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A Pietrabbondante arriva «Io ho denunciato», il libro di Paolo De Chiara

LEGALITA’ IN MOLISE. L’evento è promosso dall’Associazione Pietrabbondante nel Cuore e patrocinato dall’amministrazione comunale.

A Pietrabbondante arriva «Io ho denunciato», il libro di Paolo De Chiara

da WordNews.it

Un libro che scuote le coscienze. 

Io ho denunciato arriva a Pietrabbondante, domenica 11 ottobre 2020 ore 17:00 presso la sala Consiliare.
L’evento è promosso dall’Associazione Pietrabbondante nel Cuore e patrocinato dall’amministrazione comunale.

LEGALITA’ IN MOLISE

L’Associazione PIETRABBONDANTE nel CUORE, in collaborazione con il COMUNE di Pietrabbondante e la rivista online WordNews.it,

presenta il libro

“IO HO DENUNCIATO”

(Ed. Romanzi Italiani)

Saluti

Antonio DI PASQUO

Sindaco di Pietrabbondante

Nunzio DI PASQUO

presidente Associazione “Pietrabbondante nel Cuore”

Interverrà

Paolo DE CHIARA

(giornalista, scrittore, autore del libro e della sceneggiatura del film premiato alla 77^ Mostra internazionale del Cinema di Venezia)

Dialogherà

con l’autore del libro

Marilena FERRANTE

(insegnante, giornalista, scrittrice)

Pietrabbondante (Is)

11 ottobre 2020, ore 17:00

Presso la sala Consiliare

Caso Ilardo: «Lo Stato ha ucciso mio padre»

L’INTERVISTA. In attesa della sentenza della Cassazione abbiamo raccolto la testimonianza di Luana Ilardo (figlia di Luigi, nome in codice “Oriente”): «Credo nello Stato, nelle Istituzioni, in quei magistrati che continuano a ricercare la verità. È chiaro che ci sia uno “spaccato” nello Stato. C’è una parte di Stato collusa e corrotta. Ma c’è anche una parte di Stato buona, onesta, legale che vuole far emergere queste verità. Oggi, purtroppo, ci sono tutte le carte in tavola per poter parlare di questa verità. Mio padre è l’ennesimo omicidio con dei mandanti istituzionali.»

Caso Ilardo: «Lo Stato ha ucciso mio padre»

di Paolo De Chiara, WordNews.it

«Lo Stato ha sempre utilizzato la criminalità organizzata. Il mandante esterno in questi omicidi di Stato c’è sempre. Poi c’è il contatto che dice a due picciotti: ‘andate ad ammazzare questo’. A Ilardo lo sparano sotto casa. L’ordine è arrivato dallo Stato. È successo per tutti gli omicidi eccellenti. Ilardo è uno degli omicidi eccellenti». Queste parole chiare, nette, incontrovertibili – raccolte da WordNews.it – sono state pronunciate dal colonnello dei carabinieri Riccio.

Michele Riccio e Luigi Ilardo avevano stretto un rapporto di collaborazione. Uno era l’ufficiale dei carabinieri, l’altro era il confidente infiltrato (nome in codice “Oriente”). In attesa di diventare, ufficialmente, collaboratore di giustizia. I due si fidavano l’uno dell’altro. Una partnership fruttuosa: Ilardo offriva gli spunti necessari alle indagini e Riccio chiudeva il cerchio investigativo. Innumerevoli latitanti di Cosa nostra scovati e sbattuti nelle patrie galere. Uno rappresentava lo Stato, l’altro (cugino del mafioso Piddu Madonia) aveva preso le distanze da quel mondo schifoso rappresentato dai cosiddetti mafiosi (con le giuste coperture istituzionali).

I due avevano un obiettivo preciso: togliere dalla circolazione Bernardo Provenzano, latitante da troppi anni. Una vergogna per uno Stato di diritto. Se fosse stato arrestato molte vite sarebbero state salvate. Ma l’obiettivo sfumerà miseramente. Come è sempre accaduto. È la storia di questo strano Paese. (Dov’è l’attuale primula rossa Matteo Messina Denaro? Perché non vogliono arrestarlo?). La partita iniziata dalla coppia Riccio-Ilardo (ma condotta dai pezzi deviati dello Stato) verrà annullata. Il pezzo (di merda) da novanta non potrà essere arrestato. Lo Stato deviato, rappresentato dai soliti personaggi indegni e miserabili, interverrà prima. L’accordo indicibile non si doveva e non si poteva rompere. Il Patto non andava frantumato.

E Provenzano continuerà la sua latitanza per altri 11 anni. Una vergogna. E Ilardo verrà ammazzato il 10 maggio del 1996, sotto la sua abitazione. Una vergogna di Stato. E il colonnello Riccio sconterà la reazione rabbiosa degli apparati deviati. Una vergogna istituzionale. E la Trattativa continuerà nell’indifferenza generale. Una vergogna italiana.    

Sono passati 24 anni dall’omicidio dell’infiltrato Ilardo. Il prossimo 1° ottobre si pronuncerà la Cassazione per chiudere definitivamente la parte processuale. Ma la ferita resta ancora aperta. E lo sarà per sempre. Soprattutto per i familiari di un uomo che aveva deciso di mettersi alle spalle il suo passato.  

Abbiamo raccolto il punto di vista di sua figlia Luana Ilardo, presente il 19 luglio scorso in via D’Amelio insieme a Salvatore Borsellino. («Dopo aver letto il suo percorso, la rivendicazione della verità e della giustizia sull’assassinio di Ilardo ho pensato che gli assassini di suo padre sono gli stessi assassini di mio fratello. E, quindi, ho ritenuto che fosse giusto, in quel giorno, averla sul palco insieme a me. Noi cerchiamo lo stesso tipo di giustizia, per me gli assassini di mio fratello non sono i mafiosiGli assassini di Paolo sono dentro lo Stato, gli assassini di Luigi Ilardo sono dentro lo Stato.»)

Signora Ilardo perché, secondo lei, per poter ricordare la vicenda di suo padre sono trascorsi tutti questi anni?

«In questo ultimo anno è incominciata una vera e propria battaglia con una grande esposizione mediatica, in cui sono stata abbastanza polemica.»

Perché ha sentito la necessità di iniziare questa battaglia?

«Era una cosa che ho sempre voluto. Per me è un atto dovuto. Ho atteso anche la maturazione dei tempi giusti.»

In che senso?

«Le prime sentenze risalgono a qualche anno fa. E quindi questo, comunque, mi ha dato modo di poter dire la mia. Senza le sentenze, ovviamente, non avevo nessun punto di partenza. Nonostante avessi chiare le mie idee su tante situazioni.»

Tra qualche giorno, precisamente il 1° ottobre 2020, ci sarà la sentenza in Cassazione. Lei cosa si aspetta?

«Siamo all’ultimo grado di giudizio, quindi, ragionevolmente la valutazione dell’operato dei giudici che hanno pronunciato la sentenza di secondo grado. Anche se non è quello che mi interessa.»

Il 10 maggio del 1996 a Catania viene ammazzato suo padre. Lei quanti anni aveva?

«Sedici.»

Cosa ricorda di quei momenti?

«Era la prima volta, da quando erano nati i miei fratelli gemelli, che papà portava a cena fuori la moglie e in quella occasione, era un venerdì sera e io e mia sorella eravamo solite uscire e proprio quel giorno, ci chiese la cortesia di tenere i bambini appena nati. Ovviamente io e mia sorella accettammo con piacere, per noi era una giornata particolare. Per la prima volta avevamo la responsabilità di tenere i nostri fratellini che amiamo immensamente ed eravamo contente per l’incarico.»

E cosa succede?

«Pochi minuti prima di rientrare a casa riceviamo la sua telefonata con le varie raccomandazioni. Dopo una quindicina di minuti iniziamo a sentire la saracinesca del garage sotto casa e iniziamo a sentire quei rumori, quegli spari (nove colpi di pistola, nda). Non so perché, ma è come se lo sapessimo che erano per lui. Nell’immediato scende sua moglie Cettina, a ruota poi scendiamo io e mia sorella. Loro sono risalite e io sono rimasta, non me ne volevo andare. Non lo volevo lasciare.»

Chi è presente sul luogo del delitto?

«Nessuno. C’era solamente il corpo di mio padre disteso a terra. Cercano di allontanarmi a fatica dal corpo di papà. Sono rimasta parecchio tempo lì sotto a guardarlo. Quando sono risalita ho distrutto, insieme a mia sorella, parte della mia abitazione con calci e pugni.»

Chi era Luigi Ilardo?

«A differenza di quello che si può immaginare non mi stancherò mai di dire che era, per quanto mi riguarda, un uomo dolce, corretto. Ciò che ha insegnato a noi. Grazie a mio padre siamo delle figlie educate, a modo, rispettose di certi valori. Ci teneva molto alla nostra educazione, ai nostri studi.»

Luigi Ilardo era parte integrante di Cosa nostra?

«Per come la storia ci conferma, sì. Non ho mai avuto chiaro tutto questo quadro, in quanto vivere certe situazioni era la normalità. Poi ho iniziato a comprendere che molte cose non andavano, crescendo abbiamo iniziato ad avere altri termini di paragone. Quando cresci in un contesto dove le persone fanno le stesse cose ti confronti con quell’ambiente e fai fatica a capire determinate situazioni. È chiaro che qualche domanda me l’ero posta quando ho iniziato a comprendere. A ricostruire tutto ci è voluto un po’ di tempo.»

Suo padre verrà arrestato per una partecipazione in un sequestro di persona. E sconterà tutta la sua pena detentiva. Negli ultimi mesi, prima di essere rimesso in libertà, scriverà una lettera riservata a De Gennaro per prendere le distanze da Cosa nostra. Il primo passo di una collaborazione con il colonnello Michele Riccio.

«L’obiettivo era mettersi sulle tracce di Provenzano. Era il suo obiettivo principale.»

E, insieme a Riccio, porterà le Istituzioni a pochi passi dal casolare dove “viveva” il superlatitante di Stato.

«Esatto, sì.»

Lei, in quel periodo, cosa ricorda di suo padre? Era preoccupato? Era sereno?

«Non era assolutamente sereno. Percepivo che non era sereno. Poi c’era stato il discorso del furto dell’oro a casa mia.»

Può spiegare meglio?

«Quello era stato un momento molto delicato. A casa mia, un paio di mesi prima della sua morte, sono inspiegabilmente entrati con mio nonno, molto anziano e con problemi di udito, che dormiva. Mio padre non c’era, il fine settimana solitamente era a Lentini dove aveva ristrutturato la nostra azienda agricola.»

Un furto fatto da qualche balordo o un vero e proprio segnale?

«Nessuno si sarebbe permesso di entrare a casa. Non avevo chiarezza del ruolo che ricopriva mio padre, ma sicuramente aleggiava nella nostra vita che eravamo una famiglia rispettata, una famiglia attenzionata, non solo dalle forze dell’ordine. Ma anche dalle persone che stavano accanto a mio padre. Era improponibile che qualcuno venisse a casa mia, mentre mio nonno dormiva. Chi è entrato conosceva le nostre abitudini, entrarono con le chiavi di casa. Sapevano che io e mia sorella eravamo fuori. Potevano muoversi indisturbati.»

Un segnale per comunicare cosa?

«Che qualcosa non andava nel verso giusto.»

Perché viene ammazzato Luigi Ilardo?

«La prima sensazione l’ho legata a questioni di mafia, perché quel tipo di delitto poteva essere riconducibile a quell’ambiente.»

E poi?

«In realtà quella teoria la confermarono, nei giorni a seguire, anche gli organi di informazione locali. Mi ero abituata a questa idea. Poi, dopo un paio di anni, improvvisamente si aprì un nuovo scenario. Sempre dai giornali. Un nuovo shock per tutti noi della famiglia. Apprendemmo che mio padre era stato ucciso per la sua collaborazione con i Ros, con le Autorità.»

E che idea si è fatta?

«All’inizio non ci credevo. Ho avuto l’ennesimo periodo di turbamento, di smarrimento, di forte stress. Non mi capacitavo di una cosa del genere. Nell’immediato ho messo in discussione quello che apprendevo dai giornali. In realtà mi rifiutavo di crederci. Quando ho cominciato a leggere le sue dichiarazioni ho riscontrato subito nelle sue parole il suo modo di essere. E ho accettato questa situazione. Mi sembrava, inizialmente, un complotto. Non mi capacitavo di questa notizia.»

Ed oggi cosa pensa?

«Dopo avere studiato e attenzionato certe situazioni ho affinato i miei pensieri. Quello che ha fatto lui non l’ha mai fatto nessuno, sino ad allora. Le sue scelte sono state coraggiose, per quanto si possa associare, giustamente, la sua figura alla mafia. In realtà è stato diverso anche in questo. Le sue scelte sono state fatte da uomo libero. La maggior parte dei collaboratori prende certe decisioni per avere degli sconti di pena…»

Perché, secondo lei, suo padre decide di collaborare?

«Perché era stanco, voleva un’altra vita. Sono convinta che tutti quegli anni di galera lo hanno portato a ravvedersi. La sofferta lontananza da me e mia sorella e dalla famiglia lo hanno portato a comprendere che non stava facendo la scelta giusta. Non ne valeva la pena.»

Come definirebbe l’omicidio di suo padre?

«Un omicidio per mano mafiosa, commissionato dallo Stato.»

Lo Stato, servendosi dei suoi rappresentanti, decide di eliminare Luigi Ilardo?

«Oggi, purtroppo, ci sono tutte le carte in tavola per poter parlare di questa verità. Mio padre è l’ennesimo omicidio con dei mandanti istituzionali.»

Per quale motivo?

«Sicuramente perché lui avrebbe interrotto la Trattativa Stato-mafia. Con le sue dichiarazioni si poteva interrompere quel Patto fatto per portare avanti le Trattative. Molte persone con cariche istituzionali avrebbero pagato a caro prezzo le dichiarazioni di mio padre.»

Qual è il giudizio che, in questi anni, lei ha maturato nei confronti dello Stato?

«Credo nello Stato, nelle Istituzioni, in quei magistrati che continuano a ricercare la verità. Quelle persone che per pochi euro al mese rischiano la loro vita per cercare di tutelare la nostra sicurezza. È chiaro che ci sia uno spaccato nello Stato. C’è una parte di Stato collusa e corrotta. Ma c’è anche una parte di Stato buona, onesta, legale che vuole far emergere queste verità.»

In questi ventiquattro anni di attesa cosa l’ha delusa di più?

«Sicuramente l’atteggiamento delle Istituzioni nei confronti di noi familiari. Nei nostri riguardi abbiamo vissuto un totale abbandono, come se non fossimo mai esistiti. Lasciandoci veramente in una sorta di agonia. È veramente raccapricciante. Questa mia battaglia mediatica ha fatto sì che la figura di mio padre ritorni ad avere quella dignità indebitamente sottratta. Ma è innegabile che ci sia stata una forte volontà di seppellire questa storia.»

Lo scorso 19 luglio Salvatore Borsellino, il fratello del giudice Paolo ucciso da Cosa nostra e dallo Stato, l’ha invitata sul palco in via D’Amelio. Cosa ha provato in quei momenti?

«Infinito dispiacere ed infinita tristezza. Ma anche una grande soddisfazione personale e riconoscenza per la sensibilità che Salvatore ha avuto nei miei confronti. È stata la prima persona che mi ha teso la mano. Salvatore è diventato il punto di riferimento della mia nuova vita.»   

Che cos’è la mafia?

«Sofferenza, sangue, dolore.»       

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APPROFONDIMENTI:

– L’intervista al colonnello dei carabinieri Michele RICCIO.

Prima parte:«Dietro alle bombe e alle stragi ci sono sempre gli stessi ambienti»

Seconda parte:Riccio: «Mi ero già attrezzato per prendere Bernardo Provenzano»

Terza parte:«Non hanno voluto arrestare Provenzano»

Quarta parte:Riccio: «L’ordine per ammazzare Ilardo è partito dallo Stato»

– LEGGI l’Intervista a Salvatore BORSELLINO

PRIMA PARTE. «Borsellino: «gli assassini di mio fratello sono dentro lo Stato»

SECONDA PARTE. «Chi ha ucciso Paolo Borsellino è chi ha prelevato l’Agenda Rossa»

TERZA PARTE. Borsellino«L’Agenda Rossa è stata nascosta. E’ diventata arma di ricatto»

– LEGGI anche:

Stato e mafie: parla Ravidà, ex ufficiale della DIA

Attilio Manca suicidato per salvare Bernardo Provenzano

INGROIA: «Lo Stato non poteva arrestare Provenzano»

INGROIA: «Provenzano garante della Trattativa Stato-mafia»

– L’intervista al pentito siciliano Benito Morsicato.

Prima parte: «Cosa nostra non è finita. È ancora forte»

Seconda parte: Il pentito: «Matteo Messina Denaro è un pezzo di merda. Voglio parlare con Di Matteo»

Il coraggio dei Testimoni di giustizia

La testimonianza di giustizia e legalità raccontata attraverso la storia di un imprenditore che ha denunciato. Il racconto di Paolo De Chiara intervistato da Chiara Balestrazzi sul suo ultimo libro che ha ispirato un film premiato a Venezia La Biennale di Venezia #IoSeguoTgr Tgr Rai

Lo scrittore e giornalista Paolo De Chiara, nel suo libro “Io ho denunciato” racconta la storia di un imprenditore che ha denunciato due clan di Cosa nostra. Dal libro è stato tratto un film che ha ricevuto a Venezia (Festival Internazionale del Cinema) il Premio “Starlight”

di Chiara Balestrazzi; montaggio Gennaro Mastrantonio

IO HO DENUNCIATO #lettori

GRAZIE di Cuore Rosa… un forte abbraccio alla tua grande mamma.
#lettori #leggeresempre
«Portato a casa sabato sera, la mia mamma, 86 anni quinta elementare, lettrice accanita, mi ha chiesto: “Lo posso leggere prima io?”.
Dico: “Certo!”.
Ieri sera torno a casa e mi dice: “Ho finito il tuo libro è bellissimo, se tutte le persone facessero così il mondo sarebbe un posto migliore…”.
Poi ha aggiunto: “mi raccomando fallo leggere alle tue figlie”.»

#iohodenunciato

IO HO DENUNCIATO a Miranda

IO HO DENUNCIATO a Miranda
26 settembre 2020
#iohodenunciato
Grazie di Cuore a tutti.

SE NON FOSSIMO IL PAESE CHE SIAMO…
Miranda, 26 settembre 2020
“Un libro che sa di denuncia, di giustizia”. Dal romanzo è stata tratta la sceneggiatura per la realizzazione del film “Io ho denunciato”, premiato – pochi giorni fa – al Festival internazionale del Cinema di Venezia.

Saluti:
Marco FERRANTE, Sindaco di Miranda
Interventi:
Paolo DE CHIARA (giornalista, scrittore, autore del libro e della sceneggiatura del film premiato alla 77^ Mostra internazionale del Cinema di Venezia)
Tonino BRACCIA (superstite Strage di Bologna del 2 agosto 1980)
Massimiliano TRAVAGLINI (portavoce Movimento Agende Rosse “Falcone e Borsellino” Abruzzo)

Moderatrice Marilena FERRANTE (insegnante, giornalista, scrittrice)
Ph Sara Labella

Premio “Starlight Cinema International Award”, 77^ edizione Festival del CINEMA di VENEZIA. #iohodenunciato

I PREMI SI CONQUISTANO INSIEME… GRAZIE A TUTTI VOI.

IO HO DENUNCIATO. La drammatica vicenda di un testimone di giustizia italiano.
Tratto dall’omonimo romanzo di Paolo De Chiara.

Gli ATTORI: Dario Inserra, Simona Di Sarno, Matteo De Buono, Matteo Lombardi, Cristian Moroni, Marilù De Nicola, Salvatore Grimaldi, Federio Baldini, Umberto Vita, Luca Mazzara, Roberta Conti, Marisa Lenzo, Marisa Vagnarelli, Silviu Ioan, Paolo Leoncavallo, Rita Lo Nardo, Fabrizio Barbato, Massimiliano Crocetti,, Federico Moro, Silvia Terriaca.
SOGGETTO E SCENEGGIATURA: Paolo De Chiara
AIUTO REGIA: Riccardo Trentadue
SUONO IN PRESA DIRETTA: Sandro Chillemi
MUSICHE ORIGINALI: Francesco Balzano e Lips Desire
MAKE UP ARTIST: Jessica Reitano
SEGRETARIA DI EDIZIONE: Michela Caprio
Una produzione CinemaSet
REGIA: Gabriel Cash
Genere: Drammatico, Italia 2019

#lettori Testimoni di Giustizia

GRAZIE DI CUORE
#lettori

«Ho finito di leggere il suo libro “TESTIMONI DI GIUSTIZIA”.
Congratulazioni! Sono venuta a conoscenza di realtà veramente drammatiche dal punto di vista personale, familiare, di instabilità emotiva, psicologica, lavorativa.
Il suo è stato un racconto così minuzioso, accurato, documentato delle vicende di alcuni testimoni di giustizia, che leggendo sembrava viverle.
Concordo con quanto sottolineato nel testo, costoro sono vittime… Ahimè… delle “mafie”.

Uomini e donne che sono stati GRANDI nel difendere la loro dignità, onestà e libertà… Che amarezza però… Questo loro coraggio di denunciare e quindi ribellarsi alle estorsioni subite dai malavitosi o alle regole dell’essere nati in una famiglia mafiosa (il vissuto di Lea Garofalo o della Cacciola, mamme coraggio per me) è stato ricompensato con l’essere lasciati Soli, ABBANDONATI da chi invece doveva tutelarli in toto…
Le Istituzioni a cui loro si sono affidate.»
#testimonidigiustizia

«’Cosa nostra’ non è finita. È ancora forte»

L’INTERVISTA/Prima parte. Parla il collaboratore di giustizia siciliano Benito Morsicato: «Non ho mai ammazzato nessuno. Ho deciso di collaborare per liberarmi la coscienza». Abbiamo deciso di dividere in più parti la conversazione, per affrontare nel miglior modo possibile tutti gli argomenti trattati. Sul vigliacco latitante Matteo Messina Denaro: «È lui che ha un curriculum di tutto rispetto che può prendere il posto di Provenzano e Totò Riina. È lui che ha 25 anni di latitanza (dal 1993, nda), ma lo tengono fuori loro. Quello è a casa sua, a Castelvetrano. Loro lo sanno che se lo prendono mettono in ginocchio la politica italiana. Nel 2014, quando ho collaborato, e ho cominciato a parlare di Matteo Messina Denaro ho avuto un casino di problemi. Poi ho scoperto che un carissimo amico d’infanzia di Matteo Messina Denaro, faceva parte della Commissione Antimafia. (regionale siciliana, nda)».

«'Cosa nostra' non è finita. È ancora forte»

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Non lo abbiamo cercato noi. L’incontro è nato quasi per caso. Dopo la risposta di Luigi Coppola all’avvocato Antonio Bucci (sulla vicenda di un altro collaboratore di giustizia, in questo caso di camorra, Fiore D’Avino) è arrivata la precisazione di Benito Morsicato. Un collaboratore siciliano, oggi fuori dal programma di protezione, residente a Bagheria. In passato amico (in affari) di un nipote di Matteo Messina Denaro. «Bagheria è sempre stata molto vicina a Castelvetrano». Ma cosa aveva detto di tanto fastidioso il testimone di giustizia campano? «…non comprendo minimamente questa sua uscita mediatica e quasi diffamatoria per i tanti testimoni di giustizia che, per colpa di alcuni delinquenti diventati poi dei santi con il pentimento, si sono rovinati la vita perdendo aziende, famiglie e un futuro tranquillo. …dico a lei se è giusto che chi prima ha estorto, rubato e magari anche sparso del sangue nelle nostre strade, debba essere considerato una fortuna per lo Stato».

Le parole del testimone Coppola hanno provocato la reazione del pentito. Questo è il messaggio che abbiamo ricevuto: «Mi chiamo Morsicato Benito e sono un collaboratore di giustizia. In merito a quello che sostiene l’avvocato (testimone di giustizia, nda) Luigi Coppola mi sento molto offeso e discriminato. Vorrei parlare con voi». E siccome noi diamo parola a tutti, abbiamo deciso di raccogliere un altro punto di vista, proveniente dall’altra parte della barricata. E abbiamo raccolto la sua replica: «Non voglio offendere nessuno. Chi denuncia va rispettato. Al testimone di giustizia Coppola voglio dire che i collaboratori non sono tutti uguali. Il mio pentimento non è stato di convenienza. Il mio desiderio è stato quello di ripulirmi la coscienza. Non bisogna mai fare di tutta un’erba un fascio».

Con Morsicato, però, siamo partiti dall’inizio. Dalla sua esperienza “criminale” sino alla collaborazione con la giustizia. Senza tralasciare la sua esperienza nel programma di protezione, i legami del vigliacco Matteo Messina Denaro su Bagheria (parenti e amante compresa) e tante altre cose. Abbiamo parlato del suo passato e del suo presente. «Il mio futuro lo vedo dentro una bara. Perché Cosa nostra non dimentica».

Ma perché Morsicato è un collaboratore di giustizia?

«La mia collaborazione inizia nel 2014. Sono stato raggiunto da un’ordinanza, per l’operazione Reset, dove è stato smantellato tutto il mandamento della provincia di Palermo. Dopo 10 giorno dal mio arresto ho deciso di collaborare con la giustizia. Per dare un futuro migliore ai miei figli.»

Prima di essere arrestato di cosa faceva parte?

«La mia carriera stava per nascere. Ero un uomo del racket. Raccoglievo solo le estorsioni.»

Che significa “la mia carriera stava per nascere”?

«La mia carriera criminale stava per nascere. Non sono un vero e proprio criminale. Ma ho deciso subito di troncare questa situazione. Ho visto che non era quello che meritavano i miei figli.»

Lei ha fatto parte di Cosa nostra?

«Sì, dal 2011. Ero un ragazzo molto sveglio, un ragazzo di strada. Sapevo chi comandava nel paese, chi erano le persone che facevano parte di Cosa nostra…».

Mi scusi, quale paese?

«Bagheria.»

Quanti anni aveva?

«A 12, 13 anni ero già in giro con gli amici. Anzi ci sono parecchi amici d’infanzia che oggi, purtroppo, non ci sono più, che sono stati ammazzati.»

Era un bullo?

«Non direi, non ho mai picchiato nessuno.»

E cosa faceva con questi suoi amici?

«Qualche furtarello, ragazzate. Però poi, negli anni, prendi fiducia di questi soggetti e ti inseriscono dentro Cosa nostra.»

Quindi lei è stato avvicinato per essere inserito in Cosa nostra?

«Sono stato avvicinato a Cosa nostra perché nel 2011 mia sorella si frequentava con un soggetto di Bagheria definito dalle Procure come il capodecina del mandamento mafioso di Bagheria.»

Come si chiamava questo soggetto?

«Giorgio Provenzano.»        

Parente di Binnu Provenzano?

«Non so se hanno una parentela. Da quel momento questa persona mi ha preso a simpatia. Lui era appena uscito dal carcere. Il mio non è stato un inserimento vero e proprio. È cominciato che lo accompagnavo in alcune riunioni. In macchina si parla, una parola tira l’altra. Lui mi raccontava alcune cose. E mi cominciò a dare le estorsioni, poi c’è stata la famosa rapina clamorosa, alla TNT di Campobello di Mazara di Trapani. Dove abbiamo avuto l’autorizzazione direttamente degli eredi di Matteo Messina Denaro, altrimenti la rapina non si poteva fare. Siamo stati autorizzati a fare questa rapina, con il patto che il 10% veniva lasciato al paese per garantire la latitanza di Matteo Messina Denaro.»  

Gli “eredi di Matteo Messina Denaro” stanno in galera?

«Sì, sono i nipoti del cuore di Matteo Messina Denaro.»

Poi ci arriviamo. Quando entra ufficialmente in Cosa nostra?

«Con la scusa che lo accompagnavo. E non è che lui (Provenzano, nda) andava a comprare la frutta. Si vedeva con altri soggetti mafiosi degli altri mandamenti. Tipo delle riunioni. Di solito le facevano sulla scogliera del mare, per evitare cimici. Si incontravano anche sulle barche, diciamo in zone molto isolate. In alcuni episodi ha preteso che lo accompagnassi anche armato.»

Vuole spiegare meglio?

«C’erano dei poblemi tra alcuni mandamenti, tra Bagheria e Villabate. Degli screzi. E allora, per sicurezza, un giorno mi disse: ‘mettiti questa sopra, non si può sapere mai. Comincia a sparare, tu non guardare chi spara. Spara e basta’. Fortunatamente non c’è stata questa esigenza.»

Ma questo Provenzano le fa una richiesta esplicita per entrare in Cosa nostra?

«Non c’è mai la richiesta diretta, si capisce. Si comincia con semplici accompagnamenti. Quando ha capito che ero molto sveglio… un giorno mi disse in macchina: ‘senti, da domani ti autorizzo io. Cominci a girare per tutti i locali, senza saltarne uno’. Noi avevamo il monopolio delle slot machine. Praticamente ogni slot dentro un bar doveva pagare, ogni mese. Poi lui voleva rinnovare questa cosa e voleva pretendere un euro al giorno per ogni slot in tutti i locali.»

Ma il monopolio non è dello Stato?

«Quello legale. Poi c’è quello illegale che ce l’ha la mafia. Parliamoci chiaro…».

Prego…

«Oggi dicono tutti che la mafia ha abbassato la testa. Ma la mafia non ha abbassato la testa. Se ne arrestano 100 oggi, già domani mattina ci sono pronti quelli che prendono il loro posto.»

Lei sta dicendo che Cosa nostra oggi è forte come prima?

«Sì. Perché non è più la Cosa nostra di prima.»

Può spiegare meglio?

«Dopo Totò Riina parlo io. Ricordo, quando ero piccolino, chi comandava il paese, i famosi boss del paese, non hanno mai permesso l’ingresso nemmeno un grammo di hashish e di altri tipi di sostanze stupefacenti.»

Cosa vuole dire?

«Chi comandava a quel tempo non voleva droghe nel paese dove comandava. Facevano business con gli appalti. Non gli interessava la droga.»

Parliamo, comunque, sempre di delinquenti sanguinari.

«Sì, ci mancherebbe. Non delinquenti, peggio. Poi si è scoperto che nel mio paese non entravano queste sostanze, era un paese abbastanza tranquillo e ordinato, poi si è saputo, negli anni, che soggiornava Provenzano in questo paese

Il latitante Provenzano?

«Sì, praticamente abitava a 100 metri da casa mia. Dietro casa mia.»

Lei era a conoscenza di questa latitanza?

«No.»

Quando l’ha saputo?

«Quando cominciò a parlare il collaboratore Lo Verso, poi Sergio Flamia. Che sono dei grossi collaboratori. Lo Verso era l’autista di Provenzano, mentre Flamia era il killer di Provenzano che ha collaborato e si è autoaccusato di 40 omicidi. Ma comunque quando ho visto Provenzano non era la prima volta che lo vedevo sto signore.»

Senza sapere chi fosse?

«Ma comunque diverse persone a Bagheria hanno detto che lo vedevano passeggiare. Ma tutto potevano pensare, ma non che fosse Provenzano.»

E lei come se la spiega questa lunga latitanza?

«Lo Stato ci ha sempre imbrogliati e non hanno detto mai la verità. Totò Riina è stato consegnato da Provenzano, la famosa Trattativa Stato-mafia. Provenzano gli ha consegnato Totò Riina per finire il periodo stragista. E lo Stato ha fatto un patto, garantendo la libertà a Provenzano. Come si fa a stare 43 anni latitante? Ma stiamo scherzando?»     

E Provenzano da chi è stato consegnato?

«Provenzano si è costituito da solo. Dopo 43 anni di latitanza, guarda caso, lo vanno a prendere quel giorno che esce la mano dal casolare per prendere il formaggio. Quella è stata una cosa tutta organizzata.»

Lei sa che undici anni prima, nel 1995, si è registrato il mancato arresto a Mezzojuso?

«Ce ne sono stati diversi. A Bagheria abbiamo la clinica Santa Teresa, costruita dall’ing. Aiello, che gli hanno sequestrato 700 milioni di euro di beni, tutti risalenti a Provenzano. Questa clinica è stata costruita per curare Provenzano. È l’unica in Europa con determinati macchinari. Vengono anche dalla Francia per fare delle risonanze magnetiche.»

E perché Provenzano va a Marsiglia a farsi operare alla prostata?

«Perché ancora la Clinica non era nata. Il soggetto che l’ha creata era vicino a diversi politici, nel momento in cui è stato messo sotto sorveglianza sa chi ci andava ad avvisarlo di questi controlli?»

Lo dica lei.

«Proprio chi metteva le cimici e lo teneva sotto controllo.»

Chi è il soggetto?

«L’ing. Aiello. Veniva avvisato dalle alte istituzioni che era stato messo sotto controllo e all’epoca ci sono stati parecchi arresti tra mafia, politica, marescialli, colonnelli. Sono stati tutti arrestati. Il tempo che mettevano Provenzano, o chi vicino a lui, sotto sorveglianza loro lo sapevano già in anticipo. Sapevano dove mettevano le telecamere, erano informati.»

Quindi, secondo lei, la Trattativa c’è sempre stata?

«Anche quando hanno arrestato Riina… guarda caso, la mancata perquisizione al covo. Hanno dato il tempo a Provenzano o chi era molto vicino a lui di avere la possibilità di svuotare la cassaforte. In quella cassaforte che c’era in quel villino c’erano dei documenti che oggi metterebbero l’intera politica in ginocchio. Noi in Sicilia abbiamo i killer, gli esecutori. I mandanti sono Roma, è la politica. I pezzi grossi dello Stato. Oggi Matteo Messina Denaro ha avuto questi documenti da Provenzano prima che lo prendessero. Sono il lasciapassare.»

Secondo lei il latitante Matteo Messina Denaro risiede in Sicilia o altrove?

«Un boss che si allontana dalla sua zona, anche se è un capo grande, perde il potere.»

Matteo Messina Denaro è il capo di Cosa nostra?

«Sì, lui ha preso il posto. È lui il numero uno, è lui che ha un curriculum di tutto rispetto che può prendere il posto di Provenzano e Totò Riina. È lui che ha 25 anni di latitanza (dal 1993, nda), ma lo tengono fuori loro. Quello è a casa sua, a Castelvetrano. Loro lo sanno che se lo prendono mettono in ginocchio la politica italiana. Nel 2014, quando ho collaborato, e ho cominciato a parlare di Matteo Messina Denaro ho avuto un casino di problemi all’interno del Servizio. Poi ho scoperto che un carissimo amico d’infanzia di Matteo Messina Denaro, faceva parte della Commissione Antimafia (regionale siciliana, nda).»

Questo soggetto è ancora presente nel panorama politico?

«No. Questa cosa è stata lamentata dal figlio del collaboratore Cimarosa in una intervista televisiva. E ha mostrato anche la foto».

Chi c’era nella foto?

«Matteo Messina Denaro, la sorella, il cognato e lui. In una foto di un matrimonio. Quella foto è stata fatta nel 1993, dalla sera di quel matrimonio comincia la latitanza di Matteo Messina Denaro.»

Come si chiama questo politico?

«Giovanni Lo Sciuto.»

Ritorniamo al suo ingresso in Cosa nostra.

«Non sono stato affiliato a tutti gli effetti. Uscivo con Provenzano, piano piano mi ha cominciato a dare degli incarichi. ‘Vai – tipo – nell’altro paese a Villabate che ti devono dare dei soldi delle estorsioni, vai là e dici che ti mando io. Vai a fare un attentato in quel negozio che non vuole pagare, bruciamoci la saracinesca’. E piano piano si prende fiducia e poi arrivano gli incarichi più grossi.»

Non c’è stato un giuramento, una cerimonia di affiliazione?

«No, ma se continuavo sì. Poi se continuavo venivo messo in regola, con la punciuta.»   

Lei che reati ha commesso?

«Sono stato arrestato…»

Prima dell’arresto, che reati ha commesso?

«Furto, tanti anni fa prima che mi sposavo, ero imputato di una rapina. Non cose legate alla mafia.»

Quali sono i reati legati alla mafia?

«Estorsioni, danneggiamenti… comunque sono stato arrestato solo per un danneggiamento. Potevo rischiare due anni, ma poi mi son voluto pulire la coscienza e ho parlato di tutto, anche di cose che non ero completamente indagato.»

In che anno viene arrestato?

«Nel 2014. Il 5 giugno del 2014.»

Quando decide di “saltare il fosso”?

«È una cosa un po’ strana. La mia collaborazione inizia il 21 giugno (2014, nda), il giorno del mio compleanno. Ero in carcere e sento in tv Papa Francesco che rinnova l’appello e dice ‘mafiosi, inginocchiatevi’. Non so quello che mi è successo, ho cominciato a pensare ai miei figli, sono cominciate a girare tante cose in testa. Mi sono alzato, ho chiamato il secondino e ho detto che volevo parlare subito con il PM.»  

Come inizia la sua collaborazione?

«Appena ho aperto bocca, loro su questa rapina non sapevano neanche da dove cominciare e nemmeno ero indagato, mi hanno bloccato subito, dicendomi che la mia collaborazione era molto importante. E, infatti, dopo due giorni si son portati subito la famiglia.»

La vuole raccontare anche a noi questa rapina? Perché è così importante?

«La rapina è stata fatta vestiti da poliziotti, con le macchine, i lampeggianti, le palette, le casacche…»

E questo materiale dove è stato preso?

«Lo abbiamo fatto a Bagheria. Le pettorine le abbiamo fatte stampare presso una tipografia. I lampeggianti, le palette provenivano da furti. Non ci mancava niente.»

Quanti eravate?

«Otto persone, anche il nipote di Matteo Messina Denaro. Bellomo, il soprannome era “Luca”. La moglie di Bellomo, l’avvocatessa, è la nipote di Matteo Messina Denaro.»

Bagheria è territorio di Matteo Messina Denaro?

«Sì, lui ha tutti i cognati che abitano ad Aspra, frazione di Bagheria. Ho rilasciato anche dichiarazioni sul fratello dell’amante di Matteo Messina Denaro, perché gli ho venduto delle armi prima che mi arrestassero.»

L’amante di Matteo Messina Denaro?

«Sì, è stata anche condannata per favoreggiamento al latitante. È stata anche seguita un paio con la speranza che li portava al covo del latitante. È la segretaria dei cognati di Matteo Messina Denaro, lavora presso i Guttadauro. Sui Guttadauro ho rilasciato dichiarazioni, li ho fatti arrestare. Io vivo nel territorio di Matteo Messina Denaro

Ritorniamo alla TNT. Cosa avete rapinato?

1 parte/continua

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Per approfondimenti: 

– «Fiore D’Avino non è mai tornato a Somma. Smentisco gli spargitori di false notizie»

– Testimoni di giustizia: «vogliamo rispetto»

Leggi anche:

Lettori #IHD

L'immagine può contenere: Silvia Gentilini, testo

GRAZIE DI CUORE
#poliziadistato #ihd #iohodenunciato #lettori
«Ho letto il tuo libro, e lo hanno letto anche mia madre e mia sorella…complimenti! È intenso e drammaticamente vero, una testimonianza importante che lascia comunque, nonostante tutto, speranza nella giustizia.E’ un bellissimo lavoro».

Premio letterario: menzione speciale per «Io ho denunciato»

PREMIO LETTERARIO “Sandro Sciotti”
#iohodenunciato #ihd
Menzione speciale per il romanzo
«Io ho denunciato».

CITTA’ DI MARINO – Il romanzo edito da “Romanzi Italiani” ha ottenuto un altro importante riconoscimento letterario.
“Siamo felici per l’esito di questa seconda edizione del Premio – ha dichiarato l’Assessore alla Cultura –. Cercheremo di organizzare la Cerimonia di Premiazione entro la fine dell’anno. Alla Famiglia Sciotti rivolgo un affettuoso saluto, felice di aver portato a termine la seconda edizione del premio che si prefigge l’obiettivo di non dimenticare il gesto compiuto dal Vice Brigadiere ucciso a Santa Maria delle Mole nel 2002 nell’adempimento del proprio dovere”.

Domenico Noviello, Il ‘leone’ che si oppose alla camorra

UN VERO TESTIMONE DI GIUSTIZIA. “Vittima di una estorsione, con encomiabile coraggio, denunciava alcuni esponenti della criminalità organizzata, consentendone l’arresto e la successiva condanna. A distanza di alcuni anni dall’evento, mentre era alla guida della propria autovettura, veniva barbaramente assassinato in un vile agguato camorristico. Chiarissimo esempio di impegno civile e rigore morale fondato sui più alti valori di libertà e di legalità. 16 maggio 2008, Castel Volturno (Caserta)”. Medaglia d’oro al valor civile, 17 marzo 2009.

Domenico Noviello, Il ‘leone’ che si oppose alla camorra

di Paolo De Chiara

“Letti gli art. 533 e 535 c.p.p. dichiara Alfiero Massimo, Bartolucci Giovanni e Granato Davide colpevoli dei reati loro ascritti e, riuniti i medesimi sotto il vincolo della continuazione […], condanna ciascuno alla pena dell’ergastolo. Dichiara gli imputati interdetti in perpetuo dai pubblici uffici nonché in stato di interdizione legale e interdetti in perpetuo dall’esercizio della potestà genitoriale”.

Ergastolo, fine pena mai per gli assassini di Domenico Noviello, un imprenditore casertano ucciso dalla camorra, dal gruppo Setola. Per dare l’esempio, per il controllo del territorio. Perché le persone perbene come Domenico sono fastidiose. Denunciano, non si fanno intimidire, mettono i bastoni tra le ruote. Rompono la minchia. È il giudice delle indagini preliminari, Isabella Iaselli, a pronunciare la sentenza il 4 dicembre del 2012.

Noviello ha fatto il suo dovere, fino in fondo. Ha denunciato, ha collaborato con le forze dell’ordine, ha fatto arrestare gli estorsori“Si, abbiamo paura – è la moglie di Domenico che risponde a una domanda durante una puntata de ‘La storia siamo noi’, registrata prima del brutale omicidio, – ma non ci pentiamo di aver denunciato i nostri estorsori. Qualcuno deve pur cominciare se si vuole che la realtà del Sud cambi”. Basta rivedere la puntata della trasmissione per risentire, in sottofondo, la voce di Domenico: “digli che ci sentiamo soli. Diglielo che lo Stato ci ha sostenuto solo all’inizio”. La sentenza del 2012 è stata emessa nei confronti di Massimo Alfiero, alias ‘Capritto’, di Casal di Principe (Caserta), classe ‘72; Giovanni Bartolucci di San Marcellino (Caserta), classe ’80 e Davide Granato di Napoli, classe ‘75. I tre camorristi che hanno chiesto il rito abbreviato. Per l’omicidio Noviello gli imputati, in totale, sono dieci.

Per gli altri sette (Alessandro Cirillo, Francesco Cirillo, Metello Di Bona, Giovanni Letizia, Massimiliano Napolano, Giuseppe Setola e Luigi Tartarone) si è concluso il rito ordinario a Santa Maria Capua Vetere. Il 7 luglio 2014 il PM della DDA di Napoli, Alessandro Milita, nella sua requisitoria ha chiesto sei ergastoli per gli assassini di Domenico. Quattordici per il collaboratore di giustizia Tartarone. Il 19 novembre 2014 la sentenza, presso il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere: (CIRILLO Alessandro, ERGASTOLO; CIRILLO Francesco, ERGASTOLO; DI BONA Metello, 43 anni di reclusione; LETIZIA Giovanni, ERGASTOLO; NAPOLANO Massimiliano, ERGASTOLO; il ‘cecato’ SETOLA Giuseppe, ERGASTOLO; TARTARONE Luigi ( collaboratore di giustizia), 13 anni e 6 mesi di reclusione).

L’omicidio di una persona perbene   

Venerdì 16 maggio 2008. Una giornata particolare. Domenico Noviello, 64 anni, originario di San Cipriano d’Aversa, padre di tre figli, imprenditore di Castel Volturno, titolare di una autoscuola che gestisce insieme ai figli, sta uscendo presto di casa per raggiungere la sua attività. “Alle ore 7:30  – scrive il GIP Iaselli – viene segnalata la presenza di un corpo privo di vita in Castel Volturno, località Baia Verde, all’altezza della rotonda di viale Lenin”C’è una Fiat Panda multijet nera ferma, con motore acceso e crivellata di colpi.

C’è anche un morto-ammazzato, sangue ovunque e tanti, troppi bossoli di pistola. Di due pistole. “L’auto era ferma lungo la strada che la vittima percorreva per raggiungere l’agenzia di pratiche automobilistiche e scuola guida di cui il Noviello era titolare”.      

“Quella mattina – spiega il figlio Massimiliano – mi svegliai prima di mio padre, con mio cognato eravamo stati a correre sulla spiaggia. Dopo la corsa ci lasciamo, mi richiama e mi comincia a dire ‘tuo padre dove sta? Mica ha fatto un incidente? Dove sta, è uscito?’. Era molto vago, lui già sapeva qualcosa, ma tentennava nel dirmelo. Non ha avuto il coraggio di dirmelo. Inizio a chiamare mio padre sul cellulare e vedo che suona, squilla ripetutamente senza risposta. Mi inizio ad agitare, mi innervosisco, mi metto in macchina e mi reco in località Baia Verde. Ci metto cinque minuti per arrivare sul posto. Vedo la macchina, scendo, mi avvicino e vedo il corpo di mio padre, con il viso rivolto verso terra. Subito prendo coscienza di quello che è accaduto, in quel momento mi è cascato il mondo addosso”.

La scena del crimine viene perlustrata dalla polizia. Sembra tutto chiaro. Mettono tutto per iscritto. La vittima, Domenico Noviello, prima di morire, ha cercato di sottrarsi all’agguato. Ha tentato, con tutte le sue forze, di uscire dalla sua macchina, dalla portiera laterale. Stramazza al suolo per i “colpi all’addome, alla spalla ed alla gamba sinistra nonché alla testa”. Lo sportello anteriore destro, scrivono gli uomini della squadra mobile, era aperto e “presso il medesimo era il cadavere del Noviello”.

Nella tasca destra della tuta della vittima viene ritrovata una pistola Beretta, legalmente dichiarata. Domenico, immune da precedenti penali, è stato preso alla sprovvista dalla fulminea, ma preparata nei minimi dettagli, azione criminale. Violenta, barbara, animalesca. Sul posto vengono trovati 25 bossoli, cinque proiettili e un frammento di proiettile. Nella Fiat Panda, nel sedile anteriore destro e nel cruscotto, tre ogive e tre frammenti di ogiva.

Dagli accertamenti del Racis di Roma, fondati sulla traiettoria dei proiettili, è possibile ricostruire gli ultimi attimi in vita di Domenico Noviello“Poco prima del civico 327 era stato affiancato e parzialmente superato da un altro veicolo, moto o auto, che verosimilmente si bloccava trasversalmente all’asse stradale. Sceso dal veicolo uno sparatore apriva il fuoco all’indirizzo del lato guida della Panda, impiegando una pistola cal. 380”Per i verbalizzanti sulla scena del crimine era presente un altro killer che ha bersagliato l’uomo “con una nuova scarica di colpi, almeno altri 12”, con una seconda arma. “La vittima finiva con l’accasciarsi al suolo mentre il killer, continuando a fare fuoco, la raggiungeva fino al punto in cui si era adagiata, tra la ruota posteriore ed il marciapiedi, e lì completava l’azione esplodendo ancora ulteriori colpi al suo indirizzo”.

La relazione autoptica e gli altri omicidi

Il documento è firmato dal dottor Luigi Barbato. L’autopsia indica che “la vittima è stata attinta da tredici colpi d’arma da fuoco”, due “a livello della guancia sinistra e del braccio destro”, uno “alla regione frontale destra”, uno “alla regione fronto-zigomatica sinistra”, uno “al livello dell’orecchio sinistro”, uno “trapassante che parte dalla fascia laterale del braccio sinistro, trapassa lo sterno rientra sottocutaneamente a livello del torace e fuoriesce con altro foro a 10 cm dal primo ingresso”, uno “a livello della spalla sinistra”, uno “trapassante a livello emitoracico superiore destro”, uno “al fianco sinistro”, uno “a livello inguinale sinistro”, uno “al fianco destro”, uno “a livello scapolare sinistro”.

Dalla relazione dell’esperto emerge un altro interessante dato“sulla base della ricostruzione dei tramiti intracorporei, si può affermare che i colpi sono stati esplosi da una persona che si trovava prima di fianco e poi posteriormente alla vittima”.

I carabinieri del Racis di Roma evidenziano altri dati, altrettanto interessanti. Dal confronto dei bossoli recuperati con quelli ritrovati sul luogo di altri omicidi è emerso che la pistola semiautomatica è stata già impiegata nel duplice omicidio Kazani-Dani del 4 agosto 2008, nell’omicidio di Ramis Doda del 21 agosto 2008, nell’omicidio di Antonio Celiento del 18 settembre 2008, nella strage degli extracomunitari del 18 settembre 2008. Mentre la pistola calibro 380 è stata impiegata il 2 maggio del 2008 per l’omicidio di Umberto Bidognetti e il 1 giugno dello stesso anno per l’omicidio di Michele Orsi.

Il 30 settembre 2008 il Roni di Caserta arresta nel territorio di Giugliano in Campania Alessandro Cirillo, Giovanni Letizia e Oreste Spagnuolo, i primi due coinvolti anche nell’assassinio di Noviello. Vengono sequestrate numerose armi, “tra cui sei positive ai confronti balistici”. Una pistola, la Pietro Beretta, un’arma da guerra con matricola abrasa, è stata usata, “con elevato grado di probabilità, negli omicidi Noviello, Kazani-Dani e Celiento”.   

“Quando vedo – aggiunge Massimiliano – il corpo di mio padre sbatto per terra, subito dopo mi prendono e mi portano in commissariato. Cercano di capire e inizio a ricordare che mio padre mi diceva ‘se mi capita qualcosa ho un’agenda, la devi consegnare alla polizia’. Su questa agenda c’è scritto che mio padre elogia le forze dell’ordine e le Istituzioni e scrive che era stato avvicinato da un certo Cipriani o Cipriano, non ricordo, che lui aveva allontanato. Si scusa con l’autorità perché aveva scritto questa cosa senza avvisare dell’episodio”.

Le testimonianze

Subito dopo l’omicidio di Noviello gli investigatori cercano i testimoni. Cominciano dai presenti in zona al momento dell’omicidio. Solo due: l’uomo che ha chiamato il 113 e un dipendente di una pasticceria attiva nei pressi del luogo del delitto. “Nulla di significativo è stato riferito da Manfredino e Ferrillo i quali evidenziavano di essere giunti dopo che gli sparatori erano andati via”. Nessuno ha visto nulla, nessuno era presente in quel preciso momento. Ancora deserto intorno al coraggioso Domenico Noviello, il testimone che ha denunciato il racket della camorra. Anche al suo funerale pochissime persone.

È Massimiliano che rende “dichiarazioni più significative”. Parla dell’attività del padre, ubicata nei pressi del commissariato di Castel Volturno. “Alcuni anni prima – è possibile leggere dalle motivazioni della sentenza di condanna – il padre aveva denunziato un tentativo di estorsione da parte di alcuni esponenti del clan dei casalesi, arrestati a seguito della denuncia. Il padre viveva con il timore di subire ritorsioni”Massimiliano ricorda “il calo degli iscritti, forse dovuto a timori da parte dei cittadini locali”, l’episodio raccontato dal padre legato ai locali dell’autoscuola, “perché l’intero Parco Sementini era stato messo all’asta”.  Domenico si dimostra interessato, vuole comprare quei locali. Ma deve rinunciare, un emissario porta un messaggio preciso. “Il giovedì precedente – scrive il giudice Iaselli – il padre gli aveva confidato che tale Addattilo di Castel Volturno, recandosi presso l’agenzia per motivi di lavoro, gli aveva detto testualmente ‘i locali sono stati venduti ed ora te ne mandano pure”.

Il padre aveva risposto ‘voglio vedere come me ne cacciano’. Addattilo viene riconosciuto da Massimiliano. È un cliente dell’agenzia, il suo nome è Giovanni, già con diversi precedenti legati all’estorsione, allo spaccio di stupefacenti, alle armi. Massimiliano Noviello parla della decisione del padre, un’azione legale. Il giovane Noviello parla anche delle ‘pressioni’ del padre, “affinché evitasse di ‘calcare troppo la mano’ nei confronti dei soggetti arrestati, e sul punto testualmente dichiara: “mentre chiacchieravo con mio padre, questi intavolò l’argomento e mi disse che, a suo parere, sarebbe stato opportuno non infierire troppo nei confronti degli estorsori. Questo perché, tutto sommato, avevamo raggiunto il nostro obiettivo – facendoli arrestare – e dovevamo pensare a difenderci, non ad attaccare. Di certo non potevamo essere noi a sconfiggere la criminalità locale, pertanto non era opportuno esporsi più di tanto. Ormai avevamo fatto capire da che parte stavamo”.      

È l’episodio della denuncia, rafforzato dalla collaborazione attiva, dagli arresti e dalle condanne, a scatenare la rabbia animalesca e sanguinaria dei camorristi. Vogliono lanciare un segnale, compilano una lista degli obiettivi da eliminare per dare l’esempio.

Maria Rosaria, l’altra figlia di Domenico, conferma esplicitamente “che dopo la denuncia del padre per la estorsione commessa da alcuni componenti del clan dei casalesi tratti in arresto per tale vicenda, la famiglia aveva subito un forte stress emotivo e tensioni giornaliere prevedendo ritorsioni della camorra”.

Racconta degli incontri del padre con esponenti di associazioni antiracket, delle sue preoccupazioni per l’asta dei locali. La moglie di Domenico, Giuseppina, racconta un episodio che non ha dimenticato, che gli è rimasto impresso nella mente. Sei giorni prima dell’omicidio, intorno alle 16:00, nota tre uomini in una Fiat Punto di colore grigio.

Il 16 maggio l’altra figlia Maria Antonietta, insieme al marito, consegna a un ispettore capo due fogli manoscritti, con chiari riferimenti alla vicenda estorsiva del 2001.

“Meglio un giorno da leone che cento da conigli”

“Tutto ha inizio – ricorda, oggi, Massimiliano –  nell’anno 2001, precisamente nel periodo di Pasqua. Vennero da noi dei personaggi del posto, personaggi loschi, e ci fecero una richiesta estorsiva. Inizialmente venne un certo Pasqualino Cirillo e mi chiese di parlare con mio padre, il titolare dell’autoscuola. Un suo cugino latitante, stiamo parlando di Alessandro Cirillo ‘o sergente, doveva parlare con mio padre. Subito capii le loro intenzioni e dissi che avrei riferito. Comunico questa cosa, ne iniziammo a parlare a casa. Mio padre mi disse ‘Massimo, è meglio un giorno da leone che cento da conigli. La storia ci insegna che le persone hanno combattuto per la propria libertà’.

Mio padre amava leggere, leggeva molti libri di storia e per lui non era possibile che queste persone, attraverso la forza, la violenza, potessero dettare legge. Era un’offesa per lui”.

Nella famiglia Noviello ritorna con forza il passato, mai dimenticato“Mia madre già aveva perso un fratello. Fu ammazzato all’età di 33 anni, si chiamava Pasquale De Angelis. Pretendevano soldi, una richiesta estorsiva, all’epoca erano ladri di galline, sempre di Casale. Anche il fratello di mia madre disse di no e venne ammazzato. Non è stata ritenuta una vittima di mafia. La decisione di mio padre fu presa con sofferenza, mia madre si ritrovava a rivivere una situazione drammatica, una piaga che si riapriva. Decidemmo di denunciare”.

Precisamente il 19 marzo del 2001. Domenico Noviello si presenta davanti agli investigatori (“siamo andati insieme a Caserta”, precisa il figlio Massimiliano) e denuncia le richieste estorsive. È chiaro, preciso. Indica le date, fa nomi e cognomi. Non dimentica l’episodio del 15 marzo, quando due uomini, due ambasciatori del clan, lo invitano da certi “compagni di Castel Volturno”.

Non certo comunisti, ma camorristi. Della peggiore specie. Nella stessa giornata presso l’auotoscuola si presenta un uomo (poi riconosciuto e individuato in Francesco Cirillo) che parla del cugino latitante interessato ad incontrare il padre. Erano tutti interessati a Domenico Noviello, la richiesta dello schifoso clan non può rimanere inevasa. Due giorni dopo, racconta Domenico agli investigatori, si registra l’incontro con Lisandro ‘o giudice, che chiede di preparare 30 milioni di lire per gli amici di Casale. Anche questo esattore viene riconosciuto, si tratta di Alessandro Gravante. Riconosce anche un certo Aldo Russo, si era già presentato in agenzia per invitare Domenico a incontrare i ‘compagni’ e gli ‘amici’.

“Iniziarono a venire diversi personaggi con atteggiamenti arroganti – ricorda Massimiliano – e in quell’occasione capii le parole di mio padre: ‘questi una volta che entrano, si impossessano dell’attività’. Insieme andiamo alla questura di Caserta a fare la denuncia. Con loro iniziammo a temporeggiare. Abbiamo denunciato questa tentata estorsione, io ho denunciato alcuni esponenti, mio padre altri, alcuni parlarono con me e altri con mio padre in mia assenza. Dopo la denuncia la squadra mobile di Caserta si attivò e mise cimici all’interno dell’attività, partirono le indagini e ci chiesero di farli parlare. Abbiamo denunciato e partecipato attivamente agli arresti”.

L’appuntamento con gli estorsori

Cominciano ad arrivare le prime conferme, ma non basta. Serve lo scambio, bisogna pizzicarli in flagranza di reato. Il 9 aprile del 2001 si materializza l’incontro tra Domenico Noviello e gli estorsori. L’appuntamento è stato programmato nei pressi di un bar per la consegna della borsa con 10 milioni di lire, in contanti. Cento banconote da 100 mila, tutte fotocopiate. È pronto anche un decreto di fermo emesso dal pubblico ministero nei confronti di Gravante e Vitolo (“colti sul fatto”), nei confronti di Aldo Russo e dei due cugini Cirillo (latitanti).

“Nella motivazione della sentenza è resa palese l’importanza della denuncia del Noviello Domenico e della successiva attività di collaborazione offerta alle forze di Polizia in una importante operazione a carico di soggetti legati alla criminalità organizzata di Castel Volturno”.

Durante l’incontro c’è uno scambio di battute tra Domenico e gli estorsori, l’episodio lo ricorda Massimiliano“Alla consegna mio padre ha dovuto svincolare i propri soldi, perché il Ministero non svincolò i soldi in tempo. Dovemmo fotocopiarli e portali alla polizia. Mio padre consegna la borsa con i soldi e uno di loro gli disse ‘hai visto come ti abbiamo trattato’. E mio padre rispose ‘devi vedere io come ti ho trattato’. Gli consegna i soldi, si allontana, il segno era mettersi la mano in testa, irrompono le forze dell’ordine”.

Dal 2001 scatta la protezione. Il 12 aprile vengono disposte le misure di vigilanza “aventi ad oggetto la famiglia” Noviello, fino all’estate del 2003, quando il Ministero decide di sospendere la vigilanza. Il 24 giugno arriva una nota con la decisione presa alla segreteria di sicurezza della questura di Caserta. Il 16 maggio 2001, insieme a sua figlia Rosaria, si presenta in commissariato. Riferisce puntualmente degli inviti rivolti dai suoi conoscenti, da alcuni professionisti che si erano occupati della gestione contabile e dell’assistenza legale della sua impresa. Domenico Noviello non si fa intimidire dalle parole, dai chiari inviti. “Non aderisce a tali sollecitazioni”. Va avanti, a testa alta.

“Dal momento in cui subiamo la tentata estorsione  – chiarisce Massimiliano – non abbiamo mai pagato, perdiamo la serenità. Ero fidanzato con la mia attuale moglie, non avevamo alcun tipo di tutela. Cominciai a mentire anche a mia moglie, avevo un atteggiamento strano, un comportamento poliziesco. Dal 2001 ho il porto d’armi di pistola per difesa personale”.

Il Gup del Tribunale di Napoli, in sede di abbreviato, condanna Francesco Cirillo, Aldo Russo, Alessandro Gravante, Tommaso Vitolo e Alessandro Cirillo, il cugino di Francesco il latitante.

Il ‘cecato’ Setola e i collaboratori di giustizia

‘Spietato’ e ‘determinato’, queste le parole dei collaboratori di giustizia per descrivere Giuseppe Setola ‘o cecato, il killer della camorra che ha terrorizzato il territorio campano. È lui che approva e condivide la scelta di eliminare Domenico Noviello. Presente nella lunga lista compilata per affermare il dominio. Omicidio su omicidio. Un animale che ama l’odore del sangue. Nasce il 5 novembre del 1971 a Santa Maria Capua Vetere (Caserta). Viene soprannominato ‘a puttana, è un cane sciolto, non ama le regole. “Costituisce il suo gruppo di fuoco – si legge su La Repubblica del 14 gennaio 2009 – formato, tra gli altri, da Pasquale Vargas, Emilio Di Caterino, Oreste Spagnuolo, Giovanni Letizia, Alessandro Cirillo e Aniello Bidognetti. Personaggi di grosso calibro criminale, in gran parte arrestati negli ultimi mesi e alcuni dei quali sono divenuti collaboratori di giustizia. Proprio pentiti che lo stesso Setola, in tempi non sospetti, avrebbe definito ‘cornuti’ e ‘bastardi’”. Conosce il carcere, ci passa sei anni. Poi arriva una grave patologia agli occhi. Diventa semicieco, perde l’uso della vista. Ma è solo un bluff, una sceneggiata. Setola è diventato ‘o cecato. Il 13 aprile 2008 evade dalla clinica di Pavia, dove era stato ricoverato per il ‘problema’ agli occhi. Inizia l’inferno. Il gruppo di fuoco viene ricostituito. Iniziano le vendette, i regolamenti di conto. La strategia stragista. “Occorreva – racconta un ‘pentito’ – terrorizzare gli imprenditori, i familiari dei pentiti e scoraggiare futuri pentimenti, colpire quanti commettevano reati senza il permesso del clan e senza versare allo stesso una parte dei proventi illeciti”. Viene arrestato dopo una rocambolesca fuga nelle fogne (il suo vero habitat) di Trentola Ducente, in provincia di Caserta.

“Mio padre mi disse: ‘Massimo, noi ci siamo difesi da un clan ma non credere che abbiamo sconfitto la criminalità’. Con queste parole voleva dire ‘tieni i toni bassi, evita di sfidarli. Tu hai da perdere’. Era ritenuto l’infame, una persona che aveva fatto una cosa controcorrente. Lui non accettava di essere calpestatoColpiscono mio padre per dare un segnale, avevano avuto questo affronto, non aveva pagato, aveva denunciato”.

“cornuti” e i “bastardi” parlano“Con riguardo ai collaboratori Spagnuolo Oreste, Di Caterino Emilio, Amatrudi Massimo e Iovane Massimo va sottolineato che i primi e principali collaboratori di giustizia provenienti del gruppo facente capo a Setola Giuseppe (nell’ambito della fazione della famiglia Bidognetti), sono stati Di Caterino Emilio e Spagnuolo Oreste che non hanno certo concordato le loro dichiarazioni”.

Oreste Spagnuolo viene arrestato il 30 settembre del 2008 dai carabinieri di Caserta, insieme ad Alessandro Cirillo e Giovanni Letizia. Durante l’operazione Antimafia effettuata a Giugliano viene ritrovato e sequestrato un “vero e proprio arsenale”.

Emilio Di Caterino, soprannominato Emiliotto, dopo l’arresto di Luigi Guida diventa il reggente del clan Bidognetti. Con l’arresto, dopo la latitanza, comincia la collaborazione con lo Stato. La stessa scelta di Massimo Amatrudi, gruppo Setola, già condannato per associazione con Massimo Alfiero, Oreste Spagnuolo e Luigi Tartarone (17 dicembre 2009).

Anche Massimo Iovine decide di ‘cambiare vita’“La scelta di collaborare – scrive il gip Isabella Iaselli – per chi ha fatto parte del gruppo Setola non può dirsi certamente presa a cuor leggero, dal momento che, come sottolineato dall’accusa, si è dovuto fare luce su una serie di delitti efferati ammettendo in molti casi gravi responsabilità personali”.

Questo è l’elenco impressionante dei delitti commessi dal gruppo Setola, nel 2008. Una violenza brutale concentrata in pochi mesi.

  • 2 maggio, omicidio di Umberto Bidognetti, condannato a morte perché padre del ‘pentito’ Domenico;
  • 16 maggio, omicidio di Domenico Noviello;
  • 30 maggio, tentativo di omicidio per Francesca Carrino, la sorella di Anna, collaboratrice di giustizia, ex convivente di Francesco Bidognetti, detto Cicciotto e’ Mezzanotte, capo storico;
  • 1 giugno, omicidio di Michele Orsi, imprenditore operante nel settore dei rifiuti solidi urbani, per aver reso dichiarazioni compromettenti per il clan;
  • 11 luglio, omicidio di Raffaele Granato, per aver denunciato richieste estorsive;
  • 4 agosto, omicidio di Dani e Kazani, due cittadini albanesi non autorizzati ad operare nella zona;
  • 18 agosto, ferimento di alcuni cittadini nigeriani, la loro presenza non era gradita;
  • 21 agosto, omicidio di Ramis Doda, cittadino albanese non gradito al clan;
  • 18 settembre, omicidio di Antonio Celiento e degli extracomunitari colpiti nella strage di Castel Volturno;
  • 2 ottobre, omicidio di Lorenzo Riccio, impiegato presso l’agenzia funebre Russo. Il titolare aveva denunciato Francesco Bidognetti;
  • 5 ottobre, omicidio di Stanislao Cantelli, zio dei collaboratori di giustizia Luigi e Alfonso Diana.

“Il gruppo facente capo al Setola operava con modalità particolarmente cruente, tanto che gli stessi affiliati non potevano mai dirsi al sicuro da una condanna a morte basata anche sul sospetto di un tradimento. Il clima non era mai rilassato”. È il collaboratore Spagnuolo che racconta il comportamento di Setola. Decideva chi doveva eseguire gli omicidi per testare l’affidabilità e la lealtà dei suoi uomini.          

Nell’interrogatorio del 6 ottobre del 2008 Oreste Spagnuolo indica gli esecutori dell’omicidio NovielloMassimo Alfiero, Davide Granato, Gino Natale detto Marano, Napoleano Massimo. Il mandante lo indica in Setola “che voleva punirlo per avere denunziato gli autori della estorsione ai suoi danni”.

Si esprime meglio nell’interrogatorio del 7 ottobre 2008“quanto alla causale, per come fu riferita da Peppe Setola rappresento che il Noviello molti anni fa aveva denunziato Cirillo Francesco detto Pasqualino, Gravante Alessandro e Russo Aldo nonché Cirillo Alessandro, quest’ultimo venne poi assolto. Questa ragione insieme alla necessità di intimorire chiunque volesse denunziare il gruppo Setola costituì la ragione per cui il Setola Giuseppe e Cirillo Alessandro decisero di uccidere il Noviello, almeno per quanto mi fu detto”.

Il collaboratore racconta l’esecuzione, l’episodio lo apprende dal racconto di Massimo Napolano. Quella mattina, il 16 maggio 2008, Massimo Alfiero, Massimo Granato e Gino Tartarone sono alla guida di una Yaris blu rubata. Raggiungono Baia Verde, dopo aver fatto sosta nel cortile della casa di un amico, (“ignaro di tutto”), dove attendono la telefonata di Massimo Napolano. Secondo quel racconto a sparare fu Massimo Alfiero con la pistola calibro 9 (nascosta da Gianluca Bidognetti, ricevuta da Massimo Alfiero)  e Davide Granato con la revolver calibro 38.

Nell’interrogatorio del 16 ottobre 2008, il collaboratore Emilio Di Caterino parla di una riunione con Setola e Cirillo, dove si parlò dell’omicidio dell’imprenditore coraggio di Castel Volturno. Il collaboratore Massimo Iovane ribadisce un concetto semplice, ma chiaro: “Il clan dei casalesi è molto vendicativo, non dimentica le azioni commesse in danno del gruppo, decidendo di reagire anche a distanza di svariati anni”.       

Decisive sono le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Luigi Tartarone (già condannato per 416bis, nel dicembre 2009) e Massimo Alfiero. Ammettono la loro partecipazione e spiegano nei dettagli tutti gli spostamenti, il piano, gli appostamenti, le autovetture utilizzate, le armi, le schede telefoniche, le attese, la dinamica. “Ci siamo incontrati di fronte all’ingresso di Baia Verde – racconta Tartarone nel corso dell’interrogatorio del 14 settembre 2010 – e da lì siamo partiti immediatamente dopo aver ricevuto una telefonata che ci avvisava della presenza del Noviello… ho visto materialmente Alfiero sparare molti colpi d’arma da fuoco all’indirizzo del Noviello dopo essersi affiancato alla sua autovettura colpendolo al viso e tronco e, successivamente, scendere dall’autovettura, prendere l’altra pistola e raggiungere il Noviello nel frattempo sceso dall’autovettura nel tentativo di sottrarsi ai colpi d’arma da fuoco e sparare ulteriori colpi d’arma da fuoco per finirlo di cui almeno due in testa”.

Il gruppo di fuoco, subito dopo l’omicidio poteva essere bloccato“Ricordo che le due autovetture con a bordo Di Bona, Alfiero ed io hanno incrociato una pattuglia di carabinieri nei pressi di una pompa di benzina subito dopo Casal di Principe. Credo che ci abbiano notati anche se non ci hanno inseguito nonostante l’elevatissima velocità di viaggio di entrambe le autovetture”. Dopo l’omicidio Tartarone e Alfiero si nascondono in una casa a San Marcellino, in provincia di Caserta, presa in affitto da Giovanni Bartolucci.  .

È fondamentale la collaborazione di Massimo Alfiero, il killer. L’esecutore materiale che scaricò “13 botte” su Noviello solo con una pistola, mentre con l’altra gli sparò altri colpi, “finendolo poi con un colpo alla testa”.

Il 15 ottobre del 2010, dopo la sua richiesta di essere ascoltato, viene portato in Procura dove spontaneamente ammette la sua appartenenza al clan Bidognetti, denuncia le sue azioni criminali, racconta di aver partecipato agli omicidi di Domenico Bidognetti, Domenico Noviello e Michele Orsi. Vuole passare dall’altra parte, soffre per la ‘lontananza’ della famiglia. “Precisa di aver fatto parte del clan da epoca risalente e di poter riferire su molte vicende”.     

Il ripensamento

Il camorrista quasi pentito Alfiero è al 41 bis. Ci sono due ordinanze che lo inchiodano, per associazione e omicidio. Ci sono le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia (Oreste Spagnuolo, Massimo Iovine, Antonio De Martino ed Emilio Di Caterino), che parlano della sua ‘posizione di rilievo’ nel gruppo Setola. Ha sulle spalle “numerosi e gravissimi delitti”La sua collaborazione è preziosa. Ma Alfiero ad un certo punto si blocca e si chiude nel totale silenzio, avvalendosi della facoltà di non rispondere. Non per le pressioni del clan, non per le voci che cominciano a girare e che vengono raccolte da sua moglie.

Il killer del clan Bidognetti, Massimo Alfiero, dopo aver espresso la decisione di parlare, di vuotare il sacco, di raccontare il suo interessante punto di vista viene bloccato dalla sua donna. Da sua moglie, dalla madre dei suoi figli. Tutto è stato registrato dagli inquirenti grazie alle intercettazioni ambientali, le ‘cimici’ azionate durante i colloqui in carcere. La signora Alfiero decide di rinunciare al programma di protezione, anche per sua figlia. È decisa, suo marito non deve parlare. Non deve mettere in pericolo la famiglia. Il ‘sistema’.

I due si incontrano in carcere per il colloquio. La Corvino lo smonta“Adesso ti stanno facendo vedere solo rose e fiori… è vero o no? […]“tu sei un uomo… prima hai parlato… poi non hai detto niente”. […] “tanto tu esci… esci e stai insieme a noi… passeranno per dirti sei… sette anni quanto ci manca”. Fine pena mai, ergastolo per il killer che voleva diventare collaboratore.

Tre ergastoli nel rito abbreviato. Rispettivamente per Massimo Alfiero (il killer), per Giovanni Bartolucci (componente del commando e organizzatore) e per Davide Granato (ha partecipato all’organizzazione, assumendo il ruolo di ‘specchiettista’). Proprio quest’ultimo, nell’udienza del 4 dicembre del 2012, rende delle spontanee dichiarazioni. Ammette le sue responsabilità e consegna un appunto: “prima di tutto chiedo scusa a Dio per aver fatto male a una sua creatura, poi chiedo scusa alla famiglia intera della vittima per avergli arrecato tantissimo dolore. So benissimo che non sarà facile essere perdonato per l’ignobile azione, però da parte mia con un atto di coraggio mi assumo la mia responsabilità per aver partecipato a questo efferato delitto ed essere sottoposto al giudizio di questo tribunale per non sfuggire alle mie colpe. Ancora chiedo scusa alla famiglia Noviello e all’intera società e mi dissocio da qualsiasi contesto mafioso ed in particolare dal clan dei casalesi”.

Parole sprecate, inutili.

“Quanto al motivo abietto così come contestato deve ritenersi spregevole che una vita umana sia stata soppressa per una vicenda risalente nel tempo e peraltro ormai definita al fine di dare un segno della forza della criminalità. Con l’omicidio del Noviello si è voluto inviare un messaggio terribile alla collettività: i soggetti colpiti da misure cautelari e condanne, anche a distanza di tempo, si vendicano contro di coloro che, rispettosi della legge, hanno denunciato alle Istituzioni i torti subiti”. Il rito ordinario, per gli altri sette imputati, è arrivato alle battute conclusive.

Nell’udienza del 3 aprile, per la prima volta il killer sanguinario Setola risponde alle domande del PM della DDA di Napoli, Alessandro Milita. A modo suo. Definendosi, scrive Il Mattino, un capro espiatorio “messo in mezzo dagli infami che hanno fatto il mio nome per avere protezioni e soldi, facendomi ottenere condanne ingiuste. Per lei e il PM Sirignano ho fatto tutto io, ma con la coscienza sono a posto”‘O cecato è stato condannato, sino ad oggi, a otto ergastoli per 15 omicidi. Una coscienza impregnata di sangue.

“Sono loro che devono andare via!”

“Quante volte, in famiglia, abbiamo parlato e discusso di lasciare il territorio. Mio padre era sempre contrario, ‘non devo andare via io, solo loro che devono andare via’. Questa scelta la vedeva come una sconfitta. Lui non ha offeso nessuno, si è difeso da un attacco. Cosa prevede la legge? La denuncia? Questo ha fatto mio padre, ha rispettato la legge”.

Ma lo Stato come si è comportato con Domenico Noviello? È stato fatto tutto il possibile? Poteva essere ancora protetto? “Il Noviello – si legge nelle motivazioni – è stato sottoposto a misure di sicurezza sino all’estate del 2003 e tuttavia aveva continuato a temere per sé e per i familiari, oltre a convivere con il senso di colpa per non essere riuscito ad andare oltre, come testimoniato dal rinvenimento di fogli manoscritti da consegnare alla polizia in caso di morte violenta”.

Si poteva fare di più?

“Siamo stati abbandonati dallo Stato”, risponde Massimiliano, “mio padre incontra le associazioni, inizia a capire che l’isolamento lo porta in uno stato di abbandono. In un’intervista a mia madre si sente la voce di mio padre: ‘diglielo che lo Stato ci ha abbandonati, che ci sentiamo soli’. Mio padre lo ha sempre dichiarato. Non ha fatto questa scelta per lo Stato, ha fatto questa scelta perché amava essere libero. Ci facevano pesare anche il rinnovo del porto d’armi, a volte mio padre chiedeva di essere accompagnato e spesso e volentieri si trovava senza protezione. Soffriva questa cosa, tutti gli altri pagavano, lui era visto come la mosca bianca, il marziano del posto”. Ma Massimiliano non si sente abbandonato dallo Stato, lo dice chiaramente: “a seguito della morte di papà, tutto posso dire, ma non di essere stato abbandonato dallo Stato. Forse si sono accorti della ‘gaffe’ che hanno fatto, infatti hanno conferito la Medaglia d’oro al valor civile prima della sentenza. Mio padre è stato abbandonato, è stato utilizzato, abbiamo partecipato attivamente agli arresti. Invece io no, io ho avuto tutto e subito. Non posso lamentarmi e attaccare lo Stato”.

Il 17 marzo del 2009 il presidente della Repubblica ha  conferito alla famiglia la Medaglia d’oro al Valor Civile. A Castel Volturno è stata intitolata una piazza, per non dimenticare una vittima di camorra, un cittadino onesto.

Morto per il rispetto della legalità.

Tratto da «Testimoni di Giustizia. Uomini e donne che hanno sfidato le mafie» di Paolo De Chiara, Perrone Editore, Roma, 2014

da WordNews.it

Voto di scambio? “Avevo già denunciato i legami con la camorra”

«Il problema sono gli anticorpi. Ma purtoppo», spiega il testimone di giustizia Gennaro Ciliberto, «non c’è neanche il vaccino».

di Paolo De Chiara

Era il 14 maggio del 2017. L’agenzia Ansa diffonde le dichiarazioni del testimone di giustizia Gennaro Ciliberto, che anticipa gli eventi e denuncia al viceministro Bubbico una drammatica situazione: «nella mia amata città l’11 giugno 2017 si svolgeranno le elezioni comunali ma in questi ultimi giorni la democrazia ha subìto un vero e proprio attacco». Il riferimento è alle elezioni amministrative per il rinnovo del consiglio comunale di Somma Vesuviana. «Organi di stampa hanno riportato le dichiarazioni di Carmine Mocerino, presidente della commissione anticamorra della Regione Campania, che ha parlato di clima ostile e intimidazioni, tanto che ha portato a conoscenza di tutto il Prefetto di Napoli. Non possiamo permetterci di lasciare dubbi sull’espressione democratica del voto. Non possiamo non scoprire ove ci fosse un interesse della camorra ad entrare nella vita politica. Non si può accettare che un partito come il PD si arrenda (ritirato all’ultimo momento dalla competizione elettorale, nda). Somma Vesuviana non può essere abbandonata». Un allarme finito nel vuoto. Non raccolto da nessuno. L’8 settembre dell’anno successivo il testimone scrive al sindaco di Somma Vesuviana, Salvatore Di Sarno; al segretario generale; al presidente del consiglio comunale e a tutti i consiglieri e per conoscenza alla prefettura di Napoli, chiedendo una «verifica sulle certificazioni prodotte dai consiglieri comunali in materia di eleggibilità» e l’istituzione di una «commissione interna presieduta dal segretario generale e nella quale vi siano componenti della Prefettura di Napoli». Quindici mesi dopo le elezioni amministrative Ciliberto non lascia la presa e chiede se «ci sono consiglieri comunali che abbiano precedenti penali o carichi pendenti in corso e se tali precedenti sono stati menzionati nella certificazione di eleggibilità». Anche questa volta la richiesta cade nel vuoto.

Febbraio 2020: ecco il terremoto annunciato. Arriva la notizia del voto di scambio. Denaro in cambio di voti. Pacchetti di voti. La documentazione raccolta dagli inquirenti (tra cui intercettazioni ambientali e conversazioni telefoniche) sta preoccupando, e non poco, alcuni consiglieri comunali, candidati, politici, funzionari e imprenditori. L’indagine è stata avviata nel 2017. Ed ecco la nuova testimonianza di Gennaro Ciliberto: «Abbiamo un prima e un dopo. Il prima è durante le elezioni, quando ho scritto al ministero dell’Interno e al Prefetto di Napoli Pagano. Il dopo riguarda l’attività investigativa, che è durata quasi tre anni: ci sono i nomi, ci sono i rinvii a giudizio e il capo di imputazione, tra i più gravi, è il voto di scambio che vede gruppi della camorra aver venduto pacchetti di voti». Della situazione è stato informato, con una comunicazione, anche il presidente della Commissione Antimafia. «In modo tale che il presidente Morra possa audire i diretti interessati, per fare luce. C’è un percorso della magistratura, ma c’è anche una politica che dovrebbe dare risposte ed avere degli anticorpi».

Questa politica, a cui fa riferimento, possiede gli anticorpi?

«A livello locale di Somma Vesuviana non ci sono gli anticorpi, ma purtroppo non c’è neanche il vaccino. Non c’è la volontà di scoprire, non c’è la volontà di capire. C’è un’omertà diffusa. Le persone che denunciano sono poche, vengono discriminate e chi denuncia viene isolato. Non ci dimentichiamo che durante la campagna elettorale qualcuno disse che la mia presenza sul territorio di Somma Vesuviana con la scorta era un qualcosa di dispendioso,si buttavano i soldi per la mia protezione. E questo atteggiamento venne ribaltato su Facebook, dove mi offesero e mi minacciarono».

Perché c’è questa mancanza di volontà?

«C’è una cappa criminale che, purtroppo, è presente. Lo dimostrano le ultime indagini, dove sono usciti i nomi di determinati personaggi politici. La domanda che rivolgo a tutti gli abitanti di Somma è questa: “se non ci fosse la camorra, se non ci fossero le minacce, se non ci fosse un potere criminale di cosa aver paura?”. Il problema è che a Somma non si parla. Non si parla per la strada, non si parla nei luoghi di aggregazione, non si parla in consiglio comunale. Non si parla di camorra. Il primo cittadino (Salvatore Di Sarno, nda), in più occasioni, ha sminuito la presenza della camorra sul territorio, nonostante l’Arma dei carabinieri, in particolare i militari di Castello di Cisterna, lo hanno dimostrato con le indagini, portando alla sbarra il gruppo criminale D’Avino, ancora egemone nella città, che ha condizionato il voto. E continua a farlo».

Il primo cittadino per lei, quindi, non è impegnato sul fronte anticamorra?

«Lui è un maresciallo maggiore della guardia di finanza. Una persona che dovrebbe avere il fiuto, il sentore, le capacità per poter ascoltare i primi lamenti delle persone. Anche nelle ultime indagini, a Somma Vesuviana, c’è stata la poca collaborazione degli imprenditori. Lui (Di Sarno, nda) detiene la delega alla legalità, delega che aveva promesso di dare a me, nonostante le ingerenze nella sua coalizione».

Cosa si può dire ai cittadini sommesi?

«I cittadini sommesi sono indignati e nauseati. Sono stato l’unico a denunciare e a pubblicare un video molto compromettente. Parliamo di personaggi con parenti uccisi per camorra, con parenti condannati con l’aggravante dell’articolo 7. Esiste anche una moralità, un prendere le distanze. Se una persona perbene si fa vedere in un bar con un camorrista certamente non è un bel segnale. I “santini” elettorali sono stati trovati nelle macchine dei pregiudicati, per telefono parlavano di pacchetti di voti comprati. Proprio a Somma c’è stata la cosiddetta “alzata della posta”: tu vendi il voto a me, io te lo pago 60, 70 euro e chiudiamo l’accordo».

Nella lettera inviata al presidente Morra si legge testualmente: “il voto popolare libero è stato compromesso”. Ma non emerge anche una chiara responsabilità da parte dei cittadini-elettori?

«Sicuramente c’è una responsabilità. Ma dobbiamo anche aggiungere che quando una brava persona si reca al seggio elettorale e vota, a prescindere dalle sue idee politiche, esercita il suo diritto in libertà. Il problema sorge quando si muovono le masse dietro un pagamento di soldi, con la pressione della camorra che minaccia e controlla il voto. E chi non si adegua viene punito. L’effetto è micidiale. In questo caso ci deve stare l’aggravante mafiosa. Così si perde la libertà di voto e un popolo rimane sotto ricatto. Ci sono stati dei pestaggi, ci sono state delle macchine rotte. Ma nessuno ha denunciato, perché c’è dietro un clan della camorra che spara, che colpisce. E nelle nostre zone fa ancora paura. Da una parte mi sento di condannare un popolo perché alla fine non riesce a ribellarsi, però dall’altra parte la condanna diretta va alla politica. A quella politica locale che, nemmeno in campagna elettorale, ha avuto il coraggio di dire che “la camorra è una montagna di merda”. È un segnale chiaro dire da un palco, durante un comizio, “i voti della camorra non li vogliamo”. Purtroppo queste parole non si sono udite. C’è, però, l’intenzione di mettere un’ombra su un’inchiesta giudiziaria con intercettazioni che sciolgono qualsiasi dubbio».

Sulla questione degli abusi edilizi, denunciati negli scorsi mesi, cosa possiamo aggiungere?

«La risposta del Sindaco attuale è arrivata a mezzo stampa. Ha dichiarato che avrebbe conferito l’incarico agli uffici preposti per gli accertamenti. Oltre ad inviare le denunce, ho provveduto a inviare anche le foto delle piscine, che ricadevano nella proprietà di noti politici, di noti imprenditori del vesuviano, di persone della cosiddetta Somma bene. Ma su questa cosa il Sindaco è stato distratto. Ad oggi non è dato sapere se ci sono stati dei provvedimenti contro questi abusi. Una cosa però è certa: sull’albo pretorio del Comune di Somma Vesuviana non c’è nessuna ordinanza di ripristino dei luoghi. Oggi posso dire serenamente che la denuncia che ho fatto al Sindaco non è stata accolta e non posso esprimermi su quella fatta all’autorità giudiziaria».

Ad oggi gli abusi edilizi non sono stati sanati. È corretto?

«Sono ancora esistenti. Sono nella proprietà di personaggi politici importanti, anche di qualche familiare coinvolto in questa indagine (voto di scambio, nda) e, magari, questi abusi edilizi sono stati anche una forma di ricatto».

Verso chi?

«Verso un modus operandi che vigeva. Il problema è che l’abuso edilizio diventa anche un motivo di ricatto, di scambio di voti».  

Il silenzio istituzionale si è registrato anche sulla vicenda del rinvenimento dei sette proiettili?

«Il Sindaco è un mio amico, una persona che conosco da vent’anni. Ho comunicato la notizia all’uomo delle Istituzioni e all’amico, ma non c’è stata risposta, nemmeno un “mi dispiace”. Non c’è stato un “ti saremo vicini”. Non c’è stato nulla, nulla di nulla. I sette proiettili sono stati rinvenuti con il personale di scorta presente, durante la mia permanenza a Somma Vesuviana. È vero che sono impegnato in altri procedimenti contro la criminalità organizzata, però mi sento di dire che, purtroppo, per come erano i fatti e per come sono stati rinvenuti i proiettili mi sarei aspettato una vicinanza del Sindaco e dell’intera amministrazione di Somma Vesuviana. Ma c’è stato silenzio, un silenzio che diventa ancora più ombroso, ancora più pericoloso. Perché non dimostrare vicinanza a un testimone di giustizia?  L’ostilità del Sindaco si è vista anche in altri comportamenti, negando la sala del consiglio comunale per patrocinare un evento importante sulla legalità. Siamo stati costretti a ricorrere a una sala ecclesiastica, per volontà di un parroco che non c’è più. Anche in quella occasione si è registrata la totale chiusura del Sindaco. Ma la legalità è amica di questo Sindaco? O costituisce un pericolo?»

Lei ha chiesto le dimissioni dell’amministrazione di Somma Vesuviana. Non sarebbe il caso di attendere le sentenze?  

«Sì, lo confermo. Anche un piccolo dubbio, una piccola situazione che avrebbe potuto compromettere la libertà di voto, deve portare alle dimissioni. Se attraverso le intercettazioni telefoniche è stato accertato dalla magistratura questo scambio di voti, con il massimo rispetto per l’innocenza fino al terzo grado di giudizio, il Sindaco con un bagno di umiltà dovrebbe sciogliere questo consiglio comunale, mandare a casa questa amministrazione e ritornare alle urne. Da tempo, attraverso l’ufficio protocollo, avevo richiesto che tutti i consiglieri comunali e tutti gli assessori producessero il loro certificato di carichi pendenti. La risposta è arrivata solo da tre persone. Dov’è, allora, questo principio, tanto osannato, della legalità?»

Nella mattinata del 4 febbraio 2020 è stato contattato il sindaco di Somma Vesuviana, Salvatore Di Sarno. Lo stesso non ha ritenuto opportuno rilasciare alcuna dichiarazione.

da WordNews.it

Link: https://www.wordnews.it/voto-di-scambio-avevo-gia-denunciato-i-legami-con-la-camorra

Ignazio Aloisi, infangato dalla mafia

“Ignazio Aloisi è stato lasciato solo, è stato abbandonato dallo Stato, che non ha fatto il suo dovere e continua a non farlo, perseverando nella sua condotta. Chiediamo che venga riconosciuto il sacrificio fatto da mio padre, che ha sacrificato la sua vita per la verità e la giustizia”.

di Paolo De Chiara

Domenica 27 gennaio 1991. Allo stadio comunale di Messina si sta giocando la partita di serie B tra la squadra di casa e il Verona. L’entusiasmo è alle stelle, i tifosi messinesi possono festeggiare una bella vittoria: un secco tre a uno. Tra gli spalti è festa. Intorno alle 16:30 anche Ignazio Aloisi in compagnia di Donatella, la sua bambina di 14 anni, e dei suoi amici Paolo, Salvatore, Giuseppe e Giovanni esce dalla curva sud dello stadio. Quando il Messina vince è d’obbligo una sosta presso la vicina pasticceria. Le vittorie si devono festeggiare, comprare le paste è diventata una piacevole consuetudine. Ma quella domenica la pasticceria è chiusa.

Oggi è la figlia Donatella, una donna forte e combattiva, che racconta quella giornata. “Subito dopo la partita abbiamo cominciato a fare la solita strada, quella che facevamo a piedi tutte le domeniche. Avevamo l’abitudine di fare il percorso a piedi. Qualche centinaio di metri prima abbiamo imboccato una scorciatoia e dalla strada principale ci è venuto addosso questo tizio, a viso coperto, che ha preso mio padre dal collo del giubbotto e ha sparato tre colpi di pistola. Ero mano nella mano con mio padre, ci eravamo scambiati le ultime parole. Quella domenica mi aveva promesso che mi avrebbe comprato la bandiera del Messina, ricordo ancora le ultime sue parole: ‘non preoccuparti, la compreremo la prossima domenica’. Mio padre cadde per terra e morì subito”.

Donatella è una ragazzina ha 14 anni. Non si rende subito conto del dramma, della punizione inferta al suo papà. “Ingenuamente pensai, sentendo i colpi che si trattasse di quelle bombette che si sparano a capodanno. D’istinto mi coprii le orecchie, ho ancora terrore di queste cose, poi mi resi conto di quello che era successo. Mi misi a urlare, pensavo si potesse fare ancora qualcosa, speravo che chiamando un’ambulanza si potesse fare qualcosa. Mi riportarono verso casa”. Tre colpi di revolver, calibro 38, sparati nelle parti vitali dell’uomo. Un’esecuzione pubblica, davanti a tutti, agli amici, alla figlia che teneva il padre per la mano. L’assassino spara, approfitta dello scompiglio, delle urla, della curiosità della gente e scappa. Nessuno sarà in grado di descriverlo. Solo informazioni superficiali: statura medio alta, corporatura robusta, indossava un cappotto, un berretto e una maschera di carnevale che copriva l’intera testa.

Secondo la consulenza necroscopica, disposta dal pubblico ministero ed eseguita dal dott. Giulio Cardia, “Aloisi era stato attinto al torace da un proiettile ed al capo da due proiettili così che uno di questi ultimi aveva provocato gravissime lesioni cranio-encefaliche dalle quali era derivata immediatamente la morte per arresto cardio-circolatorio”.      

“Subito dopo l’omicidio – racconta Donatella – mi portano a casa, ricordo che mia madre, la stessa sera, disse in questura che era stato Pasquale Castorina a uccidere mio padre, o comunque c’era lui di mezzo. L’unico episodio della vita di mio padre era stata quella testimonianza della rapina subita nel 1979. Le parole di mia madre servirono a poco, non si arrivò a nulla”.

La rapina e la testimonianza

“Mio padre, una guardia giurata, stava effettuando un servizio di scorta con un furgone portavalori. Presso un casello dell’autostrada subisce una rapina e viene anche colpito con il calcio della pistola, gli vengono rubate le chiavi di casa e gli viene sottratta la pistola. Vede uno dei rapinatori in faccia”. È Pasquale Castorina, lo riconosce, lo denuncia. “Castorina è un mafioso della mia città, affiliato del clan Sparacio. Il capo della zona del quartiere dove abitavo io, la zona sud di Messina. Era lui che controllava tutta la zona, lui, il nipote, il genero, tutta una cerchia familiare. Un clan che si dedicava allo spaccio di droga, rapine, estorsioni, di tutto di più”.

Ignazio dopo la rapina ai danni del Consorzio autostradale Messina-Palermo decide di denunciare. “Fa la sua testimonianza e, purtroppo, viene effettuato un riconoscimento in carcere, viso a viso, senza usare quelle tutele che esistono oggi. Non viene presa nessun tipo di tutela nei confronti di mio padre, viene fatto questo confronto faccia a faccia e, in quella sede, davanti alle forze dell’ordine, Pasquale Castorina minaccia mio padre. Le minacce di morte, come spiega la figlia Donatella, non vengono prese in considerazione dalle autorità presenti, “sono cose che si dicono nei momenti di rabbia, non faccia caso a quello che ha sentito”. Aloisi non è protetto da nessuno, si è esposto senza alcuna garanzia. Subisce intimidazioni, minacce, lo avvicinano, lo invitano a ritrattare. “Prima che mio padre facesse la sua testimonianza in tribunale, quella mattina, esplodono dei colpi di pistola all’interno del cortile del nostro condominio. Un chiaro segnale. Venne anche contattato da amici di Castorina per convincerlo a ritrattare la sua testimonianza, però mio padre ha proseguito, convinto di quello che stava facendo, confermando la sua testimonianza in tribunale”.

Il 16 gennaio del 1982 Pasquale Castorina viene condannato dalla Corte di Appello di Messina per la rapina aggravata. Nella sentenza viene messo in risalto il comportamento di Ignazio Aloisi e il fondamentale  riconoscimento (fatto in carcere), “determinante ai fini della condanna”.

I collaboratori di giustizia

“Parecchi mesi prima che mio padre venisse ucciso ricevevamo, in continuazione, telefonate a casa senza sentire nulla dall’altra parte. Telefonate silenziose. Almeno questo accadeva quando rispondevamo io, mia madre, mia sorella. Abbiamo fatto anche la denuncia ai carabinieri. Tutto ad un tratto queste telefonate finiscono e mio padre viene ucciso”.

Le indagini non portano a nulla. Per due anni solo silenzio. Nel 1993 la svolta. I particolari del fatto vengono riferiti “con autonome rivelazioni”, si legge nelle motivazioni della sentenza di primo grado, da tre collaboratori di giustizia: Umberto Santacaterina, Marcello Arnone e Ignazio Aliquò, tre soggetti – scrivono gli inquirenti – dissociati dalle consorterie criminose. Viene emesso l’ordine di custodia cautelare a carico dei tre, che vengono rinviati a giudizio davanti alla Corte di Assise di Messina per concorso, “nella diversa rispettiva veste di mandante, di esecutore materiale e di fiancheggiatore”, nell’omicidio premeditato e per i reati di porto e detenzione illegale di arma da fuoco.     

“Mia madre aveva detto subito quali fossero le sue certezze. Hanno preso atto delle parole di mio padre, ma non hanno potuto fare nulla, solo grazie a tre collaboratori di giustizia nel 1993 Pasquale Castorina viene accusato dell’omicidio”. Tutti e tre indicano come mandante dell’omicidio Pasquale Castorina. Doveva vendicarsi della pesante condanna, “subita in dipendenza di una deposizione resa a suo carico dallo Aloisi”. Per i collaboratori l’omicidio è stato materialmente eseguito da Pasquale Pietropaolo, nipote del Castorina, aiutato da Ignazio Erba, alla guida di un auto pronto per la fuga.

Durante il processo i mafiosi giocano la carta della diffamazione, cercano di mettere in cattiva luce la condotta di Ignazio Aloisi, “ucciso per una questione di donne”. Una tecnica collaudata e utilizzata tantissime volte dalle organizzazioni criminali per depistare, per screditare l’avversario. La falsa testimonianza di Marcello D’Arrigo non sortisce nessun effetto, mancano i riscontri. “È palese – si legge – che sussistono precisi e sufficienti elementi di prova per affermare le responsabilità del Castorina Pasquale e Pietropaolo Pasquale in ordine ai fatti loro in concorso ascritti, principalmente perché il primo confessò apertamente sia al Santacaterina che allo Arnone il suo ruolo di mandante dell’uccisione dello Aloisi, mentre il secondo confessò allo Arnone di essere stato l’esecutore materiale del delitto”. Per Ignazio Erba non c’è la necessaria certezza, non ci sono le prove, “tale dubbio impone l’assoluzione dello Erba Ignazio da ogni addebito”.

Per Castorina e Pietropaolo viene esclusa l’aggravante della premeditazione, anche in questo caso, manca la prova. Il 15 aprile del 1994 la Corte di Assise di Messina dichiara Pasquale Castorina (il mandante) e Pasquale Pietropaolo (l’esecutore materiale) colpevoli e condanna, entrambi, alla pena di ventisei anni di carcere, con l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e quella legale durante l’espiazione della pena detentiva. La Corte assolve Ignazio Erba “per non aver commesso il fatto e ne ordina la scarcerazione” se non detenuto per altri reati.  

“In primo grado – spiega Donatella – si dichiarano estranei ai fatti, cioè che non conoscevano mio padre. Sono andata a testimoniare in tribunale. L’unico sbaglio che, allora, fece mia madre, che si ritrovò con due ragazzine piccole, fu quello di non essersi costituita parte civile nel processo. L’avvocato di allora ci consigliò di non intraprendere questa strada, abitando nello stesso quartiere, con due figlie piccole. Così mia madre prese questa decisione, io e mia sorella eravamo piccole. La giusta decisione sarebbe stata quella di costituirsi parte civile, così Castorina ci avrebbe pensato due volte ad accusare mio padre di complicità in quella rapina”.

Una ferita ancora aperta

“Tra il primo e il secondo grado di giudizio viene attuata una strategia diversa. Danno una visione diversa della situazione, nel senso che mio padre viene accusato, da Pasquale Castorina, di essere complice di quella rapina. Si assumono la responsabilità dell’omicidio, dicendo che mio padre non era una vittima innocente ma un complice della rapina. Cercando di far assumere questa connotazione all’omicidio. Pasquale Castorina dichiarò che aveva ucciso mio padre perché non era rimasto soddisfatto del bottino della rapina e per questa insoddisfazione per la spartizione ha testimoniato. Il giudice nella sentenza ha scritto: ‘indicazione credibile’. Una cosa gravissima viene riportata nella sentenza, solo perché mio padre e Castorina abitavano nello stesso quartiere”. I due condannati Castorina e Pietropaolo ricorrono in appello. Durante il dibattimento gli imputati rendono delle dichiarazioni spontanee. Ammettono le loro responsabilità, si dichiarano responsabili dell’omicidio.   

Nel corso del secondo grado di giudizio sbuca fuori la tesi di Pasquale Castorina, che “ha confermato di avere voluto la morte dello Aloisi per vendicarsi della testimonianza dello stesso resa in quel vecchio procedimento, ma ha precisato che la vera ragione del suo rancore risiedeva nel fatto che il detto Aloisi era stato, nella realtà, suo complice nella progettazione ed esecuzione della rapina ed aveva poi testimoniato a suo carico soltanto poiché nella spartizione del bottino (risultato notevolmente inferiore all’entità garantita dallo Aloisi stesso) non aveva ottenuto la parte da lui sperata ed inizialmente promessagli”.

Dopo le accuse ripetute e smentite durante le fasi del primo grado di giudizio, “questioni di donne”, un nuovo piano per screditare un morto ammazzato, senza nessuna difesa. I familiari, seguendo le indicazioni dell’avvocato di fiducia, hanno rinunciato a costituirsi parte civile. Gioco facile per la mente ‘perversa’ di Castorina. “Per quanto riguarda l’indicazione del movente, le dichiarazioni – scrive il presidente della Corte d’Assise d’Appello di Messina, Bruno D’Arrigo – del Castorino non contraddicono quelle dei collaboratori di giustizia, ma apportano ad esse una ulteriore, e attendibile, specificazione. Il movente – continua D’Arrigo – rimane la vendetta per la deposizione resa dallo Aloisi nel processo per la rapina al casello dell’autostrada; ma la vendetta – ecco il passaggio fondamentale e contraddittorio – non si riferisce alla deposizione resa da una vittima della rapina, ma a quella, costituente tradimento, resa da un complice di quella impresa delittuosa”. La figura del testimone Ignazio Aloisi esce fortemente compromessa. Nella sentenza si parla di “indicazione credibile” da parte del mafioso Castorina. Aloisi, per la Corte d’Assise d’Appello di Messina non è una vittima, ma un complice, per giunta ‘opportunista’.        

Il 10 aprile del 1995 la Corte d’Assise d’Appello di Messina conferma l’impianto accusatorio, riducendo la pena, per entrambi gli imputati, a 22 anni di reclusione. La Corte di Cassazione con sentenza del 20 novembre 1995 dichiara inammissibili i ricorsi e condanna i ricorrenti alle spese. Ma il marchio infame della complicità resta. Nero su bianco.      

La lettera del Procuratore

“Abbiamo più e più volte presentato istanze al Ministero dell’Interno per fare in modo che il sacrificio di mio padre venisse riconosciuto e che venisse riconosciuto come vittima di mafia, ma invece ci siamo sempre viste sbattere le porte in faccia, ci sono sempre state risposte negative da parte del Ministero. L’anno scorso abbiamo dovuto fare ricorso al Tar perché il decreto del Ministero è arrivato nell’aprile del 2013. Nel frattempo è trascorso il 23° anniversario della morte di mio padre e stiamo qui ad attendere queste notizie”. La famiglia non ci sta, vuole far emergere la verità. Ignazio Aloisi non è un mafioso, ma una persona perbene, che ha fatto solo il suo dovere. Ha denunciato, nonostante le intimidazioni, le minacce, i colpi di pistola. Sua moglie Rosa, le sue figlie Donatella e Cinzia non si sono fermate.

“Qualche anno fa abbiamo denunciato Pasquale Castorina per calunnia, in modo che venisse riaperto il processo e venissero fatte le indagini. Ha accusato mio padre di essere il complice della rapina. Sono state riaperte le indagini, Pasquale Castorina è stato interrogato, pochi anni fa, e cambia nuovamente versione. Mette in mezzo un certo Salvatore Longo, che viene interrogato e dice di non sapere neanche chi fosse Ignazio Aloisi, dice ‘non lo conosco, non so se questo tizio avesse un ruolo nella rapina’. Castorina viene rinviato a giudizio però, purtroppo, sono trascorsi più di quindici anni e, quindi, il reato è estinto per avvenuta prescrizione. Il Castorina poteva rinunciare alla prescrizione per affrontare il processo, ma non l’ha fatto. La calunnia c’è, ma è estinta per prescrizione”.         

Il 14 aprile del 2009 arriva la richiesta di rinvio a giudizio per Pasquale Castorina, formulata dalla Procura della Repubblica di Messina. È il pubblico ministero Vincenzo Barbaro che chiede l’emissione del decreto che dispone il giudizio nei confronti dell’imputato per il reato di calunnia. “Perché – si legge nella richiesta  del PM – pur sapendolo innocente, nelle dichiarazioni spontanee rese davanti la Corte di Assise d’Appello di Messina, nel processo a suo carico per l’omicidio di Aloisi Ignazio, accusava quest’ultimo del reato di concorso nella rapina commessa il 3 settembre 1979 in danno del Consorzio Autostradale Messina-Palermo”.

La prescrizione corre in soccorso di Castorina. Il reato è estinto. Ma prescrizione non vuol dire assoluzione.    

da WordNews.it

Link: https://www.wordnews.it/ignazio-aloisi-infangato-dalla-mafia

#IHD, successo a Catania

#iohodenunciato
Grande evento a Catania.
#cinemaset
Una sala strapiena di giovani.
#film

Un gruppo straordinario! Forza, la strada è lunga. Ma artisticamente e professionalmente piacevole e intrigante.
Cinema, Cultura, Cultura e Legalità.
Grazie di cuore a tutti!!!

IO HO DENUNCIATO #trailer

IO HO DENUNCIATO. La drammatica vicenda di un testimone di giustizia italiano.

scritto da Paolo De Chiara

diretto da Gabriel Cash

prodotto da CinemaSet

Con Dario Inserra, Simona Di Sarno, Matteo De Buono, Matteo Lombardi, Cristian Moroni, Marilù De Nicola, Salvatore G. B. Grimaldi, Federico Baldini, Umberto Vita, Luca Mazzara, Roberta Conti, Marisa Vagnarelli, Silviu Ioan, Paolo Leoncavallo, Rita Lo Nardo, Fabrizio Barbato, Massimiliano Crocetti, Federico Moro, Silvia Terriaca.

Sceneggiatura di Paolo De Chiara

Aiuto regia Riccardo Trentadue

Suono di ripresa diretta Sandro Chillemi

Musiche originali Francesco Balzano e Lips Desire

Make up artist Jessica Reitano

Segretaria di edizione Michela Caprio

Produttore esecutivo Gabriel Cash

Genere: Drammatico

Procuzione: Italia, 2019

www.iohodenunciato.it   

IO HO DENUNCIATO è una rappresentazione realistica delle tante problematiche riferite e denunciate da chi ha speso la propria vita nella lotta contro il male. La vicenda umana raccontata tocca le corde più delicate della sua esistenza: la disperazione, le paure, le incertezze, le pressioni, i rapporti con la famiglia, con gli amici, con i parenti. I legami lavorativi distrutti. La scelta forzata di abbandonare la propria terra, provando a costruire con fatica una nuova esistenza, completamente slegata dalla precedente. Il testimone scivola velocemente in un vortice infernale, perde la sua dignità, la sua identità e la sua libertà.

Una vita devastata, reinventata, pianificata, studiata a tavolino.

La storia, liberamente ispirata alla vicenda realmente accaduta all’imprenditore italiano, è stata scritta per raccogliere il grido disperato d’aiuto, per far emergere le positività ma, soprattutto, le tante difficoltà che devono affrontare e subire i testimoni di giustizia italiani, assieme alle loro famiglie; per migliorare un sistema che presenta carenze significative nella salvaguardia di chi ha denunciato le mafie; per portare molte altre persone a denunciare.

È un dovere testimoniare, ma è un diritto essere tutelati e rispettati. 

da WordNews.it

Link: https://www.wordnews.it/io-ho-denunciato-il-trailer

Appalti e camorra, tutti rinviati a giudizio

Il processo romano ruota intorno ai lavori pubblici dati in appalto alla camorra, alle false certificazioni e al reato di attentato alla sicurezza dei trasporti.

di Paolo De Chiara

ROMA. È arrivato il rinvio a giudizio per tutti gli imputati del processo di Roma, partito grazie alle dichiarazioni del testimone di giustizia Gennaro Ciliberto. Tutti i capi di imputazione sono stati confermati dal Gup Attura, durante l’udienza di questa mattina. Nemmeno questa volta, nelle gabbie, si sono presentati i due esponenti della famiglia Vuolo, Mario e Pasquale, padre e figlio. Per la verità, nemmeno il loro legale si è fatto vedere. Il processo romano ruota intorno ai lavori pubblici dati in appalto alla camorra, alle false certificazioni e al reato di attentato alla sicurezza dei trasporti. Il Gup si è ritirato in camera di consiglio per ben due volte, per rispondere alle richieste degli avvocati degli imputati. In entrambi i casi, il giudice per l’udienza preliminare, ha bocciato la richiesta di improcedibilità, confermando i capi di imputazione e la costituzione delle parti civili. È stata ammessa, infatti, quella dello stesso testimone di giustizia, dell’Associazione Caponnetto,  dell’Associazione AssoConsumatori e di Autostrade. Anche se Ciliberto ha richiesto i danni, proprio, ad Autostrade e a Pavimental, perché i dirigenti erano funzionari delle due società. Quindi, dopo snervanti rinvii, è arrivato il rinvio a giudizio per Mario Vuolo, Pasquale Vuolo, Vittorio Giovannercole, Riccardo Scorsone, Gianni Marchi, Pasquino Stati, Vincenzo Esposito, Giuseppe Pace, Agostino Cafiero, Antonino De Angelis, Giuseppina Cardone. La prossima udienza è stata fissata per mercoledì 1 aprile 2020. «Dopo circa otto anni – ha affermato il testimone di giustizia Gennaro Ciliberto -, dopo migliaia e migliaia di pagine, dopo le attività investigative di varie Procure, per me, questa è già una vittoria. In veste di denunciante e testimone di giustizia vedo confermate tutte le mie denunce. Senza le stesse mai nessun procedimento penale sarebbe partito».

È raggiante il testimone. «Già dal 2011 svelavo alla DIA di Milano il modus operandi, definito dalle Procure, criminale. Come dei camorristi, con la compiacenza di funzionari collusi, riuscivano a lavorare in appalti pubblici, nonostante le condanne per mafia passate in Cassazione e con una interdittiva antimafia, che vedeva coinvolta la ditta dei Vuolo e che la stessa società Autostrade nè era stata messa a conoscenza dalla Prefettura di Napoli. Interdittiva confermata dal consiglio di Stato, che diceva l’ultima parola, certificando il collegamento tra l’azienda di Vuolo e il clan sanguinario dei D’Alessandro. Il mio rammarico è che, nonostante le denunce e gli accertamenti da parte della polizia giudiziaria, le ditte di Vuolo hanno continuato a lavorare in Autostrade, ricevendo anche un appalto presso il carcere di Larino. Anche in questo caso le mie denunce, che vanno sino al 2015, hanno evitato che questo gruppo continuasse ad eseguire lavori».

E continua, con una punta polemica nei confronti delle istituzioni: «Non capisco come si possa abbandonare un uomo come me, che ha rotto le uova nel paniere a criminali e corrotti, facendo sequestrare milioni di euro, che sarebbero finiti nelle casse della camorra. Vengo abbandonato nella fase processuale più delicata, poiché tutte le denunce dovranno essere confermate in aula, durante il contraddittorio. In quella sede troverò quindici avvocati ed io, testimone di giustizia, sarò solo. Senza neanche lo Stato al mio fianco. Quello Stato che parla tanto di giustizia, che parla tanto di revoca della concessione autostradale. Stranamente il ministero delle Infrastrutture, insieme alla Presidenza del Consiglio, non si è costituito parte civile in questo procedimento. Sono certo di avere dato tanto alla giustizia e allo Stato italiano. In cambio ho ricevuto la condanna a morte da parte della camorra che ha memoria e vendetta nei confronti di chi denuncia».

Ciliberto ha confermato la sua presenza per la prossima udienza. «Ci sarò il prossimo 1 aprile 2020 e come non sono mai mancato a nessuna udienza anche per la prossima sarò presente. In data odierna ho inviato l’ennesima mail al Presidente della Commissione Antimafia, senatore Morra, ma come da prassi lo stesso non risponde ad un testimone di giustizia che chiede solo di poter vedere crescere i propri figli per riuscire a dimostrare che la corruzione è il vero cancro che devasta la nostra Nazione». 

da WordNews.it

Link: https://www.wordnews.it/appalti-e-camorra-tutti-rinviati-a-giudizio

Dopo la puntata di Report revocata la scorta al testimone di giustizia Gennaro Ciliberto

Ha svelato la corruzione in Autostrade: “Ora ho paura”

«Sono nel mirino del clan D’Alessandro: hanno giurato di spararmi in testa»

Nella foto il testimone di giustizia Gennaro Ciliberto

di Paolo De Chiara

«Nessuno risponde, a nessuno interessa la mia situazione». È affranta la voce del testimone di giustizia Gennaro Ciliberto. Si sente isolato, senza alcun tipo di sostegno. Ha messo in discussione la sua vita per aver fatto una scelta netta e decisa. Ha denunciato la camorra nei lavori pubblici, i lavori fatti male, i crolli e le anomalie strutturali. In nove anni, il testimone, ha citato situazioni, ha prodotto prove sui lavori dati in appalto e in subappalto alle teste di legno, legate ad un clan camorristico di Catellammare di Stabia. Non ha solo denunciato i D’Alessandro e i Vuolo, ma ha coinvolto i funzionari di aziende pubbliche e private, compreso un generale dei carabinieri, legati ad un sistema di corruzione criminale. Anticipando, in diversi casi, anche alcuni crolli che poi, nel Paese del giorno dopo, si sono puntualmente verificati. Ha svelato le anomalie strutturali nelle opere pubbliche realizzate a Cinisello Balsamo, a Cherasco (nel 2008 è crollato il casello autostradale), a Rosignano, Senigallia, Settebagni, sull’autostrada A1, A11 e A12, dove i periti hanno attestato i “gravi cedimenti strutturali” e, quindi, il “grave pericolo”. Ma non solo. Tra le tante segnalazioni, ha indicato l’appalto sull’A22 per l’installazione delle barriere fonoassorbenti, l’appalto presso il carcere di Larino, informando la DDA di Campobasso.

Una montagna di carte e di prove consegnate agli investigatori. Ha spiazzato il “sistema” con un semplice, ma coraggioso, gesto. E cosa ha ricevuto in cambio? «A parte l’associazione Caponnetto, l’Anvu e alcuni giornalisti amici che non mi hanno fatto mancare il minimo affetto, devo sottolineare che dalle blasonate associazioni antimafia, compresa la stessa deputata Aiello, alla quale ho mandato un messaggio senza ricevere alcuna risposta, il presidente della commissione antimafia Morra che nemmeno ha risposto, si è registrato il totale silenzio. Lo stesso trattamento ho ricevuto dagli stessi testimoni di giustizia che lanciano continui appelli: “uniamoci, stiamo insieme”. Non sono solo deluso, ma cosciente che esistono determinati ingranaggi, dove non sono inserito, che mi condannano ad essere isolato, peggio della camorra. Questo fa molto male. In questi casi basta anche una parola, una telefonata. Ma il mio telefono è muto. Molti sanno, ma molti fanno finta di non sapere. Ho fatto un appello pubblico per l’udienza di giovedì (19 dicembre, nda) che si svolgerà presso il Tribunale di Roma, vediamo chi si presenta. Questa è la prova del nove. In questo Paese tutti vogliono parlare di lotta alla criminalità, tutti vogliono commemorare i morti, ma adesso che un testimone di giustizia vivo chiede aiuto intorno a lui c’è il vuoto».

La revoca della scorta al testimone di giustizia

Il verbale di notifica del Servizio Centrale di Protezione

Il 12 dicembre arriva la notizia. Sette giorni prima dall’udienza del processo che si sta svolgendo a Roma viene revocata la scorta al testimone di giustizia. L’unico teste di accusa. «Forse devo pagare per le mie dichiarazioni, per le ulteriori attività investigative che stanno svolgendo gli inquirenti. Sono un uomo morto». Ciliberto è abbattuto, dichiara di non credere più nelle Istituzioni, alle quali si è affidato. «L’Ucis (ufficio centrale interforze per la sicurezza personale, nda) mi ha fatto notificare un atto, tramite il servizio centrale in località protetta, con il quale ha revocato qualsiasi tipo di tutela, in base ad un procedimento penale di cui non conosco nulla. L’Ucis, dalla sera alla mattina, senza tenere in considerazione il processo ancora in corso, i sette proiettili ricevuti e il percorso giudiziario che sto affrontando, che ricopre anche una veste di attualità perché parliamo di crolli e anomalie sulle autostrade, ha deciso di togliermi la scorta». Ma cosa significa “a seguito del reato penale”? «C’era un procedimento penale dove non sono né parte lesa né testimone. Parliamo delle minacce subìte fuori dal cimitero di Somma Vesuviana, minacce subìte davanti alla scorta. Ma questo fatto non è attinente né al mio percorso giudiziario né alle minacce della famiglia Vuolo né agli storici personaggi che io ho denunciato. Non c’entra nulla». Per il testimone Ciliberto è solo una scusa per raggiungere un obiettivo preciso: l’isolamento, l’esilio e la ritrattazione delle denunce effettuate negli ultimi anni. «Come fa l’Ucis a prendere un provvedimento vecchio che non ha nessuna attinenza? Non c’è nessun tipo di attinenza, perché l’unico che potrebbe dire che il sottoscritto non corre pericolo è la DNA o la Procura di Roma, dove sono incardinati i processi». Per il testimone è una storia che si ripete, puntualmente. Sempre in prossimità di un’udienza processuale. «Come se ci fosse un’entità che ad un certo punto mi comunica: “guarda, tu non sei più protetto. Stai attento, ti conviene andare ai processi? Ti conviene testimoniare?”. Come se fosse un avvertimento, peggio di una minaccia della camorra». Anche un anno fa si registrarono le forti prese di posizione del testimone, attraverso la sua denuncia pubblica. «Feci uno sciopero della fame fuori al Viminale, fui ricevuto dall’allora presidente Gaetti, il quale ripristinò la mia tutela. Attualmente, però, non abbiamo il presidente della Commissione Centrale e, quindi, qualsiasi rimostranza è inutile. Dovrebbe intervenire il ministro dell’Interno Lamorgerse». Il testimone, che ha denunciato i lavori fatti male e le certificazioni false, sente la sua vita in pericolo. E non nasconde questa sua preoccupazione: «Mi trovo nella piena fase giudiziaria, la fase più delicata perché ancora devo andare a testimoniare in contraddittorio. E in questo momento vengo lasciato solo e abbandonato. Due sono le cose: o i Vuolo non appartengono al clan D’Alessandro, quindi il clan D’Alessandro non è un clan di camorra e l’ultima relazione della DIA che lo definisce un clan attivo in tutta Italia è fasulla oppure l’Ucis ha facoltà di sapere che Pasquale Vuolo e tutto il clan D’Alessandro hanno giurato di non far male più al testimone di giustizia, cosa che si contrappone alle loro minacce che ho sempre ricevuto. Tanto è vero che mi dissero che mi avrebbero sparato in testa».

La minaccia: il ritrovamento dei proiettili

I poteri forti

Il provvedimento, però, arriva qualche giorno dopo la testimonianza rilasciata alla trasmissione Report. Una mera casualità? «L’ennesima coincidenza dei poteri forti. Il mio intervento a Report, dove sono state affrontate delle situazioni già acclarate con ampi riscontri da parte della polizia giudiziaria, ha avuto una risonanza mediatica molto grande. Addirittura c’è stata la decisione da parte di Atlantia, gruppo Benetton, di sospendere la liquidazione di Castellucci (amministratore delegato di Atlantia, nda). In quella trasmissione ho fatto i nomi dei big di Autostrade. E quindi è arrivato l’ennesimo messaggio che mi dice chiaramente che bisogna parlare poco. Cosa che io non farò». A chi si riferisce il testimone quando parla di “poteri forti”? «Non dobbiamo dimenticare che Autostrade per l’Italia è quotata in borsa e noi, oggi, non sappiamo quante azioni possa aver investito chi riveste cariche importanti, quindi che danno possa avere da una eventuale condanna oppure da situazioni che possono emergere agli occhi dell’opinione pubblica. Se queste carte giudiziarie venissero rese pubbliche, quindi portate a conoscenza dei cittadini, può darsi che qualcuno potrebbe decidere di vendere il titolo o il titolo avrebbe un crollo». Due sono i filoni che interessano il lungo percorso giudiziario, scattato dopo le denunce: da una parte gli affari della camorra, «che commette gli omicidi» e poi c’è l’altro filone, quello relativo ai colletti bianchi. «Interessi, intrecci di personaggi importanti, che possono ordinare un omicidio. Non bisogna dimenticare l’atto intimidatorio per rapina che subii a Roma, prima dell’ultima udienza, dove nella notte qualcuno ruppe il vetro della mia macchina per rubare non oggetti di valore, ma si preoccupò di prelevare lo zaino, portando via documenti secretati e altri tipi di memorie. Fortunatamente ne avevo pochi”. Ciliberto ci tiene a rimarcare che tutti gli atti, tutte le denunce fatte nel corso degli anni, sono custodite presso due notai e presso i suoi avvocati. «Quella fu un’operazione chirurgica. Altra cosa importante – aggiunge – è che quando arrivò la scientifica non rilevò alcuna impronta. Prelevarono lo zaino che mi ha fatto compagnia quando feci lo sciopero della fame sotto al Viminale, lo stesso zaino che portai in Commissione centrale, per presentare i documenti». Il riferimento ai crolli e alle anomalie, secondo la testimonianza, sono da legare alle attività dei funzionari di Autostrade per l’Italia. Infatti, nel processo romano, «oltre ad essere imputato il camorrista Vuolo Pasquale e Mario, troviamo anche funzionari di Autostrade, di Pavimental e troviamo anche funzionari di società indicate da Pavimental e Autostrade per le certificazioni». Certificati ritenuti falsi, «tanto è vero che tutta la documentazione dell’attività giudiziaria svolta dalla Procura di Roma, dalla DDA e dalla DIA di Firenze, è stata richiesta dalla Procura di Genova, perché attinenti ad un modus operandi vigente per anni in Autostrade che, purtroppo, ha causato delle vittime a seguito dei crolli dei ponti. La situazione, già nel 2011, era ben cristallizzata». Parole chiare per definire una vicenda drammatica. Le ditte interessate – sempre secondo le dichiarazioni di Ciliberto, parte lesa nel procedimento penale – non solo hanno provveduto «alla falsificazione  dei certificati, ma anche a coprire le anomalie costruttive e gli errori delle opere pubbliche realizzate dai Vuolo”.

Il giorno dell’inaugurazione del casello di Capannori. A destra, con gli occhiali da sole, Mario Vuolo, insieme a Vittorio Giovannercole (funzionario resp. uscite autostradali e RUP), funzionari ASPI e sindaco di Capannori.

I Vuolo di Castellammare di Stabia.

Ma chi sono i Vuolo? Cosa c’entrano con i lavori pubblici? La loro prima società è stata la Taddeo Vuolo, con sede in Emilia Romagna, intestata al figlio Taddeo. Dopo il fallimento arriva la VM Rag (Vuolo Mario e Ragazzi), con sede a Castellammare di Stabia. Anche questa azienda è fallita e «in questo caso sono stati condannati per bancarotta fraudolenta». Pasquale Vuolo, detto capastorta – si legge nel decreto di fermo della DDA di Napoli del 2011 -, è stato indicato come “esponente di spicco del clan camorristico D’Alessandro, capeggiato dal boss Pasquale D’Alessandro”. Nel 2007 Capastorta viene condannato per associazione camorristica ed estorsione. «I Vuolo operavano con la ditta Carpenteria Metallica Sas, intestata alla moglie di Pasquale Vuolo, una certa Lucia Coppola, figlia di un pregiudicato, di nome Gaetano, alias cassa mutua, vicino al clan D’Alessandro». Il primo lavoro della Carpenteria Metallica in ambito autostradale è stato quello del casello di Nocera Inferiore. L’interdittiva antimafia, confermata dal Consiglio di Stato nel febbraio del 2008, porta all’avvicendamento aziendale: dalla S.a.s., ormai bruciata, si passa ad una nuova azienda, la Carpenfer Roma srl. Ed arrivano gli appalti e i milioni di euro. La perizia del 2011 (richiesta dal pm Franca Macchia e redatta dall’esperto Massimo Maria Bardazza) per la passerella ciclopedonale realizzata a Cinisello Balsamo parla chiaro. Saldature “mal eseguite”, “intervento criminale”, “certificati falsi”, “si è constatata la presenza all’interno del cassone di un tondino da armatura simile a quello descritto nella denuncia”. Nel documento c’è un passaggio in cui si parla di “intervento criminale” effettuato dall’azienda dei Vuolo. “Il termine criminale è usato da chi scrive, nel senso che è impossibile non avere la consapevolezza di quanto si stava facendo approfittando della presenza di un complice e del fatto che le porcherie si celavano all’interno della struttura dove era ben difficile potersene accorgere. Il tutto avallato da certificati sulle saldature falsi”. Un’operazione riuscita perché “fatta con dolo e con la complicità di un dipendente infedele di Impregilo. Complicità vi è stata inoltre da parte della Quality Service srl che ha prodotto certificazioni sulle saldature false traendo in inganno, così, il direttore dei lavori e la commissione di collaudo”. Questo è il modus operandi dei criminali. «Tante sono le opere eseguite sia per Autostrade per l’Italia che per le altre controllate, tra cui Pavimental e Autostrade Meridionali. Nemmeno Autostrade conosce tutti gli appalti». Dopo la Carpenfer Roma srl arriva la PTAM (Pasquale, Taddeo, Antonio e Mario). «Con questa azienda, i Vuolo, fanno il salto di qualità, è la ditta che avrebbe dovuto partecipare ai lavori per la costruzione del ponte sullo Stretto di Messina». E tutte queste informazioni sono confluite nel processo di Roma.

Il processo

«La prossima udienza verterà sul rinvio a giudizio di questi imputati. Come parte lesa ho riscontrato all’interno delle carte una ottima attività investigativa. Gli inquirenti hanno rinvenuto i Rolex, oggetto di corruzione; hanno individuato le mazzette; hanno ricostruito tutto ciò che io ho denunciato, tanto da esserci un passaggio sulla mia eccezionale credibilità, rimarcando che senza le denunce del testimone di giustizia Ciliberto Gennaro nulla si sarebbe potuto iniziare». Il procedimento di Roma ha riunito varie inchieste, da quelle di Trento a quelle di Bologna, da quella di Milano a quella di Santa Maria Capua Vetere. «Parliamo di una serie di Procure che hanno messo insieme le loro indagini, i loro accertamenti in un solo filone. Bisogna aggiungere che c’è ancora un altro filone, che non posso rivelare, che dovrebbe partire a momenti, dove c’è un giro di riciclaggio di denaro della camorra». Da quanto tempo è iniziato il processo romano? «È ormai un anno, purtroppo. Come tutti i processi che vedono dodici imputati, anche di una certa importanza. Tra errori di notifiche, mancata traduzione del detenuto e scioperi vari ci troviamo, dopo un anno, che ancora dobbiamo iniziare la prima udienza». Il testimone di giustizia ci tiene a ricordare alcuni nomi degli imputati legati alla camorra, ma non solo. «Parliamo di Mario e Pasquale Vuolo, di Giovannercole, di Scorsone, di Marchi e di tanti altri funzionari. La cosa ancora più grave e che da questo processo sono scaturiti altri tre stralci, che riguardano la corruzione, le anomalie e le infiltrazioni che vedono altri dodici, tredici imputati». Una mega inchiesta con più di trenta soggetti coinvolti. «Stando fuori dal mondo del lavoro da più di dieci anni – continua l’ex dipendente dell’azienda dei Vuolo – non conosco nemmeno dove vivono. E la mia preoccupazione è sempre stata questa, magari un giorno mi ritroverò uno di questi soggetti in un bar o su un treno. E cosa ancor più grave e che da due giorni sono senza alcun tipo di protezione, e se dovesse succedere qualcosa devo comporre il numero unico di emergenza e fare tutta la trafila spiegando il come e il perché, senza nemmeno averne il tempo. Sappiamo bene che loro, quando ti devono colpire, sono dei professionisti e sanno fare bene il proprio lavoro». “Fuori dal mondo del lavoro”, una frase già ascoltata, in passato, dal testimone. «Mi fu detta da un alto funzionario dell’Impregilo, il quale mi disse “tu, con queste tue denunce non farai neanche più il moviere in un cantiere. E questa profezia si è avverata. Il messaggio che è passato è che sono stato un infame, un traditore. Chi denuncia non fa carriera nella pubblica amministrazione, invece gli imputati, anche se Autostrade ha dichiarato a Report che sono stati licenziati, in nove anni hanno fatto carriera guadagnando centinaia e centinaia di migliaia di euro». E gli esponenti della camorra, denunciati dal testimone, che fine hanno fatto? «Stanno in galera, qualcuno si è riciclato con altre attività. Ma come è possibile che il capostipite sta in galera e l’intera famiglia continua a fare il lusso? Questa è una delle tante anomalie che lo Stato dovrebbe riuscire a comprendere. Parliamo di Pasquale Vuolo, alias capastorta, che sta in galera da tanti anni e, comunque, riesce a far mantenere un tenore di vita alto alla sua famiglia: auto di lusso, cavalli, villa con piscina, feste con cantanti neomelodici. Un tenore di vita che non può essere sostenuto nemmeno con duemila euro al giorno».

“Sarò presente per l’udienza, anche senza scorta”

La speranza, per Ciliberto, è l’ultima a morire. La sua aspirazione è quella di poter assistere al trionfo della Giustizia. Vedere concretizzare il suo sforzo, scaturito da quasi dieci anni di impegno personale. «Mi aspetto che vengano portate a termine tutte le attività giudiziarie, svolte dagli investigatori, dalla DIA, dal ROS, e che possa arrivare finalmente la parola fine, con la condanna di queste persone. Spero solo che questo processo non si chiuda con delle prescrizioni, perché sarebbe una sconfitta, non tanto per il testimone di giustizia, ma per lo Stato». Se dovesse essere confermata la decisione sulla tutela revocata il testimone di giustizia si farà trovare pronto. Anche questa volta. «Io ci sarò. La mia presenza è il vero simbolo di legalità. Anche per una questione di esempio lo Stato, che dice sempre “denunciate, denunciate”, non dovrebbe mai venir meno nell’accompagnare un testimone di giustizia in un’aula di Tribunale. Noi siamo persone libere ed incensurate. E in questo momento la brutta figura la fa lo Stato, che ha ritenuto di abbandonare uno dei testimoni di giustizia più attuali, perché parliamo dell’attualità dei fenomeni dei crolli autostradali. Sono diversi giorni che vivo nel terrore e nella paura. Dovrò trovare la forza per essere presente. È anche vero che il Tribunale è una zona protetta, ma c’è un arrivo e una partenza in cui sarò da solo ed uscendo dal Tribunale non so chi mi aspetterà fuori».

IHD #finalista Premio Internazionale Buonarroti

Seravezza, 30 novembre 2019

#Convegno Gioia del Colle

Convegno ‘Coscienza Civica e Valori Legalmente Riconosciuti’

Convegno ‘Coscienza Civica E Valori Legalmente Riconosciuti’ organizzato dal Progetto di Vita in collaborazione con Tribunaliitaliani.it con il patrocinio della Città Metropolitana di Bari, del comune di Gioia del Colle (capofila), di Casamassima, di Sammichele di Bari e Romanzi Italiani.

Gioia del Colle, 18:30 in via Paolo Cassano,7 – EX Lum.

All’incontro sono intervenuti:

– GIOVANNI MASTRANGELO
Sindaco di Gioia del Colle (Ba)

– ADRIANA COLACICCO
Co – Fondatrice del Progetto di Vita – Encomiato dal Presidente della Repubblica Italiana e dal Presidente della Repubblica Francese – Collaborazione con Tribunaliitaliani.it

– GERARDO GATTI
Co – Fondatore del Progetto di Vita – Encomiato dal Presidente della Repubblica Italiana e dal Presidente della Repubblica Francese – Collaborazione con Tribunaliitaliani.it

– PAOLO DE CHIARA
Giornalista e scrittore – Premio Legalità 2019

– MARIA TERESA NOTARIANNI
Giornalista e Storyteller – Moderatrice dell’evento



Un convegno per intraprendere in tutte le regioni d’Italia un viaggio nella educazione alla legalità e alla responsabilità civile nata soprattutto nel periodo storico in cui si vive.

La lotta alle mafie riguarda ognuno di noi, riguarda la collettività, le istituzioni.

Premio Internazionale #IHD

IO HO DENUNCIATO
Premio Internazionale ‘Michelangelo Buonarroti’
V edizione


#iohodenunciato #libri #romanziitaliani #storiavera #tdg #cosanostra #mafiemontagnadimerda #pdc #film


IO HO DENUNCIATO #studenti

GRAZIE DI CUORE
Siete straordinari… giovani studenti di Carovilli, preparatissimi e incalzanti. Il merito è dei vostri bravissimi docenti.
Carovilli, novembre 2019


#giovani #studenti #scuole
#iohodenunciato #libri #romanziitaliani #storiavera #tdg #cosanostra #mafiemontagnadimerda #pdc #film

IHD #libro #film

Un imprenditore italiano subisce, per tanti anni, l’arroganza criminale da parte di due clan di Cosa nostra: usura, estorsioni, violenze fisiche e morali. La sua storia è emblematica ed unica nel suo genere. Dopo una fortissima crisi interiore e un profondo senso di smarrimento denuncia gli aguzzini mafiosi. L’uomo entra in un mondo totalmente sconosciuto, viene trasferito in località protetta insieme ad una parte della sua famiglia. Anni di privazioni, difficili da sopportare. Estirpato dal suo territorio, perde il contatto con la sua terra, con i suoi amici, con il suo mondo lavorativo. Deve far perdere le sue tracce, diventare invisibile per scampare ad una condanna a morte sancita dai criminali senza scrupoli. Una vita da recluso, per aver compiuto il proprio dovere. I continui trasferimenti in diverse città italiane mettono a dura prova le sue certezze. Lo smarrimento, la destabilizzazione, la disperazione cominciano a convivere quotidianamente con la sua nuova vita.     

Le accuse del testimone contro i clan sono devastanti per l’organizzazione: arresti, processi, condanne, dopo un lungo travaglio e un percorso pieno di ostacoli, disseminati non solo dagli uomini del malaffare.

Esiste un abisso tra i testimoni di giustizia e i collaboratori: sono due figure completamente diverse. I cosiddetti ‘pentiti’, termine senza alcun tipo di significato, hanno fatto parte delle organizzazioni criminali e nella maggior parte dei casi sono degli assassini sanguinari che hanno deciso di “saltare il fosso” per motivi di mero opportunismo, legato alla riduzione della pena inflitta; i testimoni, al contrario, sono dei cittadini onesti, senza legami con le mafie: hanno denunciato per l’alto senso di giustizia e legalità. Hanno visto, hanno sentito, hanno toccato con mano, hanno subìto. Hanno avuto il coraggio di ribellarsi.

IO HO DENUNCIATO è una rappresentazione realistica delle tante problematiche riferite e denunciate da chi ha speso la propria vita nella lotta contro il male. La vicenda umana raccontata tocca le corde più delicate della sua esistenza: la disperazione, le paure, le incertezze, le pressioni, i rapporti con la famiglia, con gli amici, con i parenti. I legami lavorativi distrutti. La scelta forzata di abbandonare la propria terra, provando a costruire con fatica una nuova esistenza, completamente slegata dalla precedente. Il testimone scivola velocemente in un vortice infernale, perde la sua dignità, la sua identità e la sua libertà.

Una vita devastata, reinventata, pianificata, studiata a tavolino.

La storia narrata nel libro IO HO DENUNCIATO, liberamente ispirata alla vicenda realmente accaduta all’imprenditore italiano, è stata scritta per raccogliere il grido disperato d’aiuto, per far emergere le positività ma, soprattutto, le tante difficoltà che devono affrontare e subire i testimoni di giustizia italiani, assieme alle loro famiglie; per migliorare un sistema che presenta carenze significative nella salvaguardia di chi ha denunciato le mafie; per portare molte altre persone a denunciare.

È un dovere testimoniare, ma è un diritto essere tutelati e rispettati. Il protagonista ha vinto la sua battaglia, è riuscito a guadagnarsi la sua libertà. Ma quanti mancano ancora all’appello?

Io ho Denunciato #progettoScuole #ihd

IO HO DENUNCIATO – Promozione della Legalità

Per la presentazione del libro nelle Scuole è possibile inviare una mail a: dechiarapaolo@gmail.com

IHD, #libro #film

IO HO DENUNCIATO
#iohodenunciato #romanziitaliani #cosanostra #mafiemontagnadimerda  

IO HO DENUNCIATO è una rappresentazione realistica delle tante problematiche riferite e denunciate da chi ha speso la propria vita nella lotta contro il male. La vicenda umana raccontata tocca le corde più delicate della sua esistenza: la disperazione, le paure, le incertezze, le pressioni, i rapporti con la famiglia, con gli amici, con i parenti. I legami lavorativi distrutti. La scelta forzata di abbandonare la propria terra, provando a costruire con fatica una nuova esistenza, completamente slegata dalla precedente. Il testimone scivola velocemente in un vortice infernale, perde la sua dignità, la sua identità e la sua libertà.

Una vita devastata, reinventata, pianificata, studiata a tavolino.

La storia narrata nel libro IO HO DENUNCIATO, liberamente ispirata alla vicenda realmente accaduta all’imprenditore italiano, è stata scritta per raccogliere il grido disperato d’aiuto, per far emergere le positività ma, soprattutto, le tante difficoltà che devono affrontare e subire i testimoni di giustizia italiani, assieme alle loro famiglie; per migliorare un sistema che presenta carenze significative nella salvaguardia di chi ha denunciato le mafie; per portare molte altre persone a denunciare.

È un dovere testimoniare, ma è un diritto essere tutelati e rispettati. Il protagonista ha vinto la sua battaglia, è riuscito a guadagnarsi la sua libertà. Ma quanti mancano ancora all’appello?

http://www.iohodenunciato.it/

IO HO DENUNCIATO #mediometraggio

IO HO DENUNCIATO

di Paolo De Chiara

#libro #sceneggiatura #mediometraggio e #cortometraggio

Un imprenditore italiano subisce, per tanti anni, l’arroganza criminale da parte di due clan di Cosa nostra: usura, estorsioni, violenze fisiche e morali. La sua storia è emblematica ed unica nel suo genere. Dopo una fortissima crisi interiore e un profondo senso di smarrimento denuncia gli aguzzini mafiosi. L’uomo entra in un mondo totalmente sconosciuto, viene trasferito in località protetta insieme ad una parte della sua famiglia. Anni di privazioni, difficili da sopportare. Estirpato dal suo territorio, perde il contatto con la sua terra, con i suoi amici, con il suo mondo lavorativo. Deve far perdere le sue tracce, diventare invisibile per scampare ad una condanna a morte sancita dai criminali senza scrupoli. Una vita da recluso, per aver compiuto il proprio dovere. I continui trasferimenti in diverse città italiane mettono a dura prova le sue certezze. Lo smarrimento, la destabilizzazione, la disperazione cominciano a convivere quotidianamente con la sua nuova vita.     

Le accuse del testimone contro i clan sono devastanti per l’organizzazione: arresti, processi, condanne, dopo un lungo travaglio e un percorso pieno di ostacoli, disseminati non solo dagli uomini del malaffare.

Esiste un abisso tra i testimoni di giustizia e i collaboratori: sono due figure completamente diverse. I cosiddetti ‘pentiti’, termine senza alcun tipo di significato, hanno fatto parte delle organizzazioni criminali e nella maggior parte dei casi sono degli assassini sanguinari che hanno deciso di “saltare il fosso” per motivi di mero opportunismo, legato alla riduzione della pena inflitta; i testimoni, al contrario, sono dei cittadini onesti, senza legami con le mafie: hanno denunciato per l’alto senso di giustizia e legalità. Hanno visto, hanno sentito, hanno toccato con mano, hanno subìto. Hanno avuto il coraggio di ribellarsi.

IO HO DENUNCIATO è una rappresentazione realistica delle tante problematiche riferite e denunciate da chi ha speso la propria vita nella lotta contro il male. La vicenda umana raccontata tocca le corde più delicate della sua esistenza: la disperazione, le paure, le incertezze, le pressioni, i rapporti con la famiglia, con gli amici, con i parenti. I legami lavorativi distrutti. La scelta forzata di abbandonare la propria terra, provando a costruire con fatica una nuova esistenza, completamente slegata dalla precedente. Il testimone scivola velocemente in un vortice infernale, perde la sua dignità, la sua identità e la sua libertà.

Una vita devastata, reinventata, pianificata, studiata a tavolino.

La storia narrata nel libro IO HO DENUNCIATO, liberamente ispirata alla vicenda realmente accaduta all’imprenditore italiano, è stata scritta per raccogliere il grido disperato d’aiuto, per far emergere le positività ma, soprattutto, le tante difficoltà che devono affrontare e subire i testimoni di giustizia italiani, assieme alle loro famiglie; per migliorare un sistema che presenta carenze significative nella salvaguardia di chi ha denunciato le mafie; per portare molte altre persone a denunciare.

È un dovere testimoniare, ma è un diritto essere tutelati e rispettati. Il protagonista ha vinto la sua battaglia, è riuscito a guadagnarsi la sua libertà. Ma quanti mancano ancora all’appello?

IL SITO: http://www.iohodenunciato.it/

DISPONIBILE online su:

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IO HO DENUNCIATO.

La drammatica vicenda di un testimone di giustizia italiano.

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IO HO DENUNCIATO #lettori

Un imprenditore italiano subisce, per tanti anni, l’arroganza criminale da parte di due clan di Cosa nostra: usura, estorsioni, violenze fisiche e morali. La sua storia è emblematica ed unica nel suo genere. Dopo una fortissima crisi interiore e un profondo senso di smarrimento denuncia gli aguzzini mafiosi. L’uomo entra in un mondo totalmente sconosciuto, viene trasferito in località protetta insieme ad una parte della sua famiglia. Anni di privazioni, difficili da sopportare. Estirpato dal suo territorio, perde il contatto con la sua terra, con i suoi amici, con il suo mondo lavorativo. Deve far perdere le sue tracce, diventare invisibile per scampare ad una condanna a morte sancita dai criminali senza scrupoli. Una vita da recluso, per aver compiuto il proprio dovere. I continui trasferimenti in diverse città italiane mettono a dura prova le sue certezze. Lo smarrimento, la destabilizzazione, la disperazione cominciano a convivere quotidianamente con la sua nuova vita.     

Le accuse del testimone contro i clan sono devastanti per l’organizzazione: arresti, processi, condanne, dopo un lungo travaglio e un percorso pieno di ostacoli, disseminati non solo dagli uomini del malaffare.

Esiste un abisso tra i testimoni di giustizia e i collaboratori: sono due figure completamente diverse. I cosiddetti ‘pentiti’, termine senza alcun tipo di significato, hanno fatto parte delle organizzazioni criminali e nella maggior parte dei casi sono degli assassini sanguinari che hanno deciso di “saltare il fosso” per motivi di mero opportunismo, legato alla riduzione della pena inflitta; i testimoni, al contrario, sono dei cittadini onesti, senza legami con le mafie: hanno denunciato per l’alto senso di giustizia e legalità. Hanno visto, hanno sentito, hanno toccato con mano, hanno subìto. Hanno avuto il coraggio di ribellarsi.

IO HO DENUNCIATO è una rappresentazione realistica delle tante problematiche riferite e denunciate da chi ha speso la propria vita nella lotta contro il male. La vicenda umana raccontata tocca le corde più delicate della sua esistenza: la disperazione, le paure, le incertezze, le pressioni, i rapporti con la famiglia, con gli amici, con i parenti. I legami lavorativi distrutti. La scelta forzata di abbandonare la propria terra, provando a costruire con fatica una nuova esistenza, completamente slegata dalla precedente. Il testimone scivola velocemente in un vortice infernale, perde la sua dignità, la sua identità e la sua libertà.

Una vita devastata, reinventata, pianificata, studiata a tavolino.

La storia narrata nel libro IO HO DENUNCIATO, liberamente ispirata alla vicenda realmente accaduta all’imprenditore italiano, è stata scritta per raccogliere il grido disperato d’aiuto, per far emergere le positività ma, soprattutto, le tante difficoltà che devono affrontare e subire i testimoni di giustizia italiani, assieme alle loro famiglie; per migliorare un sistema che presenta carenze significative nella salvaguardia di chi ha denunciato le mafie; per portare molte altre persone a denunciare.

È un dovere testimoniare, ma è un diritto essere tutelati e rispettati. Il protagonista ha vinto la sua battaglia, è riuscito a guadagnarsi la sua libertà. Ma quanti mancano ancora all’appello?

DISPONIBILE online su:

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Avvincente, realista. Si legge tutto in un fiato e si può condividere con chi ha una coscienza attenta… #iohodenunciato #romanziitaliani #denuncia #storiavera #lottaallemafie #lamafiaèunamontagnadimerda #pdc

IO HO DENUNCIATO #Venafro

IO HO DENUNCIATO… a Venafro (Is), 31 maggio 2019
Grazie all’ associazione culturale ‘Città Nuova’, evento organizzato in collaborazione con il Comune di Venafro.
#iohodenunciato #maggiodeilibri #libri #storiavera #mafiemontagnadimerda

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