Paolo De Chiara

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Ignazio Aloisi, infangato dalla mafia

“Ignazio Aloisi è stato lasciato solo, è stato abbandonato dallo Stato, che non ha fatto il suo dovere e continua a non farlo, perseverando nella sua condotta. Chiediamo che venga riconosciuto il sacrificio fatto da mio padre, che ha sacrificato la sua vita per la verità e la giustizia”.

di Paolo De Chiara

Domenica 27 gennaio 1991. Allo stadio comunale di Messina si sta giocando la partita di serie B tra la squadra di casa e il Verona. L’entusiasmo è alle stelle, i tifosi messinesi possono festeggiare una bella vittoria: un secco tre a uno. Tra gli spalti è festa. Intorno alle 16:30 anche Ignazio Aloisi in compagnia di Donatella, la sua bambina di 14 anni, e dei suoi amici Paolo, Salvatore, Giuseppe e Giovanni esce dalla curva sud dello stadio. Quando il Messina vince è d’obbligo una sosta presso la vicina pasticceria. Le vittorie si devono festeggiare, comprare le paste è diventata una piacevole consuetudine. Ma quella domenica la pasticceria è chiusa.

Oggi è la figlia Donatella, una donna forte e combattiva, che racconta quella giornata. “Subito dopo la partita abbiamo cominciato a fare la solita strada, quella che facevamo a piedi tutte le domeniche. Avevamo l’abitudine di fare il percorso a piedi. Qualche centinaio di metri prima abbiamo imboccato una scorciatoia e dalla strada principale ci è venuto addosso questo tizio, a viso coperto, che ha preso mio padre dal collo del giubbotto e ha sparato tre colpi di pistola. Ero mano nella mano con mio padre, ci eravamo scambiati le ultime parole. Quella domenica mi aveva promesso che mi avrebbe comprato la bandiera del Messina, ricordo ancora le ultime sue parole: ‘non preoccuparti, la compreremo la prossima domenica’. Mio padre cadde per terra e morì subito”.

Donatella è una ragazzina ha 14 anni. Non si rende subito conto del dramma, della punizione inferta al suo papà. “Ingenuamente pensai, sentendo i colpi che si trattasse di quelle bombette che si sparano a capodanno. D’istinto mi coprii le orecchie, ho ancora terrore di queste cose, poi mi resi conto di quello che era successo. Mi misi a urlare, pensavo si potesse fare ancora qualcosa, speravo che chiamando un’ambulanza si potesse fare qualcosa. Mi riportarono verso casa”. Tre colpi di revolver, calibro 38, sparati nelle parti vitali dell’uomo. Un’esecuzione pubblica, davanti a tutti, agli amici, alla figlia che teneva il padre per la mano. L’assassino spara, approfitta dello scompiglio, delle urla, della curiosità della gente e scappa. Nessuno sarà in grado di descriverlo. Solo informazioni superficiali: statura medio alta, corporatura robusta, indossava un cappotto, un berretto e una maschera di carnevale che copriva l’intera testa.

Secondo la consulenza necroscopica, disposta dal pubblico ministero ed eseguita dal dott. Giulio Cardia, “Aloisi era stato attinto al torace da un proiettile ed al capo da due proiettili così che uno di questi ultimi aveva provocato gravissime lesioni cranio-encefaliche dalle quali era derivata immediatamente la morte per arresto cardio-circolatorio”.      

“Subito dopo l’omicidio – racconta Donatella – mi portano a casa, ricordo che mia madre, la stessa sera, disse in questura che era stato Pasquale Castorina a uccidere mio padre, o comunque c’era lui di mezzo. L’unico episodio della vita di mio padre era stata quella testimonianza della rapina subita nel 1979. Le parole di mia madre servirono a poco, non si arrivò a nulla”.

La rapina e la testimonianza

“Mio padre, una guardia giurata, stava effettuando un servizio di scorta con un furgone portavalori. Presso un casello dell’autostrada subisce una rapina e viene anche colpito con il calcio della pistola, gli vengono rubate le chiavi di casa e gli viene sottratta la pistola. Vede uno dei rapinatori in faccia”. È Pasquale Castorina, lo riconosce, lo denuncia. “Castorina è un mafioso della mia città, affiliato del clan Sparacio. Il capo della zona del quartiere dove abitavo io, la zona sud di Messina. Era lui che controllava tutta la zona, lui, il nipote, il genero, tutta una cerchia familiare. Un clan che si dedicava allo spaccio di droga, rapine, estorsioni, di tutto di più”.

Ignazio dopo la rapina ai danni del Consorzio autostradale Messina-Palermo decide di denunciare. “Fa la sua testimonianza e, purtroppo, viene effettuato un riconoscimento in carcere, viso a viso, senza usare quelle tutele che esistono oggi. Non viene presa nessun tipo di tutela nei confronti di mio padre, viene fatto questo confronto faccia a faccia e, in quella sede, davanti alle forze dell’ordine, Pasquale Castorina minaccia mio padre. Le minacce di morte, come spiega la figlia Donatella, non vengono prese in considerazione dalle autorità presenti, “sono cose che si dicono nei momenti di rabbia, non faccia caso a quello che ha sentito”. Aloisi non è protetto da nessuno, si è esposto senza alcuna garanzia. Subisce intimidazioni, minacce, lo avvicinano, lo invitano a ritrattare. “Prima che mio padre facesse la sua testimonianza in tribunale, quella mattina, esplodono dei colpi di pistola all’interno del cortile del nostro condominio. Un chiaro segnale. Venne anche contattato da amici di Castorina per convincerlo a ritrattare la sua testimonianza, però mio padre ha proseguito, convinto di quello che stava facendo, confermando la sua testimonianza in tribunale”.

Il 16 gennaio del 1982 Pasquale Castorina viene condannato dalla Corte di Appello di Messina per la rapina aggravata. Nella sentenza viene messo in risalto il comportamento di Ignazio Aloisi e il fondamentale  riconoscimento (fatto in carcere), “determinante ai fini della condanna”.

I collaboratori di giustizia

“Parecchi mesi prima che mio padre venisse ucciso ricevevamo, in continuazione, telefonate a casa senza sentire nulla dall’altra parte. Telefonate silenziose. Almeno questo accadeva quando rispondevamo io, mia madre, mia sorella. Abbiamo fatto anche la denuncia ai carabinieri. Tutto ad un tratto queste telefonate finiscono e mio padre viene ucciso”.

Le indagini non portano a nulla. Per due anni solo silenzio. Nel 1993 la svolta. I particolari del fatto vengono riferiti “con autonome rivelazioni”, si legge nelle motivazioni della sentenza di primo grado, da tre collaboratori di giustizia: Umberto Santacaterina, Marcello Arnone e Ignazio Aliquò, tre soggetti – scrivono gli inquirenti – dissociati dalle consorterie criminose. Viene emesso l’ordine di custodia cautelare a carico dei tre, che vengono rinviati a giudizio davanti alla Corte di Assise di Messina per concorso, “nella diversa rispettiva veste di mandante, di esecutore materiale e di fiancheggiatore”, nell’omicidio premeditato e per i reati di porto e detenzione illegale di arma da fuoco.     

“Mia madre aveva detto subito quali fossero le sue certezze. Hanno preso atto delle parole di mio padre, ma non hanno potuto fare nulla, solo grazie a tre collaboratori di giustizia nel 1993 Pasquale Castorina viene accusato dell’omicidio”. Tutti e tre indicano come mandante dell’omicidio Pasquale Castorina. Doveva vendicarsi della pesante condanna, “subita in dipendenza di una deposizione resa a suo carico dallo Aloisi”. Per i collaboratori l’omicidio è stato materialmente eseguito da Pasquale Pietropaolo, nipote del Castorina, aiutato da Ignazio Erba, alla guida di un auto pronto per la fuga.

Durante il processo i mafiosi giocano la carta della diffamazione, cercano di mettere in cattiva luce la condotta di Ignazio Aloisi, “ucciso per una questione di donne”. Una tecnica collaudata e utilizzata tantissime volte dalle organizzazioni criminali per depistare, per screditare l’avversario. La falsa testimonianza di Marcello D’Arrigo non sortisce nessun effetto, mancano i riscontri. “È palese – si legge – che sussistono precisi e sufficienti elementi di prova per affermare le responsabilità del Castorina Pasquale e Pietropaolo Pasquale in ordine ai fatti loro in concorso ascritti, principalmente perché il primo confessò apertamente sia al Santacaterina che allo Arnone il suo ruolo di mandante dell’uccisione dello Aloisi, mentre il secondo confessò allo Arnone di essere stato l’esecutore materiale del delitto”. Per Ignazio Erba non c’è la necessaria certezza, non ci sono le prove, “tale dubbio impone l’assoluzione dello Erba Ignazio da ogni addebito”.

Per Castorina e Pietropaolo viene esclusa l’aggravante della premeditazione, anche in questo caso, manca la prova. Il 15 aprile del 1994 la Corte di Assise di Messina dichiara Pasquale Castorina (il mandante) e Pasquale Pietropaolo (l’esecutore materiale) colpevoli e condanna, entrambi, alla pena di ventisei anni di carcere, con l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e quella legale durante l’espiazione della pena detentiva. La Corte assolve Ignazio Erba “per non aver commesso il fatto e ne ordina la scarcerazione” se non detenuto per altri reati.  

“In primo grado – spiega Donatella – si dichiarano estranei ai fatti, cioè che non conoscevano mio padre. Sono andata a testimoniare in tribunale. L’unico sbaglio che, allora, fece mia madre, che si ritrovò con due ragazzine piccole, fu quello di non essersi costituita parte civile nel processo. L’avvocato di allora ci consigliò di non intraprendere questa strada, abitando nello stesso quartiere, con due figlie piccole. Così mia madre prese questa decisione, io e mia sorella eravamo piccole. La giusta decisione sarebbe stata quella di costituirsi parte civile, così Castorina ci avrebbe pensato due volte ad accusare mio padre di complicità in quella rapina”.

Una ferita ancora aperta

“Tra il primo e il secondo grado di giudizio viene attuata una strategia diversa. Danno una visione diversa della situazione, nel senso che mio padre viene accusato, da Pasquale Castorina, di essere complice di quella rapina. Si assumono la responsabilità dell’omicidio, dicendo che mio padre non era una vittima innocente ma un complice della rapina. Cercando di far assumere questa connotazione all’omicidio. Pasquale Castorina dichiarò che aveva ucciso mio padre perché non era rimasto soddisfatto del bottino della rapina e per questa insoddisfazione per la spartizione ha testimoniato. Il giudice nella sentenza ha scritto: ‘indicazione credibile’. Una cosa gravissima viene riportata nella sentenza, solo perché mio padre e Castorina abitavano nello stesso quartiere”. I due condannati Castorina e Pietropaolo ricorrono in appello. Durante il dibattimento gli imputati rendono delle dichiarazioni spontanee. Ammettono le loro responsabilità, si dichiarano responsabili dell’omicidio.   

Nel corso del secondo grado di giudizio sbuca fuori la tesi di Pasquale Castorina, che “ha confermato di avere voluto la morte dello Aloisi per vendicarsi della testimonianza dello stesso resa in quel vecchio procedimento, ma ha precisato che la vera ragione del suo rancore risiedeva nel fatto che il detto Aloisi era stato, nella realtà, suo complice nella progettazione ed esecuzione della rapina ed aveva poi testimoniato a suo carico soltanto poiché nella spartizione del bottino (risultato notevolmente inferiore all’entità garantita dallo Aloisi stesso) non aveva ottenuto la parte da lui sperata ed inizialmente promessagli”.

Dopo le accuse ripetute e smentite durante le fasi del primo grado di giudizio, “questioni di donne”, un nuovo piano per screditare un morto ammazzato, senza nessuna difesa. I familiari, seguendo le indicazioni dell’avvocato di fiducia, hanno rinunciato a costituirsi parte civile. Gioco facile per la mente ‘perversa’ di Castorina. “Per quanto riguarda l’indicazione del movente, le dichiarazioni – scrive il presidente della Corte d’Assise d’Appello di Messina, Bruno D’Arrigo – del Castorino non contraddicono quelle dei collaboratori di giustizia, ma apportano ad esse una ulteriore, e attendibile, specificazione. Il movente – continua D’Arrigo – rimane la vendetta per la deposizione resa dallo Aloisi nel processo per la rapina al casello dell’autostrada; ma la vendetta – ecco il passaggio fondamentale e contraddittorio – non si riferisce alla deposizione resa da una vittima della rapina, ma a quella, costituente tradimento, resa da un complice di quella impresa delittuosa”. La figura del testimone Ignazio Aloisi esce fortemente compromessa. Nella sentenza si parla di “indicazione credibile” da parte del mafioso Castorina. Aloisi, per la Corte d’Assise d’Appello di Messina non è una vittima, ma un complice, per giunta ‘opportunista’.        

Il 10 aprile del 1995 la Corte d’Assise d’Appello di Messina conferma l’impianto accusatorio, riducendo la pena, per entrambi gli imputati, a 22 anni di reclusione. La Corte di Cassazione con sentenza del 20 novembre 1995 dichiara inammissibili i ricorsi e condanna i ricorrenti alle spese. Ma il marchio infame della complicità resta. Nero su bianco.      

La lettera del Procuratore

“Abbiamo più e più volte presentato istanze al Ministero dell’Interno per fare in modo che il sacrificio di mio padre venisse riconosciuto e che venisse riconosciuto come vittima di mafia, ma invece ci siamo sempre viste sbattere le porte in faccia, ci sono sempre state risposte negative da parte del Ministero. L’anno scorso abbiamo dovuto fare ricorso al Tar perché il decreto del Ministero è arrivato nell’aprile del 2013. Nel frattempo è trascorso il 23° anniversario della morte di mio padre e stiamo qui ad attendere queste notizie”. La famiglia non ci sta, vuole far emergere la verità. Ignazio Aloisi non è un mafioso, ma una persona perbene, che ha fatto solo il suo dovere. Ha denunciato, nonostante le intimidazioni, le minacce, i colpi di pistola. Sua moglie Rosa, le sue figlie Donatella e Cinzia non si sono fermate.

“Qualche anno fa abbiamo denunciato Pasquale Castorina per calunnia, in modo che venisse riaperto il processo e venissero fatte le indagini. Ha accusato mio padre di essere il complice della rapina. Sono state riaperte le indagini, Pasquale Castorina è stato interrogato, pochi anni fa, e cambia nuovamente versione. Mette in mezzo un certo Salvatore Longo, che viene interrogato e dice di non sapere neanche chi fosse Ignazio Aloisi, dice ‘non lo conosco, non so se questo tizio avesse un ruolo nella rapina’. Castorina viene rinviato a giudizio però, purtroppo, sono trascorsi più di quindici anni e, quindi, il reato è estinto per avvenuta prescrizione. Il Castorina poteva rinunciare alla prescrizione per affrontare il processo, ma non l’ha fatto. La calunnia c’è, ma è estinta per prescrizione”.         

Il 14 aprile del 2009 arriva la richiesta di rinvio a giudizio per Pasquale Castorina, formulata dalla Procura della Repubblica di Messina. È il pubblico ministero Vincenzo Barbaro che chiede l’emissione del decreto che dispone il giudizio nei confronti dell’imputato per il reato di calunnia. “Perché – si legge nella richiesta  del PM – pur sapendolo innocente, nelle dichiarazioni spontanee rese davanti la Corte di Assise d’Appello di Messina, nel processo a suo carico per l’omicidio di Aloisi Ignazio, accusava quest’ultimo del reato di concorso nella rapina commessa il 3 settembre 1979 in danno del Consorzio Autostradale Messina-Palermo”.

La prescrizione corre in soccorso di Castorina. Il reato è estinto. Ma prescrizione non vuol dire assoluzione.    

da WordNews.it

Link: https://www.wordnews.it/ignazio-aloisi-infangato-dalla-mafia

IO HO DENUNCIATO #trailer

IO HO DENUNCIATO. La drammatica vicenda di un testimone di giustizia italiano.

scritto da Paolo De Chiara

diretto da Gabriel Cash

prodotto da CinemaSet

Con Dario Inserra, Simona Di Sarno, Matteo De Buono, Matteo Lombardi, Cristian Moroni, Marilù De Nicola, Salvatore G. B. Grimaldi, Federico Baldini, Umberto Vita, Luca Mazzara, Roberta Conti, Marisa Vagnarelli, Silviu Ioan, Paolo Leoncavallo, Rita Lo Nardo, Fabrizio Barbato, Massimiliano Crocetti, Federico Moro, Silvia Terriaca.

Sceneggiatura di Paolo De Chiara

Aiuto regia Riccardo Trentadue

Suono di ripresa diretta Sandro Chillemi

Musiche originali Francesco Balzano e Lips Desire

Make up artist Jessica Reitano

Segretaria di edizione Michela Caprio

Produttore esecutivo Gabriel Cash

Genere: Drammatico

Procuzione: Italia, 2019

www.iohodenunciato.it   

IO HO DENUNCIATO è una rappresentazione realistica delle tante problematiche riferite e denunciate da chi ha speso la propria vita nella lotta contro il male. La vicenda umana raccontata tocca le corde più delicate della sua esistenza: la disperazione, le paure, le incertezze, le pressioni, i rapporti con la famiglia, con gli amici, con i parenti. I legami lavorativi distrutti. La scelta forzata di abbandonare la propria terra, provando a costruire con fatica una nuova esistenza, completamente slegata dalla precedente. Il testimone scivola velocemente in un vortice infernale, perde la sua dignità, la sua identità e la sua libertà.

Una vita devastata, reinventata, pianificata, studiata a tavolino.

La storia, liberamente ispirata alla vicenda realmente accaduta all’imprenditore italiano, è stata scritta per raccogliere il grido disperato d’aiuto, per far emergere le positività ma, soprattutto, le tante difficoltà che devono affrontare e subire i testimoni di giustizia italiani, assieme alle loro famiglie; per migliorare un sistema che presenta carenze significative nella salvaguardia di chi ha denunciato le mafie; per portare molte altre persone a denunciare.

È un dovere testimoniare, ma è un diritto essere tutelati e rispettati. 

da WordNews.it

Link: https://www.wordnews.it/io-ho-denunciato-il-trailer

Dopo la puntata di Report revocata la scorta al testimone di giustizia Gennaro Ciliberto

Ha svelato la corruzione in Autostrade: “Ora ho paura”

«Sono nel mirino del clan D’Alessandro: hanno giurato di spararmi in testa»

Nella foto il testimone di giustizia Gennaro Ciliberto

di Paolo De Chiara

«Nessuno risponde, a nessuno interessa la mia situazione». È affranta la voce del testimone di giustizia Gennaro Ciliberto. Si sente isolato, senza alcun tipo di sostegno. Ha messo in discussione la sua vita per aver fatto una scelta netta e decisa. Ha denunciato la camorra nei lavori pubblici, i lavori fatti male, i crolli e le anomalie strutturali. In nove anni, il testimone, ha citato situazioni, ha prodotto prove sui lavori dati in appalto e in subappalto alle teste di legno, legate ad un clan camorristico di Catellammare di Stabia. Non ha solo denunciato i D’Alessandro e i Vuolo, ma ha coinvolto i funzionari di aziende pubbliche e private, compreso un generale dei carabinieri, legati ad un sistema di corruzione criminale. Anticipando, in diversi casi, anche alcuni crolli che poi, nel Paese del giorno dopo, si sono puntualmente verificati. Ha svelato le anomalie strutturali nelle opere pubbliche realizzate a Cinisello Balsamo, a Cherasco (nel 2008 è crollato il casello autostradale), a Rosignano, Senigallia, Settebagni, sull’autostrada A1, A11 e A12, dove i periti hanno attestato i “gravi cedimenti strutturali” e, quindi, il “grave pericolo”. Ma non solo. Tra le tante segnalazioni, ha indicato l’appalto sull’A22 per l’installazione delle barriere fonoassorbenti, l’appalto presso il carcere di Larino, informando la DDA di Campobasso.

Una montagna di carte e di prove consegnate agli investigatori. Ha spiazzato il “sistema” con un semplice, ma coraggioso, gesto. E cosa ha ricevuto in cambio? «A parte l’associazione Caponnetto, l’Anvu e alcuni giornalisti amici che non mi hanno fatto mancare il minimo affetto, devo sottolineare che dalle blasonate associazioni antimafia, compresa la stessa deputata Aiello, alla quale ho mandato un messaggio senza ricevere alcuna risposta, il presidente della commissione antimafia Morra che nemmeno ha risposto, si è registrato il totale silenzio. Lo stesso trattamento ho ricevuto dagli stessi testimoni di giustizia che lanciano continui appelli: “uniamoci, stiamo insieme”. Non sono solo deluso, ma cosciente che esistono determinati ingranaggi, dove non sono inserito, che mi condannano ad essere isolato, peggio della camorra. Questo fa molto male. In questi casi basta anche una parola, una telefonata. Ma il mio telefono è muto. Molti sanno, ma molti fanno finta di non sapere. Ho fatto un appello pubblico per l’udienza di giovedì (19 dicembre, nda) che si svolgerà presso il Tribunale di Roma, vediamo chi si presenta. Questa è la prova del nove. In questo Paese tutti vogliono parlare di lotta alla criminalità, tutti vogliono commemorare i morti, ma adesso che un testimone di giustizia vivo chiede aiuto intorno a lui c’è il vuoto».

La revoca della scorta al testimone di giustizia

Il verbale di notifica del Servizio Centrale di Protezione

Il 12 dicembre arriva la notizia. Sette giorni prima dall’udienza del processo che si sta svolgendo a Roma viene revocata la scorta al testimone di giustizia. L’unico teste di accusa. «Forse devo pagare per le mie dichiarazioni, per le ulteriori attività investigative che stanno svolgendo gli inquirenti. Sono un uomo morto». Ciliberto è abbattuto, dichiara di non credere più nelle Istituzioni, alle quali si è affidato. «L’Ucis (ufficio centrale interforze per la sicurezza personale, nda) mi ha fatto notificare un atto, tramite il servizio centrale in località protetta, con il quale ha revocato qualsiasi tipo di tutela, in base ad un procedimento penale di cui non conosco nulla. L’Ucis, dalla sera alla mattina, senza tenere in considerazione il processo ancora in corso, i sette proiettili ricevuti e il percorso giudiziario che sto affrontando, che ricopre anche una veste di attualità perché parliamo di crolli e anomalie sulle autostrade, ha deciso di togliermi la scorta». Ma cosa significa “a seguito del reato penale”? «C’era un procedimento penale dove non sono né parte lesa né testimone. Parliamo delle minacce subìte fuori dal cimitero di Somma Vesuviana, minacce subìte davanti alla scorta. Ma questo fatto non è attinente né al mio percorso giudiziario né alle minacce della famiglia Vuolo né agli storici personaggi che io ho denunciato. Non c’entra nulla». Per il testimone Ciliberto è solo una scusa per raggiungere un obiettivo preciso: l’isolamento, l’esilio e la ritrattazione delle denunce effettuate negli ultimi anni. «Come fa l’Ucis a prendere un provvedimento vecchio che non ha nessuna attinenza? Non c’è nessun tipo di attinenza, perché l’unico che potrebbe dire che il sottoscritto non corre pericolo è la DNA o la Procura di Roma, dove sono incardinati i processi». Per il testimone è una storia che si ripete, puntualmente. Sempre in prossimità di un’udienza processuale. «Come se ci fosse un’entità che ad un certo punto mi comunica: “guarda, tu non sei più protetto. Stai attento, ti conviene andare ai processi? Ti conviene testimoniare?”. Come se fosse un avvertimento, peggio di una minaccia della camorra». Anche un anno fa si registrarono le forti prese di posizione del testimone, attraverso la sua denuncia pubblica. «Feci uno sciopero della fame fuori al Viminale, fui ricevuto dall’allora presidente Gaetti, il quale ripristinò la mia tutela. Attualmente, però, non abbiamo il presidente della Commissione Centrale e, quindi, qualsiasi rimostranza è inutile. Dovrebbe intervenire il ministro dell’Interno Lamorgerse». Il testimone, che ha denunciato i lavori fatti male e le certificazioni false, sente la sua vita in pericolo. E non nasconde questa sua preoccupazione: «Mi trovo nella piena fase giudiziaria, la fase più delicata perché ancora devo andare a testimoniare in contraddittorio. E in questo momento vengo lasciato solo e abbandonato. Due sono le cose: o i Vuolo non appartengono al clan D’Alessandro, quindi il clan D’Alessandro non è un clan di camorra e l’ultima relazione della DIA che lo definisce un clan attivo in tutta Italia è fasulla oppure l’Ucis ha facoltà di sapere che Pasquale Vuolo e tutto il clan D’Alessandro hanno giurato di non far male più al testimone di giustizia, cosa che si contrappone alle loro minacce che ho sempre ricevuto. Tanto è vero che mi dissero che mi avrebbero sparato in testa».

La minaccia: il ritrovamento dei proiettili

I poteri forti

Il provvedimento, però, arriva qualche giorno dopo la testimonianza rilasciata alla trasmissione Report. Una mera casualità? «L’ennesima coincidenza dei poteri forti. Il mio intervento a Report, dove sono state affrontate delle situazioni già acclarate con ampi riscontri da parte della polizia giudiziaria, ha avuto una risonanza mediatica molto grande. Addirittura c’è stata la decisione da parte di Atlantia, gruppo Benetton, di sospendere la liquidazione di Castellucci (amministratore delegato di Atlantia, nda). In quella trasmissione ho fatto i nomi dei big di Autostrade. E quindi è arrivato l’ennesimo messaggio che mi dice chiaramente che bisogna parlare poco. Cosa che io non farò». A chi si riferisce il testimone quando parla di “poteri forti”? «Non dobbiamo dimenticare che Autostrade per l’Italia è quotata in borsa e noi, oggi, non sappiamo quante azioni possa aver investito chi riveste cariche importanti, quindi che danno possa avere da una eventuale condanna oppure da situazioni che possono emergere agli occhi dell’opinione pubblica. Se queste carte giudiziarie venissero rese pubbliche, quindi portate a conoscenza dei cittadini, può darsi che qualcuno potrebbe decidere di vendere il titolo o il titolo avrebbe un crollo». Due sono i filoni che interessano il lungo percorso giudiziario, scattato dopo le denunce: da una parte gli affari della camorra, «che commette gli omicidi» e poi c’è l’altro filone, quello relativo ai colletti bianchi. «Interessi, intrecci di personaggi importanti, che possono ordinare un omicidio. Non bisogna dimenticare l’atto intimidatorio per rapina che subii a Roma, prima dell’ultima udienza, dove nella notte qualcuno ruppe il vetro della mia macchina per rubare non oggetti di valore, ma si preoccupò di prelevare lo zaino, portando via documenti secretati e altri tipi di memorie. Fortunatamente ne avevo pochi”. Ciliberto ci tiene a rimarcare che tutti gli atti, tutte le denunce fatte nel corso degli anni, sono custodite presso due notai e presso i suoi avvocati. «Quella fu un’operazione chirurgica. Altra cosa importante – aggiunge – è che quando arrivò la scientifica non rilevò alcuna impronta. Prelevarono lo zaino che mi ha fatto compagnia quando feci lo sciopero della fame sotto al Viminale, lo stesso zaino che portai in Commissione centrale, per presentare i documenti». Il riferimento ai crolli e alle anomalie, secondo la testimonianza, sono da legare alle attività dei funzionari di Autostrade per l’Italia. Infatti, nel processo romano, «oltre ad essere imputato il camorrista Vuolo Pasquale e Mario, troviamo anche funzionari di Autostrade, di Pavimental e troviamo anche funzionari di società indicate da Pavimental e Autostrade per le certificazioni». Certificati ritenuti falsi, «tanto è vero che tutta la documentazione dell’attività giudiziaria svolta dalla Procura di Roma, dalla DDA e dalla DIA di Firenze, è stata richiesta dalla Procura di Genova, perché attinenti ad un modus operandi vigente per anni in Autostrade che, purtroppo, ha causato delle vittime a seguito dei crolli dei ponti. La situazione, già nel 2011, era ben cristallizzata». Parole chiare per definire una vicenda drammatica. Le ditte interessate – sempre secondo le dichiarazioni di Ciliberto, parte lesa nel procedimento penale – non solo hanno provveduto «alla falsificazione  dei certificati, ma anche a coprire le anomalie costruttive e gli errori delle opere pubbliche realizzate dai Vuolo”.

Il giorno dell’inaugurazione del casello di Capannori. A destra, con gli occhiali da sole, Mario Vuolo, insieme a Vittorio Giovannercole (funzionario resp. uscite autostradali e RUP), funzionari ASPI e sindaco di Capannori.

I Vuolo di Castellammare di Stabia.

Ma chi sono i Vuolo? Cosa c’entrano con i lavori pubblici? La loro prima società è stata la Taddeo Vuolo, con sede in Emilia Romagna, intestata al figlio Taddeo. Dopo il fallimento arriva la VM Rag (Vuolo Mario e Ragazzi), con sede a Castellammare di Stabia. Anche questa azienda è fallita e «in questo caso sono stati condannati per bancarotta fraudolenta». Pasquale Vuolo, detto capastorta – si legge nel decreto di fermo della DDA di Napoli del 2011 -, è stato indicato come “esponente di spicco del clan camorristico D’Alessandro, capeggiato dal boss Pasquale D’Alessandro”. Nel 2007 Capastorta viene condannato per associazione camorristica ed estorsione. «I Vuolo operavano con la ditta Carpenteria Metallica Sas, intestata alla moglie di Pasquale Vuolo, una certa Lucia Coppola, figlia di un pregiudicato, di nome Gaetano, alias cassa mutua, vicino al clan D’Alessandro». Il primo lavoro della Carpenteria Metallica in ambito autostradale è stato quello del casello di Nocera Inferiore. L’interdittiva antimafia, confermata dal Consiglio di Stato nel febbraio del 2008, porta all’avvicendamento aziendale: dalla S.a.s., ormai bruciata, si passa ad una nuova azienda, la Carpenfer Roma srl. Ed arrivano gli appalti e i milioni di euro. La perizia del 2011 (richiesta dal pm Franca Macchia e redatta dall’esperto Massimo Maria Bardazza) per la passerella ciclopedonale realizzata a Cinisello Balsamo parla chiaro. Saldature “mal eseguite”, “intervento criminale”, “certificati falsi”, “si è constatata la presenza all’interno del cassone di un tondino da armatura simile a quello descritto nella denuncia”. Nel documento c’è un passaggio in cui si parla di “intervento criminale” effettuato dall’azienda dei Vuolo. “Il termine criminale è usato da chi scrive, nel senso che è impossibile non avere la consapevolezza di quanto si stava facendo approfittando della presenza di un complice e del fatto che le porcherie si celavano all’interno della struttura dove era ben difficile potersene accorgere. Il tutto avallato da certificati sulle saldature falsi”. Un’operazione riuscita perché “fatta con dolo e con la complicità di un dipendente infedele di Impregilo. Complicità vi è stata inoltre da parte della Quality Service srl che ha prodotto certificazioni sulle saldature false traendo in inganno, così, il direttore dei lavori e la commissione di collaudo”. Questo è il modus operandi dei criminali. «Tante sono le opere eseguite sia per Autostrade per l’Italia che per le altre controllate, tra cui Pavimental e Autostrade Meridionali. Nemmeno Autostrade conosce tutti gli appalti». Dopo la Carpenfer Roma srl arriva la PTAM (Pasquale, Taddeo, Antonio e Mario). «Con questa azienda, i Vuolo, fanno il salto di qualità, è la ditta che avrebbe dovuto partecipare ai lavori per la costruzione del ponte sullo Stretto di Messina». E tutte queste informazioni sono confluite nel processo di Roma.

Il processo

«La prossima udienza verterà sul rinvio a giudizio di questi imputati. Come parte lesa ho riscontrato all’interno delle carte una ottima attività investigativa. Gli inquirenti hanno rinvenuto i Rolex, oggetto di corruzione; hanno individuato le mazzette; hanno ricostruito tutto ciò che io ho denunciato, tanto da esserci un passaggio sulla mia eccezionale credibilità, rimarcando che senza le denunce del testimone di giustizia Ciliberto Gennaro nulla si sarebbe potuto iniziare». Il procedimento di Roma ha riunito varie inchieste, da quelle di Trento a quelle di Bologna, da quella di Milano a quella di Santa Maria Capua Vetere. «Parliamo di una serie di Procure che hanno messo insieme le loro indagini, i loro accertamenti in un solo filone. Bisogna aggiungere che c’è ancora un altro filone, che non posso rivelare, che dovrebbe partire a momenti, dove c’è un giro di riciclaggio di denaro della camorra». Da quanto tempo è iniziato il processo romano? «È ormai un anno, purtroppo. Come tutti i processi che vedono dodici imputati, anche di una certa importanza. Tra errori di notifiche, mancata traduzione del detenuto e scioperi vari ci troviamo, dopo un anno, che ancora dobbiamo iniziare la prima udienza». Il testimone di giustizia ci tiene a ricordare alcuni nomi degli imputati legati alla camorra, ma non solo. «Parliamo di Mario e Pasquale Vuolo, di Giovannercole, di Scorsone, di Marchi e di tanti altri funzionari. La cosa ancora più grave e che da questo processo sono scaturiti altri tre stralci, che riguardano la corruzione, le anomalie e le infiltrazioni che vedono altri dodici, tredici imputati». Una mega inchiesta con più di trenta soggetti coinvolti. «Stando fuori dal mondo del lavoro da più di dieci anni – continua l’ex dipendente dell’azienda dei Vuolo – non conosco nemmeno dove vivono. E la mia preoccupazione è sempre stata questa, magari un giorno mi ritroverò uno di questi soggetti in un bar o su un treno. E cosa ancor più grave e che da due giorni sono senza alcun tipo di protezione, e se dovesse succedere qualcosa devo comporre il numero unico di emergenza e fare tutta la trafila spiegando il come e il perché, senza nemmeno averne il tempo. Sappiamo bene che loro, quando ti devono colpire, sono dei professionisti e sanno fare bene il proprio lavoro». “Fuori dal mondo del lavoro”, una frase già ascoltata, in passato, dal testimone. «Mi fu detta da un alto funzionario dell’Impregilo, il quale mi disse “tu, con queste tue denunce non farai neanche più il moviere in un cantiere. E questa profezia si è avverata. Il messaggio che è passato è che sono stato un infame, un traditore. Chi denuncia non fa carriera nella pubblica amministrazione, invece gli imputati, anche se Autostrade ha dichiarato a Report che sono stati licenziati, in nove anni hanno fatto carriera guadagnando centinaia e centinaia di migliaia di euro». E gli esponenti della camorra, denunciati dal testimone, che fine hanno fatto? «Stanno in galera, qualcuno si è riciclato con altre attività. Ma come è possibile che il capostipite sta in galera e l’intera famiglia continua a fare il lusso? Questa è una delle tante anomalie che lo Stato dovrebbe riuscire a comprendere. Parliamo di Pasquale Vuolo, alias capastorta, che sta in galera da tanti anni e, comunque, riesce a far mantenere un tenore di vita alto alla sua famiglia: auto di lusso, cavalli, villa con piscina, feste con cantanti neomelodici. Un tenore di vita che non può essere sostenuto nemmeno con duemila euro al giorno».

“Sarò presente per l’udienza, anche senza scorta”

La speranza, per Ciliberto, è l’ultima a morire. La sua aspirazione è quella di poter assistere al trionfo della Giustizia. Vedere concretizzare il suo sforzo, scaturito da quasi dieci anni di impegno personale. «Mi aspetto che vengano portate a termine tutte le attività giudiziarie, svolte dagli investigatori, dalla DIA, dal ROS, e che possa arrivare finalmente la parola fine, con la condanna di queste persone. Spero solo che questo processo non si chiuda con delle prescrizioni, perché sarebbe una sconfitta, non tanto per il testimone di giustizia, ma per lo Stato». Se dovesse essere confermata la decisione sulla tutela revocata il testimone di giustizia si farà trovare pronto. Anche questa volta. «Io ci sarò. La mia presenza è il vero simbolo di legalità. Anche per una questione di esempio lo Stato, che dice sempre “denunciate, denunciate”, non dovrebbe mai venir meno nell’accompagnare un testimone di giustizia in un’aula di Tribunale. Noi siamo persone libere ed incensurate. E in questo momento la brutta figura la fa lo Stato, che ha ritenuto di abbandonare uno dei testimoni di giustizia più attuali, perché parliamo dell’attualità dei fenomeni dei crolli autostradali. Sono diversi giorni che vivo nel terrore e nella paura. Dovrò trovare la forza per essere presente. È anche vero che il Tribunale è una zona protetta, ma c’è un arrivo e una partenza in cui sarò da solo ed uscendo dal Tribunale non so chi mi aspetterà fuori».

#IHD su GoldTv

IO HO DENUNCIATO

#GoldTv, Roma

#Convegno Gioia del Colle

Convegno ‘Coscienza Civica e Valori Legalmente Riconosciuti’

Convegno ‘Coscienza Civica E Valori Legalmente Riconosciuti’ organizzato dal Progetto di Vita in collaborazione con Tribunaliitaliani.it con il patrocinio della Città Metropolitana di Bari, del comune di Gioia del Colle (capofila), di Casamassima, di Sammichele di Bari e Romanzi Italiani.

Gioia del Colle, 18:30 in via Paolo Cassano,7 – EX Lum.

All’incontro sono intervenuti:

– GIOVANNI MASTRANGELO
Sindaco di Gioia del Colle (Ba)

– ADRIANA COLACICCO
Co – Fondatrice del Progetto di Vita – Encomiato dal Presidente della Repubblica Italiana e dal Presidente della Repubblica Francese – Collaborazione con Tribunaliitaliani.it

– GERARDO GATTI
Co – Fondatore del Progetto di Vita – Encomiato dal Presidente della Repubblica Italiana e dal Presidente della Repubblica Francese – Collaborazione con Tribunaliitaliani.it

– PAOLO DE CHIARA
Giornalista e scrittore – Premio Legalità 2019

– MARIA TERESA NOTARIANNI
Giornalista e Storyteller – Moderatrice dell’evento



Un convegno per intraprendere in tutte le regioni d’Italia un viaggio nella educazione alla legalità e alla responsabilità civile nata soprattutto nel periodo storico in cui si vive.

La lotta alle mafie riguarda ognuno di noi, riguarda la collettività, le istituzioni.

Giornalismo #lezione #ihd

GRAZIE DI CUORE ai ragazzi, alla dirigente e ai docenti del Liceo Scientifico di Isernia per il bellissimo confronto.
Isernia, 14 ottobre 2019
#lezionedigiornalismo #confronto #studenti #odg

IHD #buonalettura

#lettori IHD

GRAZIE DI CUORE

#buonalettura

Avvincente, realista. Si legge tutto in un fiato e si può condividere con chi ha una coscienza attenta… #iohodenunciato #romanziitaliani #denuncia #storiavera #lottaallemafie #lamafiaèunamontagnadimerda #pdc

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