dare fastidio alla mafia locale. «Non saprei rispondere a questa domanda, perché non vedo tutto questo problema. Loro (sempre la Fondazione, nda) hanno operato in maniera tranquilla, mai nessuno li ha mai disturbati. Non mi risulta che abbiano subito minacce». Mi scusi, qual è la situazione ad Adrano? «In che senso?». Per quanto riguarda la criminalità organizzata. «Adrano è un paese difficile, un paese con una densità… ci sono stati periodi bui». Le ultime scarcerazioni hanno riportato qualche mafioso sul territorio? «Forse è tornato qualcuno, ma è rimasto sempre agli arresti domiciliari. Nessuno è uscito sul territorio». Il Comune di Adrano, in passato, è stato sciolto per mafia? «Anni fa, negli anni Novanta. I protagonisti sono stati tutti assolti, non c’è stata nessuna condanna per nessuno». Quei protagonisti, oggi, non fanno più politica? «Non ci sono più». Lei è sicuro? «Quella vicenda aveva anche toccato il sindaco in carica». L’attuale sindaco? «Sì». All’epoca era sindaco? «Sì. Ma se lei mi fa questa domanda pretestuosa…». Perché dice pretestuosa, non sto accusando nessuno. «Il tono era pretestuoso». Mi scuso se ha percepito questo tono, ma le garantisco che non era e non è affatto pretestuoso. È lei che ha nominato il sindaco dell’epoca. «Il sindaco non c’entrava niente, infatti non subì nessun mandato di cattura, non ha fatto niente. Il sindaco, non perché è il mio sindaco, è una bravissima persona. Tutta la Giunta è a favore della legalità. Noi non abbiamo nessun problema contro la “Falcone e Borsellino”. È stata solo un’esigenza temporanea». La situazione si può “ricucire”? «È già stata ricucita e sistemata». Piera Aiello, componente della commissione antimafia, ha parlato di uno “scivolone”, lei condivide? «Potrebbe essere stato uno scivolone, ma io non lo considero uno scivolone. La sostanza della lettera è necessaria. Mi servono quelle aule, mi servono per metterci gli alunni dentro. Io non sono nemmeno l’assessore all’istruzione, sono assessore alla manutenzione. E siccome in quelle aule bisogna fare manutenzione mi sono esposto perché ho fretta di fare iniziare i lavori».

Sarà l’assessore Bullo a pagare per tutti? Cadrà la sua testa, per mettere tutto a tacere? Perché proprio lui ha firmato la lettera che, in questi giorni, tanto ha fatto discutere?                        

Per Approfondimenti: 

– I giovani scrivono al sindaco di Adrano: «Pretendiamo risposte»

– A chi da fastidio l’educazione antimafia?

– ADRANO: L’ARROGANTE POLITICA SCACCIA I RAGAZZI A «RISCHIO»

da WordNews.it

A chi da fastidio l’educazione antimafia?

SCELTE SCELLERATE. «Sappiamo che la chiusura dell’Orchestra in Adrano sarebbe un segnale molto pericoloso nei confronti della malavita locale. Infatti non chiude solo una semplice scuola di musica, ma un presidio attivo e riconosciuto a livello nazionale, di difesa dei valori della legalità».

A chi da fastidio l'educazione antimafia?

di Paolo De Chiara

ACCADE IN SICILIA. Ad Adrano, in provincia di Catania, ci sono dei ragazzi “portati via dalla strada” che, da diverso tempo, sono impegnati con la musica. Imparano e si perfezionano attraverso gli strumenti musicali. Un’Orchestra che, in un ambiente ad alta densità mafiosa, rappresenta la risposta adeguata alla criminalità organizzata. Anche loro si sono organizzati, attraverso la Cultura. 

Un impegno costante, un sogno che si è realizzato e che ha prodotto dei risultati eccezionali. La mafia del posto non può disporre facilmente della “manovalanza”, perchè queste giovani creature sono destinate ad altro. Stanno coltivando nel quotidiano le loro passioni, stanno realizzando il loro futuro. In un territorio dove i mafiosi vorrebbero imporre la loro forza brutale.

Ma negli ultimi anni, grazie a delle persone eccezionali – come Alfia Milazzo e come la Città Invisibile e l’Orchestra (che porta il nome di due grandi magistrati, uccisi da questi personaggi indegni) -, gli “uomini del disonore” stanno subendo sconfitte e brutte figure. Sono ostacolati, osteggiati, presi a schiaffi dalla Cultura. L’arma fondamentale per sconfiggere questi orrendi criminali e questa maledetta mentalità mafiosa.

In queste ore, però, qualcuno sta cercando di mettere il bastone tra le ruote a questo ingranaggio. La sede, dove i ragazzi studiano e si formano, è stata sottratta. O meglio, esiste ufficialmente l’intenzione. Riportata, nero su bianco, in una comunicazione. In poche parole, questi giovani studenti potrebbero finire in mezzo a una strada, insieme ai propri strumenti musicali. 

A chi dà fastidio l’Orchestra composta da ragazze e da ragazzi che hanno scelto la cultura e la legalità? Perchè è arrivato un provvedimento così odioso? Perchè questo fulmine a ciel sereno? Chi non riesce a digerire questo riscatto sociale?        

Probabilmente è stato un semplice equivoco, ma qualcuno dovrà dare delle spiegazioni. E chiedere scusa. 

Questa è la dichiarazione ufficiale della Fondazione

“Preso atto della richiesta da parte del Comune di lasciare la sede regolarmente concessa dalla Scuola Mazzini che la gestisce,  siamo in attesa di incontrare il sindaco per ascoltare quali sono,  se ve ne sono, le soluzioni, da lui proposte. Soluzioni alternative che però chiederemo debbano essere offerte in tempi immediati, in quanto l’Orchestra ha bisogno di riaprire le attività in vista degli impegni di fine luglio dedicati a Borsellino.

In riferimento alle eventuali soluzioni specifichiamo che non accetteremo accomodamenti che non siano in linea con le attuali.

Il Sindaco deve essere chiaro su questo punto e dimostrarlo con i fatti se vuole che la “Città invisibile” continui la sua attività di educazione antimafia in un territorio in cui la mafia è assai presente, o viceversa, se non è interessato a questo nostro progetto e ai ragazzi dell’Orchestra Falcone Borsellino.

Sappiamo che la chiusura dell’Orchestra in Adrano sarebbe un segnale molto pericoloso nei confronti della malavita locale. Infatti non chiude solo una semplice scuola di musica, ma un presidio attivo e riconosciuto a livello nazionale, di difesa dei valori della legalità”.

Noi, domani, seguiremo da molto vicino questo incontro. Per capire da che parte sta il primo cittadino di Adrano, insieme all’intera amministrazione comunale. 

Per sconfiggere le mafie non servono più le parole vuote e inutili, sono necessari atti concreti. Le Istituzioni dove si vogliono posizionare? Dalla parte dei giovani impegnati o da quella rappresentata dai soliti buffoni di paese?   

I giovani scrivono al sindaco di Adrano: «Pretendiamo risposte»

da WordNews.it

Somma Vesuviana, parla il sindaco Di Sarno

INTERVISTA al primo cittadino dopo i nostri articoli sulla situazione che sta vivendo la cittadina vesuviana rispetto ai pazienti positivi della clinica Santa Maria del Pozzo. «Non è che mi sveglio e chiudo una struttura. Insieme all’Asl, e chi per esso, si deciderà se c’è o meno da fare questa cosa. Se io la devo fare non mi preoccupo, non ho interessi personali con nessuno a Somma Vesuviana».

Somma Vesuviana, parla il sindaco Di Sarno

di Paolo De Chiara

«Io sto facendo il mio dovere da sindaco». Queste sono state le prime parole del primo cittadino di Somma Vesuviana, Salvatore Di Sarno, avvicinato per un confronto sulla situazione che ha investito la Clinica Santa Maria del Pozzo. «Se non ci fosse stato il problema della clinica la fase della città è calante. Siamo arrivati a 17 casi. Sono stati esaminati, se non erro, 495 tamponi. Per quanto mi concerne sapere direttamente, da notizie ufficiali dell’ASL, i casi sono 22: 18 degenti e 4 dipendenti, di cui due interni e due consulenti esterni».

Come si sta affrontando questa situazione?

«Monitorando tutto quello che stanno facendo».

Lei, come primo cittadino, ha intenzione di emanare qualche provvedimento? Quale sarà la sua azione?

«Di controllo».

Anche una chiusura della struttura?

«Non è che mi sveglio e chiudo una struttura. Insieme all’Asl, e chi per esso, si deciderà se c’è o meno da fare questa cosa. Se io la devo fare non mi preoccupo, non ho interessi personali con nessuno a Somma Vesuviana».

Lei sta aspettando una risposta da parte dell’Asl?

«Non sto aspettando, sto chiedendo quali sono gli atti propedeutici su questa questione».

In base a queste risposte lei prenderà una decisione?

«Assolutamente sì»

I suoi cittadini cosa chiedono?

«Di essere vicini a loro. Io non faccio la corsa a dire ci stanno 10, 20 o 100 persone. Per me anche un solo Covid positivo è un dramma e non un numero. È una persona che sta soffrendo con una famiglia e chi per esso».

C’è un’inchiesta in corso da parte dell’Asl?

«Non sono a conoscenza di questo»

Dove sono finiti i pazienti positivi?

«I 18 sono tutti ospedalizzati nei Covid center della provincia di Napoli, tranne i 4 che sono domiciliati a casa. Sul mio territorio non ci sono positività».

Nel comune di Somma ci sono zero positivi?

«Rispetto alla Clinica. I positivi sono allocati nei Covid center, i 18 degenti sono trasferiti subito. E i 4 sono in quarantena».

Quindi nel suo Comune non ci sono casi?

«Rispetto alla Clinica no. In totale sono 17 i positivi, nei quarantacinque giorni che abbiamo avuto l’emergenza. Al momento sono 17 i positivi».

La Clinica che provvedimenti ha preso?

«Assolutamente sì. Ma perché non lo chiede alla Clinica?».

Lei ha parlato di controlli fatti anche all’esterno della Clinica.

«Questo nel periodo antecedente. Io sono l’organo di controllo, non sono il direttore sanitario della Clinica, non sono il proprietario della Clinica. Io faccio i controlli come autorità sanitaria locale. Non devo dire cosa fa la Clinica, perché la Clinica non è mia».

Quali controlli farete nei prossimi giorni?

«Io lo so che c’è il problema, sono abituato a prendermi sempre le mie responsabilità».

Può spiegare in cosa consistono questi controlli?

«Tutti i controlli amministrativi che mi competono saranno messi in atto. Tutti i controlli».

Può fare qualche esempio?

«Se è stata effettuata una sanificazione post Covid e quali sono le misure prese nei confronti dei dipendenti anche se negativi. Queste cose le farò sicuramente».

In quanto tempo?

«Mi devono rispondere entro lunedì. Io non faccio il poliziotto. Se c’è stato qualche errore o qualche omissione non compete a me».

Cosa si sente di dire ai suoi cittadini?

«Stiamo vivendo una crisi esistenziale per questo virus. Una crisi che va di pari passo e forse anche più grave, una crisi economica che sta emergendo rispetto a quelle persone che lavoravano in nero e che, ad oggi, non hanno nessun sostegno da parte di nessuno. E non bastano i buoni alimentari che abbiamo messo in campo per arginare la mancanza di tranquillità economica, di mettere il famoso piatto a tavola».

Per approfondimenti:

– Un nuovo lazzaretto?

– Cosa non ha funzionato nella clinica Santa Maria del Pozzo?

– Casi Covid: il sindaco Di Sarno in diretta Facebook: «Fate gli uomini»

– Covid19: una gestione pessima?

– Clinica Santa Maria del Pozzo, parla un testimone

da WordNews.it

Dopo le minacce al testimone parla il sindaco di Somma Vesuviana: “Noi non facciamo sconti a nessuno”

 

genny

Gennaro Ciliberto, testimone di giustizia

E il primo cittadino di Camposano rilancia: “da noi può fare l’assessore alla legalità”

“Ero andato a portare un fiore ai miei cari defunti al cimitero di Somma Vesuviana. Non solo uno sguardo, non solo quella parola (“lota”) gridata al passaggio dell’auto blindata. Ma una frase che fa tremare chiunque”. Questo è lo sfogo di Gennaro Ciliberto, cittadino di Somma Vesuviana e testimone di giustizia che ha denunciato le infiltrazioni criminali negli appalti pubblici.

Ciliberto ha deciso da che parte stare, affidandosi completamente allo Stato, portando alla luce i lavori dati in affidamento alle mafie, i rapporti illeciti tra i malavitosi e i dirigenti dell’Anas, dell’Impregilo e delle forze dell’ordine. Le sue dichiarazioni sono servite a svelare gli affari della camorra imprenditrice. Inserito nel programma di protezione è stato costretto ad abbandonare la sua terra, il suo lavoro e i suoi legami di amicizia. Per il giorno dei morti è tornato nel suo paese ed è stato accolto, insieme agli agenti della sua scorta, con la vergognosa frase “con il kalashnikov sfondiamo la blindata”.

L’impegno di Gennaro Ciliberto non si è fermato con le denunce presentate nelle Procure italiane, ma è costante, continua nel quotidiano con i suoi interventi pubblici. “Questi criminali non mi vogliono nel territorio e lo hanno dichiarato a viso aperto. Un grazie ai carabinieri, in particolare al personale di scorta”. Sulla vicenda abbiamo sentito il primo cittadino di Somma Vesuviana, Salvatore Di Sarno: “A me dispiace, penso che sia normale che mi dispiaccia, non potrei non essere dispiaciuto”.

A parte il dispiacere, da primo cittadino cosa può aggiungere?

“Noi non facciamo sconti a nessuno, perché se capitasse a noi saremmo i primi a denunciare e a chiedere l’intervento della forza pubblica. È una cosa naturale, per un primo cittadino che è anche maresciallo della guardia di finanza”.

Perché accadono questi episodi?

“La questione precisa non la conosco, immagino che abbiano chiesto i soldi a qualcuno, penso che sia successa questa cosa. Non lo so il fatto che è successo fuori al cimitero, perché io non c’ero”.

C’è stata una frase urlata contro il testimone e la sua scorta: “i kalashnikov sfondano la blindata”.

“Questa è una cosa gravissima, questa è una cosa non solo da risalto mediatico ma penso che ci sia anche qualche risvolto penale. Spero che il Ciliberto abbia fatto la denuncia”.

Cosa possiamo aggiungere sulla figura dei testimoni di giustizia?

“Ben vengano, a me fa piacere quando qualcuno ha il coraggio di dire la verità e di mettersi dalla parte della giustizia. Sono vicino umanamente al testimone di giustizia Ciliberto”.

Che messaggio, da primo cittadino, sente di dare alla collettività quando accadono questi episodi?

“Bisogna ribellarsi, andare nelle sedi opportune e denunciare”.

Cosa bisogna fare per invertire la rotta?

“La prima cosa da fare è organizzare dei convegni sul tema, essere cittadini delle istituzioni e coinvolgere le scuole. Questo è il primo passo. Entrare nelle scuole con dei messaggi, essere dei cittadini che vogliono la legalità e che si battono per quello”.

Qual è il compito delle Istituzioni?

“Come sindaco sono vicino alla figura del testimone di giustizia Ciliberto che in questo momento ha avuto questa problematica. La prima cosa che dico è che sono vicino a lui”.

Che significa “sono vicino”?

“Cosa mi vuol far dire? Come Istituzione sono vicino a chi denuncia, ma se mi vuole far dire qualche altra cosa mi aiuti lei”.

In che modo si è vicini? Concretamente cosa si può fare per stare vicini a un testimone di giustizia che ha denunciato la camorra?

“Da uomo sono vicino a chi fa questo, da sindaco lo stesso. In questo momento se devo trovare un modo, non vorrei dire una baggianata, quindi mi astengo in questo momento. Vorrei capire come aiutarlo. Come sindaco posso fare ben poco per un testimone di giustizia, posso stargli vicino, posso organizzare un incontro, possiamo fare tutto ciò che potrebbe dare lustro e risalto a ciò che fa questo testimone di giustizia. Ma se ci sono dei risvolti che non sono solo mediatici, ma sono di natura penale il sindaco che può fare? Non penso che possa fare tantissimo. Stargli vicino, poi il modo lo troveremo insieme, questo è poco ma sicuro. Io non mi tiro indietro se devo stare vicino a una persona che soffre, perché è nella mia indole. Si figuri per uno che si batte per la legalità tutti i giorni. È l’educazione di vita che porta a fare delle scelte di vita, è ovvio che stia vicino a Ciliberto come sto vicino ai disadattati, come sto vicino… però purtroppo a volte i modi per aiutare determinate persone sono molto burocratici e ti fanno perdere tempo”.

Tocchiamo l’argomento camorra e presenze malavitose: qual è la situazione a Somma Vesuviana?

“A Somma Vesuviana non ci sono delle attenzioni eccezionali, qualcuno è fuori da questa località, altri sono nelle patrie galere. C’è qualcuno che purtroppo spaccia, però penso che i carabinieri stiano facendo un ottimo lavoro”.

Il territorio è attenzionato dalle forze dell’ordine?

“Assolutamente si. C’è una presenza quotidiana sul territorio, io li vedo e li sento quasi giornalmente, per scambiarci opinioni e per fare qualche cosa”.

Ma una frase del genere, secondo il suo punto di vista, è stata detta da semplici balordi o potrebbe esserci una regia legata alle denunce del testimone?

“Spero che siano dei balordi, però non sono frasi che si dicono tutti i giorni: è una via di mezzo. Io penso che chi fa il crimine seriale come fa a dire una stronzata del genere a un testimone di giustizia, per alzare l’attenzione? Glielo dice uno che conosce un po’ la materia, spero siano dei balordi perché altrimenti sono proprio stupidi”.

Anche il primo cittadino del Comune di Camposano, in provincia di Napoli, Franco Barbato, già onorevole con l’Italia dei Valori, è intervento, parlando di un “fatto gravissimo, che va stigmatizzato nel modo più viscerale possibile, condannando questi sbandati e delinquenti che pensano ancora di poter dettare legge su questi territori”. Per Barbato “c’è una mentalità che va oltre la camorra,un modo violento, arrogante di porsi e di muoversi all’interno della società. Ricordo le posizioni dei testimoni di giustizia quando si incatenarono davanti al ministero dell’Interno per contestare la poca attenzione da parte dei rappresentanti del Viminale durante il governo Berlusconi, rispetto a chi si schierava contro le mafie e aiutava la giustizia per continuare questo tipo di battaglie. Ora posso anche pensare, da uomo dello Stato, che sarebbe un bel gesto se lo Stato aprisse le braccia e accogliesse ancora di più Gennaro affinché potesse vivere in società in modo normale, riportando la sua vita alla normalità”.

In che modo?

“Sto immaginando che una risposta del genere potrebbe essere quella di proporlo come assessore alla legalità nel mio Comune, per dire che c’è lo Stato”.

Per quanto riguarda la situazione dei testimoni di giustizia, però, poco è cambiato.

“Sui testimoni di giustizia c’è stato uno scarto in positivo tra il periodo di Berlusconi e l’attuale governo… se ad esempio penso che Grasso oggi è la seconda carica dello Stato. Questo già dà un termometro diverso dell’attenzione, io parlo da osservatore esterno in questo momento. Quando sono stato parlamentare si faceva ben poco in merito alla lotta alle mafie, addirittura uomini di governo come Cosentino condividevano affari con la camorra”.

Ma le Istituzioni continuano a latitare su questi temi. 

“La politica presente nelle Istituzioni non sta rispondendo alle richieste che vengono dai cittadini e dai testimoni di giustizia, ed è la ragione per la quale c’è oggi un malessere diffuso rispetto alla politica istituzionale”.

Fonte: restoalsud.it

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RIFIUTI IN MOLISE – POZZILLI (Is), loc. La Ginestra

RIFIUTI IN MOLISE – POZZILLI (Is), loc. La Ginestra
A cura di Paolo De Chiara

 

da restoalsud.it

Tutti sapevano dei veleni in Molise
POZZILLI. Siamo in provincia di Isernia, vicini all’ormai famoso e ‘decaduto’ Nucleo Industriale Pozzilli-Venafro, dove in passato si è registrata anche la presenza della camorra.
Quella che gestisce i suoi affari nel silenzio, attraverso imprenditori spregiudicati. Due esempi su tutti: Rer e Fonderghisa. Per le forze dell’ordine: “zona industriale più importante della provincia e tra le più attive della regione, si sono insediati opifici controllati direttamente da esponenti della criminalità campana o molto vicini a tali ambienti”. Lo scrivono in una informativa, nel 2007.
L’indagine, partita nel 2005 e chiamata ‘Campania Felix’ (cenno storico per identificare la parte di territorio campano che comprendeva anche la ‘piana di Venafro’), accende i riflettori sulla zona industriale, sulle attività, sui movimenti, sulle conversazioni dei sospettati.
“Questo territorio è campo di operazioni illecite, è campo di controllo camorristico”, scrivono nell’informativa. Trecento pagine dense, piene di nomi e cognomi, di aziende, di azioni criminali. Di fatti delittuosi registrati in Molise. C’è anche la famiglia Ragosta: “che ha investito ingenti somme di denaro in questo territorio, non soltanto proviene da un’area geografica in cui tutte le attività imprenditoriali sono di fatto gestite, controllate o assoggettate alla criminalità organizzata, ma annovera quale capostipite il Ragosta Giuseppe, assassinato in un vero e proprio agguato di camorra. […]senza ombra di dubbio, il Ragosta Giuseppe faceva parte dell’organizzazione criminale denominata “Nuova Camorra Organizzata” al cui vertice vi era Raffaele Cutolo”.
Nel territorio circostante ci sono le ‘Mamme per la Salute e per l’Ambiente’ che hanno denunciato e continuano a urlare la loro rabbia. Foglie di fico piene di veleni, diossina nel latte materno e negli animali, veleni nella polvere del cemento, rifiuti interrati e bruciati nei forni. Malattie, tumori.
Una situazione drammatica. Proprio nella Fonderghisa, per diversi operai, sono stati sciolti i carri armati provenienti dalla ex Jugoslavia, pieni di uranio impoverito. Terreni particolari, riempiti da “tonnellate e tonnellate di materiale di scarto dell’altoforno della Fonderghisa”.
Dopo tanti anni si ricomincia a parlare di queste ferite, coperte e tamponate di volta in volta per non creare allarmismo. Un termine molto utilizzato in questi ultimi anni. Soprattutto dalla fallimentare classe dirigente, che ha fatto finta di non vedere e di non sentire. Per l’ex magistrato Ferdinando Imposimato “senza allarme sociale non può esserci la reazione della popolazione”.
Abbiamo incontrato il primo cittadino di Pozzilli, Nicandro Tasso, con il quale abbiamo affrontato anche la questione del ‘terreno a riposo’. Sono iniziati gli scavi nei terreni di Venafro, ma il terreno di Nola, dove si è registrata la presenza di quel ‘galantuomo’ di Antonio Moscardino, continua a riposare.
Con Tasso siamo partiti da alcuni terreni di Pozzilli. Vecchie discariche, ora ricoperte di terra, ma con segni ben evidenti. Si può facilmente scorgere del catrame, delle lastre di amianto, della plastica, del ferro. Tre terreni (località Capo di Marco, località Ginestra, località Fosse) dimenticati. “Tutti sanno tutto”, ha affermato il sindaco.
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Tutti sapevano dei veleni in Molise (con FOTO)

Tutti sapevano dei veleni in Molise

tasso il sindaco di pozzilli

di  | il 9 febbraio 2014

POZZILLI. Siamo in provincia di Isernia, vicini all’ormai famoso e ‘decaduto’ Nucleo Industriale Pozzilli-Venafro, dove in passato si è registrata anche la presenza della camorra.

Quella che gestisce i suoi affari nel silenzio, attraverso imprenditori spregiudicati. Due esempi su tutti: Rer e Fonderghisa. Per le forze dell’ordine: “zona industriale più importante della provincia e tra le più attive della regione, si sono insediati opifici controllati direttamente da esponenti della criminalità campana o molto vicini a tali ambienti”. Lo scrivono in una informativa, nel 2007.

L’indagine, partita nel 2005 e chiamata ‘Campania Felix’ (cenno storico per identificare la parte di territorio campano che comprendeva anche la ‘piana di Venafro’), accende i riflettori sulla zona industriale, sulle attività, sui movimenti, sulle conversazioni dei sospettati.

“Questo territorio è campo di operazioni illecite, è campo di controllo camorristico”,scrivono nell’informativa. Trecento pagine dense, piene di nomi e cognomi, di aziende, di azioni criminali. Di fatti delittuosi registrati in Molise. C’è anche la famiglia Ragosta:che ha investito ingenti somme di denaro in questo territorio, non soltanto proviene da un’area geografica in cui tutte le attività imprenditoriali sono di fatto gestite, controllate o assoggettate alla criminalità organizzata, ma annovera quale capostipite il Ragosta Giuseppe, assassinato in un vero e proprio agguato di camorra. […]senza ombra di dubbio, il Ragosta Giuseppe faceva parte dell’organizzazione criminale denominata “Nuova Camorra Organizzata” al cui vertice vi era Raffaele Cutolo”.

Nel territorio circostante ci sono le ‘Mamme per la Salute e per l’Ambiente’ che hanno denunciato e continuano a urlare la loro rabbia. Foglie di fico piene di veleni, diossina nel latte materno e negli animali, veleni nella polvere del cemento, rifiuti interrati e bruciati nei forni. Malattie, tumori.

Una situazione drammatica. Proprio nella Fonderghisa, per diversi operai, sono stati sciolti i carri armati provenienti dalla ex Jugoslavia, pieni di uranio impoverito. Terreni particolari, riempiti da “tonnellate e tonnellate di materiale di scarto dell’altoforno della Fonderghisa”.

Dopo tanti anni si ricomincia a parlare di queste ferite, coperte e tamponate di volta in volta per non creare allarmismo. Un termine molto utilizzato in questi ultimi anni. Soprattutto dalla fallimentare classe dirigente, che ha fatto finta di non vedere e di non sentire. Per l’ex magistrato Ferdinando Imposimato “senza allarme sociale non può esserci la reazione della popolazione”.

Abbiamo incontrato il primo cittadino di Pozzilli, Nicandro Tasso, con il quale abbiamo affrontato anche la questione del ‘terreno a riposo’. Sono iniziati gli scavi nei terreni diVenafro, ma il terreno di Nola, dove si è registrata la presenza di quel ‘galantuomo’ di  Antonio Moscardino, continua a riposare.

Con Tasso siamo partiti da alcuni terreni di Pozzilli. Vecchie discariche, ora ricoperte di terra, ma con segni ben evidenti. Si può facilmente scorgere del catrame, delle lastre di amianto, della plastica, del ferro. Tre terreni (località Capo di Marco, località Ginestra, località Fosse) dimenticati. “Tutti sanno tutto”, ha affermato il sindaco.

Lei conosce bene la zona, stiamo parlando di località Fosse. Il terreno è del Comune di Pozzilli, ma la zona è recintata. C’è il cartello ‘Divieto di Scarico’ ma è una discarica a cielo aperto. Per non parlare della zona transennata e chiusa con un cancello.

Adesso mi sembra hanno messo il recinto, hanno messo le mucche.

Ma di chi è questo terreno?

Del Comune.

E chi lo ha recintato?

Penso i vaccari.

Senza autorizzazione?

Che io sappia… non sono mai andato. Dagli anni ’70 si andava a sversare materiale proveniente dalla Fonderghisa, penso regolarmente autorizzato. Ricordo i camion.

Dove andavano?

Ricordo solo ‘le Fosse’, una scelta pazzesca, scellerata. Forse, allora, non ci stava quella sensibilità che c’è adesso su alcune tematiche e penso che ci stava pure una certa ignoranza su queste tematiche.

Gli operai parlano di “tonnellate e tonnellate di materiali di scarto della Fonderghisa”. Lei cosa ricorda, cosa ci dice?

Ho avvisato da tempo la Forestale che mi ha risposto che devono monitorare queste zone, sono molto scoscese. Sicuramente andranno a vedere, magari sono già andati a vedere, sicuramente faranno il loro dovere. L’accordo in prefettura è stato anche quello di monitorare, su segnalazione di sindaci e di cittadini, tutti quei posti che sono vulnerabili. Ho segnalato anche un altro terreno a Pozzilli. Qui andavano a portare roba di inerte, risulta.

Si, pezzi di amianto, catrame, ferro…

Tutta roba di risulta. Amianto non lo so, tutta roba di risulta. Una decina di anni fa hanno ricoperto tutto.

La località come si chiama?

Ginestra.

Demanio pubblico?

Si, del demanio.

Come possiamo definirla la zona, una discarica?

Una discarica di inerte.

Illegale?

All’epoca…

Chi ci andava a sversare?

Tutti quanti. Parliamo di venti o trenta anni fa, bisogna vedere in quell’epoca cosa era considerato legale e cosa era considerato illegale.

C’è anche la località Campo di Marco.

Si.

C’è un pezzo che interessa anche un privato?

Non ricordo, era comunale. Perche se era una discarica era sicuramente comunale.

Una discarica?

Del Comune, autorizzata dal Comune.

Cosa si scaricava?

Sono tanti anni che è stata chiusa. Non è stata bonificata, è stato buttato il terreno sopra e basta. Sono situazioni pregresse, di una mancata attenzione verso l’ambiente. Voglio che si faccia luce, ma sono sicuro, quasi al novantanove per cento che è tutta immondizia.

L’amianto?

Penso di si, all’epoca l’amianto era considerato un elemento normale.

All’epoca…

Quindi si andava a smaltire come si smaltiva tutto.

Sotto terra…

Prima l’amianto era come una lamiera, prima che ci fosse la direttiva sull’amianto. La gente aveva l’amianto in campagna. Che poi si smaltiva, la gente che ne sapeva.

In località ‘le Fosse’, dove tutto è stato chiuso senza autorizzazioni comunali, c’è una discarica a cielo aperto. 

Questo non lo so. Ha fatto benissimo a dirlo, perché io non lo so. Lo sta dicendo lei, ora parlerò con i miei vigili urbani.

Le tre località sono state segnalate alla Prefettura di Isernia?

Si, lo sanno. I vigili, mi sembra, hanno dato pure le autorizzazioni dell’epoca. Ho segnalato anche un altro terreno. Sto collaborando con le ‘Mamme per la Salute e l’Ambiente’ di Venafro. Mi sto curando un tumore, questa mattina sono stato in ospedale.

Lo lega al fattore ambientale?

Non lo so. Penso più a un discorso di alimentazione. Ci siamo abituati negli anni a mangiare un po’ di tutto, soprattutto cose che, negli anni, si son scoperte cancerogene.

Lei non sposa la tesi delle ‘Mamme di Venafro’ sui veleni presenti in zona?

Il fattore ambientale ha un certo peso, però dobbiamo andare a vedere posti e posti. Certamente uno che lavorava in fonderia, nella Fonderghisa, non possiamo dire che non sia un fattore scatenante per una patologia oncologica. È successo a mio cugino, che è morto. La mia famiglia è stata particolarmente colpita.

Nel nucleo industriale Pozzilli-Venafro si sono registrate strane presenze in passato.

Ricordo una cosa molto importante. Mia madre, parlo di inizi anni 2000, appena dopo l’acquisto della Fonderghisa, aveva un vigneto sotto Pozzilli e mi diceva che in un recipiente con l’acqua la mattina trovava tutto argento sopra. L’ho detto anche in Prefettura. Sono andato lì e mi sono accorto che si trattava di ossido di alluminio. Noi avevamo due cose importanti: Fonderghisa e Rer, due fonderie. Penso che la Fonderghisa fino a un certo punto è stata controllata, come la Rer. Poi i controlli non ci sono più stati. La presenza dei Ragosta in zona non è mai stata presa bene.

Le forze dell’ordine, nell’operazione ‘Campania Felix’ del 2005, collegano i Ragosta con il clan camorristico dei Fabbrocino di San Giuseppe Vesuviano.

Non sapevano agire, arrivavano in Ferrari, parlavano in dialetto. Ostentavano le loro ricchezze, ‘noi facciamo, noi diciamo’.

Volevano acquistare altre due aziende.

Lo so, l’ho saputo. Fortunatamente non li ho mai conosciuti. Penso che siano stati tra le persone peggiori che abbiamo messo piede a Pozzilli. Investirono in un settore in crisi, una speculazione ben mirata.

Chi poteva agire e non ha agito in quel periodo?

Un po’ tutti quanti. Tutti. Nel 2011 ho chiesto espressamente alla Prefettura un tavolo tecnico sulla sicurezza per Pozzilli, perché non si riesce a controllare il movimento di società che molte volte vanno nei capannoni. Prima hanno denunciato una cosa, poi cambiano proprietario. In Prefettura mi hanno detto che sta tutto a posto. Sempre in Prefettura ho ripetuto e chiesto ufficialmente la situazione della piana di Venafro. Mi è stato risposto che sta tutto a posto. Mi sono sempre preoccupato, siamo ai confini con la Campania. Molte volte questi personaggi si infiltrano in piccole realtà. Nel momento in cui ci sono grossi interessi, questi grossi interessi possono essere silenziati con tanti modi.

Servivano le dichiarazioni del pentito di camorra Schiavone per affrontare questi temi?

Bisognava farlo molto prima. Tutti lo sapevamo, non lo so perché nessuno parla. L’attivazione del controllo ci deve essere sempre. Le denunce sulla zona industriale sono state fatte, il problema è che non si è mai denunciato quello che accadeva fuori dalla zona industriale. Bene o male era una zona controllata. C’è stato un periodo che dalle cisterne scaricavano nel collettore, inquinavano il torrente Rava, però dal 1990 in poi si è controllato parecchio. Il problema sta nelle campagne di Sesto Campano e Venafro, dove era più facile scaricare e andare via. Dobbiamo fare molta attenzione, non voglio spingere a dire alcune cose, perché c’è tanta gente che lavora.

Tipo?

Che fa i contadini, che vendono un prodotto, che vendono le mozzarelle. Dobbiamo portare alla certezza e poi si dà la notizia. Alla gente bisogna dire la verità e la verità va accertata. Ci siamo attrezzati per controllare.

La gente, dopo tanti anni, vuole sentire qualcosa di nuovo.

Per la prima volta ho visto tutti i soggetti del territorio insieme. I comuni, la prefettura, i carabinieri, i vigili del fuoco, una sinergia sul territorio che non c’è mai stata.

I controlli?

A cosa servono i controlli se non si investe. Bisogna investire nell’Arpa, senza risorse non serve a niente. Si fanno pagare i macchinari dalla Colacem e da Energonut per controllare l’Energonut e la Colacem. Ho sempre denunciato questa storia, ho sempre detto pubblicamente all’Arpa che non è credibile per l’opinione pubblica. Anche se penso che sono persone perbene, ma il fatto che è stato donato del materiale da chi deve essere controllato non va bene.

Lei ha mai sentito parlare di un certo Antonio Moscardino?

Come no, è un delinquente. Ha fatto parecchi impicci, non stiamo parlando di Ragosta, era uno terra terra. Oggi sta in pensione. Contattò anche me per il terreno di Nola, che ha anche un terreno a Pozzilli dove ha operato Moscardino. Mi chiese un piano con delle sezioni, per delle buche. Le ha riempite con tutto il materiale della Fonderghisa.

da RESTOALSUD.IT clicca per sito

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Località ‘Ginestra’ – POZZILLI (Isernia), 13 novembre 2013

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Località ‘Fosse’ – POZZILLI (Isernia), 13 novembre 2013

Località 'Fosse', Pozzilli (Is)
Località ‘Fosse’, Pozzilli (Is)
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Zamberletti, il sindaco sia responsabile

Intervista al Presidente dell’Ispro

Zamberletti, il sindaco sia responsabile

“La Protezione civile deve tornare a occuparsi delle sue mansioni, non dei Grandi Eventi. Farne una Spa è una follia”
 

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Per evitare che in futuro il nostro Paese si possa trovare di nuovo impreparato chiediamo al Presidente del consiglio oltre a una maggiore tempestività nel coordinamento dei Ministri competenti, di riconsiderare l’indebolimento che la protezione civile ha conosciuto con le ultime decisioni del governo Berlusconi e di mettere questa fondamentale struttura dello Stato in condizione di poter essere ancora centrale nel momento in cui si devono affrontare situazioni difficili”. Questo l’invito della capogruppo del Pd in commissione Ambiente della Camera, Raffaella Mariani al premier Monti. In Italia, dopo ogni emergenza si torna a parlare di ’ristrutturazione’ della protezione civile.

La Mariani fa riferimento nella sua nota alla gestione precedente, quella di Guido Bertolaso. L’ex sottosegretario ed ex capo della protezione civile (che per poco ha mancato la carica di Ministro del Governo Berlusconi) che nei giorni scorsi, riferendosi alle inchieste giudiziarie sul terremoto abruzzese, ha dichiarato:datemi l’ergastolo. Non ho paura. Chi fa le case male uccide la gente”.

Ma ecco il pezzo forte raccolto dal quotidiano abruzzese ’Il Centro’: “lo sapevo che sarebbe finita così perché ero troppo popolare per essere accettato, sopportato e tollerato dalle realtà forti e potenti di questo paese. Nel 2009, secondo un sondaggio ero addirittura terzo per popolarità dopo Obama e il presidente del Consiglio. Poi Berlusconi ci ha messo anche del suo dicendo che mi avrebbe fatto Ministro. Io avevo chiesto di andare in pensione da marzo 2009 perché sapevo che prima o poi sarei finito male, poi c’è stato il terremoto e sono dovuto rimanere”.

Il Bertolaso popolare, che si paragona al comandante Schettino (“Se come nel caso della Concordia si vuol trovare il capro espiatorio per placare la propria coscienza per quei morti…”) voleva trasformare, insieme ai suoi difensori istituzionali, la protezione civile in società per azioni. Una super Protezione Civile Spa, con deroga alle norme di legge, si stava trasformando in una macchina da guerra per svariati scopi: dalle discariche alle regate, dalle gare ciclistiche ai viaggi del Papa, dagli scenari per i vertici internazionali agli alberghi di lusso. E la protezione del Paese in caso di emergenza? La Spa non è arrivata e Bertolaso non è più “il terzo uomo politico più popolare”.

Oggi, con l’emergenza neve, la protezione civile è tornata di attualità. Per il sindaco Alemanno, sotto accusa per la gestione dell’emergenza nella Capitale: “la protezione civile in Italia non esiste più, non ha mezzi. E’ solo un passar carte”.

Ma nel resto del mondo come funzionano i sistemi di protezione civile? Facciamo alcuni esempi, partendo dagli Stati Uniti. Nel codice ’The Public Health and Welfare’ si determinano i poteri del Presidente e dei governatori degli stati nei casi di emergenza e “gravi calamità. I responsabili sono: il Presidente degli Stati Uniti e i governatori dei singoli stati. La legislazione federale stabilisce che preliminare all’intervento federale è la dichiarazione dello stato di emergenza da parte del presidente degli Stati Uniti. Tale dichiarazione deve essere richiesta dal governatore dello Stato interessato.

In Giappone la protezione civile si occupa della previsione e prevenzione, del soccorso e della ricostruzione. L’organo responsabile è il Ministro dello Stato. Gli enti svolgono un’intensa attività di formazione ed informazione nelle scuole, nelle fabbriche e nei quartieri.

In Portogallo la protezione civile è disciplinata da diverse leggi nazionali, che conferiscono al primo Ministro, che può delegare al Ministro degli Interni, la responsabilità nei soccorsi in casi di emergenza. L’unità fondamentale nelle attività di soccorso è rappresentata dai vigili del fuoco, dalle forze di polizia, dalla guardia nazionale, dall’esercito e dalle varie organizzazioni di volontariato.

In Germania il sistema è disciplinato dalla Costituzione federale, ed è di competenza esclusiva dei Lander. Una legge federale regola la protezione civile in situazioni di emergenza. In Francia invece le competenze sono ripartite tra lo Stato e i Comuni. Le operazioni di soccorso sono organizzate sotto il comando del Sindaco quando l’emergenza è limitata al territorio comunale.

E in Italia? Di che strumenti parla il capogruppo del Pd alla commissione Ambiente quando incoraggia a“mettere questa fondamentale struttura dello Stato in condizione di poter essere ancora centrale nel momento in cui si devono affrontare situazioni difficili”? Lo abbiamo chiesto al Presidente dell’ISPRO (Istituto di studi e ricerche sulla protezione civile e difesa civile) Giuseppe Zamberletti, ritenuto il padre e il fondatore della protezione civile in Italia. “Rafforzare la protezione civile con i poteri che gli sono stati tolti, eliminando i Grandi Eventi che sono stati la causa della riduzione dei poteri alla protezione civile, in modo che possa esclusivamente occuparsi della sua funzione principale: previsione, prevenzione e interventi di emergenza. Credo che sia una scelta fondamentale”.

Oggi la protezione civile di cosa si occupa?
La riduzione dei poteri che lamenta Gabrielli è dovuta alle polemiche nate giustamente dal fatto che la protezione civile era stata investita della responsabilità di curare i Grandi Eventi.

E cosa si intende per Grandi Eventi?
Il G8, i campionati del mondo, e tutte le iniziative che comportavano spese per le quali non è assolutamente giustificabile l’uso delle procedure eccezionali di cui la protezione civile ha bisogno per le emergenze dovute alle calamità, alle catastrofi. I Grandi Eventi non sono né catastrofi né calamità e, quindi, possono essere programmati. Bisogna toglierli completamente dalla responsabilità della protezione civile, che non le ha mai avute in gestione prima. Questa cosa dei Grandi Eventi è iniziata solo dopo il 2001.

Come giudica le affermazioni del Sindaco di Roma, Alemanno “La protezione civile in Italia non esiste più, non ha mezzi. E’ solo un passar carte”.
Lui fa riferimento non ai poteri ma alle famose previsioni meteorologiche che gli erano state comunicate ed era perfettamente a conoscenza del fatto che a Roma si aspettava la neve. Lo sapevano anche i passanti. E’ compito del capo della protezione civile della città, che è il sindaco, da cui dipendono tutte le forze, anche quelle dello Stato, che operano nella città, di assumersi la responsabilità di esercitare il comando e di prendere i provvedimenti. Non può farsi sostituire dal dipartimento Nazionale, perché il dipartimento non può e non deve interferire in una responsabilità dei sindaci. I quali possono chiedere i rinforzi al Governo nazionale, ma non possono farsi sostituire per incapacità. Un’amministrazione comunale non può dichiararsi incapace. Deve sapersi assumere le sue responsabilità.

Lei condivideva la trasformazione della Protezione Civile in società per azioni?
E’ una follia. La protezione civile non è un sostituto del Ministero dei Lavori Pubblici. C’è il Ministero delle Infrastrutture e dei Lavori Pubblici che pensa alle opere pubbliche. La protezione civile è un’altra cosa. Le opere pubbliche si fanno seguendo le procedure ordinarie.

L’Italia può imparare qualcosa dagli esempi in Europa e nel resto del mondo?
Sono sempre loro che hanno guardato a noi, e con molto interesse. Noi abbiamo un sistema che non è legato alla semplice amministrazione dei Lavori Pubblici o degli Interni o della Difesa come negli altri Paesi ma un coordinamento di tutte le amministrazioni dello Stato e una catena di comando che parte dal Sindaco e passa dalla Presidenza della Regione sino al Governo centrale. Tutti hanno guardato e guardano ancora al nostra sistema di protezione civile nazionale.

da L’Indro.it di martedì 7 Febbraio 2012, ore 19:00

http://www.lindro.it/Zamberletti-il-sindaco-sia,6279#.Tzu0U4Ga2p4

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