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Premio letterario: menzione speciale per «Io ho denunciato»

PREMIO LETTERARIO “Sandro Sciotti”
#iohodenunciato #ihd
Menzione speciale per il romanzo
«Io ho denunciato».

CITTA’ DI MARINO – Il romanzo edito da “Romanzi Italiani” ha ottenuto un altro importante riconoscimento letterario.
“Siamo felici per l’esito di questa seconda edizione del Premio – ha dichiarato l’Assessore alla Cultura –. Cercheremo di organizzare la Cerimonia di Premiazione entro la fine dell’anno. Alla Famiglia Sciotti rivolgo un affettuoso saluto, felice di aver portato a termine la seconda edizione del premio che si prefigge l’obiettivo di non dimenticare il gesto compiuto dal Vice Brigadiere ucciso a Santa Maria delle Mole nel 2002 nell’adempimento del proprio dovere”.

Domenico Noviello, Il ‘leone’ che si oppose alla camorra

UN VERO TESTIMONE DI GIUSTIZIA. “Vittima di una estorsione, con encomiabile coraggio, denunciava alcuni esponenti della criminalità organizzata, consentendone l’arresto e la successiva condanna. A distanza di alcuni anni dall’evento, mentre era alla guida della propria autovettura, veniva barbaramente assassinato in un vile agguato camorristico. Chiarissimo esempio di impegno civile e rigore morale fondato sui più alti valori di libertà e di legalità. 16 maggio 2008, Castel Volturno (Caserta)”. Medaglia d’oro al valor civile, 17 marzo 2009.

Domenico Noviello, Il ‘leone’ che si oppose alla camorra

di Paolo De Chiara

“Letti gli art. 533 e 535 c.p.p. dichiara Alfiero Massimo, Bartolucci Giovanni e Granato Davide colpevoli dei reati loro ascritti e, riuniti i medesimi sotto il vincolo della continuazione […], condanna ciascuno alla pena dell’ergastolo. Dichiara gli imputati interdetti in perpetuo dai pubblici uffici nonché in stato di interdizione legale e interdetti in perpetuo dall’esercizio della potestà genitoriale”.

Ergastolo, fine pena mai per gli assassini di Domenico Noviello, un imprenditore casertano ucciso dalla camorra, dal gruppo Setola. Per dare l’esempio, per il controllo del territorio. Perché le persone perbene come Domenico sono fastidiose. Denunciano, non si fanno intimidire, mettono i bastoni tra le ruote. Rompono la minchia. È il giudice delle indagini preliminari, Isabella Iaselli, a pronunciare la sentenza il 4 dicembre del 2012.

Noviello ha fatto il suo dovere, fino in fondo. Ha denunciato, ha collaborato con le forze dell’ordine, ha fatto arrestare gli estorsori“Si, abbiamo paura – è la moglie di Domenico che risponde a una domanda durante una puntata de ‘La storia siamo noi’, registrata prima del brutale omicidio, – ma non ci pentiamo di aver denunciato i nostri estorsori. Qualcuno deve pur cominciare se si vuole che la realtà del Sud cambi”. Basta rivedere la puntata della trasmissione per risentire, in sottofondo, la voce di Domenico: “digli che ci sentiamo soli. Diglielo che lo Stato ci ha sostenuto solo all’inizio”. La sentenza del 2012 è stata emessa nei confronti di Massimo Alfiero, alias ‘Capritto’, di Casal di Principe (Caserta), classe ‘72; Giovanni Bartolucci di San Marcellino (Caserta), classe ’80 e Davide Granato di Napoli, classe ‘75. I tre camorristi che hanno chiesto il rito abbreviato. Per l’omicidio Noviello gli imputati, in totale, sono dieci.

Per gli altri sette (Alessandro Cirillo, Francesco Cirillo, Metello Di Bona, Giovanni Letizia, Massimiliano Napolano, Giuseppe Setola e Luigi Tartarone) si è concluso il rito ordinario a Santa Maria Capua Vetere. Il 7 luglio 2014 il PM della DDA di Napoli, Alessandro Milita, nella sua requisitoria ha chiesto sei ergastoli per gli assassini di Domenico. Quattordici per il collaboratore di giustizia Tartarone. Il 19 novembre 2014 la sentenza, presso il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere: (CIRILLO Alessandro, ERGASTOLO; CIRILLO Francesco, ERGASTOLO; DI BONA Metello, 43 anni di reclusione; LETIZIA Giovanni, ERGASTOLO; NAPOLANO Massimiliano, ERGASTOLO; il ‘cecato’ SETOLA Giuseppe, ERGASTOLO; TARTARONE Luigi ( collaboratore di giustizia), 13 anni e 6 mesi di reclusione).

L’omicidio di una persona perbene   

Venerdì 16 maggio 2008. Una giornata particolare. Domenico Noviello, 64 anni, originario di San Cipriano d’Aversa, padre di tre figli, imprenditore di Castel Volturno, titolare di una autoscuola che gestisce insieme ai figli, sta uscendo presto di casa per raggiungere la sua attività. “Alle ore 7:30  – scrive il GIP Iaselli – viene segnalata la presenza di un corpo privo di vita in Castel Volturno, località Baia Verde, all’altezza della rotonda di viale Lenin”C’è una Fiat Panda multijet nera ferma, con motore acceso e crivellata di colpi.

C’è anche un morto-ammazzato, sangue ovunque e tanti, troppi bossoli di pistola. Di due pistole. “L’auto era ferma lungo la strada che la vittima percorreva per raggiungere l’agenzia di pratiche automobilistiche e scuola guida di cui il Noviello era titolare”.      

“Quella mattina – spiega il figlio Massimiliano – mi svegliai prima di mio padre, con mio cognato eravamo stati a correre sulla spiaggia. Dopo la corsa ci lasciamo, mi richiama e mi comincia a dire ‘tuo padre dove sta? Mica ha fatto un incidente? Dove sta, è uscito?’. Era molto vago, lui già sapeva qualcosa, ma tentennava nel dirmelo. Non ha avuto il coraggio di dirmelo. Inizio a chiamare mio padre sul cellulare e vedo che suona, squilla ripetutamente senza risposta. Mi inizio ad agitare, mi innervosisco, mi metto in macchina e mi reco in località Baia Verde. Ci metto cinque minuti per arrivare sul posto. Vedo la macchina, scendo, mi avvicino e vedo il corpo di mio padre, con il viso rivolto verso terra. Subito prendo coscienza di quello che è accaduto, in quel momento mi è cascato il mondo addosso”.

La scena del crimine viene perlustrata dalla polizia. Sembra tutto chiaro. Mettono tutto per iscritto. La vittima, Domenico Noviello, prima di morire, ha cercato di sottrarsi all’agguato. Ha tentato, con tutte le sue forze, di uscire dalla sua macchina, dalla portiera laterale. Stramazza al suolo per i “colpi all’addome, alla spalla ed alla gamba sinistra nonché alla testa”. Lo sportello anteriore destro, scrivono gli uomini della squadra mobile, era aperto e “presso il medesimo era il cadavere del Noviello”.

Nella tasca destra della tuta della vittima viene ritrovata una pistola Beretta, legalmente dichiarata. Domenico, immune da precedenti penali, è stato preso alla sprovvista dalla fulminea, ma preparata nei minimi dettagli, azione criminale. Violenta, barbara, animalesca. Sul posto vengono trovati 25 bossoli, cinque proiettili e un frammento di proiettile. Nella Fiat Panda, nel sedile anteriore destro e nel cruscotto, tre ogive e tre frammenti di ogiva.

Dagli accertamenti del Racis di Roma, fondati sulla traiettoria dei proiettili, è possibile ricostruire gli ultimi attimi in vita di Domenico Noviello“Poco prima del civico 327 era stato affiancato e parzialmente superato da un altro veicolo, moto o auto, che verosimilmente si bloccava trasversalmente all’asse stradale. Sceso dal veicolo uno sparatore apriva il fuoco all’indirizzo del lato guida della Panda, impiegando una pistola cal. 380”Per i verbalizzanti sulla scena del crimine era presente un altro killer che ha bersagliato l’uomo “con una nuova scarica di colpi, almeno altri 12”, con una seconda arma. “La vittima finiva con l’accasciarsi al suolo mentre il killer, continuando a fare fuoco, la raggiungeva fino al punto in cui si era adagiata, tra la ruota posteriore ed il marciapiedi, e lì completava l’azione esplodendo ancora ulteriori colpi al suo indirizzo”.

La relazione autoptica e gli altri omicidi

Il documento è firmato dal dottor Luigi Barbato. L’autopsia indica che “la vittima è stata attinta da tredici colpi d’arma da fuoco”, due “a livello della guancia sinistra e del braccio destro”, uno “alla regione frontale destra”, uno “alla regione fronto-zigomatica sinistra”, uno “al livello dell’orecchio sinistro”, uno “trapassante che parte dalla fascia laterale del braccio sinistro, trapassa lo sterno rientra sottocutaneamente a livello del torace e fuoriesce con altro foro a 10 cm dal primo ingresso”, uno “a livello della spalla sinistra”, uno “trapassante a livello emitoracico superiore destro”, uno “al fianco sinistro”, uno “a livello inguinale sinistro”, uno “al fianco destro”, uno “a livello scapolare sinistro”.

Dalla relazione dell’esperto emerge un altro interessante dato“sulla base della ricostruzione dei tramiti intracorporei, si può affermare che i colpi sono stati esplosi da una persona che si trovava prima di fianco e poi posteriormente alla vittima”.

I carabinieri del Racis di Roma evidenziano altri dati, altrettanto interessanti. Dal confronto dei bossoli recuperati con quelli ritrovati sul luogo di altri omicidi è emerso che la pistola semiautomatica è stata già impiegata nel duplice omicidio Kazani-Dani del 4 agosto 2008, nell’omicidio di Ramis Doda del 21 agosto 2008, nell’omicidio di Antonio Celiento del 18 settembre 2008, nella strage degli extracomunitari del 18 settembre 2008. Mentre la pistola calibro 380 è stata impiegata il 2 maggio del 2008 per l’omicidio di Umberto Bidognetti e il 1 giugno dello stesso anno per l’omicidio di Michele Orsi.

Il 30 settembre 2008 il Roni di Caserta arresta nel territorio di Giugliano in Campania Alessandro Cirillo, Giovanni Letizia e Oreste Spagnuolo, i primi due coinvolti anche nell’assassinio di Noviello. Vengono sequestrate numerose armi, “tra cui sei positive ai confronti balistici”. Una pistola, la Pietro Beretta, un’arma da guerra con matricola abrasa, è stata usata, “con elevato grado di probabilità, negli omicidi Noviello, Kazani-Dani e Celiento”.   

“Quando vedo – aggiunge Massimiliano – il corpo di mio padre sbatto per terra, subito dopo mi prendono e mi portano in commissariato. Cercano di capire e inizio a ricordare che mio padre mi diceva ‘se mi capita qualcosa ho un’agenda, la devi consegnare alla polizia’. Su questa agenda c’è scritto che mio padre elogia le forze dell’ordine e le Istituzioni e scrive che era stato avvicinato da un certo Cipriani o Cipriano, non ricordo, che lui aveva allontanato. Si scusa con l’autorità perché aveva scritto questa cosa senza avvisare dell’episodio”.

Le testimonianze

Subito dopo l’omicidio di Noviello gli investigatori cercano i testimoni. Cominciano dai presenti in zona al momento dell’omicidio. Solo due: l’uomo che ha chiamato il 113 e un dipendente di una pasticceria attiva nei pressi del luogo del delitto. “Nulla di significativo è stato riferito da Manfredino e Ferrillo i quali evidenziavano di essere giunti dopo che gli sparatori erano andati via”. Nessuno ha visto nulla, nessuno era presente in quel preciso momento. Ancora deserto intorno al coraggioso Domenico Noviello, il testimone che ha denunciato il racket della camorra. Anche al suo funerale pochissime persone.

È Massimiliano che rende “dichiarazioni più significative”. Parla dell’attività del padre, ubicata nei pressi del commissariato di Castel Volturno. “Alcuni anni prima – è possibile leggere dalle motivazioni della sentenza di condanna – il padre aveva denunziato un tentativo di estorsione da parte di alcuni esponenti del clan dei casalesi, arrestati a seguito della denuncia. Il padre viveva con il timore di subire ritorsioni”Massimiliano ricorda “il calo degli iscritti, forse dovuto a timori da parte dei cittadini locali”, l’episodio raccontato dal padre legato ai locali dell’autoscuola, “perché l’intero Parco Sementini era stato messo all’asta”.  Domenico si dimostra interessato, vuole comprare quei locali. Ma deve rinunciare, un emissario porta un messaggio preciso. “Il giovedì precedente – scrive il giudice Iaselli – il padre gli aveva confidato che tale Addattilo di Castel Volturno, recandosi presso l’agenzia per motivi di lavoro, gli aveva detto testualmente ‘i locali sono stati venduti ed ora te ne mandano pure”.

Il padre aveva risposto ‘voglio vedere come me ne cacciano’. Addattilo viene riconosciuto da Massimiliano. È un cliente dell’agenzia, il suo nome è Giovanni, già con diversi precedenti legati all’estorsione, allo spaccio di stupefacenti, alle armi. Massimiliano Noviello parla della decisione del padre, un’azione legale. Il giovane Noviello parla anche delle ‘pressioni’ del padre, “affinché evitasse di ‘calcare troppo la mano’ nei confronti dei soggetti arrestati, e sul punto testualmente dichiara: “mentre chiacchieravo con mio padre, questi intavolò l’argomento e mi disse che, a suo parere, sarebbe stato opportuno non infierire troppo nei confronti degli estorsori. Questo perché, tutto sommato, avevamo raggiunto il nostro obiettivo – facendoli arrestare – e dovevamo pensare a difenderci, non ad attaccare. Di certo non potevamo essere noi a sconfiggere la criminalità locale, pertanto non era opportuno esporsi più di tanto. Ormai avevamo fatto capire da che parte stavamo”.      

È l’episodio della denuncia, rafforzato dalla collaborazione attiva, dagli arresti e dalle condanne, a scatenare la rabbia animalesca e sanguinaria dei camorristi. Vogliono lanciare un segnale, compilano una lista degli obiettivi da eliminare per dare l’esempio.

Maria Rosaria, l’altra figlia di Domenico, conferma esplicitamente “che dopo la denuncia del padre per la estorsione commessa da alcuni componenti del clan dei casalesi tratti in arresto per tale vicenda, la famiglia aveva subito un forte stress emotivo e tensioni giornaliere prevedendo ritorsioni della camorra”.

Racconta degli incontri del padre con esponenti di associazioni antiracket, delle sue preoccupazioni per l’asta dei locali. La moglie di Domenico, Giuseppina, racconta un episodio che non ha dimenticato, che gli è rimasto impresso nella mente. Sei giorni prima dell’omicidio, intorno alle 16:00, nota tre uomini in una Fiat Punto di colore grigio.

Il 16 maggio l’altra figlia Maria Antonietta, insieme al marito, consegna a un ispettore capo due fogli manoscritti, con chiari riferimenti alla vicenda estorsiva del 2001.

“Meglio un giorno da leone che cento da conigli”

“Tutto ha inizio – ricorda, oggi, Massimiliano –  nell’anno 2001, precisamente nel periodo di Pasqua. Vennero da noi dei personaggi del posto, personaggi loschi, e ci fecero una richiesta estorsiva. Inizialmente venne un certo Pasqualino Cirillo e mi chiese di parlare con mio padre, il titolare dell’autoscuola. Un suo cugino latitante, stiamo parlando di Alessandro Cirillo ‘o sergente, doveva parlare con mio padre. Subito capii le loro intenzioni e dissi che avrei riferito. Comunico questa cosa, ne iniziammo a parlare a casa. Mio padre mi disse ‘Massimo, è meglio un giorno da leone che cento da conigli. La storia ci insegna che le persone hanno combattuto per la propria libertà’.

Mio padre amava leggere, leggeva molti libri di storia e per lui non era possibile che queste persone, attraverso la forza, la violenza, potessero dettare legge. Era un’offesa per lui”.

Nella famiglia Noviello ritorna con forza il passato, mai dimenticato“Mia madre già aveva perso un fratello. Fu ammazzato all’età di 33 anni, si chiamava Pasquale De Angelis. Pretendevano soldi, una richiesta estorsiva, all’epoca erano ladri di galline, sempre di Casale. Anche il fratello di mia madre disse di no e venne ammazzato. Non è stata ritenuta una vittima di mafia. La decisione di mio padre fu presa con sofferenza, mia madre si ritrovava a rivivere una situazione drammatica, una piaga che si riapriva. Decidemmo di denunciare”.

Precisamente il 19 marzo del 2001. Domenico Noviello si presenta davanti agli investigatori (“siamo andati insieme a Caserta”, precisa il figlio Massimiliano) e denuncia le richieste estorsive. È chiaro, preciso. Indica le date, fa nomi e cognomi. Non dimentica l’episodio del 15 marzo, quando due uomini, due ambasciatori del clan, lo invitano da certi “compagni di Castel Volturno”.

Non certo comunisti, ma camorristi. Della peggiore specie. Nella stessa giornata presso l’auotoscuola si presenta un uomo (poi riconosciuto e individuato in Francesco Cirillo) che parla del cugino latitante interessato ad incontrare il padre. Erano tutti interessati a Domenico Noviello, la richiesta dello schifoso clan non può rimanere inevasa. Due giorni dopo, racconta Domenico agli investigatori, si registra l’incontro con Lisandro ‘o giudice, che chiede di preparare 30 milioni di lire per gli amici di Casale. Anche questo esattore viene riconosciuto, si tratta di Alessandro Gravante. Riconosce anche un certo Aldo Russo, si era già presentato in agenzia per invitare Domenico a incontrare i ‘compagni’ e gli ‘amici’.

“Iniziarono a venire diversi personaggi con atteggiamenti arroganti – ricorda Massimiliano – e in quell’occasione capii le parole di mio padre: ‘questi una volta che entrano, si impossessano dell’attività’. Insieme andiamo alla questura di Caserta a fare la denuncia. Con loro iniziammo a temporeggiare. Abbiamo denunciato questa tentata estorsione, io ho denunciato alcuni esponenti, mio padre altri, alcuni parlarono con me e altri con mio padre in mia assenza. Dopo la denuncia la squadra mobile di Caserta si attivò e mise cimici all’interno dell’attività, partirono le indagini e ci chiesero di farli parlare. Abbiamo denunciato e partecipato attivamente agli arresti”.

L’appuntamento con gli estorsori

Cominciano ad arrivare le prime conferme, ma non basta. Serve lo scambio, bisogna pizzicarli in flagranza di reato. Il 9 aprile del 2001 si materializza l’incontro tra Domenico Noviello e gli estorsori. L’appuntamento è stato programmato nei pressi di un bar per la consegna della borsa con 10 milioni di lire, in contanti. Cento banconote da 100 mila, tutte fotocopiate. È pronto anche un decreto di fermo emesso dal pubblico ministero nei confronti di Gravante e Vitolo (“colti sul fatto”), nei confronti di Aldo Russo e dei due cugini Cirillo (latitanti).

“Nella motivazione della sentenza è resa palese l’importanza della denuncia del Noviello Domenico e della successiva attività di collaborazione offerta alle forze di Polizia in una importante operazione a carico di soggetti legati alla criminalità organizzata di Castel Volturno”.

Durante l’incontro c’è uno scambio di battute tra Domenico e gli estorsori, l’episodio lo ricorda Massimiliano“Alla consegna mio padre ha dovuto svincolare i propri soldi, perché il Ministero non svincolò i soldi in tempo. Dovemmo fotocopiarli e portali alla polizia. Mio padre consegna la borsa con i soldi e uno di loro gli disse ‘hai visto come ti abbiamo trattato’. E mio padre rispose ‘devi vedere io come ti ho trattato’. Gli consegna i soldi, si allontana, il segno era mettersi la mano in testa, irrompono le forze dell’ordine”.

Dal 2001 scatta la protezione. Il 12 aprile vengono disposte le misure di vigilanza “aventi ad oggetto la famiglia” Noviello, fino all’estate del 2003, quando il Ministero decide di sospendere la vigilanza. Il 24 giugno arriva una nota con la decisione presa alla segreteria di sicurezza della questura di Caserta. Il 16 maggio 2001, insieme a sua figlia Rosaria, si presenta in commissariato. Riferisce puntualmente degli inviti rivolti dai suoi conoscenti, da alcuni professionisti che si erano occupati della gestione contabile e dell’assistenza legale della sua impresa. Domenico Noviello non si fa intimidire dalle parole, dai chiari inviti. “Non aderisce a tali sollecitazioni”. Va avanti, a testa alta.

“Dal momento in cui subiamo la tentata estorsione  – chiarisce Massimiliano – non abbiamo mai pagato, perdiamo la serenità. Ero fidanzato con la mia attuale moglie, non avevamo alcun tipo di tutela. Cominciai a mentire anche a mia moglie, avevo un atteggiamento strano, un comportamento poliziesco. Dal 2001 ho il porto d’armi di pistola per difesa personale”.

Il Gup del Tribunale di Napoli, in sede di abbreviato, condanna Francesco Cirillo, Aldo Russo, Alessandro Gravante, Tommaso Vitolo e Alessandro Cirillo, il cugino di Francesco il latitante.

Il ‘cecato’ Setola e i collaboratori di giustizia

‘Spietato’ e ‘determinato’, queste le parole dei collaboratori di giustizia per descrivere Giuseppe Setola ‘o cecato, il killer della camorra che ha terrorizzato il territorio campano. È lui che approva e condivide la scelta di eliminare Domenico Noviello. Presente nella lunga lista compilata per affermare il dominio. Omicidio su omicidio. Un animale che ama l’odore del sangue. Nasce il 5 novembre del 1971 a Santa Maria Capua Vetere (Caserta). Viene soprannominato ‘a puttana, è un cane sciolto, non ama le regole. “Costituisce il suo gruppo di fuoco – si legge su La Repubblica del 14 gennaio 2009 – formato, tra gli altri, da Pasquale Vargas, Emilio Di Caterino, Oreste Spagnuolo, Giovanni Letizia, Alessandro Cirillo e Aniello Bidognetti. Personaggi di grosso calibro criminale, in gran parte arrestati negli ultimi mesi e alcuni dei quali sono divenuti collaboratori di giustizia. Proprio pentiti che lo stesso Setola, in tempi non sospetti, avrebbe definito ‘cornuti’ e ‘bastardi’”. Conosce il carcere, ci passa sei anni. Poi arriva una grave patologia agli occhi. Diventa semicieco, perde l’uso della vista. Ma è solo un bluff, una sceneggiata. Setola è diventato ‘o cecato. Il 13 aprile 2008 evade dalla clinica di Pavia, dove era stato ricoverato per il ‘problema’ agli occhi. Inizia l’inferno. Il gruppo di fuoco viene ricostituito. Iniziano le vendette, i regolamenti di conto. La strategia stragista. “Occorreva – racconta un ‘pentito’ – terrorizzare gli imprenditori, i familiari dei pentiti e scoraggiare futuri pentimenti, colpire quanti commettevano reati senza il permesso del clan e senza versare allo stesso una parte dei proventi illeciti”. Viene arrestato dopo una rocambolesca fuga nelle fogne (il suo vero habitat) di Trentola Ducente, in provincia di Caserta.

“Mio padre mi disse: ‘Massimo, noi ci siamo difesi da un clan ma non credere che abbiamo sconfitto la criminalità’. Con queste parole voleva dire ‘tieni i toni bassi, evita di sfidarli. Tu hai da perdere’. Era ritenuto l’infame, una persona che aveva fatto una cosa controcorrente. Lui non accettava di essere calpestatoColpiscono mio padre per dare un segnale, avevano avuto questo affronto, non aveva pagato, aveva denunciato”.

“cornuti” e i “bastardi” parlano“Con riguardo ai collaboratori Spagnuolo Oreste, Di Caterino Emilio, Amatrudi Massimo e Iovane Massimo va sottolineato che i primi e principali collaboratori di giustizia provenienti del gruppo facente capo a Setola Giuseppe (nell’ambito della fazione della famiglia Bidognetti), sono stati Di Caterino Emilio e Spagnuolo Oreste che non hanno certo concordato le loro dichiarazioni”.

Oreste Spagnuolo viene arrestato il 30 settembre del 2008 dai carabinieri di Caserta, insieme ad Alessandro Cirillo e Giovanni Letizia. Durante l’operazione Antimafia effettuata a Giugliano viene ritrovato e sequestrato un “vero e proprio arsenale”.

Emilio Di Caterino, soprannominato Emiliotto, dopo l’arresto di Luigi Guida diventa il reggente del clan Bidognetti. Con l’arresto, dopo la latitanza, comincia la collaborazione con lo Stato. La stessa scelta di Massimo Amatrudi, gruppo Setola, già condannato per associazione con Massimo Alfiero, Oreste Spagnuolo e Luigi Tartarone (17 dicembre 2009).

Anche Massimo Iovine decide di ‘cambiare vita’“La scelta di collaborare – scrive il gip Isabella Iaselli – per chi ha fatto parte del gruppo Setola non può dirsi certamente presa a cuor leggero, dal momento che, come sottolineato dall’accusa, si è dovuto fare luce su una serie di delitti efferati ammettendo in molti casi gravi responsabilità personali”.

Questo è l’elenco impressionante dei delitti commessi dal gruppo Setola, nel 2008. Una violenza brutale concentrata in pochi mesi.

  • 2 maggio, omicidio di Umberto Bidognetti, condannato a morte perché padre del ‘pentito’ Domenico;
  • 16 maggio, omicidio di Domenico Noviello;
  • 30 maggio, tentativo di omicidio per Francesca Carrino, la sorella di Anna, collaboratrice di giustizia, ex convivente di Francesco Bidognetti, detto Cicciotto e’ Mezzanotte, capo storico;
  • 1 giugno, omicidio di Michele Orsi, imprenditore operante nel settore dei rifiuti solidi urbani, per aver reso dichiarazioni compromettenti per il clan;
  • 11 luglio, omicidio di Raffaele Granato, per aver denunciato richieste estorsive;
  • 4 agosto, omicidio di Dani e Kazani, due cittadini albanesi non autorizzati ad operare nella zona;
  • 18 agosto, ferimento di alcuni cittadini nigeriani, la loro presenza non era gradita;
  • 21 agosto, omicidio di Ramis Doda, cittadino albanese non gradito al clan;
  • 18 settembre, omicidio di Antonio Celiento e degli extracomunitari colpiti nella strage di Castel Volturno;
  • 2 ottobre, omicidio di Lorenzo Riccio, impiegato presso l’agenzia funebre Russo. Il titolare aveva denunciato Francesco Bidognetti;
  • 5 ottobre, omicidio di Stanislao Cantelli, zio dei collaboratori di giustizia Luigi e Alfonso Diana.

“Il gruppo facente capo al Setola operava con modalità particolarmente cruente, tanto che gli stessi affiliati non potevano mai dirsi al sicuro da una condanna a morte basata anche sul sospetto di un tradimento. Il clima non era mai rilassato”. È il collaboratore Spagnuolo che racconta il comportamento di Setola. Decideva chi doveva eseguire gli omicidi per testare l’affidabilità e la lealtà dei suoi uomini.          

Nell’interrogatorio del 6 ottobre del 2008 Oreste Spagnuolo indica gli esecutori dell’omicidio NovielloMassimo Alfiero, Davide Granato, Gino Natale detto Marano, Napoleano Massimo. Il mandante lo indica in Setola “che voleva punirlo per avere denunziato gli autori della estorsione ai suoi danni”.

Si esprime meglio nell’interrogatorio del 7 ottobre 2008“quanto alla causale, per come fu riferita da Peppe Setola rappresento che il Noviello molti anni fa aveva denunziato Cirillo Francesco detto Pasqualino, Gravante Alessandro e Russo Aldo nonché Cirillo Alessandro, quest’ultimo venne poi assolto. Questa ragione insieme alla necessità di intimorire chiunque volesse denunziare il gruppo Setola costituì la ragione per cui il Setola Giuseppe e Cirillo Alessandro decisero di uccidere il Noviello, almeno per quanto mi fu detto”.

Il collaboratore racconta l’esecuzione, l’episodio lo apprende dal racconto di Massimo Napolano. Quella mattina, il 16 maggio 2008, Massimo Alfiero, Massimo Granato e Gino Tartarone sono alla guida di una Yaris blu rubata. Raggiungono Baia Verde, dopo aver fatto sosta nel cortile della casa di un amico, (“ignaro di tutto”), dove attendono la telefonata di Massimo Napolano. Secondo quel racconto a sparare fu Massimo Alfiero con la pistola calibro 9 (nascosta da Gianluca Bidognetti, ricevuta da Massimo Alfiero)  e Davide Granato con la revolver calibro 38.

Nell’interrogatorio del 16 ottobre 2008, il collaboratore Emilio Di Caterino parla di una riunione con Setola e Cirillo, dove si parlò dell’omicidio dell’imprenditore coraggio di Castel Volturno. Il collaboratore Massimo Iovane ribadisce un concetto semplice, ma chiaro: “Il clan dei casalesi è molto vendicativo, non dimentica le azioni commesse in danno del gruppo, decidendo di reagire anche a distanza di svariati anni”.       

Decisive sono le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Luigi Tartarone (già condannato per 416bis, nel dicembre 2009) e Massimo Alfiero. Ammettono la loro partecipazione e spiegano nei dettagli tutti gli spostamenti, il piano, gli appostamenti, le autovetture utilizzate, le armi, le schede telefoniche, le attese, la dinamica. “Ci siamo incontrati di fronte all’ingresso di Baia Verde – racconta Tartarone nel corso dell’interrogatorio del 14 settembre 2010 – e da lì siamo partiti immediatamente dopo aver ricevuto una telefonata che ci avvisava della presenza del Noviello… ho visto materialmente Alfiero sparare molti colpi d’arma da fuoco all’indirizzo del Noviello dopo essersi affiancato alla sua autovettura colpendolo al viso e tronco e, successivamente, scendere dall’autovettura, prendere l’altra pistola e raggiungere il Noviello nel frattempo sceso dall’autovettura nel tentativo di sottrarsi ai colpi d’arma da fuoco e sparare ulteriori colpi d’arma da fuoco per finirlo di cui almeno due in testa”.

Il gruppo di fuoco, subito dopo l’omicidio poteva essere bloccato“Ricordo che le due autovetture con a bordo Di Bona, Alfiero ed io hanno incrociato una pattuglia di carabinieri nei pressi di una pompa di benzina subito dopo Casal di Principe. Credo che ci abbiano notati anche se non ci hanno inseguito nonostante l’elevatissima velocità di viaggio di entrambe le autovetture”. Dopo l’omicidio Tartarone e Alfiero si nascondono in una casa a San Marcellino, in provincia di Caserta, presa in affitto da Giovanni Bartolucci.  .

È fondamentale la collaborazione di Massimo Alfiero, il killer. L’esecutore materiale che scaricò “13 botte” su Noviello solo con una pistola, mentre con l’altra gli sparò altri colpi, “finendolo poi con un colpo alla testa”.

Il 15 ottobre del 2010, dopo la sua richiesta di essere ascoltato, viene portato in Procura dove spontaneamente ammette la sua appartenenza al clan Bidognetti, denuncia le sue azioni criminali, racconta di aver partecipato agli omicidi di Domenico Bidognetti, Domenico Noviello e Michele Orsi. Vuole passare dall’altra parte, soffre per la ‘lontananza’ della famiglia. “Precisa di aver fatto parte del clan da epoca risalente e di poter riferire su molte vicende”.     

Il ripensamento

Il camorrista quasi pentito Alfiero è al 41 bis. Ci sono due ordinanze che lo inchiodano, per associazione e omicidio. Ci sono le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia (Oreste Spagnuolo, Massimo Iovine, Antonio De Martino ed Emilio Di Caterino), che parlano della sua ‘posizione di rilievo’ nel gruppo Setola. Ha sulle spalle “numerosi e gravissimi delitti”La sua collaborazione è preziosa. Ma Alfiero ad un certo punto si blocca e si chiude nel totale silenzio, avvalendosi della facoltà di non rispondere. Non per le pressioni del clan, non per le voci che cominciano a girare e che vengono raccolte da sua moglie.

Il killer del clan Bidognetti, Massimo Alfiero, dopo aver espresso la decisione di parlare, di vuotare il sacco, di raccontare il suo interessante punto di vista viene bloccato dalla sua donna. Da sua moglie, dalla madre dei suoi figli. Tutto è stato registrato dagli inquirenti grazie alle intercettazioni ambientali, le ‘cimici’ azionate durante i colloqui in carcere. La signora Alfiero decide di rinunciare al programma di protezione, anche per sua figlia. È decisa, suo marito non deve parlare. Non deve mettere in pericolo la famiglia. Il ‘sistema’.

I due si incontrano in carcere per il colloquio. La Corvino lo smonta“Adesso ti stanno facendo vedere solo rose e fiori… è vero o no? […]“tu sei un uomo… prima hai parlato… poi non hai detto niente”. […] “tanto tu esci… esci e stai insieme a noi… passeranno per dirti sei… sette anni quanto ci manca”. Fine pena mai, ergastolo per il killer che voleva diventare collaboratore.

Tre ergastoli nel rito abbreviato. Rispettivamente per Massimo Alfiero (il killer), per Giovanni Bartolucci (componente del commando e organizzatore) e per Davide Granato (ha partecipato all’organizzazione, assumendo il ruolo di ‘specchiettista’). Proprio quest’ultimo, nell’udienza del 4 dicembre del 2012, rende delle spontanee dichiarazioni. Ammette le sue responsabilità e consegna un appunto: “prima di tutto chiedo scusa a Dio per aver fatto male a una sua creatura, poi chiedo scusa alla famiglia intera della vittima per avergli arrecato tantissimo dolore. So benissimo che non sarà facile essere perdonato per l’ignobile azione, però da parte mia con un atto di coraggio mi assumo la mia responsabilità per aver partecipato a questo efferato delitto ed essere sottoposto al giudizio di questo tribunale per non sfuggire alle mie colpe. Ancora chiedo scusa alla famiglia Noviello e all’intera società e mi dissocio da qualsiasi contesto mafioso ed in particolare dal clan dei casalesi”.

Parole sprecate, inutili.

“Quanto al motivo abietto così come contestato deve ritenersi spregevole che una vita umana sia stata soppressa per una vicenda risalente nel tempo e peraltro ormai definita al fine di dare un segno della forza della criminalità. Con l’omicidio del Noviello si è voluto inviare un messaggio terribile alla collettività: i soggetti colpiti da misure cautelari e condanne, anche a distanza di tempo, si vendicano contro di coloro che, rispettosi della legge, hanno denunciato alle Istituzioni i torti subiti”. Il rito ordinario, per gli altri sette imputati, è arrivato alle battute conclusive.

Nell’udienza del 3 aprile, per la prima volta il killer sanguinario Setola risponde alle domande del PM della DDA di Napoli, Alessandro Milita. A modo suo. Definendosi, scrive Il Mattino, un capro espiatorio “messo in mezzo dagli infami che hanno fatto il mio nome per avere protezioni e soldi, facendomi ottenere condanne ingiuste. Per lei e il PM Sirignano ho fatto tutto io, ma con la coscienza sono a posto”‘O cecato è stato condannato, sino ad oggi, a otto ergastoli per 15 omicidi. Una coscienza impregnata di sangue.

“Sono loro che devono andare via!”

“Quante volte, in famiglia, abbiamo parlato e discusso di lasciare il territorio. Mio padre era sempre contrario, ‘non devo andare via io, solo loro che devono andare via’. Questa scelta la vedeva come una sconfitta. Lui non ha offeso nessuno, si è difeso da un attacco. Cosa prevede la legge? La denuncia? Questo ha fatto mio padre, ha rispettato la legge”.

Ma lo Stato come si è comportato con Domenico Noviello? È stato fatto tutto il possibile? Poteva essere ancora protetto? “Il Noviello – si legge nelle motivazioni – è stato sottoposto a misure di sicurezza sino all’estate del 2003 e tuttavia aveva continuato a temere per sé e per i familiari, oltre a convivere con il senso di colpa per non essere riuscito ad andare oltre, come testimoniato dal rinvenimento di fogli manoscritti da consegnare alla polizia in caso di morte violenta”.

Si poteva fare di più?

“Siamo stati abbandonati dallo Stato”, risponde Massimiliano, “mio padre incontra le associazioni, inizia a capire che l’isolamento lo porta in uno stato di abbandono. In un’intervista a mia madre si sente la voce di mio padre: ‘diglielo che lo Stato ci ha abbandonati, che ci sentiamo soli’. Mio padre lo ha sempre dichiarato. Non ha fatto questa scelta per lo Stato, ha fatto questa scelta perché amava essere libero. Ci facevano pesare anche il rinnovo del porto d’armi, a volte mio padre chiedeva di essere accompagnato e spesso e volentieri si trovava senza protezione. Soffriva questa cosa, tutti gli altri pagavano, lui era visto come la mosca bianca, il marziano del posto”. Ma Massimiliano non si sente abbandonato dallo Stato, lo dice chiaramente: “a seguito della morte di papà, tutto posso dire, ma non di essere stato abbandonato dallo Stato. Forse si sono accorti della ‘gaffe’ che hanno fatto, infatti hanno conferito la Medaglia d’oro al valor civile prima della sentenza. Mio padre è stato abbandonato, è stato utilizzato, abbiamo partecipato attivamente agli arresti. Invece io no, io ho avuto tutto e subito. Non posso lamentarmi e attaccare lo Stato”.

Il 17 marzo del 2009 il presidente della Repubblica ha  conferito alla famiglia la Medaglia d’oro al Valor Civile. A Castel Volturno è stata intitolata una piazza, per non dimenticare una vittima di camorra, un cittadino onesto.

Morto per il rispetto della legalità.

Tratto da «Testimoni di Giustizia. Uomini e donne che hanno sfidato le mafie» di Paolo De Chiara, Perrone Editore, Roma, 2014

da WordNews.it

Ignazio Aloisi, infangato dalla mafia

“Ignazio Aloisi è stato lasciato solo, è stato abbandonato dallo Stato, che non ha fatto il suo dovere e continua a non farlo, perseverando nella sua condotta. Chiediamo che venga riconosciuto il sacrificio fatto da mio padre, che ha sacrificato la sua vita per la verità e la giustizia”.

di Paolo De Chiara

Domenica 27 gennaio 1991. Allo stadio comunale di Messina si sta giocando la partita di serie B tra la squadra di casa e il Verona. L’entusiasmo è alle stelle, i tifosi messinesi possono festeggiare una bella vittoria: un secco tre a uno. Tra gli spalti è festa. Intorno alle 16:30 anche Ignazio Aloisi in compagnia di Donatella, la sua bambina di 14 anni, e dei suoi amici Paolo, Salvatore, Giuseppe e Giovanni esce dalla curva sud dello stadio. Quando il Messina vince è d’obbligo una sosta presso la vicina pasticceria. Le vittorie si devono festeggiare, comprare le paste è diventata una piacevole consuetudine. Ma quella domenica la pasticceria è chiusa.

Oggi è la figlia Donatella, una donna forte e combattiva, che racconta quella giornata. “Subito dopo la partita abbiamo cominciato a fare la solita strada, quella che facevamo a piedi tutte le domeniche. Avevamo l’abitudine di fare il percorso a piedi. Qualche centinaio di metri prima abbiamo imboccato una scorciatoia e dalla strada principale ci è venuto addosso questo tizio, a viso coperto, che ha preso mio padre dal collo del giubbotto e ha sparato tre colpi di pistola. Ero mano nella mano con mio padre, ci eravamo scambiati le ultime parole. Quella domenica mi aveva promesso che mi avrebbe comprato la bandiera del Messina, ricordo ancora le ultime sue parole: ‘non preoccuparti, la compreremo la prossima domenica’. Mio padre cadde per terra e morì subito”.

Donatella è una ragazzina ha 14 anni. Non si rende subito conto del dramma, della punizione inferta al suo papà. “Ingenuamente pensai, sentendo i colpi che si trattasse di quelle bombette che si sparano a capodanno. D’istinto mi coprii le orecchie, ho ancora terrore di queste cose, poi mi resi conto di quello che era successo. Mi misi a urlare, pensavo si potesse fare ancora qualcosa, speravo che chiamando un’ambulanza si potesse fare qualcosa. Mi riportarono verso casa”. Tre colpi di revolver, calibro 38, sparati nelle parti vitali dell’uomo. Un’esecuzione pubblica, davanti a tutti, agli amici, alla figlia che teneva il padre per la mano. L’assassino spara, approfitta dello scompiglio, delle urla, della curiosità della gente e scappa. Nessuno sarà in grado di descriverlo. Solo informazioni superficiali: statura medio alta, corporatura robusta, indossava un cappotto, un berretto e una maschera di carnevale che copriva l’intera testa.

Secondo la consulenza necroscopica, disposta dal pubblico ministero ed eseguita dal dott. Giulio Cardia, “Aloisi era stato attinto al torace da un proiettile ed al capo da due proiettili così che uno di questi ultimi aveva provocato gravissime lesioni cranio-encefaliche dalle quali era derivata immediatamente la morte per arresto cardio-circolatorio”.      

“Subito dopo l’omicidio – racconta Donatella – mi portano a casa, ricordo che mia madre, la stessa sera, disse in questura che era stato Pasquale Castorina a uccidere mio padre, o comunque c’era lui di mezzo. L’unico episodio della vita di mio padre era stata quella testimonianza della rapina subita nel 1979. Le parole di mia madre servirono a poco, non si arrivò a nulla”.

La rapina e la testimonianza

“Mio padre, una guardia giurata, stava effettuando un servizio di scorta con un furgone portavalori. Presso un casello dell’autostrada subisce una rapina e viene anche colpito con il calcio della pistola, gli vengono rubate le chiavi di casa e gli viene sottratta la pistola. Vede uno dei rapinatori in faccia”. È Pasquale Castorina, lo riconosce, lo denuncia. “Castorina è un mafioso della mia città, affiliato del clan Sparacio. Il capo della zona del quartiere dove abitavo io, la zona sud di Messina. Era lui che controllava tutta la zona, lui, il nipote, il genero, tutta una cerchia familiare. Un clan che si dedicava allo spaccio di droga, rapine, estorsioni, di tutto di più”.

Ignazio dopo la rapina ai danni del Consorzio autostradale Messina-Palermo decide di denunciare. “Fa la sua testimonianza e, purtroppo, viene effettuato un riconoscimento in carcere, viso a viso, senza usare quelle tutele che esistono oggi. Non viene presa nessun tipo di tutela nei confronti di mio padre, viene fatto questo confronto faccia a faccia e, in quella sede, davanti alle forze dell’ordine, Pasquale Castorina minaccia mio padre. Le minacce di morte, come spiega la figlia Donatella, non vengono prese in considerazione dalle autorità presenti, “sono cose che si dicono nei momenti di rabbia, non faccia caso a quello che ha sentito”. Aloisi non è protetto da nessuno, si è esposto senza alcuna garanzia. Subisce intimidazioni, minacce, lo avvicinano, lo invitano a ritrattare. “Prima che mio padre facesse la sua testimonianza in tribunale, quella mattina, esplodono dei colpi di pistola all’interno del cortile del nostro condominio. Un chiaro segnale. Venne anche contattato da amici di Castorina per convincerlo a ritrattare la sua testimonianza, però mio padre ha proseguito, convinto di quello che stava facendo, confermando la sua testimonianza in tribunale”.

Il 16 gennaio del 1982 Pasquale Castorina viene condannato dalla Corte di Appello di Messina per la rapina aggravata. Nella sentenza viene messo in risalto il comportamento di Ignazio Aloisi e il fondamentale  riconoscimento (fatto in carcere), “determinante ai fini della condanna”.

I collaboratori di giustizia

“Parecchi mesi prima che mio padre venisse ucciso ricevevamo, in continuazione, telefonate a casa senza sentire nulla dall’altra parte. Telefonate silenziose. Almeno questo accadeva quando rispondevamo io, mia madre, mia sorella. Abbiamo fatto anche la denuncia ai carabinieri. Tutto ad un tratto queste telefonate finiscono e mio padre viene ucciso”.

Le indagini non portano a nulla. Per due anni solo silenzio. Nel 1993 la svolta. I particolari del fatto vengono riferiti “con autonome rivelazioni”, si legge nelle motivazioni della sentenza di primo grado, da tre collaboratori di giustizia: Umberto Santacaterina, Marcello Arnone e Ignazio Aliquò, tre soggetti – scrivono gli inquirenti – dissociati dalle consorterie criminose. Viene emesso l’ordine di custodia cautelare a carico dei tre, che vengono rinviati a giudizio davanti alla Corte di Assise di Messina per concorso, “nella diversa rispettiva veste di mandante, di esecutore materiale e di fiancheggiatore”, nell’omicidio premeditato e per i reati di porto e detenzione illegale di arma da fuoco.     

“Mia madre aveva detto subito quali fossero le sue certezze. Hanno preso atto delle parole di mio padre, ma non hanno potuto fare nulla, solo grazie a tre collaboratori di giustizia nel 1993 Pasquale Castorina viene accusato dell’omicidio”. Tutti e tre indicano come mandante dell’omicidio Pasquale Castorina. Doveva vendicarsi della pesante condanna, “subita in dipendenza di una deposizione resa a suo carico dallo Aloisi”. Per i collaboratori l’omicidio è stato materialmente eseguito da Pasquale Pietropaolo, nipote del Castorina, aiutato da Ignazio Erba, alla guida di un auto pronto per la fuga.

Durante il processo i mafiosi giocano la carta della diffamazione, cercano di mettere in cattiva luce la condotta di Ignazio Aloisi, “ucciso per una questione di donne”. Una tecnica collaudata e utilizzata tantissime volte dalle organizzazioni criminali per depistare, per screditare l’avversario. La falsa testimonianza di Marcello D’Arrigo non sortisce nessun effetto, mancano i riscontri. “È palese – si legge – che sussistono precisi e sufficienti elementi di prova per affermare le responsabilità del Castorina Pasquale e Pietropaolo Pasquale in ordine ai fatti loro in concorso ascritti, principalmente perché il primo confessò apertamente sia al Santacaterina che allo Arnone il suo ruolo di mandante dell’uccisione dello Aloisi, mentre il secondo confessò allo Arnone di essere stato l’esecutore materiale del delitto”. Per Ignazio Erba non c’è la necessaria certezza, non ci sono le prove, “tale dubbio impone l’assoluzione dello Erba Ignazio da ogni addebito”.

Per Castorina e Pietropaolo viene esclusa l’aggravante della premeditazione, anche in questo caso, manca la prova. Il 15 aprile del 1994 la Corte di Assise di Messina dichiara Pasquale Castorina (il mandante) e Pasquale Pietropaolo (l’esecutore materiale) colpevoli e condanna, entrambi, alla pena di ventisei anni di carcere, con l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e quella legale durante l’espiazione della pena detentiva. La Corte assolve Ignazio Erba “per non aver commesso il fatto e ne ordina la scarcerazione” se non detenuto per altri reati.  

“In primo grado – spiega Donatella – si dichiarano estranei ai fatti, cioè che non conoscevano mio padre. Sono andata a testimoniare in tribunale. L’unico sbaglio che, allora, fece mia madre, che si ritrovò con due ragazzine piccole, fu quello di non essersi costituita parte civile nel processo. L’avvocato di allora ci consigliò di non intraprendere questa strada, abitando nello stesso quartiere, con due figlie piccole. Così mia madre prese questa decisione, io e mia sorella eravamo piccole. La giusta decisione sarebbe stata quella di costituirsi parte civile, così Castorina ci avrebbe pensato due volte ad accusare mio padre di complicità in quella rapina”.

Una ferita ancora aperta

“Tra il primo e il secondo grado di giudizio viene attuata una strategia diversa. Danno una visione diversa della situazione, nel senso che mio padre viene accusato, da Pasquale Castorina, di essere complice di quella rapina. Si assumono la responsabilità dell’omicidio, dicendo che mio padre non era una vittima innocente ma un complice della rapina. Cercando di far assumere questa connotazione all’omicidio. Pasquale Castorina dichiarò che aveva ucciso mio padre perché non era rimasto soddisfatto del bottino della rapina e per questa insoddisfazione per la spartizione ha testimoniato. Il giudice nella sentenza ha scritto: ‘indicazione credibile’. Una cosa gravissima viene riportata nella sentenza, solo perché mio padre e Castorina abitavano nello stesso quartiere”. I due condannati Castorina e Pietropaolo ricorrono in appello. Durante il dibattimento gli imputati rendono delle dichiarazioni spontanee. Ammettono le loro responsabilità, si dichiarano responsabili dell’omicidio.   

Nel corso del secondo grado di giudizio sbuca fuori la tesi di Pasquale Castorina, che “ha confermato di avere voluto la morte dello Aloisi per vendicarsi della testimonianza dello stesso resa in quel vecchio procedimento, ma ha precisato che la vera ragione del suo rancore risiedeva nel fatto che il detto Aloisi era stato, nella realtà, suo complice nella progettazione ed esecuzione della rapina ed aveva poi testimoniato a suo carico soltanto poiché nella spartizione del bottino (risultato notevolmente inferiore all’entità garantita dallo Aloisi stesso) non aveva ottenuto la parte da lui sperata ed inizialmente promessagli”.

Dopo le accuse ripetute e smentite durante le fasi del primo grado di giudizio, “questioni di donne”, un nuovo piano per screditare un morto ammazzato, senza nessuna difesa. I familiari, seguendo le indicazioni dell’avvocato di fiducia, hanno rinunciato a costituirsi parte civile. Gioco facile per la mente ‘perversa’ di Castorina. “Per quanto riguarda l’indicazione del movente, le dichiarazioni – scrive il presidente della Corte d’Assise d’Appello di Messina, Bruno D’Arrigo – del Castorino non contraddicono quelle dei collaboratori di giustizia, ma apportano ad esse una ulteriore, e attendibile, specificazione. Il movente – continua D’Arrigo – rimane la vendetta per la deposizione resa dallo Aloisi nel processo per la rapina al casello dell’autostrada; ma la vendetta – ecco il passaggio fondamentale e contraddittorio – non si riferisce alla deposizione resa da una vittima della rapina, ma a quella, costituente tradimento, resa da un complice di quella impresa delittuosa”. La figura del testimone Ignazio Aloisi esce fortemente compromessa. Nella sentenza si parla di “indicazione credibile” da parte del mafioso Castorina. Aloisi, per la Corte d’Assise d’Appello di Messina non è una vittima, ma un complice, per giunta ‘opportunista’.        

Il 10 aprile del 1995 la Corte d’Assise d’Appello di Messina conferma l’impianto accusatorio, riducendo la pena, per entrambi gli imputati, a 22 anni di reclusione. La Corte di Cassazione con sentenza del 20 novembre 1995 dichiara inammissibili i ricorsi e condanna i ricorrenti alle spese. Ma il marchio infame della complicità resta. Nero su bianco.      

La lettera del Procuratore

“Abbiamo più e più volte presentato istanze al Ministero dell’Interno per fare in modo che il sacrificio di mio padre venisse riconosciuto e che venisse riconosciuto come vittima di mafia, ma invece ci siamo sempre viste sbattere le porte in faccia, ci sono sempre state risposte negative da parte del Ministero. L’anno scorso abbiamo dovuto fare ricorso al Tar perché il decreto del Ministero è arrivato nell’aprile del 2013. Nel frattempo è trascorso il 23° anniversario della morte di mio padre e stiamo qui ad attendere queste notizie”. La famiglia non ci sta, vuole far emergere la verità. Ignazio Aloisi non è un mafioso, ma una persona perbene, che ha fatto solo il suo dovere. Ha denunciato, nonostante le intimidazioni, le minacce, i colpi di pistola. Sua moglie Rosa, le sue figlie Donatella e Cinzia non si sono fermate.

“Qualche anno fa abbiamo denunciato Pasquale Castorina per calunnia, in modo che venisse riaperto il processo e venissero fatte le indagini. Ha accusato mio padre di essere il complice della rapina. Sono state riaperte le indagini, Pasquale Castorina è stato interrogato, pochi anni fa, e cambia nuovamente versione. Mette in mezzo un certo Salvatore Longo, che viene interrogato e dice di non sapere neanche chi fosse Ignazio Aloisi, dice ‘non lo conosco, non so se questo tizio avesse un ruolo nella rapina’. Castorina viene rinviato a giudizio però, purtroppo, sono trascorsi più di quindici anni e, quindi, il reato è estinto per avvenuta prescrizione. Il Castorina poteva rinunciare alla prescrizione per affrontare il processo, ma non l’ha fatto. La calunnia c’è, ma è estinta per prescrizione”.         

Il 14 aprile del 2009 arriva la richiesta di rinvio a giudizio per Pasquale Castorina, formulata dalla Procura della Repubblica di Messina. È il pubblico ministero Vincenzo Barbaro che chiede l’emissione del decreto che dispone il giudizio nei confronti dell’imputato per il reato di calunnia. “Perché – si legge nella richiesta  del PM – pur sapendolo innocente, nelle dichiarazioni spontanee rese davanti la Corte di Assise d’Appello di Messina, nel processo a suo carico per l’omicidio di Aloisi Ignazio, accusava quest’ultimo del reato di concorso nella rapina commessa il 3 settembre 1979 in danno del Consorzio Autostradale Messina-Palermo”.

La prescrizione corre in soccorso di Castorina. Il reato è estinto. Ma prescrizione non vuol dire assoluzione.    

da WordNews.it

Link: https://www.wordnews.it/ignazio-aloisi-infangato-dalla-mafia

IO HO DENUNCIATO #trailer

IO HO DENUNCIATO. La drammatica vicenda di un testimone di giustizia italiano.

scritto da Paolo De Chiara

diretto da Gabriel Cash

prodotto da CinemaSet

Con Dario Inserra, Simona Di Sarno, Matteo De Buono, Matteo Lombardi, Cristian Moroni, Marilù De Nicola, Salvatore G. B. Grimaldi, Federico Baldini, Umberto Vita, Luca Mazzara, Roberta Conti, Marisa Vagnarelli, Silviu Ioan, Paolo Leoncavallo, Rita Lo Nardo, Fabrizio Barbato, Massimiliano Crocetti, Federico Moro, Silvia Terriaca.

Sceneggiatura di Paolo De Chiara

Aiuto regia Riccardo Trentadue

Suono di ripresa diretta Sandro Chillemi

Musiche originali Francesco Balzano e Lips Desire

Make up artist Jessica Reitano

Segretaria di edizione Michela Caprio

Produttore esecutivo Gabriel Cash

Genere: Drammatico

Procuzione: Italia, 2019

www.iohodenunciato.it   

IO HO DENUNCIATO è una rappresentazione realistica delle tante problematiche riferite e denunciate da chi ha speso la propria vita nella lotta contro il male. La vicenda umana raccontata tocca le corde più delicate della sua esistenza: la disperazione, le paure, le incertezze, le pressioni, i rapporti con la famiglia, con gli amici, con i parenti. I legami lavorativi distrutti. La scelta forzata di abbandonare la propria terra, provando a costruire con fatica una nuova esistenza, completamente slegata dalla precedente. Il testimone scivola velocemente in un vortice infernale, perde la sua dignità, la sua identità e la sua libertà.

Una vita devastata, reinventata, pianificata, studiata a tavolino.

La storia, liberamente ispirata alla vicenda realmente accaduta all’imprenditore italiano, è stata scritta per raccogliere il grido disperato d’aiuto, per far emergere le positività ma, soprattutto, le tante difficoltà che devono affrontare e subire i testimoni di giustizia italiani, assieme alle loro famiglie; per migliorare un sistema che presenta carenze significative nella salvaguardia di chi ha denunciato le mafie; per portare molte altre persone a denunciare.

È un dovere testimoniare, ma è un diritto essere tutelati e rispettati. 

da WordNews.it

Link: https://www.wordnews.it/io-ho-denunciato-il-trailer

Dopo la puntata di Report revocata la scorta al testimone di giustizia Gennaro Ciliberto

Ha svelato la corruzione in Autostrade: “Ora ho paura”

«Sono nel mirino del clan D’Alessandro: hanno giurato di spararmi in testa»

Nella foto il testimone di giustizia Gennaro Ciliberto

di Paolo De Chiara

«Nessuno risponde, a nessuno interessa la mia situazione». È affranta la voce del testimone di giustizia Gennaro Ciliberto. Si sente isolato, senza alcun tipo di sostegno. Ha messo in discussione la sua vita per aver fatto una scelta netta e decisa. Ha denunciato la camorra nei lavori pubblici, i lavori fatti male, i crolli e le anomalie strutturali. In nove anni, il testimone, ha citato situazioni, ha prodotto prove sui lavori dati in appalto e in subappalto alle teste di legno, legate ad un clan camorristico di Catellammare di Stabia. Non ha solo denunciato i D’Alessandro e i Vuolo, ma ha coinvolto i funzionari di aziende pubbliche e private, compreso un generale dei carabinieri, legati ad un sistema di corruzione criminale. Anticipando, in diversi casi, anche alcuni crolli che poi, nel Paese del giorno dopo, si sono puntualmente verificati. Ha svelato le anomalie strutturali nelle opere pubbliche realizzate a Cinisello Balsamo, a Cherasco (nel 2008 è crollato il casello autostradale), a Rosignano, Senigallia, Settebagni, sull’autostrada A1, A11 e A12, dove i periti hanno attestato i “gravi cedimenti strutturali” e, quindi, il “grave pericolo”. Ma non solo. Tra le tante segnalazioni, ha indicato l’appalto sull’A22 per l’installazione delle barriere fonoassorbenti, l’appalto presso il carcere di Larino, informando la DDA di Campobasso.

Una montagna di carte e di prove consegnate agli investigatori. Ha spiazzato il “sistema” con un semplice, ma coraggioso, gesto. E cosa ha ricevuto in cambio? «A parte l’associazione Caponnetto, l’Anvu e alcuni giornalisti amici che non mi hanno fatto mancare il minimo affetto, devo sottolineare che dalle blasonate associazioni antimafia, compresa la stessa deputata Aiello, alla quale ho mandato un messaggio senza ricevere alcuna risposta, il presidente della commissione antimafia Morra che nemmeno ha risposto, si è registrato il totale silenzio. Lo stesso trattamento ho ricevuto dagli stessi testimoni di giustizia che lanciano continui appelli: “uniamoci, stiamo insieme”. Non sono solo deluso, ma cosciente che esistono determinati ingranaggi, dove non sono inserito, che mi condannano ad essere isolato, peggio della camorra. Questo fa molto male. In questi casi basta anche una parola, una telefonata. Ma il mio telefono è muto. Molti sanno, ma molti fanno finta di non sapere. Ho fatto un appello pubblico per l’udienza di giovedì (19 dicembre, nda) che si svolgerà presso il Tribunale di Roma, vediamo chi si presenta. Questa è la prova del nove. In questo Paese tutti vogliono parlare di lotta alla criminalità, tutti vogliono commemorare i morti, ma adesso che un testimone di giustizia vivo chiede aiuto intorno a lui c’è il vuoto».

La revoca della scorta al testimone di giustizia

Il verbale di notifica del Servizio Centrale di Protezione

Il 12 dicembre arriva la notizia. Sette giorni prima dall’udienza del processo che si sta svolgendo a Roma viene revocata la scorta al testimone di giustizia. L’unico teste di accusa. «Forse devo pagare per le mie dichiarazioni, per le ulteriori attività investigative che stanno svolgendo gli inquirenti. Sono un uomo morto». Ciliberto è abbattuto, dichiara di non credere più nelle Istituzioni, alle quali si è affidato. «L’Ucis (ufficio centrale interforze per la sicurezza personale, nda) mi ha fatto notificare un atto, tramite il servizio centrale in località protetta, con il quale ha revocato qualsiasi tipo di tutela, in base ad un procedimento penale di cui non conosco nulla. L’Ucis, dalla sera alla mattina, senza tenere in considerazione il processo ancora in corso, i sette proiettili ricevuti e il percorso giudiziario che sto affrontando, che ricopre anche una veste di attualità perché parliamo di crolli e anomalie sulle autostrade, ha deciso di togliermi la scorta». Ma cosa significa “a seguito del reato penale”? «C’era un procedimento penale dove non sono né parte lesa né testimone. Parliamo delle minacce subìte fuori dal cimitero di Somma Vesuviana, minacce subìte davanti alla scorta. Ma questo fatto non è attinente né al mio percorso giudiziario né alle minacce della famiglia Vuolo né agli storici personaggi che io ho denunciato. Non c’entra nulla». Per il testimone Ciliberto è solo una scusa per raggiungere un obiettivo preciso: l’isolamento, l’esilio e la ritrattazione delle denunce effettuate negli ultimi anni. «Come fa l’Ucis a prendere un provvedimento vecchio che non ha nessuna attinenza? Non c’è nessun tipo di attinenza, perché l’unico che potrebbe dire che il sottoscritto non corre pericolo è la DNA o la Procura di Roma, dove sono incardinati i processi». Per il testimone è una storia che si ripete, puntualmente. Sempre in prossimità di un’udienza processuale. «Come se ci fosse un’entità che ad un certo punto mi comunica: “guarda, tu non sei più protetto. Stai attento, ti conviene andare ai processi? Ti conviene testimoniare?”. Come se fosse un avvertimento, peggio di una minaccia della camorra». Anche un anno fa si registrarono le forti prese di posizione del testimone, attraverso la sua denuncia pubblica. «Feci uno sciopero della fame fuori al Viminale, fui ricevuto dall’allora presidente Gaetti, il quale ripristinò la mia tutela. Attualmente, però, non abbiamo il presidente della Commissione Centrale e, quindi, qualsiasi rimostranza è inutile. Dovrebbe intervenire il ministro dell’Interno Lamorgerse». Il testimone, che ha denunciato i lavori fatti male e le certificazioni false, sente la sua vita in pericolo. E non nasconde questa sua preoccupazione: «Mi trovo nella piena fase giudiziaria, la fase più delicata perché ancora devo andare a testimoniare in contraddittorio. E in questo momento vengo lasciato solo e abbandonato. Due sono le cose: o i Vuolo non appartengono al clan D’Alessandro, quindi il clan D’Alessandro non è un clan di camorra e l’ultima relazione della DIA che lo definisce un clan attivo in tutta Italia è fasulla oppure l’Ucis ha facoltà di sapere che Pasquale Vuolo e tutto il clan D’Alessandro hanno giurato di non far male più al testimone di giustizia, cosa che si contrappone alle loro minacce che ho sempre ricevuto. Tanto è vero che mi dissero che mi avrebbero sparato in testa».

La minaccia: il ritrovamento dei proiettili

I poteri forti

Il provvedimento, però, arriva qualche giorno dopo la testimonianza rilasciata alla trasmissione Report. Una mera casualità? «L’ennesima coincidenza dei poteri forti. Il mio intervento a Report, dove sono state affrontate delle situazioni già acclarate con ampi riscontri da parte della polizia giudiziaria, ha avuto una risonanza mediatica molto grande. Addirittura c’è stata la decisione da parte di Atlantia, gruppo Benetton, di sospendere la liquidazione di Castellucci (amministratore delegato di Atlantia, nda). In quella trasmissione ho fatto i nomi dei big di Autostrade. E quindi è arrivato l’ennesimo messaggio che mi dice chiaramente che bisogna parlare poco. Cosa che io non farò». A chi si riferisce il testimone quando parla di “poteri forti”? «Non dobbiamo dimenticare che Autostrade per l’Italia è quotata in borsa e noi, oggi, non sappiamo quante azioni possa aver investito chi riveste cariche importanti, quindi che danno possa avere da una eventuale condanna oppure da situazioni che possono emergere agli occhi dell’opinione pubblica. Se queste carte giudiziarie venissero rese pubbliche, quindi portate a conoscenza dei cittadini, può darsi che qualcuno potrebbe decidere di vendere il titolo o il titolo avrebbe un crollo». Due sono i filoni che interessano il lungo percorso giudiziario, scattato dopo le denunce: da una parte gli affari della camorra, «che commette gli omicidi» e poi c’è l’altro filone, quello relativo ai colletti bianchi. «Interessi, intrecci di personaggi importanti, che possono ordinare un omicidio. Non bisogna dimenticare l’atto intimidatorio per rapina che subii a Roma, prima dell’ultima udienza, dove nella notte qualcuno ruppe il vetro della mia macchina per rubare non oggetti di valore, ma si preoccupò di prelevare lo zaino, portando via documenti secretati e altri tipi di memorie. Fortunatamente ne avevo pochi”. Ciliberto ci tiene a rimarcare che tutti gli atti, tutte le denunce fatte nel corso degli anni, sono custodite presso due notai e presso i suoi avvocati. «Quella fu un’operazione chirurgica. Altra cosa importante – aggiunge – è che quando arrivò la scientifica non rilevò alcuna impronta. Prelevarono lo zaino che mi ha fatto compagnia quando feci lo sciopero della fame sotto al Viminale, lo stesso zaino che portai in Commissione centrale, per presentare i documenti». Il riferimento ai crolli e alle anomalie, secondo la testimonianza, sono da legare alle attività dei funzionari di Autostrade per l’Italia. Infatti, nel processo romano, «oltre ad essere imputato il camorrista Vuolo Pasquale e Mario, troviamo anche funzionari di Autostrade, di Pavimental e troviamo anche funzionari di società indicate da Pavimental e Autostrade per le certificazioni». Certificati ritenuti falsi, «tanto è vero che tutta la documentazione dell’attività giudiziaria svolta dalla Procura di Roma, dalla DDA e dalla DIA di Firenze, è stata richiesta dalla Procura di Genova, perché attinenti ad un modus operandi vigente per anni in Autostrade che, purtroppo, ha causato delle vittime a seguito dei crolli dei ponti. La situazione, già nel 2011, era ben cristallizzata». Parole chiare per definire una vicenda drammatica. Le ditte interessate – sempre secondo le dichiarazioni di Ciliberto, parte lesa nel procedimento penale – non solo hanno provveduto «alla falsificazione  dei certificati, ma anche a coprire le anomalie costruttive e gli errori delle opere pubbliche realizzate dai Vuolo”.

Il giorno dell’inaugurazione del casello di Capannori. A destra, con gli occhiali da sole, Mario Vuolo, insieme a Vittorio Giovannercole (funzionario resp. uscite autostradali e RUP), funzionari ASPI e sindaco di Capannori.

I Vuolo di Castellammare di Stabia.

Ma chi sono i Vuolo? Cosa c’entrano con i lavori pubblici? La loro prima società è stata la Taddeo Vuolo, con sede in Emilia Romagna, intestata al figlio Taddeo. Dopo il fallimento arriva la VM Rag (Vuolo Mario e Ragazzi), con sede a Castellammare di Stabia. Anche questa azienda è fallita e «in questo caso sono stati condannati per bancarotta fraudolenta». Pasquale Vuolo, detto capastorta – si legge nel decreto di fermo della DDA di Napoli del 2011 -, è stato indicato come “esponente di spicco del clan camorristico D’Alessandro, capeggiato dal boss Pasquale D’Alessandro”. Nel 2007 Capastorta viene condannato per associazione camorristica ed estorsione. «I Vuolo operavano con la ditta Carpenteria Metallica Sas, intestata alla moglie di Pasquale Vuolo, una certa Lucia Coppola, figlia di un pregiudicato, di nome Gaetano, alias cassa mutua, vicino al clan D’Alessandro». Il primo lavoro della Carpenteria Metallica in ambito autostradale è stato quello del casello di Nocera Inferiore. L’interdittiva antimafia, confermata dal Consiglio di Stato nel febbraio del 2008, porta all’avvicendamento aziendale: dalla S.a.s., ormai bruciata, si passa ad una nuova azienda, la Carpenfer Roma srl. Ed arrivano gli appalti e i milioni di euro. La perizia del 2011 (richiesta dal pm Franca Macchia e redatta dall’esperto Massimo Maria Bardazza) per la passerella ciclopedonale realizzata a Cinisello Balsamo parla chiaro. Saldature “mal eseguite”, “intervento criminale”, “certificati falsi”, “si è constatata la presenza all’interno del cassone di un tondino da armatura simile a quello descritto nella denuncia”. Nel documento c’è un passaggio in cui si parla di “intervento criminale” effettuato dall’azienda dei Vuolo. “Il termine criminale è usato da chi scrive, nel senso che è impossibile non avere la consapevolezza di quanto si stava facendo approfittando della presenza di un complice e del fatto che le porcherie si celavano all’interno della struttura dove era ben difficile potersene accorgere. Il tutto avallato da certificati sulle saldature falsi”. Un’operazione riuscita perché “fatta con dolo e con la complicità di un dipendente infedele di Impregilo. Complicità vi è stata inoltre da parte della Quality Service srl che ha prodotto certificazioni sulle saldature false traendo in inganno, così, il direttore dei lavori e la commissione di collaudo”. Questo è il modus operandi dei criminali. «Tante sono le opere eseguite sia per Autostrade per l’Italia che per le altre controllate, tra cui Pavimental e Autostrade Meridionali. Nemmeno Autostrade conosce tutti gli appalti». Dopo la Carpenfer Roma srl arriva la PTAM (Pasquale, Taddeo, Antonio e Mario). «Con questa azienda, i Vuolo, fanno il salto di qualità, è la ditta che avrebbe dovuto partecipare ai lavori per la costruzione del ponte sullo Stretto di Messina». E tutte queste informazioni sono confluite nel processo di Roma.

Il processo

«La prossima udienza verterà sul rinvio a giudizio di questi imputati. Come parte lesa ho riscontrato all’interno delle carte una ottima attività investigativa. Gli inquirenti hanno rinvenuto i Rolex, oggetto di corruzione; hanno individuato le mazzette; hanno ricostruito tutto ciò che io ho denunciato, tanto da esserci un passaggio sulla mia eccezionale credibilità, rimarcando che senza le denunce del testimone di giustizia Ciliberto Gennaro nulla si sarebbe potuto iniziare». Il procedimento di Roma ha riunito varie inchieste, da quelle di Trento a quelle di Bologna, da quella di Milano a quella di Santa Maria Capua Vetere. «Parliamo di una serie di Procure che hanno messo insieme le loro indagini, i loro accertamenti in un solo filone. Bisogna aggiungere che c’è ancora un altro filone, che non posso rivelare, che dovrebbe partire a momenti, dove c’è un giro di riciclaggio di denaro della camorra». Da quanto tempo è iniziato il processo romano? «È ormai un anno, purtroppo. Come tutti i processi che vedono dodici imputati, anche di una certa importanza. Tra errori di notifiche, mancata traduzione del detenuto e scioperi vari ci troviamo, dopo un anno, che ancora dobbiamo iniziare la prima udienza». Il testimone di giustizia ci tiene a ricordare alcuni nomi degli imputati legati alla camorra, ma non solo. «Parliamo di Mario e Pasquale Vuolo, di Giovannercole, di Scorsone, di Marchi e di tanti altri funzionari. La cosa ancora più grave e che da questo processo sono scaturiti altri tre stralci, che riguardano la corruzione, le anomalie e le infiltrazioni che vedono altri dodici, tredici imputati». Una mega inchiesta con più di trenta soggetti coinvolti. «Stando fuori dal mondo del lavoro da più di dieci anni – continua l’ex dipendente dell’azienda dei Vuolo – non conosco nemmeno dove vivono. E la mia preoccupazione è sempre stata questa, magari un giorno mi ritroverò uno di questi soggetti in un bar o su un treno. E cosa ancor più grave e che da due giorni sono senza alcun tipo di protezione, e se dovesse succedere qualcosa devo comporre il numero unico di emergenza e fare tutta la trafila spiegando il come e il perché, senza nemmeno averne il tempo. Sappiamo bene che loro, quando ti devono colpire, sono dei professionisti e sanno fare bene il proprio lavoro». “Fuori dal mondo del lavoro”, una frase già ascoltata, in passato, dal testimone. «Mi fu detta da un alto funzionario dell’Impregilo, il quale mi disse “tu, con queste tue denunce non farai neanche più il moviere in un cantiere. E questa profezia si è avverata. Il messaggio che è passato è che sono stato un infame, un traditore. Chi denuncia non fa carriera nella pubblica amministrazione, invece gli imputati, anche se Autostrade ha dichiarato a Report che sono stati licenziati, in nove anni hanno fatto carriera guadagnando centinaia e centinaia di migliaia di euro». E gli esponenti della camorra, denunciati dal testimone, che fine hanno fatto? «Stanno in galera, qualcuno si è riciclato con altre attività. Ma come è possibile che il capostipite sta in galera e l’intera famiglia continua a fare il lusso? Questa è una delle tante anomalie che lo Stato dovrebbe riuscire a comprendere. Parliamo di Pasquale Vuolo, alias capastorta, che sta in galera da tanti anni e, comunque, riesce a far mantenere un tenore di vita alto alla sua famiglia: auto di lusso, cavalli, villa con piscina, feste con cantanti neomelodici. Un tenore di vita che non può essere sostenuto nemmeno con duemila euro al giorno».

“Sarò presente per l’udienza, anche senza scorta”

La speranza, per Ciliberto, è l’ultima a morire. La sua aspirazione è quella di poter assistere al trionfo della Giustizia. Vedere concretizzare il suo sforzo, scaturito da quasi dieci anni di impegno personale. «Mi aspetto che vengano portate a termine tutte le attività giudiziarie, svolte dagli investigatori, dalla DIA, dal ROS, e che possa arrivare finalmente la parola fine, con la condanna di queste persone. Spero solo che questo processo non si chiuda con delle prescrizioni, perché sarebbe una sconfitta, non tanto per il testimone di giustizia, ma per lo Stato». Se dovesse essere confermata la decisione sulla tutela revocata il testimone di giustizia si farà trovare pronto. Anche questa volta. «Io ci sarò. La mia presenza è il vero simbolo di legalità. Anche per una questione di esempio lo Stato, che dice sempre “denunciate, denunciate”, non dovrebbe mai venir meno nell’accompagnare un testimone di giustizia in un’aula di Tribunale. Noi siamo persone libere ed incensurate. E in questo momento la brutta figura la fa lo Stato, che ha ritenuto di abbandonare uno dei testimoni di giustizia più attuali, perché parliamo dell’attualità dei fenomeni dei crolli autostradali. Sono diversi giorni che vivo nel terrore e nella paura. Dovrò trovare la forza per essere presente. È anche vero che il Tribunale è una zona protetta, ma c’è un arrivo e una partenza in cui sarò da solo ed uscendo dal Tribunale non so chi mi aspetterà fuori».

#IHD su GoldTv

IO HO DENUNCIATO

#GoldTv, Roma

#Convegno Gioia del Colle

Convegno ‘Coscienza Civica e Valori Legalmente Riconosciuti’

Convegno ‘Coscienza Civica E Valori Legalmente Riconosciuti’ organizzato dal Progetto di Vita in collaborazione con Tribunaliitaliani.it con il patrocinio della Città Metropolitana di Bari, del comune di Gioia del Colle (capofila), di Casamassima, di Sammichele di Bari e Romanzi Italiani.

Gioia del Colle, 18:30 in via Paolo Cassano,7 – EX Lum.

All’incontro sono intervenuti:

– GIOVANNI MASTRANGELO
Sindaco di Gioia del Colle (Ba)

– ADRIANA COLACICCO
Co – Fondatrice del Progetto di Vita – Encomiato dal Presidente della Repubblica Italiana e dal Presidente della Repubblica Francese – Collaborazione con Tribunaliitaliani.it

– GERARDO GATTI
Co – Fondatore del Progetto di Vita – Encomiato dal Presidente della Repubblica Italiana e dal Presidente della Repubblica Francese – Collaborazione con Tribunaliitaliani.it

– PAOLO DE CHIARA
Giornalista e scrittore – Premio Legalità 2019

– MARIA TERESA NOTARIANNI
Giornalista e Storyteller – Moderatrice dell’evento



Un convegno per intraprendere in tutte le regioni d’Italia un viaggio nella educazione alla legalità e alla responsabilità civile nata soprattutto nel periodo storico in cui si vive.

La lotta alle mafie riguarda ognuno di noi, riguarda la collettività, le istituzioni.

Giornalismo #lezione #ihd

GRAZIE DI CUORE ai ragazzi, alla dirigente e ai docenti del Liceo Scientifico di Isernia per il bellissimo confronto.
Isernia, 14 ottobre 2019
#lezionedigiornalismo #confronto #studenti #odg

IHD #buonalettura

#lettori IHD

GRAZIE DI CUORE

#buonalettura

Avvincente, realista. Si legge tutto in un fiato e si può condividere con chi ha una coscienza attenta… #iohodenunciato #romanziitaliani #denuncia #storiavera #lottaallemafie #lamafiaèunamontagnadimerda #pdc

Io ho denunciato #lettori

IO HO DENUNCIATO 
#iohodenunciato#libri#romanziitaliani#storiavera#tdg#cosanostra#mafiemontagnadimerda @iohodenunciato #mediometraggio

IO HO DENUNCIATO #radio

IO HO DENUNCIATO

#presentazione #intervista #ungiornospeciale #radioradio

Francesco Vergovich INTERVISTA l’autore del libro

IO HO DENUNCIATO #lettori

IO HO DENUNCIATO

#fotolettori #graziedicuore #iohodenunciato

«Così mi sono ribellato a due clan mafiosi». La scelta consapevole, di chi non ce la fa più a vivere circondato dai criminali.

IO HO DENUNCIATO, la drammatica vicenda di un testimone di giustizia italiano

#fotolettrice #recensioni #romanziitaliani #leggerepervivere #testimonidigiustizia #storiavera

http://www.iohodenunciato.it

#intervista RADIO in Blu

LIVE…
INTERVISTA #PDC#iohodenunciato#storiavera

COSA SUCCEDE IN CITTÀ?
Il programma condotto da Ida Guglielmotti punta ad informare il pubblico su alcuni significativi appuntamenti di carattere culturale in cartellone nelle varie regioni italiane.

15 febbraio dalle 21:15

#Bologna, 24 febbraio 2019

FAME E SETE DI GIUSTIZIA, Bologna, 24 febbraio 2019.
FORUM GIOVANI DEL MOVIMENTO GIOVANILE SALESIANO

Istituto Beata Vergine di San Luca.
• L’incontro con i testimoni: Paolo De Chiara, giornalista e scrittore italiano, autore di “Testimoni di Giustizia. Uomini e donne che hanno sfidato le mafie” e Alessandro Gallo, figlio del camorrista Gennaro e cugino di Cristina Pinto, conosciuta come Nikita della camorra, che ha scelto di non seguire le orme del padre ed ora è attore e autore teatrale.
#testimonidigiustizia

#recensioni IO HO DENUNCIATO

GRAZIE di CUORE Monica
#lettrice #iohodenunciato #storiavera
Adoro leggere lo sai e quando inizio un libro lo finisco sempre anche se non è scorrevole nei contenuti ed è difficile da farmi mantenere l’attenzione su di sé. Devo farti i miei complimenti. In ogni frase che leggevo avevo la scena nella mente come le immagini di un film. Ho dato un volto ai luoghi, ai personaggi, alle situazioni. L’ho vissuto insomma. E quando l’ho terminato mi è quasi dispiaciuto. La storia del testimone di giustizia è, come quella di Lea e di altri tdg che ho imparato a conoscere tramite te, toccante e a tratti sconfortante. Storie di persone che hanno detto basta alle estorsioni, ai ricatti, alla mafia ma che in alcuni momenti si sono sentiti abbandonati dallo stato ma non hanno mollato e nel caso di Valerio, hanno vinto riscattando la propria vita. La propria libertà. Un messaggio positivo che spero possa servire a non abbassare la testa e diventare vittime di questa cultura mafiosa. Denunciare. Denunciare sempre avendo il coraggio e la forza di sfidare la mafia. Bellissimo messaggio. Complimenti.

INTERVISTA Radio Galileo

#iohodenunciato

INTERVISTA Radio Galileo
Umbria e Lazio
domenica 27 gennaio 2019, ore 11:30
conduce: Emanuele Bellicci

Per ascoltare in STREAMING (clicca qui)

IO HO DENUNCIATO

LA DRAMMATICA VICENDA DI UN TESTIMONE DI GIUSTIZIA ITALIANO

IO HO DENUNCIATO è un romanzo che racconta il dramma di un  imprenditore siciliano che , per anni , subisce l’arroganza criminale di due clan di Cosa nostra: usura , estorsioni , violenze fisiche e morali . La sua storia è emblematica ed unica nel suo genere . 

IO HO DENUNCIATO racconta il dramma dei testimoni di giustizia (vittime di mafie), ispirato ad una storia realmente accaduta , un racconto che fruga tra i sentimenti , le paure e le fragilità dell’uomo , devastato dal cancro mafioso che , pur calpestato , privato di ogni bene e messo al tappeto , trova il coraggio e la forza di reagire e di denunciare ; contro lo sfruttamento , l’usura , l’estorsione e il ricatto c’è una sola via d’uscita: la denuncia .

Il tema trattato è scottante . L’informazione sui testimoni di giustizia è scarsa e nell’immaginario collettivo , spesso , la figura viene confusa , a volte con precisa intenzione , con quella dei collaboratori di giustizia , i cosiddetti pentiti . Due categorie completamente diverse . Lo Stato italiano , come forse mai nella storia , sprona il cittadino a denunciare e si prodiga con competenza e serietà alla sua protezione .

Ma cosa succede quando si denuncia? Quali sono le procedure? Quali le rinunce , gli obblighi , i rischi e le privazioni?

IO HO DENUNCIATO è un viaggio nei meandri dell’anima di un uomo che trova il suo riscatto nella giustizia e nella legalità grazie alla magistratura.

DISPONIBILE online su:

IBS.it (clicca qui)

LIBRERIA UNIVERSITARIA.it (clicca qui)

AMAZON (clicca qui)

MONDADORISTORE.it (clicca qui)

LaFELTRINELLI.it (clicca qui)

UNILibro.it

Librerie UBIK

A breve disponibile nelle maggiori LIBRERIE italiane.

Data di uscita: gennaio 2019

Pagine: 152

Copertina: morbida

Editore: Romanzi Italiani

ISBN: 9788827864258

Intervista RadioRid

INTERVISTA TELEFONICA 

#iohodenunciato#giovedì#17gennaio#paolodechiara#enzoguarnera#beppeconvertini#radiorid #96.8

IO HO DENUNCIATO

LA DRAMMATICA VICENDA DI UN TESTIMONE DI GIUSTIZIA ITALIANO

di Paolo De Chiara

IO HO DENUNCIATO. Giovedi 17 gennaio 2019, alle ore 11:00, «RadoRID» dedicherà uno speciale spazio sul tema della legalità, un tema purtroppo quanto mai attuale, ma soprattutto si parlerà dei testimoni di giustizia. Durante la diretta radiofonica, interverranno l’autore Paolo De Chiara che presenterà il suo ultimo romanzo «IO HO DENUNCIATO», la vicenda drammatica di un testimone di giustizia italiano e l’avvocato penalista Enzo Guarnera del foro di Catania, entrambi impegnati nel settore della legalità. Il programma sarà condotto da Beppe Convertin.

Vi aspettiamo! Non mancate!!
#iohodenunciato #intervistatelefonica #paolodechiara #radiorid #tdg#lamafiaèunamontagnadimerda #romanziitaliani #nuovolibro

http://www.iohodenunciato.it

Radio Rai1 #IlCoraggiodidireNO

RAI RADIO1. Omicidio a Pesaro, ‘ndrangheta e Programma di Protezione. 
Domani su «Radio anch’io».
ore 9:05-9:30 

#intervento #tdg #ilcoraggiodidireno #leagarofalo #pesaro #testimonidigiustizia #radio #programma

“Il sistema di protezione non funziona”

Pesaro, via Bovio. Il luogo del delitto. fonte Corriere.it 

Dopo l’omicidio Bruzzese un testimone di giustizia denuncia i limiti dello Stato   

“Il sistema di protezione non funziona”

L’appello: “Immediate dimissioni del presidente Gaetti e del ministro Salvini”
di Paolo De Chiara

Un agguato nel giorno di Natale. Un messaggio per tutti i testimoni e i collaboratori di giustizia. La morte di Marcello Bruzzese, fratello di un ex appartenente alla ‘ndrangheta, dagli anni 2000 collaboratore di giustizia, non può essere interpretato solo come un chiaro messaggio al congiunto pentito, ma può diventare, anche indirettamente, un fattore destabilizzante per tutti gli altri. A Pesaro, con questo omicidio, probabilmente, si è giunti al punto di non ritorno. Bruzzese era un soggetto sottoposto a speciale programma di protezione, i due killer a volto coperto lo hanno atteso sotto casa, l’abitazione concessa dal Ministero dell’Interno. Il fatto è gravissimo. Come facevano gli assassini a conoscere i suoi movimenti? Come hanno scoperto i luoghi segreti e protetti frequentati dal fratello del collaboratore di giustizia? Il programma di protezione non funziona? Ne abbiamo parlato con un testimone di giustizia, un cittadino onesto che ha denunciato appartenenti alla criminalità organizzata e colletti bianchi. Un sistema criminale ed economico che ha impiantato le sue radici in questo Paese orribilmente sporco. Per questioni di sicurezza non sveleremo le generalità del testimone, per meglio affrontare la sua personale esperienza nel programma di protezione. «Il Servizio centrale di protezione  – ha esordito – non dà i documenti di copertura. Il tutelato, nella cosiddetta località protetta, vive con il proprio nome e cognome e svolge azioni di quotidianità facilmente rintracciabili.»

Spieghi meglio cosa vuole dire.

«Ad esempio andare in farmacia e comprare un medicinale, il tutto con il codice fiscale che va a finire all’Agenzia delle Entrate dove non vi è una copertura e dove qualsiasi persona, che abbia un’amicizia con qualcuno o una qualche un’influenza, può facilmente vedere dove è stato acquistato il prodotto. Altro esempio: fare una ricarica telefonica. Se si fa una ricarica e il numero non è protetto o schermato o intestato ad altro ente o ad altra persona, basta un’amicizia nei gestori della telefonia per vedere da quale tabaccaio è stata fatta la ricarica telefonica. Lo stesso può succedere se, in un atto di ingenuità, si va a fare la revisione dell’auto presso un’officina della città. Basta un’amicizia al Pra (pubblico registro automobilistico) e con il codice fiscale si può risalire all’auto e si vede dove è stata fatta la revisione.»

Questo non è un programma di protezione.  

 «Ma, infatti, sono anni che dico che è un programma di alimentazione. L’unica cosa che questo apparato gestisce sono i circa 82 milioni di euro all’anno. Ti danno un alloggio e un mensile. Dopodiché il tutelato, nella località protetta, non ha nessun tipo di scorta, se non un referente dei carabinieri o della polizia che saltuariamente vede.»

Di chi sono le responsabilità? Della Commissione centrale o del Servizio centrale di protezione?

«Le responsabilità sono da imputare a tutto il sistema, perché sono anni che i vari governi e i vari presidenti di Commissione volevano riformare il Servizio centrale di protezione, perché carente.»

Carente in cosa?

«Carente nel sistema, carente nella protezione. Ci sono stati vari episodi in passato dove non c’è stato il morto, ma ci siamo andati molto vicini. Il problema è che i vari politici di turno, che cambiano, subiscono questo potere indiscriminato, quasi da personaggi impuniti. Non dimentichiamo che il Servizio centrale di protezione, che ha sede a Roma, è un servizio interforze, formato da polizia, carabinieri e guardia di finanza, dove i cosiddetti referenti sono persone che sono lì da più di quarant’anni.»

Lei può fornire una testimonianza diretta?

«Sono stato varie volte presso il Servizio centrale, ho transitato nei corridoi e posso dire che non c’è la minima riservatezza e segretezza. Ho notato documenti riservati buttati sulle scrivanie o, tante volte, negli armadi aperti.»

Chiunque può entrare, senza controllo,  in quei corridoi?

«Sicuramente c’è una selezione all’ingresso, ma quei luoghi sono frequentati anche dai collaboratori che poi, alla fine, possono uscire dal programma e, poi, ci sono molti civili che ci lavorano. A me viene sempre il dubbio di come poca attenzione venga messa nella tutela dei documenti. E poi devo aggiungere una cosa gravissima…»

Prego, aggiunga…

«A me, circa tre mesi fa, mi fu consegnata da parte del Servizio centrale, in maniera erronea, una notifica di due soggetti, presenti nella mia stessa Regione di protezione e io, oggi, conosco dove vivono queste due persone. E se fosse successo pure con me?»

Lei ci vede buona fede in questi errori?

«Vedo superficialità. La vita di un testimone e di un collaboratore non viene reputata importante. Non ci dobbiamo dimenticare che a tutti gli appelli dei testimoni di giustizia, che molte volte chiedono degli aiuti, perché in località segreta si accorgono di aver visto alcune persone, loro rispondono dicendo che siamo dei rompicoglioni.»

Chi esercita il “potere indiscriminato”?

«Oggi al Ministero vi sono molte persone appartenenti ai Servizi segreti dell’epoca di La Barbera e di Contrada.»

Cosa vuole dire?

«Sono lobby che durano nel tempo. Gli stessi fanno le cosiddette carriere, sono intoccabili e sono quelli che veramente comandano. Cambia la politica, cambiano i membri della Commissione, ma le decisioni vengono prese sempre dalle stesse persone che siedono nelle stanze di comando.»

Voi testimoni state protestando contro alcuni membri di questo Governo. Non è cambiato nulla?

«Noi abbiamo una testimone di giustizia (Piera Aiello, ndr) in Parlamento che ha dichiarato più volte che non può fare nulla. A noi questo, veramente, ci fa cascare il mondo addosso. Una testimone di giustizia che ha vissuto le stesse nostre problematiche, oggi, ci dice che non può fare nulla. Ma perché non può fare nulla? Che cosa impedisce a un Governo di poter risolvere le problematiche di ottanta, novanta persone? Non vi è volontà. C’è da registrare la mancata valorizzazione e interesse affinché il testimone di giustizia possa vivere. Di chi denuncia, allo Stato, non gliene frega niente. È solamente un metodo per la magistratura, certe volte latitante, per arrivare agli arresti, per poter aprire filoni di indagine e, poi, una volta spremuti come limoni i testimoni vengono totalmente abbandonati.»

Perché non vi è volontà?

«A questo punto penso che deve arrivare un messaggio diretto a chiunque denunci, che dopo la denuncia si aprirà il girone dantesco infernale di una sofferenza fine pena mai. Parecchia gente mi ha contattato e mi ha detto che quello (Marcello Bruzzese, ndr) era il fratello di un criminale e chissà loro quanti ne hanno uccisi. Ma il punto è un altro: nel momento in cui un soggetto entra in un sistema tutorio, con protezione in località protetta, deve fidarsi dello Stato e lo Stato ha il dovere di proteggerlo. Se delle persone sono arrivate nella cosiddetta località protetta, che poi è una località super sgamata, perché si sa benissimo che tra Pesaro, Senigallia e Ancona vi sono una quantità maggiore di collaboratori e testimoni, allora a questo punto, che sia il fratello di un collaboratore o un collaboratore o un testimone, il problema è che il sistema è fallato. La cosa più grave è che io, alle 15:39 del giorno 26 dicembre 2018, non ho sentito alcun tipo di attestato di vicinanza da parte degli organi istituzionali, ma neanche da parte della deputata (Aiello, ndr), che avrebbe dovuto sposare da anni la battaglia di noi testimoni di giustizia.»

I poli fittizi sono luoghi sicuri?

«Il problema degli appartamenti è che troppo spesso vengono ruotati, per diversi testimoni e collaboratori di giustizia e, quindi, sono noti a diverse persone. Il soggetto tutelato diventa un bersaglio. Proprio in queste località alcuni testimoni dovettero andare via perché, ad esempio, a scuola i loro figli venivano discriminati. Gli stessi venivano etichettati come figli di pentiti.»

L’episodio di Pesaro potrà destabilizzare o influenzare le scelte dei testimoni e dei collaboratori?

«L’episodio di Pesaro, in una Nazione seria, dovrebbe portare a scelte nette: la prima cosa da fare sarebbe quella di sollevare dal suo compito il direttore del Servizio centrale, il generale di brigata Aceto. Dopodiché dovrebbero essere sollevati i comandanti provinciali e il questore e, dopodiché, bisognerebbe aprire immediatamente un tavolo di intesa per capire ogni singolo testimone, ogni singolo tutelato in che posizione vive, valutando tutte le rimostranze fatte. Le istanze che facciamo noi non ricevono risposta.»

Lei come ha vissuto questa notizia?

«Io vivo segregato in una casa, ho limitazioni di spostamenti e ho una paura quotidiana di morire. Anzi, mi reputo già morto. Vivo questa notizia come un messaggio devastante. ‘Quando decidiamo di venirvi a prendere lo facciamo’, questo è il messaggio.»

Conviene, a questo punto, denunciare le mafie?

«Conviene denunciare le mafie, ma non conviene entrare in un programma di protezione. Se una persona deve essere sradicata dalla propria terra, deve cambiare dodici località, ti distruggono le famiglie causando problemi ai figli, problemi psicologici, con un mancato reinserimento socio-lavorativo perenne, a questo punto, che venga smantellato questo sistema di protezione, che non fa altro che foraggiare gli interessi economici di determinate lobby, per mantenere un sistema che costa circa 82 milioni di euro. Nessuno si assuma più le sue responsabilità e il testimone si fa vivere a casa sua. Ma il problema di farlo vivere a casa sua lo abbiamo con le Prefetture, che non danno le tutele e sono, completamente, contro ogni tipo di testimone di giustizia.»

Lei ha vissuto delle situazioni al limite, che si possono avvicinare all’episodio di Pesaro?

«Certamente. Da testimone ho dovuto cambiare nove località, perché in due occasioni siamo stati scovati e non per colpa nostra. Fortunatamente, in quei momenti, la mia abilità nel capire un pericolo è stato l’elemento che ci ha salvati. Non dimenticherò mai, all’epoca vivevo in una località del centro Italia non lontano da dove è successo l’omicidio, che quando telefonai a questo luogotenente riferendo della presenza di persone con tuta ginnica e con le scarpette da ginnastica, con tipici volti dell’area napoletana, lui mi disse ‘chiudetevi in stanza’, aggiungendo che noi ci stavamo impressionando. Dopo due ore accertarono che queste persone fermate e identificate, avevano precedenti penali, erano delle mie zone di origine e non seppero giustificare la loro presenza in quella Regione. Noi restammo chiusi per nove ore in una stanza di albergo, con un mobile dietro alla porta e fummo sbattuti in un’altra Regione. Anche in quell’altra Regione ci fu un errore madornale: ci condussero in una città dove viveva il commercialista dei criminali che io avevo denunciato. E anche in questa occasione mi dissero: ‘come fai saperlo che quello è il commercialista dell’organizzazione criminale?’. Poi quando andarono a controllare mi dissero di non far uscire fuori questa notizia. Ma io lo scrissi al mio magistrato.»

Che fine fecero i soggetti individuati?

«Dopo poco furono rilasciati perché non avevano alcun tipo di limitazione, ma la cosa strana è che soggiornavano nell’albergo dove noi dormivamo. Persone con precedenti di reati per camorra.»

Vuole fare un appello?

«A tutti i testimoni di giustizia dico di unirci e di chiedere le immediate dimissioni del presidente della Commissione centrale, il dott. Gaetti, e del Ministro dell’Interno. Voglio ribadire un’altra cosa: anche se fosse vero ciò che ha detto Salvini, allora, io sono libero di poter tornare nella mia città. Il Ministro dell’Interno ha dichiarato che lui, in un anno, sconfiggerà le mafie e se veramente ci riuscirà, una cosa che è soltanto una grande fesseria, noi saremo tutti liberi di tornare nelle nostre terre.»             

Il ministro dell’Interno, Salvini
Il presidente della Commissione Centrale, Gaetti

«Esprimere la realtà con la realtà»

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«Esprimere la realtà con la realtà», #Pasolini (1970)

 

«Dimenticare subito i grandi successi: e continuare imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a identificarvi col diverso; a scandalizzare; a bestemmiare.» #Pasolini

Lettera al Congresso del Partito Radicale,

2 novembre 1975

 

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In attesa del nuovo libro…

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LA CAMORRA è una MONTAGNA di MERDA!!!

INCONTRO PUBBLICO
#camorravalangadimerda

manifesto 19 ottobre 2018

PER IL BENE COMUNE CONTRO LA CAMORRA!!!

#camorravalangadimerda

Somma Vesuviana (Napoli), 19 ottobre 2018

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UN PAESE ORRIBILMENTE SPORCO

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È successo di nuovo.

Lo aveva denunciato il tdg Gennaro Ciliberto. 

Nessuno ha mai controllato nulla dopo gli altri crolli e le numerose denunce.

 
#tdg #testimonidigiustizia #gennaroC #paeseorribilmentesporco #pdc #crolli#informazione #nonècolpadelvento
Ciliberto Testimone Giustizia

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“Lo Stato mi ha abbandonato, la camorra mi ucciderà”

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L’aggressore che si è scagliato contro il tdg

Dopo il tentativo di aggressione parla il testimone di giustizia Ciliberto

di Paolo De Chiara

Ha denunciato la camorra, quella imprenditoriale, quella che fa affari attraverso gli appalti pubblici. Si è rivolto alle Procure italiane per smascherare le anomalie, il business milionario, i legami tra le organizzazioni criminali e i dirigenti di Anas, Impregilo, Autostrade per l’Italia, senza dimenticare grosse figure di vertice a livello istituzionale. Lui si chiama Gennaro Ciliberto, ci ha messo la faccia diventando, dopo innumerevoli disavventure, un testimone di giustizia. Ieri, nella località segreta dove vive con la sua famiglia, ha subìto un nuovo tentativo di aggressione, dopo una serie di avvertimenti. Nel silenzio generale. “È stato molto, molto brutto”, spiega il testimone, “da dicembre che abbiamo cambiato casa abbiamo subìto una serie di atti vandalici alle nostre auto, tutto denunciato. In più abbiamo trovato un pezzo di deiezione animale appoggiato sopra al tergicristallo posteriore, anche questo episodio è stato denunciato. Esasperati da questi atti vandalici siamo in attesa di un nuovo trasferimento”.

Partiamo dall’episodio di ieri.

Stavo passando sotto casa, nel girare la strada all’improvviso mi sono sentito chiamare “omm ’e merda”. Ho abbassato il finestrino per chiedere se ce l’avesse con me e questo personaggio è partito con tutta la sua forza scagliandosi contro la macchina. La mia auto è blindata ed ha resistito e io mi sono allontanato. Questo soggetto ha continuato a correre e ha inveito delle parole verso di me, nello scappare ho urtato pure un marciapiede. Ho chiamato il 112, sono stati attimi di terrore sino a quando non ho intercettato una macchina dei carabinieri e mi hanno accompagnato in caserma. A prescindere da tutto, ciò che mi fa più paura è la gestione della nostra sicurezza. Quel tizio mi avrebbe potuto uccidere, non c’è sicurezza, non c’è monitoraggio. Ho dovuto spendere migliaia e migliaia di euro per installare un impianto di videosorveglianza, pagarmi le guardie giurate e comprarmi una macchina blindata. Tutto per restare in vita. C’è una cattiva gestione, ci difendiamo da soli.

In caserma cosa è successo?

Ho avuto paura, ho chiesto di essere accompagnato a casa e loro mi hanno risposto che potevo tornarmene da solo.

Il tizio dell’aggressione come parlava?

Parlava in napoletano, anche se loro dicono (gli inquirenti, nda) che da accertamenti fatti questa persona è originaria di qui (località segreta, nda), ma parlava in dialetto napoletano. Ha usato delle parole troppo comuni a un modus operandi, ovvero «omm ’e merd», «quaquaraqua». Fatti del genere al Nord non succedono nemmeno se ti urtano con la macchina, questa situazione è successa a freddo. Il fatto che lui mi abbia rincorso per centinaia e centinaia di metri mentre io scappavo con la macchina fa capire che se mi fossi fermato, se fossi sceso, se non avessi avuto la macchina protetta e mi avrebbe spaccato il vetro io oggi starei in ospedale. Io sono invalido al 75% e non sono una persona che riesce a reagire, non ce la faccio più. Qualcuno mi ha rinfacciato che ho avuto il tempo di fotografare e registrare, questi non credono più a nulla. Io ho dovuto dormire varie notti in macchina per capire chi ci faceva gli atti vandalici e nessuno si è interessato, in cinque mesi non hanno capito chi mi ha causato migliaia e migliaia di euro di danni. Ma come vogliono proteggere una persona?

Tutti questi episodi si possono legare alle denunce fatte in passato?

Il mio dubbio sorge quando quel soggetto mi urla «napoletano ’e merd», se io qui non frequento nessuno, non ho amicizie e le mie origini sono sconosciute a tante persone questo tizio perché mi dice queste parole? Siamo un pezzo di carta e a nessuno interessa nulla. A che serve lo show della scorta blindata in Tribunale se poi il testimone viene lasciato da solo?

Ed ora, dopo quest’ultimo episodio, sono stati aumentati i controlli?

Zero, zero. Ci stiamo difendendo da soli. È una presa per il culo, siamo abbandonati a noi stessi. L’unica cosa da fare è scappare e potersi proteggere. Io con la mia macchina mi sento protetto, ma quanti testimoni si possono comprare una macchina blindata?  

Il procuratore della DNA de Raho, dopo l’episodio del collaboratore aggredito, ha rilasciato questo commento: “lo Stato ha il dovere di garantire la sicurezza di chi collabora, dei testimoni di giustizia e di chi ha dimostrato la propria vicinanza con la denuncia”.

Io stimo il procuratore antimafia, ma c’è un netto scollamento tra la magistratura, la Commissione centrale e il Ministero dell’Interno. Le parole di de Raho restano parole, ben vengano le sue parole, ma sono parole al vento.

L’episodio di ieri è rimasto avvolto nel silenzio…

Nessuno ha speso una parola, nessuno. Tranne qualche testimone di giustizia, nessuno ha espresso solidarietà. Lo stesso ragionamento vale per gli organi antimafia. Anche la stessa politica: Mattiello è scomparso, il presidente Fico è scomparso, Di Maio è scomparso. Nessuno parla più di noi, siamo abbandonati alla mercé delle mafie e loro lo sanno. Le mafie stanno tastando il polso, oggi noi non siamo protetti.

Dopo tutti questi anni, dopo le denunce, dopo questi episodi…

Ti interrompo, ho capito la domanda. Non ce la faccio più, io non denuncerei più, mi sono stancato. Non denuncerei più, basta. Lo Stato a me cosa mi ha dato? Ho fatto bloccare milioni di euro di appalti pubblici e lo Stato non mi offre nemmeno la sicurezza. Ma come si vive così? Cosa lascio ai miei figli? E se ci fosse stato mio figlio ieri in macchina? Ho chiamato gli inquirenti e non sono venuti nemmeno sul posto, sono dovuto andare io in caserma.

Tutte le persone denunciate che fine hanno fatto?

Il livello criminale sta in galera, stanno scontando la pena. Diversi sono scappati all’estero e molte altre persone continuano a fare attività in ambito autostradale. Ci sono procedimenti aperti, dove devo andare a testimoniare. Questa è la situazione, questo è il risultato. Ho bloccato milioni e milioni di euro di appalti pubblici, il bersaglio sono io, sono consapevole. Lo Stato mi ha abbandonato.

A cosa serve la nuova legge sui testimoni di giustizia?

Non serve a niente, è una legge che rimane inapplicata. Il lavoro non viene dato, la considerazione morale non c’è, non esiste perché ci continuano a chiamare «rompicoglioni». Al Servizio centrale di protezione hanno continuato ad arrestare gente che ha rubato. La legge non serve a niente. I testimoni di giustizia sono ridotti alla fame, impazziti, distrutti. L’operatore di polizia non ha rispetto e considerazione dell’essere umano, perché il testimone non porta nulla. Invece la politica può aiutare. Poi c’è un’altra cosa…

Cosa?

Abbiamo un ex presidente della Commissione centrale, il senatore Bubbico, indagato per falsa testimonianza. La gente preferisce prendere le denunce per falsa testimonianza e non essere testimone chiave, questo è gravissimo. Ma dov’è finita la moralità? Al Servizio centrale di protezione deve esserci il turnover, lì c’è gente da trent’anni e sono i responsabili della morte di Lea Garofalo, di Domenico Noviello. Questa gente non hai mai pagato.        

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Gennaro Ciliberto

 

LO SCHIAFFO AL TESTIMONE

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LE CONTINUE DISAVVENTURE DEL TDG 

Dopo la plateale protesta di ieri, davanti alla Prefettura di Napoli, non sono terminate le disavventure per il testimone di giustizia Gennaro Ciliberto, vicepresidente nazionale dell’Associazione TdG. L’incatenamento non è servito a nulla. Le accuse contro il sistema insensibile alle problematiche denunciate dai cittadini onesti, che hanno sfidato le mafie, non sono servite a nulla. Per la verità, la questione sembrava risolta con il ripristino del dispositivo di scorta. Proprio la tutela (inspiegabilmente revocata al testimone) è stato l’oggetto del contendere. La mediazione con l’unico funzionario presente presso la Prefettura di Napoli aveva portato buoni frutti. Solo per poche ore. Una mera illusione. Questa mattina, vigilia di Natale, sono ritornate – ampiamente prevedibili – le problematiche denunciate dal Ciliberto. La Prefettura di Napoli (una decisione notturna?) ha cambiato nuovamente idea. Il dispositivo di scorta è sceso da terzo a quarto livello. Che significa? Semplice, i familiari del testimone, che ha denunciato e fatto arrestare esponenti della camorra imprenditrice (ma anche funzionari corrotti dello Stato), in località di origine, non avranno alcun tipo di tutela. “E’ una questione di giustizia e di umanità – piange il testimone – ho un bambino autistico e una bimba di pochi mesi. Mi hanno promesso la scorta, ma non c’è nessuno. Questa mattina mi hanno revocato il livello di scorta. Non ce la faccio più, lo Stato non può trattarmi così”. I familiari di Ciliberto sono in viaggio, al loro arrivo non troveranno nessuno ad attenderli, e il testimone di giustizia è ricoverato in Ospedale per un principio di infarto.

A questo serve la nuova legge tanto sbandierata sui testimoni di giustizia?

#vergognadistato

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TESTIMONI DI GIUSTIZIA a MODENA

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TESTIMONI DI GIUSTIZIA… a MODENA
venerdì 17 marzo 2017, dalle ore 21:00 – 
Organizzato da Associazione culturale L’Asino che vola
presso La Tenda
viale Monza, angolo viale Monte Kosica

 

Dopo le minacce al testimone parla il sindaco di Somma Vesuviana: “Noi non facciamo sconti a nessuno”

 

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Gennaro Ciliberto, testimone di giustizia

E il primo cittadino di Camposano rilancia: “da noi può fare l’assessore alla legalità”

“Ero andato a portare un fiore ai miei cari defunti al cimitero di Somma Vesuviana. Non solo uno sguardo, non solo quella parola (“lota”) gridata al passaggio dell’auto blindata. Ma una frase che fa tremare chiunque”. Questo è lo sfogo di Gennaro Ciliberto, cittadino di Somma Vesuviana e testimone di giustizia che ha denunciato le infiltrazioni criminali negli appalti pubblici.

Ciliberto ha deciso da che parte stare, affidandosi completamente allo Stato, portando alla luce i lavori dati in affidamento alle mafie, i rapporti illeciti tra i malavitosi e i dirigenti dell’Anas, dell’Impregilo e delle forze dell’ordine. Le sue dichiarazioni sono servite a svelare gli affari della camorra imprenditrice. Inserito nel programma di protezione è stato costretto ad abbandonare la sua terra, il suo lavoro e i suoi legami di amicizia. Per il giorno dei morti è tornato nel suo paese ed è stato accolto, insieme agli agenti della sua scorta, con la vergognosa frase “con il kalashnikov sfondiamo la blindata”.

L’impegno di Gennaro Ciliberto non si è fermato con le denunce presentate nelle Procure italiane, ma è costante, continua nel quotidiano con i suoi interventi pubblici. “Questi criminali non mi vogliono nel territorio e lo hanno dichiarato a viso aperto. Un grazie ai carabinieri, in particolare al personale di scorta”. Sulla vicenda abbiamo sentito il primo cittadino di Somma Vesuviana, Salvatore Di Sarno: “A me dispiace, penso che sia normale che mi dispiaccia, non potrei non essere dispiaciuto”.

A parte il dispiacere, da primo cittadino cosa può aggiungere?

“Noi non facciamo sconti a nessuno, perché se capitasse a noi saremmo i primi a denunciare e a chiedere l’intervento della forza pubblica. È una cosa naturale, per un primo cittadino che è anche maresciallo della guardia di finanza”.

Perché accadono questi episodi?

“La questione precisa non la conosco, immagino che abbiano chiesto i soldi a qualcuno, penso che sia successa questa cosa. Non lo so il fatto che è successo fuori al cimitero, perché io non c’ero”.

C’è stata una frase urlata contro il testimone e la sua scorta: “i kalashnikov sfondano la blindata”.

“Questa è una cosa gravissima, questa è una cosa non solo da risalto mediatico ma penso che ci sia anche qualche risvolto penale. Spero che il Ciliberto abbia fatto la denuncia”.

Cosa possiamo aggiungere sulla figura dei testimoni di giustizia?

“Ben vengano, a me fa piacere quando qualcuno ha il coraggio di dire la verità e di mettersi dalla parte della giustizia. Sono vicino umanamente al testimone di giustizia Ciliberto”.

Che messaggio, da primo cittadino, sente di dare alla collettività quando accadono questi episodi?

“Bisogna ribellarsi, andare nelle sedi opportune e denunciare”.

Cosa bisogna fare per invertire la rotta?

“La prima cosa da fare è organizzare dei convegni sul tema, essere cittadini delle istituzioni e coinvolgere le scuole. Questo è il primo passo. Entrare nelle scuole con dei messaggi, essere dei cittadini che vogliono la legalità e che si battono per quello”.

Qual è il compito delle Istituzioni?

“Come sindaco sono vicino alla figura del testimone di giustizia Ciliberto che in questo momento ha avuto questa problematica. La prima cosa che dico è che sono vicino a lui”.

Che significa “sono vicino”?

“Cosa mi vuol far dire? Come Istituzione sono vicino a chi denuncia, ma se mi vuole far dire qualche altra cosa mi aiuti lei”.

In che modo si è vicini? Concretamente cosa si può fare per stare vicini a un testimone di giustizia che ha denunciato la camorra?

“Da uomo sono vicino a chi fa questo, da sindaco lo stesso. In questo momento se devo trovare un modo, non vorrei dire una baggianata, quindi mi astengo in questo momento. Vorrei capire come aiutarlo. Come sindaco posso fare ben poco per un testimone di giustizia, posso stargli vicino, posso organizzare un incontro, possiamo fare tutto ciò che potrebbe dare lustro e risalto a ciò che fa questo testimone di giustizia. Ma se ci sono dei risvolti che non sono solo mediatici, ma sono di natura penale il sindaco che può fare? Non penso che possa fare tantissimo. Stargli vicino, poi il modo lo troveremo insieme, questo è poco ma sicuro. Io non mi tiro indietro se devo stare vicino a una persona che soffre, perché è nella mia indole. Si figuri per uno che si batte per la legalità tutti i giorni. È l’educazione di vita che porta a fare delle scelte di vita, è ovvio che stia vicino a Ciliberto come sto vicino ai disadattati, come sto vicino… però purtroppo a volte i modi per aiutare determinate persone sono molto burocratici e ti fanno perdere tempo”.

Tocchiamo l’argomento camorra e presenze malavitose: qual è la situazione a Somma Vesuviana?

“A Somma Vesuviana non ci sono delle attenzioni eccezionali, qualcuno è fuori da questa località, altri sono nelle patrie galere. C’è qualcuno che purtroppo spaccia, però penso che i carabinieri stiano facendo un ottimo lavoro”.

Il territorio è attenzionato dalle forze dell’ordine?

“Assolutamente si. C’è una presenza quotidiana sul territorio, io li vedo e li sento quasi giornalmente, per scambiarci opinioni e per fare qualche cosa”.

Ma una frase del genere, secondo il suo punto di vista, è stata detta da semplici balordi o potrebbe esserci una regia legata alle denunce del testimone?

“Spero che siano dei balordi, però non sono frasi che si dicono tutti i giorni: è una via di mezzo. Io penso che chi fa il crimine seriale come fa a dire una stronzata del genere a un testimone di giustizia, per alzare l’attenzione? Glielo dice uno che conosce un po’ la materia, spero siano dei balordi perché altrimenti sono proprio stupidi”.

Anche il primo cittadino del Comune di Camposano, in provincia di Napoli, Franco Barbato, già onorevole con l’Italia dei Valori, è intervento, parlando di un “fatto gravissimo, che va stigmatizzato nel modo più viscerale possibile, condannando questi sbandati e delinquenti che pensano ancora di poter dettare legge su questi territori”. Per Barbato “c’è una mentalità che va oltre la camorra,un modo violento, arrogante di porsi e di muoversi all’interno della società. Ricordo le posizioni dei testimoni di giustizia quando si incatenarono davanti al ministero dell’Interno per contestare la poca attenzione da parte dei rappresentanti del Viminale durante il governo Berlusconi, rispetto a chi si schierava contro le mafie e aiutava la giustizia per continuare questo tipo di battaglie. Ora posso anche pensare, da uomo dello Stato, che sarebbe un bel gesto se lo Stato aprisse le braccia e accogliesse ancora di più Gennaro affinché potesse vivere in società in modo normale, riportando la sua vita alla normalità”.

In che modo?

“Sto immaginando che una risposta del genere potrebbe essere quella di proporlo come assessore alla legalità nel mio Comune, per dire che c’è lo Stato”.

Per quanto riguarda la situazione dei testimoni di giustizia, però, poco è cambiato.

“Sui testimoni di giustizia c’è stato uno scarto in positivo tra il periodo di Berlusconi e l’attuale governo… se ad esempio penso che Grasso oggi è la seconda carica dello Stato. Questo già dà un termometro diverso dell’attenzione, io parlo da osservatore esterno in questo momento. Quando sono stato parlamentare si faceva ben poco in merito alla lotta alle mafie, addirittura uomini di governo come Cosentino condividevano affari con la camorra”.

Ma le Istituzioni continuano a latitare su questi temi. 

“La politica presente nelle Istituzioni non sta rispondendo alle richieste che vengono dai cittadini e dai testimoni di giustizia, ed è la ragione per la quale c’è oggi un malessere diffuso rispetto alla politica istituzionale”.

Fonte: restoalsud.it

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TESTIMONI DI GIUSTIZIA al MARTINBOOKFESTIVAL 2017

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GLI OSPITI DEL MARTINBOOKFESTIVAL 2017:
Sabato 29 luglio, Torrione Carlo V, ore 21.00

L’AUTORE:
Paolo De Chiara (Isernia, 8 maggio 1979) è un giornalista e scrittore molisano.
La sua attività di scrittore ha inizio nel 2012, quando decide di pubblicare le risultanze di ricerche effettuate sul caso mafioso della testimone di giustizia Lea Garofalo, la donna che si ribellò alla mafia intitolato “Il Coraggio di dire No. Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta.” Attivista nella diffusione della cultura della legalità soprattutto all’interno delle scuole, si occupa di infiltrazioni criminali. Nel 2013 ha pubblicato “Il Veleno del Molise. Trent’anni di omertà sui rifiuti tossici”.
Come giornalista, De Chiara collabora con il quotidiano online Resto al Sud e con la testata nazionale online contro le mafie Malitalia. Nel Molise ha svolto collaborazioni con alcuni organi di informazione regionale, lavorando per il quotidiano Nuovo Molise Oggi, Il Quotidiano del Molise, La Gazzetta del Molise, TeleRegione e la Voce del Molise.
Ha collaborato con CANAL + alla realizzazione del documentario Mafia: la trahison des femmes, dal 16 luglio al 25 luglio 2013, con la collega di Special Investigation (MagnetoPresse) Barbara Conforti. Il film è andato in onda in Francia nel gennaio del 2014. 
Con la Giulio Perrone editore, nel 2014 ha pubblicato “Testimoni di giustizia. Uomini e donne che hanno sfidato le mafie.”

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IL LIBRO:
“Testimoni di giustizia. Uomini e donne che hanno sfidato le mafie.”
In un Paese ben lontano dall’aver sconfitto le mafie esistono ancora cittadini che hanno il coraggio di diffondere la voce della legalità e credono che denunciare sia segno di civiltà e premessa di libertà. Sono i testimoni di giustizia, figura introdotta legalmente nel 2001 per permetterne una coerente giurisdizione e soprattutto per differenziarne la natura e la disciplina rispetto ai collaboratori di giustizia, meglio noti come “pentiti”.
Il testimone di giustizia sceglie, per dovere civico, di non abbassare la testa di fronte alle prepotenze, è un testimone oculare, un imprenditore piegato dagli estorsori o, in alcuni casi, un cittadino che rivendica la propria onestà pur appartenendo a contesti mafiosi, come Lea Garofalo e Maria Concetta Cacciola.
Lo stato opera un’azione di ascolto e utilizzo delle informazioni fornite dai testimoni di giustizia e garantisce loro misure speciali di protezione: allontanamento dal paese di origine, trasferimento in località protette, identità false e sussidi che dovrebbero assicurare una vita dignitosa. Ma molti testimoni lamentano l’inadeguatezza di queste misure, il peggioramento del loro tenore di vita e l’abbandono in cui versano. isolati, privi di un sostegno psicologico adeguato, costantemente alle prese con i limiti dei servizi assistenziali e sanitari, e con i problemi legati ai numerosi trasferimenti: solitudine, spaesamento, distacco dagli affetti e impossibilità di trovare un lavoro.
Paolo De Chiara ripercorre alcune di queste storie attraverso una ricostruzione puntuale dei fatti, grazie a dichiarazioni, atti processuali, intercettazioni rese pubbliche, interviste e testimonianze, creando uno spettro il più possibile esaustivo di una realtà – quella del testimone di giustizia – che ancora vive, invece, in uno stato di ingiustizia.

da Ultimavoce.it – Intervista A Paolo De Chiara – Il Coraggio Di Scrivere La Verità

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Paolo de Chiara: “Una sana informazione, quella che racconta i fatti, è fondamentale per un Paese civile. È il sale della democrazia.”

 

Paolo de Chiara è uno scrittore che non si tira certo indietro quando si tratta di dire la verità. Infatti, le sue opere: Il Coraggio di dire NoIl veleno del Molise e Testimoni di Giustizia, affrontano tre temi complessi di cui l’autore parla con estrema chiarezza. Paolo de Chiara è giornalista e collaboratore con diversi giornali on-line, tra cui Resto al Sud, Caporedattore presso La Voce Nuova del Molise, ideatore e conduttore della trasmissione di approfondimento Diritto di Cronaca, vincitore del Premio Giornalistico Nazionale ‘Ilaria RAMBALDI 2014’.

In tutti i libri di Paolo de Chiara si percepisce il grande desiderio di raccontare, come un obiettivo primario. Da dove nasce questa vocazione?

Solo passione per questo bellissimo mestieraccio. Informare semplicemente i lettori, i cittadini, senza alcun filtro, senza padroni e con la schiena dritta. Il sapere è il primo passo per cambiare e, quindi, solo attraverso la conoscenza è possibile prendere coscienza ed affrontare le tante problematiche che coinvolgono la nostra esistenza quotidiana. Una sana informazione, quella che racconta i fatti, è fondamentale per un Paese civile. È il sale della democrazia. Ecco perché il potere tende a mettere le mani sul sistema dell’informazione. Ecco perché la funzione del giornalista, come quella dello scrittore, è necessaria. Per controllare e non essere controllati dal potere. Per fare i “cani da guardia” e non gli scendiletto di qualcuno. Nella mia Regione, in Molise, il primo problema – tra i tanti – da risolvere è proprio quello dell’informazione. Una piccola Regione dove è quasi tutto controllato dal potente, o meglio dai potenti, di turno. L’informazione è debole, i cittadini non sono adeguatamente informati e il “signorotto di turno” può fare, e fa, ciò che vuole. Abbiamo un consigliere regionale, eletto da diverse legislature, per due anni e mezzo – addirittura – presidente del consiglio regionale, che negli anni ’80 faceva tutt’altro mestiere: era impiegato nella polizia penitenziaria. È stato arrestato e condannato, in via definitiva, per aver portato in carcere, dove era detenuto Raffaele Cutolo (il capo indiscusso della NCO), delle armi. Ha beneficiato della riabilitazione – una stortura per la democrazia – e, il galeotto, ha fatto carriera. In politica, gestendo il futuro dei molisani. Non c’è un dibattito nella mia Regione, questo perché la maggior parte degli organi di informazione non fanno il proprio dovere. E questo è solo un piccolo esempio.

Lea Garofolo, il Coraggio di dire NO,  è la storia drammatica di una giovane donna calabrese che ha avuto il coraggio di sfidare l‘ndrangheta, e che ora è diventato anche un film. Nata in una famiglia mafiosa, ha visto morire la sua famiglia ed i suoi amici, sterminati da uomini senza cuore. Parlare e raccontare queste verità, secondo te, possono aiutare a cambiare il futuro e combattere questa prepotenza criminale?

Lo diceva Paolo Borsellino, il magistrato ucciso (insieme agli uomini della sua scorta) dalla mafia e da pezzi dello Stato: “parlatene sempre”, in ogni luogo. Il nostro dovere – e riguarda tutti – è informare, raccontare e, possibilmente, delegittimare questi schifosi criminali attraverso la parola. Ma anche utilizzando la cultura. Perché il problema è anche culturale. “Per combattere la mafia – scriveva Rita Atria, la picciridda di Paolo Borsellino – bisogna prima farsi un auto esame di coscienza e poi sconfiggere la mafia che è dentro di noi”. Il futuro lo si cambia tutti insieme, rispettando semplicemente le regole. Gli eroi non esistono, non servono. Sventurato è quel Paese che ha bisogno di eroi. Servono persone perbene, con le mani pulite. Continuiamo a commemorare, giustamente, ma ci dimentichiamo delle persone vive che vengono abbandonate al proprio destino. Le persone che oggi ricordiamo sono morte, ammazzate, perché noi ci siamo distratti. È successo ieri, con Falcone, Borsellino, Dalla Chiesa, Chinnici, Puglisi, Pasolini, De Mauro, Rostagno e tantissimi altri, e continua a succedere oggi. Cosa è cambiato? Le persone che lottano sul fronte restano isolate. E ancora non riusciamo ad aprire la cassaforte dei misteri sui fatti sconvolgenti di ieri.

Il libro Testimoni di Giustizia di Paolo de Chiara, scritto con grande trasparenza, è composto da diversi episodi di persone che in qualche modo sono state testimoni e/o vittime di crimini mafiosi, e che sono ben diversi dei collaboratori di giustizia. Puoi spiegarci la differenza tra collaboratori e testimoni di giustizia?

Sono due figure completamente diverse. Qualcuno ancora tende a confonderle – la convenienza è evidente -, ma è necessario differenziare. I collaboratori di giustizia, i cosiddetti “pentiti”, sono personaggi che facevano parte di un’organizzazione criminale e, per motivi opportunistici, decidono di “saltare il fosso”, di passare dalla parte dello Stato. Loro sono necessari per permettere agli inquirenti di entrare all’interno di queste schifose mafie per disarticolarle. Ci sono stati degli esempi destabilizzanti, come il sedicente “pentito” Scarantino, imbeccato dalle “menti raffinatissime” per raccontare una storia completamente sballata, inventata a tavolino, sulla strage di via d’Amelio. Un depistaggio di Stato, uno dei tanti. E per tanti anni siamo stati presi per il culo da un sistema che da sempre governa le nostre vite. I testimoni di giustizia, invece, sono tutta un’altra cosa. Sono cittadini onesti che hanno fatto il loro dovere. Hanno visto, hanno sentito, hanno toccato con mano, hanno subito l’arroganza criminale delle mafie e hanno denunciato i loro aguzzini. Si sono opposti al metodo mafioso, fatto di estorsioni, minacce, violenza e sangue. Loro non provengono dalle organizzazioni criminali, loro hanno subito. Loro sono necessari per credere nella legalità, quella vera, che è diversa da quella utilizzata per fare carriera. Hanno fatto condannare tanti mafiosi. Però lo Stato (quello con la ‘s’ minuscola, rappresentato da personaggi indegni), con alcuni di loro non si è comportato in maniera degna. Molti lamentano, ancora oggi, l’abbandono, l’insensibilità, la freddezza, il menefreghismo di funzionari inutili e dannosi. Proprio la settimana scorsa sono stati arrestati degli appartenenti alle forze di polizia, accusati di aver sottratto ingenti somme di denaro destinati ai collaboratori e ai testimoni. E non è l’unico ammanco. Esiste una legge, la n. 45 del 2001, che disciplina queste due figure. Per i testimoni c’è solo il titolo e qualche articolo. La relazione di Angela Napoli del 2008 parla chiaro. In questo Paese i testimoni sono trattati come un peso e non come una risorsa. Oggi esiste qualche provvedimento per migliorare la loro condizione, ma è tutto bloccato. Non esiste la volontà politica. Molti testimoni sono stati abbandonati dallo Stato e uccisi dalle mafie. Non c’è riconoscenza verso chi cerca di fare il proprio dovere, nel Paese impregnato dalle schifose mafie.        

Raccontaci quali difficoltà hai dovuto affrontare per scrivere questo libro e qual è stato l’episodio che più ti ha coinvolto?

È necessario cambiare inquadratura. Le difficoltà non sono di chi racconta, ma di chi subisce. Ho iniziato ad approfondire le storie dei testimoni di giustizia dopo aver conosciuto la drammatica esistenza di Lea Garofalo, la fimmina calabrese che ha sentito il puzzo della ‘ndrangheta (l’organizzazione criminale più potente nel mondo) sin dalla culla: padre mafioso, fratello mafioso, «famiglia» mafiosa. Ha visto scorrere il sangue, è cresciuta in una cultura mafiosa, ma si è ribellata. Come Peppino Impastato, come Rita Atria, come tanti altri. Da sola e con una figlia piccola, più coraggiosa della madre, ha sconfitto un intero clan, ha salvato sua figlia Denise e ha fatto capire a tutti noi che è possibile contrastare questi ominicchi del disonore. E Lea è una testimone di giustizia, anche se molti continuano a definirla “pentita”.

Ti occupi di diversi eventi letterari e manifestazioni, soprattutto nelle scuole superiori. Com’è il riscontro dei ragazzi a queste storie e cosa si può fare per raccontare loro il pericolo delle mafie?

La cosa più bella è confrontarsi con i ragazzi, anche delle superiori. Loro hanno la voglia di apprendere, hanno la forza di combattere. Sono pronti ad affrontare e risolvere i problemi che abbiamo lasciato e che non abbiamo mai risolto. I loro occhi parlano, sono vivi, come le loro menti. I ragazzi sono diversi dagli adulti, bisogna puntare sulle “giovani generazioni” per distruggere e annientare questa maledetta mentalità mafiosa. Ma non dobbiamo lasciarli soli, ognuno deve fare la sua parte. Fino in fondo, costi quel che costi. Come diceva qualcuno.   

Quali sono le regole fondamentali per essere un bravo giornalista e un buon scrittore?

Per esprimersi non esistono regole. Ognuno ha le sue, l’importante è non prendersi gioco della verità dei fatti. Non bisogna stravolgere la realtà, questa potrebbe essere una buona regola.

Ogni scrittore ha un sogno nel cassetto, il tuo qual è?

Allora la domanda non è rivolta a me (ride). Io sono solo un giornalista di provincia.

 

http://www.ultimavoce.it/paolo-de-chiara-testimoni-di-giustizia/

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