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Si diploma nella scuola diretta dalla madre. La Preside: «Mi hanno detto che si poteva fare»

ESAMI DI STATO/ 2^ parte. L’INTERVISTA. Dopo aver raccontato la storia, abbiamo contattato la dirigente scolastica per comprendere il suo punto di vista: «Mia figlia non era assegnata qua, era assegnata a Venafro. Non vedo incompatibilità. Il problema mio, purtroppo, è che me la sono ritrovata assegnata durante il periodo del lockdown.»

Si diploma nella scuola diretta dalla madre.  La Preside: «Mi hanno detto che si poteva fare»
Dalla pagina social (facebook) del «Fermi-Mattei»

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Ieri abbiamo raccontato la vicenda che vede protagonista la dirigente scolastica del’ISISS “Fermi-Mattei” di Isernia e sua figlia, fresca del secondo diploma in Ragioneria, conseguito presso l’istituto diretto da sua madre. Abbiamo raccolto la testimonianza della prof. Anna Ferrara, presidente della commissione d’Esame (di Stato): «Mi sono informata, l’esame di Stato si può fare in qualsiasi Istituto. Ci sentiamo tra un po’, che dice?»

Abbiamo provato e riprovato a risentire la prof. Ferrara ma, come già abbiamo scritto, siamo stati poco fortunati. Diciamo così.

E allora ci siamo informati anche noi e abbiamo anche contattato la dirigente dell’Ufficio scolastico regionale Marialuisa Forte. «Io sono il dirigente, so tutto quello che succede nelle scuole molisane», ha precisato. Aggiungendo: «non c’è nessuna illegittimità. Nessuna incompatibilità.»

La storia è questa, in estrema sintesi: il 9 settembre scorso, nella scuola diretta da sua madre, la candidata – con residenza a Napoli – ha ottenuto il suo secondo diploma, dopo quello già conseguito, in passato, presso il Liceo Scientifico e dopo la triennale in Scienze infermieristiche. «Però mia figlia – spiega la madre-preside – non era assegnata qua, era assegnata a Venafro». Ma non si poteva scegliere un altro Istituto?

Lo abbiamo chiesto alla prof. Emilia Sacco, proveniente da Ponticelli, da due anni dirigente dell’ISISS “Fermi-Mattei” del capoluogo pentro. È importante conoscere il punto di vista della madre della candidata.      

Lei conferma che sua figlia, nel settembre scorso, ha conseguito il secondo diploma presso l’Istituto che lei dirige?

«Sì.»

Sua figlia ha la residenza a Napoli?

«Sì.»

Nella nota del MIUR (prot. 22110 del 28 ottobre 2019) al punto 2.A si legge: “I candidati esterni debbono presentare domanda di ammissione agli esami di Stato all’Ufficio scolastico regionale territorialmente competente…”. Tra i requisiti di ammissione all’esame è compresa la residenza. Sua figlia non ha la residenza in Molise. Perché è venuta a Isernia a sostenere l’esame di Stato?

«Cercavo casa qui a Isernia, volevamo trasferirci. Mia figlia, maggiorenne e laureata, aveva chiesto di venire qua. Adesso sta facendo la magistrale. Noi nel frattempo, siccome non ce la faccio a fare avanti e indietro, stavamo cercando casa. A marzo siamo andati in lockdown. Però mia figlia non era assegnata qua, era assegnata a Venafro

Al Ragioneria di Venafro?

«Sì. Durante il periodo di lockdown ci è pervenuta questa assegnazione da parte dell’Ufficio scolastico che non poteva fare l’esame a Venafro in quanto non c’era l’indirizzo di studi scelto (Sistemi informativi aziendali, nda), ed è stata assegnata a Isernia.»

Nella richiesta, inizialmente, viene indicata la sede di Venafro?

«Siccome dovevamo trasferirci qua la richiesta era stata fatta non presso la mia scuola, ma presso un’altra scuola. Però poi Venafro l’ha rigettata.»

Ma perché, avendo la residenza a Napoli, è stata indicata una scuola molisana?

«Perché ci dovevamo trasferire qua.»

Era domiciliata a Isernia sua figlia?

«Non era domiciliata qui. Però ho chiesto il nulla osta…»

E, quindi, è arrivato il nulla osta.

«È arrivato il nulla osta dalla Regione Campania.»

Dal Provveditorato?

«Dall’Ufficio scolastico regionale. Noi avevamo chiesto di farlo a Venafro, non nella mia scuola. Non sapevano di mia figlia e non ho mai conosciuta la presidente.»

Presidente?

«Di commissione (Anna Ferrara, nda). Ma a lei come è arrivata sta cosa?»

Abbiamo le nostre fonti. Nella stessa nota, già citata, si legge: “I candidati esterni indicano nell’istanza di partecipazione almeno tre opzioni riferite alle istituzioni scolastiche presso le quali intendono sostenere l’esame. Le opzioni possono essere soddisfatte solo previa verifica da parte dell’Ufficio scolastico regionale competente”. Si parla di “omogeneità nella distribuzione territoriale”, secondo quanto previsto dall’art. 14 cc.3 del d.lgs. 62/2017. In questo caso, in cui sua figlia è stata assegnata nell’Istituto che lei dirige, è stato rispettato questo criterio?

«Penso di sì.»                                             

Tutto rientra nella normalità?

«Non c’è incompatibilità. Se ci fosse stata non avrei potuto fare una cosa del genere. Guardi, ci sono casi in cui i docenti hanno i figli dove insegnano, nella propria scuola.»

Quindi, per lei, è la stessa cosa?

«Non vedo incompatibilità. Il problema mio, purtroppo, è che me la sono ritrovata assegnata

Mi scusi, ma in queste tre opzioni quali scuole sono state indicate?

(“I candidati esterni indicano nell’istanza di partecipazione almeno tre opzioni riferite alle istituzioni scolastiche presso le quali intendono sostenere l’esame”, nota MIUR del 2019).

«Mi ricordo solo Venafro. Ma vado a memoria.»

Secondo la dirigente dell’USR Marialuisa Forte tutto è in regola. Il nulla osta è arrivato. Ma è possibile conoscere le motivazioni che hanno prodotto questo nulla osta?

«Se vuole glielo scrivo e glielo mando, vado a verificare. Perché, in effetti, non seguito questa cosa». [Attendiamo la nota scritta].

Qual è stato il percorso di sua figlia per raggiungere l’obiettivo finale? Quanto tempo ha impiegato per sostenere l’esame di idoneità e quanto tempo ha impiegato per sostenere l’esame di Stato?

«Ha studiato da sola. Il percorso è durato parecchio. Già da quando ha fatto la domanda ha cominciato a studiare.»

Quando si fa la domanda?

«Si fa entro novembre.»

Mi faccia capire bene. Se volessi farlo anche io questo percorso cosa dovrei fare?

«Entro novembre si fa la domanda.»

E dopo sette mesi, a giugno, posso fare l’esame di Stato?

«Quest’anno è stato fatto ad agosto, perché c’è stato il lockdown.»

In sei o sette mesi potrei prendere un secondo diploma?

«Sì.»

Qualche giorno prima si fa l’esame di idoneità?

«Sì.»

E poi si fa l’esame di Stato?

«Sì.»

La commissione era composta da professori esterni o interni?

«Secondo l’ordinanza era composta da interni, più presidente esterno.»

Per questo esame di Stato?

«Per tutti gli esami di Stato.»

Per questa situazione?

«Tutti interni. Ma non lo sapevamo quando è stata fatta la domanda. Ma perché è importante sapere queste cose?»

Per capire. Le due commissioni (per l’esame di idoneità e per l’esame di Stato) erano composte dalle stesse persone o sono state diversificate?

«La commissione è unica, poi vanno in plenaria e ci sono due sottocommissioni.»

I commissari dell’esame preliminare sono stati gli stessi per l’esame di Stato?

«No.»

E il presidente?

«Il presidente della commissione esame di Stato è un esterno. Mentre per l’esame preliminare un interno, delegato.»

Da chi viene nominata la commissione?

«Esterna?»

In questo caso era interna.

«È il consiglio di classe.»

L’ha nominata lei?

«No, il consiglio di classe. Di default, perché fanno parte di quella commissione…»

Ma è lei che nomina?

«Io ho soltanto delegato la presidenza.»

I componenti della commissione sono da lei nominati?

«Il consiglio di classe, in base alle materie che devono…»

Ma lei firma il documento di nomina?

«Sì, vengono individuati in base all’esame che deve fare il candidato.»

Non voglio sapere come vengono individuati. È lei che firma?

«Sì.»

Secondo l’articolo 198 del d.l.vo n. 297 del 1994: “La Commissione per gli esami di idoneità e per gli esami integrativi è nominata dal preside”. Andiamo avanti. Venafro viene eliminata come sede, ma perché non scegliere un altro Istituto?

«Se sul territorio c’è…»

Lei ha informato che quella candidata era sua figlia? L’Ufficio scolastico sapeva?

«Sì, lo sapevano che era mia figlia. Sì, lo sapevano.»

Secondo lei, è possibile parlare di incompatibilità?

«No, perché dovrebbe esserci incompatibilità anche quando allora i docenti portano i loro figli nella stessa scuola. Anche lì ci dovrebbe essere incompatibilità.»

Faccio l’avvocato del diavolo. Il codice di comportamento dei dipendenti della P.A. (D.P.R. 62/13) stabilisce all’art. 7 dei limiti per combattere il conflitto di interessi: “Il dipendente si astiene dal partecipare all’adozione di decisioni e ad attività che possono coinvolgere interessi propri, ovvero dei suoi parenti, affini entro il II grado, dal coniuge o di conviventi…”. Lei rientra in questo conflitto di interessi?

«Io mi sono astenuta.»

Lei non rientra in questo caso?

«No.»

Nella norma si parla di “adozione di decisioni”. Lei le ha prese le decisioni?

«Rispetto a cosa?»

Andiamo con ordine. L’articolo 198, già citato, dice testualmente: “La Commissione per gli esami di idoneità e per gli esami integrativi è nominata dal preside”. E ancora: l’articolo 14 dell’Ordinanza n. 350 del 2018 dice: “Il dirigente è tenuto a verificare la completezza e la regolarità delle domande”. E non solo. Lei ha il dovere di verificare il rapporto di parentela tra i Commissari nominati e i candidati.

«Ma io ho delegato, non sono stata all’interno della Commissione.»

Ho capito. Ma lei, addirittura, deve verificare se il commissario Franco Rossi è parente del candidato o della candidata. È stato verificato il suo grado di parentela?

«Ho chiesto anche all’Ufficio se c’erano incompatibilità su questa cosa…»

Quale Ufficio?

«Ufficio scolastico regionale.»

E loro cosa le hanno detto?

«Che non c’era incompatibilità su questa cosa. Quindi io sono andata avanti.»

Ma lei lo ha chiesto per iscritto?

«No.»

Dopo gli esempi che le ho fatto sulle decisioni che lei, probabilmente, ha preso continua a sostenere che è stato rispettato il Codice di comportamento dei dipendenti della P.A.?

«Guardi, penso di no. Io ho delegato queste cose. Posso aver nominato la commissione di default, in base a quelle che sono le materie da sostenere.»

Ma quando è arrivata la domanda di sua figlia lei ha dovuto verificare?

«La verifica è se ha fatto il bollettino, se aveva la licenza media…»

I requisiti…

«I requisiti. La verifica che noi facciamo.»

Nonostante tutto quello che ci siamo detti, lei pensa di rientrare nei dettami del Codice di comportamento?

«Cosa le posso rispondere…»

Quello che vuole. Ma secondo lei è opportuno che sua figlia abbia conseguito il secondo diploma nella sua scuola? È stata giusta una scelta del genere?

«Sono stata molto combattuta. L’obiettivo principale a cui dobbiamo mirare tutti sono i nostri ragazzi, i nostri studenti. Ho guardato al diritto di una studentessa che, diciamo, andava tutelata. Lo avrei fatto per qualsiasi altro ragazzo, lo avrei fatto per qualsiasi altro studente della mia scuola.»

Perché lei afferma: “sono stata molto combattuta”?

«Dovevo tutelare lo status di studente.»

Però doveva tutelare anche lo status di dirigente. Lei si è trovata in una situazione un po’ imbarazzante.

«Lo dobbiamo spiegare per forza questo?»

La vicenda ruota intorno a tutto “questo”. È il fulcro. La questione è semplice: a Venafro non si poteva sostenere l’esame di Stato. Ma si poteva scegliere la sede a Campobasso. Senta, la questione è questa: non si sta mettendo in discussione la voglia di sua figlia di studiare. Ma a Napoli, ad esempio, ci sono tanti Istituti tecnici. Perché farlo proprio a Isernia, nella sua scuola? 

«Venafro me l’ha riportata. Questa cosa non l’ho più attenzionata. Perché durante quel periodo noi stavamo chiusi. Non l’ho più attenzionata, mi è proprio sfuggita.»

Perché l’Ufficio scolastico non l’ha tolta dall’imbarazzo?

«Ho chiamato qualche giorno prima. Ho chiamato la Forte (dirigente dell’USR, nda). Ho comunicato la situazione e ho detto: “proviamo a metterla in un’altra scuola”. Ma era troppo tardi. Ho chiesto di far venire l’ispettrice a scuola.»

È venuta l’ispettrice?

«No. Mi hanno detto che non era necessario.»

Ora lei si trova al centro di una polemica. Non crede?

«Sì, sì. Adesso sarò l’agnello sacrificale.»

In questa situazione si potrebbe immaginare anche un certo imbarazzo da parte dei componenti della commissione che hanno esaminato sua figlia e che lavorano nella scuola che lei dirige?

«Non lo sapevano.»

Quando hanno fatto l’esame non lo sapevano?

«Non ho parlato con nessuno.»

Se lo avessero saputo?

«Avrebbero avuto lo stesso imbarazzo nei confronti di un docente che ha il figlio nella stessa scuola. E ce ne sono»

Però il figlio la scuola l’ha frequentata. Sua figlia da Napoli, senza residenza, viene a prendersi un secondo diploma nella scuola che lei dirige. Ovviamente, viene assegnata in questa scuola. Questa è la differenza. Lei non crede?

«È una questione oggettiva, perché non ti conosco. Mi creda, veramente io non ho avuto contatti. Assolutamente.»

Ma questo episodio non potrebbe essere un cattivo esempio? Uno studente “normale”, senza legami di parentela, potrebbe dire: “lo faccio anche io, invece di frequentare la scuola per cinque anni”. Lei cosa ne pensa?

«No, è così per tutti i ragazzi privatisti.»

Non tutti hanno la madre che fa la dirigente scolastica. È così per tutti?

«Se si adottano dei criteri univoci…»

Quindi il trattamento riservato a sua figlia è il trattamento standard, valido per tutti i candidati?

«Certo.»

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Per Approfondimenti:

“Fermi-Mattei” di Isernia: un secondo diploma per la figlia della preside. Titolo conseguito nella scuola diretta dalla madre

IO HO DENUNCIATO #Venafro

IO HO DENUNCIATO… a Venafro (Is), 31 maggio 2019
Grazie all’ associazione culturale ‘Città Nuova’, evento organizzato in collaborazione con il Comune di Venafro.
#iohodenunciato #maggiodeilibri #libri #storiavera #mafiemontagnadimerda

Premio alla carriera

Grazie di Cuore

Inquinamento e traffici, scatta l’allarme.

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Dopo anni di silenzio è ritornato alla ribalta il ‘terreno a riposo’

 

VENAFRO. “Situazione di allarme sociale creatasi nella collettività di Venafro e nei comuni limitrofi, che potrebbe anche degenerare in turbative dell’ordine pubblico”. La dichiarazione è del Prefetto di Isernia, Fernando Guida, rilasciata qualche giorno fa e riferita alla situazione ambientale del territorio venafrano. Dove la diossina è stata trovata nel latte materno e nella carne macellata. In quel territorio si sono raggruppate delle mamme in Associazione, per tenere alta l’attenzione. Hanno denunciato, continuano a farlo. Ma pure le Mamme si continuano a scontrare contro un muro di gomma.

Nemmeno loro trovano risposte, nessuno risponde. Di tanto in tanto si accende una fiammella e poi tutto torna nell’oscurità. In un assordante silenzio. Nell’attesa della nuova fiammella. “Come mai è uscita fuori questa cosa quando, praticamente, io sono stato obbligato a mettere tutto a posto, nonostante non fosse dipeso da me. Il problema è risolto, mi è costato un sacco di soldi. C’è stata la conferenza di servizi. Hanno chiuso tutto, tutto sta a posto. Perché lei vuole rimettere tutto in discussione? Sono stato preso per fesso, ci soffro di questo, che non mi sia accorto che queste persone mi hanno turlupinato”.

Si sente imbrogliato Ernesto Nola, il proprietario del famigerato ‘terreno a riposo’. L’appezzamento agricolo, che si trova in località masseria Lucenteforte, nella Bonifica di Venafro. Un terreno che non trova pace, di tanto in tanto, sbuca fuori come un fungo, velenoso. Le dichiarazioni di Nola risalgono alla fine del 2013. Quattro anni fa. Poi di nuovo il silenzio, il lungo silenzio. Cosa è stato fatto in questi anni? Niente. Perché nessuno ha creato un dibattito intorno alle dichiarazioni del cugino di Nola, Vittorio Nola, già presidente del Consorzio di Bonifica, “I controlli in questa Regione non funzionano. È un fatto acclarato”. Ma, in tutti questi anni, nessuno ha chiesto nulla a Vittorio Nola. Silenzio, tutti muti. Ultimamente però il fungo è tornato in superficie. Ed è ripartita nuovamente la giostra. Analisi, nuove dichiarazioni, nuovi incontri.

Nel 2003, dieci anni prima delle dichiarazioni di Nola, a Sesto Campano viene tratto in arresto un certo Antonio Caturano, per trasporto di rifiuti tossici spacciati per fertilizzanti, destinati alla concimazione dei terreni agricoli. “È stato messo tutto a posto – diceva Nola nel 2013 – erano delle buche scavate, poi sono state riempite sotto la direzione dell’Arpa. Un problema risolto da tempo”.

Ma il problema non è stato mai risolto. “Tutta una cosa che è stata risolta e che è stata messa a posto”. Nulla è stato messo a posto! Nemmeno la bonifica è stata fatta. Nell’agosto del 2007 il geologo di Isernia, Vito La Banca (incaricato dalla ditta Rasmiper nel 2001, consulente di Nola nel 2005), comunica la fine dei lavori e il ripristino ambientale. Nel 2013 dichiara: “I lavori di bonifica sono stati fatti in due puntate, più che una bonifica una pulitura. Solo superficiale. Il materiale presente sul terreno. Poi è calato il silenzio su questa storia”.


IL VELENO DEL MOLISE solo frase

 “La terra nera e fumante”

“È una storia uscita fuori dopo tanto tempo. Ne ho sempre parlato, nessuno mi ha creduto”, questa è la voce di un testimone, “mio padre all’epoca fece anche delle fotografie, ero piccolo. Ricordo i camion che andavano a scaricare, passavano sulla strada. Portavano una terra nera e fumante, ancora bollente. Scaricavano in continuazione, mi ricordo tutto. Stiamo parlando di un terreno avvelenato, speravo che questa storia uscisse fuori. Doveva uscire prima, molto prima”. Ma cosa è successo su questo “terreno a riposo”? Nel 1995 compare un certo Antonio Moscardino. Il 2 febbraio Nola, il proprietario e Moscardino, con la sua ditta Rasmiper, siglano un accordo. Nola autorizza l’impresa di Moscardino ad eseguire il recupero ambientale del fondo e Moscardino si impegna a eseguire i lavori secondo la vigente normativa. Ma chi è Antonio Moscardino? Il suo nome compare nell’Operazione Mosca, l’inchiesta della Procura di Larino sullo smaltimento illecito di 120 tonnellate di rifiuti speciali. Secondo i magistrati è il trait d’union, l’intermediario tra le aziende del Nord e i personaggi corrotti del posto. A Vinchiaturo nel 2002 “creava le condizioni di concreto pericolo di inquinamento delle acque e del suolo, pericolo poi concretamente attualizzato a seguito di un incendio del materiale”. C’è un operaio della Fonderghisa, un’azienda posseduta da un componente della famiglia Ragosta, che parla di Moscardino come di una persona poco affidabile e lo collega proprio al “terreno” a riposo. Cosa è stato nascosto sotto quel terreno? Molti testimoni parlano di rifiuti, degli scarti industriali della Fonderghisa. Questa azienda, insieme alla Rer, venne acquistata da personaggi legati alla camorra napoletana. In un’operazione, denominata “Campania Felix” (pubblicheremo il rapporto nei prossimi giorni), i carabinieri accendono, finalmente, i riflettori sugli affari sporchi realizzati nel Nucleo Industriale di Venafro. Nella Fonderghisa, ad esempio, sono stati sciolti i carri armati, proveniente dalla ex Jugloslavia, pieni di uranio impoverito.

Pecore sul 'terreno a riposo'

Pecore sul ‘terreno a riposo’

Ipotetico traffico di rifiuti

“In merito all’ipotetico traffico di rifiuti da Pozzili a Sesto Campano – ha spiegato durante una conferenza stampa il prefetto Guida – sono stati fatti dei primi accertamenti da parte dell’Arpa Molise. Siccome le forze di polizia non erano del tutto convinte degli esiti, è stato effettuato un incidente probatorio in base al quale gli ulteriori accertamenti sono stati già da tempo affidati a un laboratorio esterno. E tra non molto si conosceranno i primi esiti di queste analisi. C’è il sospetto che ci sia stato un impiego delle polveri che provenivano dall’inceneritore di Pozzilli per la fabbricazione di cemento”. Ma cosa significa che “le forze di polizia non erano del tutto convinte degli esiti”? Non si fidano dell’Arpa Molise? In questo caso a cosa servirebbe questo Ente di controllo? A queste domande risponderemo nei prossimi giorni. Per ora focalizziamo la nostra attenzione sugli “ipotetici traffici di rifiuti”. E nel Paese senza memoria è importante leggere le carte. “Vero e proprio cimitero dei veleni, creato in oltre trent’anni di sversamenti abusivi”, un cimitero che si estende “in un quadrilatero compreso tra la statale Bifernina, la Trignina, le province di Isernia e Campobasso. Il nome di questa ditta (Caturano, ndr) è stato fatto dal pentito Raffaele Piccolo, braccio destro e cassiere del gruppo Schiavone fino al 2009, a proposito di un elenco d’imprese prestanome o socie in affari del clan. Anche Emilio Caterino, collaboratore di giustizia del clan Bidognetti, cita la ditta Caturano”, interrogazione parlamentare del novembre 2010. “Nel comprensorio di Sesto Campano e nelle vicinanze del cementificio tempo fa è stato fermato ed arrestato, con un carico di sostanze tossiche e radioattive, tale Antonio Caturano di Maddaloni (Caserta)”, interrogazione del 2004. E conclude il prefetto di Isernia: “a seguito dei controlli fatti nel 2016 e nel 2017 sono stati individuati anche dei camion che trasportavano rifiuti e che appartenevano a ditte collegate alla criminalità organizzata. Quindi si ravvisa l’ipotesi, piuttosto preoccupante, di vero e proprio traffico illecito di rifiuti che potrebbe far capo alla criminalità organizzata”.

 

CULTURA & LEGALITA’

1° appuntamento con gli STUDENTI dell’Ist. “D’OVIDIO” Campobasso, 8 novembre 2017
#insiemesipuò

I appuntamento, novembre 2017, MANIFESTO

8 novembre 2017
L’ITALIA E I VELENI, SENZA DIMENTICARE IL MOLISE

INTERVENTI
Saluti Istituzionali

OSPITI:
Le MAMME dell’Associazione ‘Angeli e Guerrieri’ della Terra dei Fuochi 

Le MAMME per la Salute e l’Ambiente di Venafro

don Aniello MANGANIELLO, fondatore Ass. per la Legalità “ULTIMI”

Paolo DE CHIARA, giornalista (autore del libro Il Veleno del Molise)

Rappresentanti delle Istituzioni e delle Forze dell’ordine.

Modera: Lucrezia CICCHESE, giornalista

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INQUINAMENTO: “IN MOLISE LA POLITICA SI COMPORTA COME PONZIO PILATO”

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di Paolo De Chiara

“È evidente che il Servizio di tutela ambientale e la Giunta regionale vogliono condizionare la conferenza di servizi e ribaltare le decisioni che sono state già prese, e anche accettate dalla stessa azienda (a malincuore). È questo il momento che la politica si prenda le proprie responsabilità”. Una presa di posizione chiara, netta. Un’accusa precisa. Tutto messo nero su bianco. In una nota dello scorso 14 giugno, firmata dal WWF Molise, dalle Mamme per la Salute e l’Ambiente e dal Consorzio di Bonifica della Piana di Venafro (la città più inquinata del Molise). “Quanta attenzione è accordata – si legge – alle preoccupazioni dei cittadini che da tempo denunciano il diffondersi di patologie e tumori che colpiscono ormai prevalentemente giovani e bambini? Con quanta serietà vengono prese in considerazione o almeno lette le osservazioni presentate? Che fine ha fatto l’obbligo istituzionale di tutela dell’inquinamento, di applicazione dei principi di prevenzione e precauzione, di legalità e correttezza?”. Domande lecite, incalzanti. Che inchiodano l’interlocutore. Le risposte? Non pervenute, nessuno risponde nel merito. Nessuno spiega, nessuno interviene per rassicurare associazioni e cittadini. Solo un misero comunicato stampa dello sGovernatore del Molise. “Accuse infondate”, scrive Frattura, “non si comprendono i sospetti vagamente complottistici”, “la delibera di Giunta numero 231 del 19 maggio 2015 va nell’esatta direzione opposta, il testo adottato all’unanimità delibera di rimettere al Servizio tutela ambientale della Regione Molise il provvedimento presentato affinché proceda a una più approfondita analisi istruttoria”. Una delibera adottata per non decidere, per rinviare. Per non esprimere una precisa posizione. Ma andiamo con ordine.

Herambiente di Pozzilli, un impianto senza AIA

In provincia di Isernia, precisamente a Pozzilli, dal 1999 opera un inceneritore, Herambiente (ex Energonut), nato come impianto a Biomasse, autorizzato nel 2008 a bruciare da 20mila a 100mila tonnellate all’anno di CDR (combustibile derivato da rifiuto). Autorizzato ad operare senza AIA (autorizzazione integrata ambientale). “Per evitare – secondo il prof. Gianni Tamino, componente del Comitato scientifico dell’ISDE (Medici per l’Ambiente) – di essere sottoposti a tale procedura i proprietari in accordo con i vari enti proposti al rilascio delle autorizzazioni hanno predisposto un piano di monitoraggio”. Solo dopo una denuncia alla Comunità Europea l’impianto è stato obbligato ad effettuare l’AIA, “essendo risultato – aggiunge l’esperto – l’unico impianto operante in Italia che, pur essendo soggetto agli obblighi della direttiva europea, funziona senza AIA”. Una storia infinita, che va avanti da troppi anni. Herambiente emette, in un anno, 20g di IPA (idrocarburi policiclici aromatici); 17mg di diossine; 1kg di mercurio; 2kg di cadmio e tallio; 2,5 tonnellate di ossidi di zolfo; 2,3 tonnellate di acido cloridrico; 123 tonnellate di ossidi di azoto; 2,5 tonnellate di ammoniaca; 0,5 tonnellate di polveri; 0,74 tonnellate di sostanze organiche. Esclusi i transitori. “Quei momenti – spiega Tamino – in cui l’impianto viene acceso e spento”. Non bisogna dimenticare che a pochi chilometri, a Sesto Campano, è situato un altro impianto che emette dai suoi camini circa 400 tonnellate di polveri, rilevanti quantità di metalli pesanti, IPA e 0,7 grammi di diossine. Anche il cementificio Colacem opera in assenza di AIA, “ma a differenza di Herambiente – conclude Tamino -, che ha tentato in ogni modo di sottrarsi, nel 2007 ha richiesto l’avvio della procedura. Attivata nel giugno 2013, dal 7 ottobre dello stesso anno tutto è sospeso. I dati sulle diossine sono poco rassicuranti. Proprio l’Arpa Molise dichiara che la situazione è critica per l’inquinamento atmosferico e per le polveri sottili, i cosiddetti PM10”.

La conferenza di servizi e la delibera regionale

“In base alla procedura di infrazione – ha dichiarato Pina Negro, del Wwf Molise -, che ha avuto l’Italia sulla corretta applicazione delle procedure in materia di valutazione, è stato emesso un decreto che ha imposto a tutti gli impianti esistenti di fare l’AIA, quindi anche Colacem ed Herambiente hanno inoltrato la richiesta. Questa AIA è finalizzata a confermare le autorizzazioni esistenti, a verificare se sono state applicate le nuove e più moderne tecnologie, a stabilire i limiti ed, eventualmente, a stabilire limiti più restrittivi”. Herambiente gioca al raddoppio, approfitta della procedura in corso, invia due comunicazioni alla Giunta regionale del Molise, per richiedere “modifiche non sostanziali”, dal suo punto di vista, per l’impianto: raggiungere la massima potenza (49, 9 megawatt) e bruciare un nuovo tipo di rifiuto, il CSS (combustibile solido secondario) con codice 19.12.12. “Ma non è così”, spiegano le associazioni, “le modifiche che Herambiente vuole apportare al proprio impianto le garantiranno enormi profitti, potendo bruciare tipi di rifiuti che fino ad oggi non ha potuto accettare ma che sono presenti sul mercato in gran quantità. Quelle variazioni comporteranno l’incenerimento di quantità superiori del 70% di quelle attuali, un nuovo tipo di rifiuto, ma soprattutto comporteranno un inquinamento significativo dell’ambiente e dannoso per la salute umana. Herambiente non dichiara le quantità che intenderà bruciare, non ipotizza quantità e qualità di emissioni, non vuole che siano valutati i rischi di tali emissioni. Herambiente ha adottato la stessa manovra anche per altri impianti posseduti in Italia”. Ma cosa significa? Risponde Pina Negro: “la legislazione italiana (Sblocca Italia, ndr) ha stabilito che questi impianti possono lavorare alla massima potenza e possono raggiungere il carico termico ammesso”. Il problema dove si pone? “Loro hanno chiesto di bruciare un altro tipo di combustibile”. Cosa comporta? “Il 19.12.12 ha un potere calorifico inferiore e, quindi, per arrivare a saturare il carico termico ne possono bruciare di più”. Perché vi opponete? “L’azienda non può bruciare il Cdr 19.12.12, deve fare la valutazione di impatto ambientale, perché è una nuova tipologia di rifiuto, perché vuole aumentare le quantità. Anche in conferenza di servizi l’Arpa dice la stessa cosa, perché è una modifica sostanziale”. Ma cos’è questa modifica sostanziale? “È contenuta nel decreto legislativo 152 del 2006. Si ha modifica sostanziale ogni volta che si cambiano i parametri, in modo tale che si possono avere effetti dannosi per l’ambiente”. In Molise esiste la legge 25 del 2003 che si occupa di questa questione. “All’articolo 22 dice che cosa si intende per modifica sostanziale”. Herambiente nell’agosto 2014 invia una raccomandata alla Giunta regionale e comunica la modifica. “La Regione non ha mai risposto”. Il silenzio assenso vale in materia ambientale? “Non vale, la legge 241 del 1990 all’art. 20 parla chiaro. Non si forma in materia ambientale, per l’importanza degli interessi coinvolti”. Lo scorso maggio si è svolta la conferenza di servizi, cosa è emerso? “L’azienda deve presentare per queste modifiche una nuova richiesta. Per legge”. Basta leggere il verbale della seduta e i relativi allegati per comprendere il ragionamento del rappresentante Wwf per il Molise. “L’autorizzazione – si legge – che si intende rilasciare entro il 7 luglio 2015 prevederà la stessa quantità di rifiuti attualmente autorizzata”. Viene esclusa l’autorizzazione del nuovo rifiuto. “L’inserimento di questo codice – spiega il sindaco di Venafro, Antonio Sorbo -, che noi non vogliamo, aprirebbe la possibilità di introdurre, attraverso particolari procedure, anche rifiuti tossici”.

Rifiuti radioattivi?

Tra i pareri spicca quello di Vecere, il direttore del Servizio tutela ambientale della Regione Molise: “si ritiene di mantenere i quantitativi già autorizzati” e quello dell’Asrem: “si preveda il controllo sistematico della radioattività su CSS (rifiuti) in ingresso allo stabilimento”. Rifiuti radioattivi? Cosa si brucia in quei forni? Perché questa avvertenza? Chi controlla i rifiuti in ingresso? Sei giorni dopo, dalla Giunta regionale del Molise, viene approvata la delibera n.231. La Giunta delibera di rimettere al servizio proponente il provvedimento “affinché proceda ad una più approfondita analisi istruttoria”. Nel documento istruttorio le parole di Vecere, presente nella conferenza di servizi: “si propone alla Giunta regionale di prendere atto della modifica non sostanziale comunicata alla Giunta”, “aggiornare la delibera del 2009 integrando il codice CER 19.12.12”, “prendere atto della comunicazione di Herambiente”, “ridefinire l’importo della garanzia finanziaria che Herambiente dovrà prestare in favore della Regione Molise in 510 mila euro”. Da che parte sta la Regione, chiedono le associazioni. “La giunta regionale – spiega Pina Negro – avrebbe potuto, in base alla legge, stabilire se la modifica è sostanziale o non sostanziale. Invece rinvia al servizio proponente il documento istruttorio allegato. A cosa serve questa delibera? Non è una delibera con cui deliberano. Ogni volta che un Servizio propone una cosa si fa la delibera? Perché è stata fatta questa delibera?”. Perché viene fatta la delibera? “Fanno questa delibera per mettere un po’ di zizzania. Perché Herambiente, non contenta, sta continuando la sua azione. Per rimettere in discussione tutto”. E il comunicato di Frattura? “Vuole dire che non hanno preso nessuna decisione. Hanno fatto come Ponzio Pilato”. La battaglia è appena iniziata. Dai due consiglieri regionali del M5Stelle una nota: “la decisione sta alla Regione, può impedire che le modifiche richieste da Herambiente possano aggravare la situazione ambientale nella zona di Venafro, soprattutto in mancanza di un Piano di risanamento della qualità dell’aria da più parti invocato e di una stima sulla valutazione di impatto sanitaria”.

Gli assessori regionali

La “delibera che non delibera” è stata licenziata lo scorso 19 maggio. Un solo assessore assente: Massimiliano Scarabeo da Venafro, con delega alle politiche dello sviluppo economico (arrestato dalla Guardia di Finanza per frode fiscale e truffa aggravata ai danni della Regione Molise). “Non è una delega di mia competenza”. È mai arrivata una sollecitazione? “Solo qualche giorno fa, da parte delle Mamme per la Salute e ho condiviso la loro preoccupazione. Mi sono immediatamente mosso, mi sono raccordato con qualche collega di maggioranza, ma anche con qualcuno dell’opposizione ed abbiamo formalizzato una mozione”. Ma che senso ha fare queste delibere? “Non ero presente. Le delibere le propone la politica, ma le struttura la parte tecnica. Questa delibera conferma la volontà dell’amministrazione regionale a non voler adottare dei provvedimenti dove, nel caso specifico, la politica non è d’accordo rispetto alla procedura tecnica”. Il direttore del Servizio tutela ambientale è stato accusato di essere contraddittorio. “Sono perfettamente d’accordo. Sotto l’aspetto tecnico è chiaro che il dirigente del caso specifico si assumerà le sue responsabilità”. Si parla di rifiuti radioattivi. “Nutro qualche perplessità rispetto all’introduzione della nuova tipologia di rifiuti. Questo tipo di variazione viene messa in campo per fare che cosa? Vigileremo nella prossima seduta della conferenza di servizi, che è di fondamentale importanza”. Frattura parla di accuse infondate. Ma sono visionarie queste associazioni che denunciano i problemi del territorio? “Il presidente della Giunta ha esternato il proprio pensiero. Frattura si è impegnato a far fronte rispetto a queste due richieste”. È una delibera che non delibera? “La politica dà gli atti di indirizzo. Ritengo che questo tipo di atto ricevuto da parte della struttura tecnica non sia stato avallato”. Abbiamo sentito anche l’assessore competente, con la delega all’ambiente. Con Vittorino Facciolla, reso celebre da Le Iene, siamo partiti dalla ‘delibera che non delibera’: “se noi riteniamo carente l’istruttoria è evidente che dobbiamo rinviare. Questa è una delibera che ha il presupposto della cautela piena, nel senso che avremmo dovuto licenziare la presa d’atto su un’istruttoria positiva, ma non l’abbiamo fatto per la mancanza di approfondimenti e certezze sul tipo della procedura. L’esatto contrario di quello che si può pensare. Una posizione di grande garanzia. Per una volta che facciamo una cosa in maniera lapalissiana, evidentissima, grossolana a favore della tutela dell’ambiente ci sta pure il problema inverso?”. E sul comportamento di Vecere? “Non vedo questa contraddittorietà”. Sono visionarie queste associazioni? “Non mi sembrano visionarie”. Perché si lamentano? “Non hanno motivo di lamentarsi, la cautela è stata piena. Herambiente ha fatto rimostranze sul fatto che non avessimo applicato de plano lo Sblocca Italia, perché ritiene che la modifica non sia sostanziale. Noi ci dobbiamo affidare all’organo tecnico che fa attività istruttoria”. Diversi consiglieri regionali stanno presentando delle mozioni. Perché c’è tutto questo fermento? “Il fermento c’è perché ogni cosa che riguarda l’azienda desta preoccupazione”. Ci sono pezzi della maggioranza che stanno criticando la scelta. “Ognuno pensa di fare bene il proprio mestiere. Non abbiamo interessi a fare fughe in avanti, non siamo portatori di alcun tipo di interesse, se non quello della tutela ambientale del territorio. Chi fa ragionamenti diversi vuol dire che è portatore di un’evidente malafede oppure ci vuole vedere per forza il marcio”. Il 29 giugno l’appuntamento decisivo. Due sedute per la conferenza di servizi: una per Colacem e una per Herambiente. Verranno tutelati gli interessi delle due aziende o quelli della collettività?

da RESTOALSUD.IT

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MOLISE. Ambiente e inquinamento: “Situazione preoccupante. Compromessa la catena alimentare”

Tamino

di Paolo De Chiara

“Nel nostro territorio insistono attività a forte impatto ambientale che esercitano da un decennio e immettono in aria sostanze tossiche riconosciute nocive dalla scienza e dalla legge. Studi internazionali evidenziano come in questi territori, interessati soprattutto dalla presenza di inceneritori, aumentano in modo vertiginoso patologie allergiche, respiratorie, oncologiche e cardiache soprattutto nelle donne e nei bambini. Nel nostro territorio non esiste uno studio epidemiologico, il Registro dei tumori è inattivo, non esiste un monitoraggio serio delle immissioni di inquinanti nell’aria, e, se tutto ciò fosse falso, la verità non è dato saperla”. Un quadro drammatico, una denuncia dettagliata. Dall’Ilva di Taranto? Dalla Terra dei Fuochi? No, dal Molise. Dall’Isola inFelice, resa tale da certa politica, complice e dannosa. Brava a difendere l’indifendibile e incapace a risolvere i drammi della popolazione. Sono le Mamme per la Salute e l’Ambiente di Venafro che parlano, che si battono, che non si arrendono. Un gruppo di donne agguerrite, le vere sentinelle del territorio. Operano nella provincia di Isernia, precisamente a Venafro. Territorio martoriato per gli affari della Camorra (in passato diverse ditte, come la Rer e la Fonderghisa, sono state utilizzate per affari illeciti e criminali), per la presenza di impianti altamente inquinanti, per lo sversamento di rifiuti, per la pessima qualità dell’aria. “Aver scoperto che l’aumento di alcune patologie – precisano le donne coraggio – è strettamente connesso all’inquinamento ha indotto un gruppo di mamme a capirne di più, tanto da ritenere, oggi, che la tutela della nostra salute, di quella dei nostri figli, e delle generazioni future è la priorità assoluta”. Ma in Molise nulla si muove. Si tende a minimizzare, ad evitare gli odiosi allarmismi. Necessari. Ne è convinto il giudice Ferdinando Imposimato, che già alla fine degli anni ’80 denunciava le infiltrazioni malavitose: “senza allarme sociale non può esserci la reazione della popolazione”. Grazie alle Mamme per la Salute di Venafro sono stati portati alla luce i risultati di diverse analisi: su una foglia di fico, prelevata nei pressi della Colacem di Sesto Campano; nella polvere di cemento, proveniente dallo stesso cementificio. “L’inquinamento sulla foglia di fico – scrive il dott. Stefano Montanari, responsabile dell’azienda Nanodiagnostics di Modena – induce a prendere precauzioni per l’ingestione di prodotti dell’orto o dell’agricoltura cresciuti nella zona in cui tale inquinamento esiste”. Viene riscontrata la presenza di particella di ferro, con titanio e manganese. Nel cemento presenze di uranio e torio, elementi radioattivi. “Dette ceneri – aggiunge Montanaripotrebbero provenire anche dallo stesso stabilimento che, bruciando rifiuti, potrebbe smaltire le derivanti ceneri mescolandole al cemento. Se ciò fosse vero che tipo di rifiuti o altro combustibile brucia la Colacem per trovarci in presenza di sostanze altamente tossiche e nocive quali uranio e torio?”. Nel 2010 e nel 2011 due casi di diossina nella carne bovina. Le mamme di Venafro denunciano anche la presenza di diossina nel latte materno. Riscontrata dai tecnici dei laboratori del consorzio interuniversitario di Chimica di Marghera (Venezia). “Un dato molto preoccupante che conferma ciò che temevamo: la diossina e i suoi composti sono entrati prepotentemente nella catena alimentare”. Solo diossina? “Ci si ammala gravemente di tumore – spiega Daniela Battaglia, esperta Fao di produzione animale -, sono molte le leucemie e i linfomi, corrono voci insistenti sull’esistenza di numerosi casi di interruzioni di gravidanza, di casi di sterilità maschile, di giovani donne che vanno in menopausa precocemente, di una popolazione infantile affetta da patologie allergiche e respiratorie. Si incentivano costruzioni di nuovi altri mostri quali biomasse, biogas, turbogas, centri di raccolta rifiuti di cui si viene a conoscenza solo a cose fatte e decise nei palazzi”. Sul territorio della provincia di Isernia, tra Sesto Campano e Monteroduni, sono presenti sia Herambiente (ex Energonut): un inceneritore nato come impianto a biomasse, che brucia quasi 100 mila tonnellate di rifiuti l’anno, unico impianto operante in Italia che funziona senza AIA, e la Colacem: un cementificio tra i più grandi d’Europa, che brucia quasi 25 mila tonnellate di rifiuti ogni anno, che opera senza AIA. A differenza di Herambiente, “che ha tentato in ogni modo di sottrarsi”, nel 2007 ha richiesto l’avvio della procedura. Attivata nel giugno del 2013, ma dal 7 ottobre dello stesso anno tutto è sospeso. “Dai rapporti di prova dell’ARPA Puglia emerge – ha certificato il dott. Stefano Raccanelli, già dirigente del laboratorio di microinquinanti dell’Inca (il consorzio interuniversitario ‘La Chimica per l’Ambiente’) di Venezia – che la ditta Colacem, cementificio che brucia CDR non è in grado di rispettare i limiti imposti dalla legge in vigore per le emissioni per PCDD/F “diossine”. Anche per l’impianto Energonut di Pozzilli dai rapporti di prova dell’ARPA Puglia emerge che le emissioni di diossine risultano tutt’altro che rassicuranti”. Lo scorso 18 aprile è stato organizzato, a Venafro, un convegno dal titolo “Ambiente, Salute ed Economia”, dove è intervenuto anche il prof. Gianni Tamino, già docente di Biologia presso l’Università di Padova e componente del Comitato scientifico dell’ISDE (Medici per l’Ambiente). “Dai rapporti di prova effettuati nel 2011 – ha affermato Tamino – sull’inceneritore e sul cementificio i dati sulle diossine sono poco rassicuranti”.

Cosa significa?

Va chiarito che per le diossine parlare di limiti è un discorso piuttosto parziale, perché dobbiamo sempre tener presente che si tratta di sostanze in grado di alterare il sistema endocrino, cioè il sistema ormonale, e di produrre tumori. Quindi un valore sotto il quale non c’è effetto non esiste. Questi valori sono comunque preoccupanti perché la pericolosità delle diossine si misura in miliardesimi di milligrammo per chilo di peso corporeo, oppure per quantità di sostanza grassa. Tenendo conto di tutti questi aspetti i risultati sono abbastanza preoccupanti, le analisi esistenti parlano di situazioni preoccupanti. Abbiamo, ad esempio, nella carne bovina quindici casi superiori al livello d’azione e ben due non conformi. Il fatto che vi siano parecchi campioni o di uova o di carne che rappresentano i punti della catena alimentare superiore, cioè per le diossine passando da erba a erbivori e poi a carnivori si ha un incremento costante della quantità di diossine concentrate nel grasso. Se la diossina era presente nella matrice ambientale (erba, fieno, ect.) gli animali lo concentrano al proprio interno nella parte grassa.

Lei, nel suo intervento in Molise, ha citato due casi: Herambiente e Colacem. Perché?

Sono sicuramente due casi emblematici, ma non gli unici, cui sicuramente le diossine vengono emesse. Siccome noi abbiamo nel contesto ambientale circostante all’area industriale, comunque nel territorio di Venafro, delle zone dove si accumula diossina nei prodotti animali è interessante vedere quelle attività aziendali dove è più facile che ci siano emissioni di diossine.

Tracce di diossine sono state trovate nella carne bovina e nel latte materno.

Quello è ancora più preoccupante, perché la madre è il terzo livello. Se noi consideriamo la catena alimentare c’è prima l’erba, poi gli erbivori e poi i carnivori. Man mano si ha un aumento della concentrazione. Sulla base di questi dati vediamo che le concentrazioni sono ancora gravi, perché dobbiamo tener presente anche quant’è il limite di legge per la quantità di diossine, per esempio, nel latte bovino. Non si può mettere in commercio se supera un certo limite. Avere quasi 10 picogrammi per grammo di grasso nel latte materno, tenendo presente che attualmente il valore per il latte è intorno ai quattro a livello di latte da vendere, come latte da alimentazione, vuol dire che abbiamo una quantità di diossine nel latte materno, cosa che succede spesso nelle zone inquinate come può essere Taranto o Brescia, superiore a quelle che rendono ammissibile la vendita del latte bovino.

Il picogrammo è un’unità di misura del peso che equivale a un miliardesimo di milligrammo.

Esatto. Una quantità minima, bastano poche molecole per determinare delle alterazioni del funzionamento del sistema ormonale.

È stata compromessa la catena alimentare?

Sicuramente. Noi troviamo una matrice ambientale dove le emissioni di diossine ci sono e sono accertate perché abbiamo valori nell’ordine non lontano dal grammo, come emissione di Colacem, e di milligrammi, come emissioni annue di Hera. Tenendo presente che la diossina può durare nell’ambiente più di dieci anni, ogni anno si accumula l’anno precedente. Quindi abbiamo una situazione di vari grammi nell’ambiente e quando la pericolosità è a miliardesimi di milligrammo abbiamo miliardi di volte, sparsi nell’ambiente, quantità pericolose che possono accumularsi, attraverso la catena alimentare, nelle piante che diventano foraggio, negli animali e poi nell’uomo.

Quali sono i rischi per la salute umana?

È noto che la diossina può determinare alterazioni, sicuramente può essere cancerogena. Ma non è solo questo. Molte malattie degenerative possono essere indotte da queste variazioni di regolazione ormonale che sono determinate da questi interferenti.

Nel 1991 l’OMS stabilisce, per le diossine, una dose tollerabile giornaliera pari a 10 picogrammi. Nel 2011 l’UE riduce la dose a 2 picogrammi. Nel 2012 si interviene sui lattanti. Secondo i suoi dati, nella provincia di Isernia, si sfora il limite giornaliero?

Probabilmente si, bisognerebbe fare ulteriori ricerche. Ma il fatto che trovi quei valori nella carne bovina, nelle uova e nel latte materno significa che incominciamo ad avere una pericolosità, particolarmente grave se riguarda donne incinte e bambini. Queste alterazioni si ripercuotono nell’arco di tutta la vita e possono addirittura essere transgenerazionali.

Lei ha affermato che la quantità di diossina emessa dipende dalla quantità di materiale bruciato. Si brucia troppo nelle aziende citate?

Non dovrebbero bruciare, è un errore. Il rifiuto non va bruciato, perché ogni volta che brucio il rifiuto determino inquinamento e perdo la materia contenuta nei rifiuti. I rifiuti vanno, prima di tutto, ridotti come quantità e poi selezionati e riciclati per recuperare le materie prime.

E sulla qualità del materiale cosa possiamo aggiungere?

Qualunque cosa brucio le diossine si formano. Se brucio legna produco diossine, se brucio rifiuti produco diossine, se brucio rifiuti selezionati, anche senza plastica, le diossine si formano lo stesso.

Le Mamme per la Salute e l’Ambiente oltre a denunciare la presenza di diossina nella carne bovina e nel latte materno hanno fatto analizzare una foglia di fico e della polvere di cemento. Sulla foglia sono state riscontrate particelle di ferro, con titanio e manganese, mentre nella polvere di cemento uranio e torio.

Quando brucio qualcosa ho una quantità di sostanze chimiche che vengono immesse, liberate nell’aria come inquinanti nell’ordine di migliaia di composti. Ogni volta che brucio qualcosa, tipo materia organica, inevitabilmente produco migliaia di diversi composti chimici. Quando abbiamo parlato di diossine ci siamo limitati ad un solo aspetto di queste emissioni, ma le stesse aziende, ovviamente, ammettono di produrre una gran quantità di altri tipi di composti, in particolare di metalli pesanti, alcuni dei quali molto pericolosi. Sulla base stessa delle dichiarazioni di emissioni, ad esempio della Colacem, possiamo parlare di una quantità che è di circa centinaia di tonnellate di polveri sottili.

Cosa contengono le polveri?

Al loro interno contengono o le diossine o i metalli pesanti o gli idrocarburi policiclici aromatici (IPA).

Cosa sono?

Dei composti cancerogeni complessi che si formano grazie alle combustioni. Quando si fa la carne alla brace e vediamo quel colore nerastro, quelli sono gli idrocarburi policiclici aromatici.

Dal suo intervento è emerso che la Colacem, ogni anno, emette dai suoi camini circa 400 tonnellate di polveri, rilevanti quantità di metalli pesanti, IPA e 0,7 grammi di diossine. Che significa? È un pericolo per la salute?

Sicuramente le quantità di polveri sono enormi e proprio l’Arpa Molise dichiara che la situazione è critica per l’inquinamento atmosferico e quella delle polveri sottili, i cosiddetti PM10. Vi son stati, nelle indagini fatte, vari superamenti dei limiti giornalieri, di conseguenza la norma vorrebbe che nelle aree in cui vi sono stati questi superamenti non si introducano nuove fonti di emissioni di polveri sottili. Invece sono stati autorizzati una quantità elevatissima di camini, come la Colacem, ma anche per Hera. Lo ammette la stessa Hera che gli inquinamenti sono di IPA, …

Ecco, passiamo ad Herambiente. In un anno 20g di IPA; 17mg  di diossine; 1kg di Mercurio; 2 kg di cadmio e tallio; 2,5 tonnellate di ossidi di zolfo; 2,3 tonnellate di acido cloridrico; 123 tonnellate di ossidi di azoto; 2,5 tonnellate di ammoniaca; 0,5 tonnellate di polveri; 0,74 tonnellate di sostanze organiche. Vale lo stesso discorso fatto per la Colacem?

Sono quantità inferiori, ma rilevanti. Abbiamo sostanze cancerogene, le diossine sono di meno ma non per questo irrilevanti. Abbiamo, però, un chilo all’anno di mercurio, due chili di cadmio e tallio, mezza tonnellata di polveri particolarmente pericolose. Esclusi i transitori.

Lei lo scrive anche nella sua relazione. Cosa sono i transitori?

Sono quei momenti in cui l’impianto viene acceso e spento. Un po’ come l’automobile, se uno a freddo accende la macchina vede che dal tubo di scappamento escono fumi neri molto più pericolosi di quando è avviata e ha raggiunto la temperatura e il normale livello di marcia. Questi valori che riporto sono senza calcolare i transitori, che possono essere molti nel corso dell’anno.

Lei parla di cattive scelte di bruciare, perché l’illusione della soluzione inceneritore non elimina i rifiuti, non produce energia, ma produce inquinamento. Esiste un’alternativa?

Certamente. Tenendo presente che se si vuole eliminare i rifiuti bruciarli vuol dire moltiplicarli circa per quattro. Se sommo il peso degli inquinanti che vanno in atmosfera più le scorie e i rifiuti che rimangono sotto forma di polveri e ceneri pesanti moltiplico per quattro volte il valore di partenza. Aumento l’inquinamento.

Qual è la soluzione?

Tendenzialmente nel produrre meno rifiuti, soluzione possibile se cominciamo a ragionare eliminando tutti i materiali che servono per il confezionamento. Usiamo tantissima quantità di carta per confezionare un prodotto che compriamo per il contenuto. Bisogna eliminare gli imballaggi, comprare le cose che durano e non il materiale usa e getta, per esempio. Dobbiamo ridurre i rifiuti. Quelli che restano devono essere materiali pensati in partenza per essere riciclati e non bruciati.

Il territorio della provincia di Isernia è definitivamente compromesso?

Certamente tutta l’Italia è compromessa da questo punto di vista. Abbiamo zone ben peggiori, pensiamo a Taranto e ad altre parti del Paese. Sicuramente è assurdo che un’area, che fino a poco tempo fa si caratterizzava per un ambiente sano, per un’agricoltura di allevamenti, adesso abbia ricevuto tutta una serie di attività industriali che non sono tipiche della zona, ma vengono o dall’Umbria o dal Nord Italia. Sono state importate una serie di attività industriali, particolarmente inquinanti.

Esiste una speranza per il territorio e per la popolazione?

Purché si cambi politica industriale, si modifichi la logica e non si vada a rincorrere attività inquinanti per eliminare errori, nella logica produttiva, scaricando in aree, come quella di Venafro, attività che sono solo inquinanti, magari importando rifiuti o attività da altre zone dove preferiscono passare ad attività meno pericolose.

dal sito mammesaluteambiente.it

da RESTOALSUD.IT

bruno

Il Veleno del Molise

Il Veleno del Molise

IL VELENO DEL MOLISE… a VENAFRO, 4 giugno 2015 #insiemesipuò

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CENSIMENTO ONCOLOGICO

Il veleno del Molise

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Venafro (Is), 4 giugno 2015
Il veleno del Molise

— a Venafro.

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RIFIUTI TOSSICI IN MOLISE… Il ‘Terreno a riposo’, OPERAZIONE ‘COVER WAST’

conferenza stampa ALBANO, rifiuti, 4 giugno 2014

RIFIUTI TOSSICI IN MOLISE…

Il ‘Terreno a riposo’ (Masseria Lucenteforte, Bonifica di Venafro) dove pascolano le pecore.

OPERAZIONE ‘COVER WAST’

3 giugno 2014

QUESTO è il video integrale della Conferenza Stampa del Procuratore Paolo ALBANO

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L’INCHIESTA. “La melma nera che può essere una bomba ecologica”

da RestoalSud.it: http://www.restoalsud.it/2013/10/24/la-melma-nera-che-puo-essere-una-bomba-ecologica/

il VIDEO: https://www.youtube.com/watch?v=8olqKs5eSEI

dal BLOG (con foto): http://paolodechiara.com/2013/10/23/linchiesta-una-discarica-abusiva-ancora-pericolosa/

PARLA LA TESTIMONE OCULARE: “Ho visto tutto, nei terreni di Venafro hanno sepolto rifiuti industriali…” – http://www.restoalsud.it/2013/11/01/ho-visto-tutto-nei-terreni-di-venafro-hanno-sepolto-rifiuti-industriali/

Il veleno del Molise

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Premio Ilaria RAMBALDI

LE PECORE SUL TERRENO A RIPOSO… “Masseria Lucenteforte”, Venafro

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LE PECORE SUL TERRENO A RIPOSO

“Masseria Lucenteforte”

Venafro, 15 aprile 2014 

VIDEO… https://www.youtube.com/watch?v=8olqKs5eSEI


COSA E’ STATO INTERRATO IN PASSATO?


L’INCHIESTA. “La melma nera che può essere una bomba ecologica”
da RestoalSud.it: http://www.restoalsud.it/2013/10/24/la-melma-nera-che-puo-essere-una-bomba-ecologica/


dal BLOG (con foto): http://paolodechiara.com/2013/10/23/linchiesta-una-discarica-abusiva-ancora-pericolosa/


PARLA LA TESTIMONE OCULARE: “Ho visto tutto, nei terreni di Venafro hanno sepolto rifiuti industriali…” – http://www.restoalsud.it/2013/11/01/ho-visto-tutto-nei-terreni-di-venafro-hanno-sepolto-rifiuti-industriali/

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PREMIO GIORNALISTICO NAZIONALE per IL VELENO DEL MOLISE, Lanciano (Chieti), 11 aprile 2014

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PREMIO GIORNALISTICO NAZIONALE

‘Ilaria RAMBALDI’, II Edizione 2014

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La Premiazione de IL VELENO DEL MOLISE (Falco Editore, Cosenza).

Nella foto con il presidente dell’Ordine dei Giornalisti dell’Abruzzo Stefano PALLOTTA

con la collega di Rai3 Maria Rosaria LA MORGIA

con il collega de L’Espresso Primo DI NICOLA

e con l’avv. Maria Grazia PICCININI, madre di ILARIA.

Grazie di Cuore a tutti!!!

Il Premio è DEDICATO alle MAMME per la Salute e l’Ambiente di Venafro e a tutti i MOLISANI perbene.

INSIEME SI PUO’!!!

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IL VELENO DEL MOLISE VINCE IL PREMIO GIORNALISTICO “ILARIA RAMBALDI”

Il Libro Di Paolo De Chiara. Proprio nel giorno in cui il Molise viene coinvolto nella maxi operazione “Black Land” sullo smaltimento di rifiuti illeciti, Paolo De Chiara con il suo “Il veleno del Molise” si aggiudica il premio giornalistico nazionale ‘Ilaria Rambaldi’ 2014. «Sono molto felice di questo riconoscimento – afferma il giornalista – ma allo stesso tempo rammaricato per quel che la mia Regione ha tenuto nascosto in tutti questi anni».

Paolo De Chiara, giornalista da sempre impegnato nella lotta alla criminalità organizzata, con il suo “Il Veleno del Molise”, che nel frattempo è arrivato alla seconda edizione, ricostruisce trent’anni di omertà partendo da quella parte di territorio che gli è più cara, il venafrano, per finire sulle coste termolesi. Un dossier che oltre a ripercorrere cronologicamente i fatti accaduti è impreziosito anche dalle tante interrogazioni parlamentari presentate negli anni, dallo studio epidemiologico fatto dalla Fondazione Milani e, in questa seconda ristampa, da un’intervista a Ferdinando Imposimato presidente onorario aggiunto della Suprema Corte di Cassazione e da sempre impegnato nella lotta alla mafia, alla camorra e al terrorismo: è stato il giudice istruttore dei più importanti casi di terrorismo, tra cui il rapimento di Aldo Moro del 1978, l’attentato al papa Giovanni Paolo II del 1981, l’omicidio del vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura Vittorio Bachelet e dei giudici Riccardo Palma e Girolamo Tartaglione.

La premiazione è avvenuta, nella serata di oggi, nello splendido scenario dell’Auditorium Diocleziano di Lanciano in provincia di Chieti. Il premio, arrivato alla sua seconda edizione, è dedicato alla giovane studentessa di ingegneria morta durante il terremo del L’Aquila di cinque anni fa. «Colgo questa occasione – chiosa De Chiara – per ricordare non solo le vittime del terremoto aquilano ma anche quello di San Giuliano di Puglia. Bisogna non dimenticare e ricordare sempre il passato, i suoi errori, le sue omissioni e suoi silenzi attraverso un’informazione puntuale e libera»:

A decretare la vittoria di Paola De Chiara è sta una giuria composta dal Presidente Stefano Pallotta (Ordine Giornalisti Abruzzo), Primo Di Nicola (Espresso), Giuseppe Caporale (La Repubblica), Maria Rosaria La Morgia (RaiTre), Maria Grazia Piccinini (presidente Ilaria Rambaldi Onlus).

Alessandro Corroppoli

http://www.primonumero.it/attualita/news/1397237711_il-libro-di-paolo-de-chiara-il-veleno-del-molise-vince-il-premio-giornalistico-ilaria-rimbaldi.html#.U0go68UIavg.twitter

il veleno a uno mattina, raiuno

IL VELENO DEL MOLISE… TERMINATA LA SECONDA EDIZIONE!!!

Il Veleno del Molise

Il Veleno del Molise

TERMINATA LA SECONDA EDIZIONE…

IN ATTESA DELLA RISTAMPA. 


Grazie di Cuore a TUTTI!!!

Il veleno del Molise 
Trent’anni di omertà sui rifiuti tossici

Pagine: 144
Prezzo: 10,00 €
ISBN: 978-88-6829-059-7
Formato: 13X20

Servivano le dichiarazioni del pentito di camorra per scoprire i problemi del Molise? Nessuno sapeva degli strani traffici, degli arresti, delle operazioni effettuate? Da quanti anni sono state denunciate situazioni e personaggi particolari? I segnali erano reali. Si è fatto finta di niente. Nessuno ha visto, nessuno ha sentito, nessuno ha parlato. Nemmeno oggi nessuno parla. Hanno dipinto per anni il Molise come un’isola felice, una terra tranquilla, calma. Un paradiso, un’oasi di verde e di brava gente. I problemi sono stati buttati sotto il tappeto. Un grosso tappeto per nascondere i tanti mali. Causati soprattutto dalla malapolitica. Incapace di gestire la cosa pubblica.
E le mafie sono arrivate.

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presentazione libro il veleno del molise

 

RIFIUTI in Molise, la RISPOSTA dei Ragazzi…

invito

 

LA RISPOSTA DEI RAGAZZI…

il Liceo Classico ‘A. ROMITA’ di Campobasso presenta RIFIUTI

mercoledì 5 marzo 2014 – h. 17:00

Sala della Costituzione (via Milano), CB

Il lavoro è stato realizzato dagli studenti delle classi 4° E e 4° H, a.s. 2013/2014 – riprese, montaggio e regia William Mussini.

“Quando avranno inquinato l’ultimo fiume, abbattuto l’ultimo albero, preso l’ultimo bisonte, pescato l’ultimo pesce, solo allora si accorgeranno di non poter mangiare il denaro accumulato nelle loro banche”. – Tatanka Iotanka (Toro Seduto), capo Sioux

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UNO MATTINA CAFFE’. L’intervista sui Veleni del Molise

IL VELENO DEL MOLISE a Uno Mattina Caffè

IL VELENO DEL MOLISE a Uno Mattina Caffè

 

UNO MATTINA CAFFÈ, Saxa Rubra, Roma 
RAIUNO
3 febbraio 2014


IL VELENO DEL MOLISE. Trent’anni di omertà sui rifiuti tossici (Falco Editore, gennaio 2014)

L’INTERVENTO:

 

UnoMattina Caffè Instagram

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(VIDEO) – IL VELENO DEL MOLISE… a UnoMattina Caffè, RaiUno

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“IL VELENO DEL MOLISE. Trent’anni di omertà sui rifiuti tossici” (Falco Editore, 2014, Cosenza)

a UNOMATTINA

Roma SaxaRubra, 13 febbraio 2014

  • dal minuto 9…
“…una pagina di giornalismo d’inchiesta con Paolo De Chiara e il suo libro “Il veleno del Molise”, una denuncia sulle infiltrazioni delle ecomafie a Venafro e nel Molise”.
LA TRASMISSIONE DEL 3 febbraio 2014:

RAI

RAI1

UnoMattina Caffè Instagram

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IL VELENO DEL MOLISE… a UnoMattina Caffè, RAIUNO, 3 febbraio 2014

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IL VELENO DEL MOLISE… a UnoMattina Caffè

in ONDA lunedì 3 febbraio 2014

RAIUNO, dalle ore 6:00 in poi…

GRAZIE DI CUORE PER LA BELLISSIMA ESPERIENZA!!!

Roma, SaxaRubra

II EDIZIONE AGGIORNATA... "IL VELENO DEL MOLISE. Trent'anni di omertà sui rifiuti tossici" (Falco Editore, gen. 2014, Cosenza)

II EDIZIONE AGGIORNATA… “IL VELENO DEL MOLISE. Trent’anni di omertà sui rifiuti tossici” (Falco Editore, gen. 2014, Cosenza)

Saxa Rubra, Roma - Sede RAI

Saxa Rubra, Roma – Sede RAI

RAI1

II Edizione aggiornata… IL VELENO DEL MOLISE. Trent’anni di omertà sui rifiuti tossici (FALCO Editore, dic. 2013, Cosenza)

II EDIZIONE AGGIORNATA... "IL VELENO DEL MOLISE. Trent'anni di omertà sui rifiuti tossici" (Falco Editore, gen. 2014, Cosenza)

II EDIZIONE AGGIORNATA… “IL VELENO DEL MOLISE. Trent’anni di omertà sui rifiuti tossici” (Falco Editore, gen. 2014, Cosenza)

GRAZIE DI CUORE!!!

Tutto pronto per la II edizione aggiornata de

IL VELENO DEL MOLISE.

Trent’anni di omertà sui rifiuti tossici

(Falco Editore, dic. 2013, Cosenza)

Con due novità:

1) Operazione ‘Campania Felix’

2) intervista all’ex magistrato Ferdinando IMPOSIMATO.

Nei prossimi giorni in TUTTE le edicole molisane

Il veleno del Molise.

Trent’anni di omertà sui rifiuti tossici

Pagine: 144

Prezzo: €. 10,00

ISBN: 978-88-6829-059-7

Formato: 13X20

 Servivano le dichiarazioni del pentito di camorra per scoprire i problemi del Molise? Nessuno sapeva degli strani traffici, degli arresti, delle operazioni effettuate? Da quanti anni sono state denunciate situazioni e personaggi particolari? I segnali erano reali. Si è fatto finta di niente. Nessuno ha visto, nessuno ha sentito, nessuno ha parlato. Nemmeno oggi nessuno parla. Hanno dipinto per anni il Molise come un’isola felice, una terra tranquilla, calma. Un paradiso, un’oasi di verde e di brava gente. I problemi sono stati buttati sotto il tappeto. Un grosso tappeto per nascondere i tanti mali. Causati soprattutto dalla malapolitica. Incapace di gestire la cosa pubblica.
E le mafie sono arrivate… >

PER ORDINI ON LINE:

 http://www.falcoeditore.com/il_veleno_del_molise.html

DISPONIBILE IN VERSIONE eBOOK!!!

mix libro

IL VELENO DEL MOLISE… a VENAFRO (Is)

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VENAFRO (Is), 17 gennaio 2014

presentazione de

IL VELENO DEL MOLISE.

Trent’anni di omertà sui rifiuti tossici

(Falco Editore, dic. 2013)

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IL VELENO DEL MOLISE, presentazioni 2013

copertine

autografi

IL VELENO DEL MOLISE.
Trent’anni di omertà sui rifiuti tossici
di Paolo De Chiara
(Falco Editore, dic. 2013, Cosenza)

la lettera del ministro

PRESENTAZIONI 2013:

  • ISERNIA, Itis ‘E. Mattei’, 18 dicembre

  • CASACALENDA (Cb), 19 dicembre

  • CAMPOBASSO, 19 dicembre

  • PASTORANO (Ce), 21 dicembre

GRAZIE di Cuore a Tutti!!!

mix libro

Il veleno del Molise
Trent’anni di omertà sui rifiuti tossici

Pagine: 144
Prezzo: 10,00 €
ISBN: 978-88-6829-059-7
Formato: 13X20

Servivano le dichiarazioni del pentito di camorra per scoprire i problemi del Molise? Nessuno sapeva degli strani traffici, degli arresti, delle operazioni effettuate? Da quanti anni sono state denunciate situazioni e personaggi particolari? I segnali erano reali. Si è fatto finta di niente. Nessuno ha visto, nessuno ha sentito, nessuno ha parlato. Nemmeno oggi nessuno parla. Hanno dipinto per anni il Molise come un’isola felice, una terra tranquilla, calma. Un paradiso, un’oasi di verde e di brava gente. I problemi sono stati buttati sotto il tappeto. Un grosso tappeto per nascondere i tanti mali. Causati soprattutto dalla malapolitica. Incapace di gestire la cosa pubblica.
E le mafie sono arrivate.

DISPONIBILE in TUTTE le EDICOLE molisane

PER ORDINI ON LINE: http://www.falcoeditore.com/il_veleno_del_molise.html

doppia

SCAVI a VENAFRO (Is). Terzo giorno, località Torciniello.

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SCAVI a VENAFRO (Is)

Terzo giorno, località Torciniello 

VENAFRO, 10 gennaio 2014
III giorno di SCAVI

A cura di Paolo De Chiara

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Riceviamo e pubblichiamo:
COMUNICATO STAMPA

Isernia, l0 gennaio 2014
Il Prefetto di Isernia, dott. Filippo Piritore, in merito alle problematiche connesse al tema ambientale e, in particolare, alla eventuale presenza di rifiuti tossici sul territorio provinciale, per dovere di informazione e chiarezza nei confronti dei cittadini della provincia di Isernia, precisa che le numerose attività di esploraziote tecnica dei siti individuati, finora, non hanno accertato la effettiva presenza di rifiuti tossici interrati in questo ambito provinciale. Peraltro, la natura del materiale rinvenuto e dello stesso terreno, saranno oggetto di analisi e classificazione a cura dei competenti laboratori di analisi.
Inoltre, il Tavolo Tecnico, che rappresenta 1’organismo di coordinamento dei diversi Enti, nonché dei Comuni per il monitoraggio di tutte le problematiche concernente l’ambiente di questa provincia, si riunirà nuovamente per la verifica dei risultati delle numerose attività messe in campo.
Il Prefetto, nelf informare che nelle prossime settimane continueranno le attività di esplorazione di altri siti del territorio provinciale, assicura che i cittadini saranno, costantemente e tempestivamente, informati in merito a tutta la problematica, pur nel rispetto delle procedure e delle indagini già awiate da tempo e portate avanti anche dalla competente Procura, in tema di rifiuti tossici e di inquinamento ambientale.

SCAVI A VENAFRO. Parla Vittorio NOLA: “Sono stato truffato da piccoli mariuoli locali”

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di Paolo De Chiara

VENAFRO. Sono partiti gli scavi. Da due giorni. Sui campi di Venafro (Isernia) gli uomini del Corpo Forestale dello Stato, i vigili del Fuoco, i dipendenti dell’Arpa Molise e gli addetti ai lavori. Sono partiti dal terreno di Vittorio Nola (presidente del Consorzio di Bonifica di Venafro e cugino di Ernesto Nola, il proprietario del famoso ‘terreno a riposo’. Per approfondire: http://paolodechiara.com/2013/10/23/linchiesta-una-discarica-abusiva-ancora-pericolosa/). Dal terreno di Vittorio Nola sono sbucati pezzi di catrame, diversi fusti arruginiti, pezzi di ferro, contenitori per le vernici, ferraglia, pezzi di amianto, cemento. I due cugini (Ernesto e Vittorio) rispondono allo stesso modo, con la stessa frase: “siamo stati truffati, a nostra insaputa”. Sul cugino, però, Vittorio aggiunge: “la situazione è diversa, ha firmato un contratto Moscardino”. Sbuca sempre fuori Antonio Moscardino, delinquente abituale, condannato per i fatti di Campomarino (Campobasso), per una certa ‘operazione Mosca’ e prescritto per i fatti di Vinchiaturo (Campobasso). Nella zona è molto conosciuto, ‘una persona poco affidabile’.  Si aggira per i campi di Venafro. L’assassino ritorna sempre sul luogo del delitto. Ha rilasciato anche delle interviste alle tv private e alla RaiMolise, spacciandosi per ereditiero. ‘Era con un’altra persona – ha confermato la collega della Rai – che a un certo punto ha preso le distanze dalle sue affermazioni. Lo abbiamo visto spesso, sempre accompagnato’.  Teme qualcosa il pregiudicato Moscardino? Perchè questo interesse per gli scavi a effetto ritardato? Sul ‘terreno a riposo’, dove Moscardino ha messo le sue mani e la munnezza, ancora non si scava. La zona non è stata nemmeno transennata. La competenza è dei Noe di Campobasso, coordinati dal procuratore della Repubblica di Isernia, Paolo Albano. Ci vorrà ancora tempo? L’altro giorno una strana telefonata, da un numero privato: “non stanno scavando dove devono scavare”. Clic.

TUTTO A NOSTRA INSAPUTA. Parla Vittorio NOLA

materiale riportato alla luce

PARLA VITTORIO NOLA:

IL CASO DEL ‘TERRENO A RIPOSO’ DI ERNESTO NOLA

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CULTURA DELLA LEGALITA’… a VENAFRO (IS), 27 novembre 2013

liceo classico venafro

VENAFRO (Isernia)

CULTURA DELLA LEGALITÀ con i ragazzi del Liceo Classico.

Per parlare di LEGALITÀ e AMBIENTE

27 novembre 2013

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VENAFRO (Isernia), CULTURA DELLA LEGALITÀ, 6 novembre 2013

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CULTURA DELLA LEGALITA’… a Venafro (Isernia). 
Incontro dibattito con gli Studenti: “I giovani ambasciatori della Legalità”
Castello PANDONE, 6 novembre 2013 

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RIFIUTI TOSSICI IN MOLISE? SVELATO IL SEGRETO DI PULCINELLA

STRISCIONE ISERNIA, ottobre 2013

STRISCIONE ISERNIA, novembre 2013 (Foto Valentina Vacca)

“Questa regione non è l’«Eldorado» delle mafie, non è il luogo in cui possono essere realizzate impunemente impianti impattanti, discariche incontrollate o altri tipi di iniziative che sono in grado di danneggiare i cittadini o il territorio in cui vivono”.

Michele Iorio, presidente Regione Molise, 24 novembre 2010

“Il nostro è un popolo di timorati di Dio, lontano dal disprezzo delle regole e legato agli uomini della sicurezza pubblica da rispetto, affetto e riconoscenza. … Questa terra ha bisogno di certezze, di speranza, di valorizzare vocazioni e peculiarità, di dare spazio ai talenti che ha, non di avvitarsi, vergognandosi, su mali che non ha”.

Gianfranco Vitagliano, Assessore Regionale alla Programmazione, 13 luglio 2009

 

“E’ un argomento che dovete affrontare. E’ un argomento, la presenza delle mafie nella vostra Regione, con cui dovete fare i conti. Diffidate dalle classi dirigenti che difendono il buon nome della vostra Regione. Che si stracciano le vesti e gridano allo scandalo quando si affrontano tali temi. Le mafie vanno scoperte non quando ci sono gli omicidi. Le mafie vanno colpite quando riciclano. Quando costruiscono. Lì le classi dirigenti devono dimostrare la loro maturità, in quel momento devono dimostrare di voler realmente bene al proprio territorio”.

Giuseppe Lumia, già presidente della Commissione Antimafia, Campobasso, 16 luglio 2009

 

“Il Molise non è un’isola felice. Lo dico ossessivamente ogni volta che mi è data la possibilità. Può essere calma e rassicurante la superficie. Sicuramente a un livello sottostante se solo vogliamo e possiamo arrivarci già riusciamo a cogliere e a intercettare dei segnali piuttosto inequivoci”.

Rossana Venditti, pubblico ministero Procura Campobasso, Campobasso, agosto 2010

L’INCHIESTA dal BLOG (con Foto) 

MOLISE. Una strana ‘melma verde’ riaccende i riflettori su una vicenda mai chiarita

Venafro, è ancora pericolosa la discarica abusiva?

Tutto ruota intorno ad Antonio Moscardino, arrestato nell’Operazione Mosca per traffico di rifiuti tossici



PARLA LA TESTIMONE OCULARE: 

MOLISE. La ‘discarica’ di Venafro fa riemergere vecchi interrogativi intorno a una vicenda mai chiarita

“I MIEI FIGLI HANNO VISTO IL MOSTRO”

La testimone: ‘Non ho paura di parlare’. Suo figlio: ‘ho visto una terra fumante, ancora bollente’

 


VIDEO Youtube:

VENAFRO (Isernia). COSA E’ STATO INTERRATO?

SCHIAVONE

RIFIUTI, I CAMION DELLA CAMORRA IN MOLISE

27 ottobre 2010

di Paolo De Chiara
“Si sono trasferiti in Molise gli eco mafiosi collegati al clan dei Casalesi, gli uomini che hanno gestito il trasporto dei rifiuti tossici fino alle discariche, ormai sequestrate e inagibili, di Giugliano, Licola, Parete. Operano soprattutto in provincia di Isernia, non disdegnano quella di Campobasso dove corteggiano due impianti autorizzati dalla Regione: la discarica di Montagano e il depuratore Cosib di Termoli”. In questo modo la giornalista de Il Mattino Rosaria Capacchione, minacciata di morte dalla camorra, si è espressa in un articolo uscito ieri su Il Mattino (“E i clan portano i veleni in Molise”). Da troppi anni in Molise è stato lanciato l’allarme. Secondo Rosaria Capacchione, che abbiamo sentito telefonicamente: “I segnali c’erano anche prima. Adesso ci sono più strumenti e più capacità per riconoscere quei segnali. Stiamo parlando di una situazione stabile. Loro si spostano dove ci sono i soldi da fare. E, soprattutto, dove possono operare più tranquillamente”. E in Molise operano da anni in silenzio. Per la classe dirigente di questa Regione “il Molise è un’isola felice”. Non è affatto così. In Molise le mafie fanno i loro sporchi affari. Riciclano il denaro sporco, investono e sversano i loro veleni. Già dieci anni fa si poteva apprendere dal Rapporto annuale sul fenomeno della criminalità organizzata: “Il Molise risente sia lungo la fascia adriatica che nella zona di Venafro e Termoli, di infiltrazioni dei sodalizi criminali pugliesi e campani. Nella provincia di Campobasso si sono, inoltre, verificati episodi estorsivi perpetrati da gruppi criminali di origine campana e pugliese, in collegamento con pregiudicati locali”. Nel Rapporto era chiaramente indicato che “nella provincia di Isernia la criminalità organizzata campana è attiva nel settore del traffico di sostanze stupefacenti; nelle zone di Venafro e del Matese (area, quest’ultima, condivisa con la provincia di Caserta) sarebbe inoltre riuscita ad infiltrarsi nel tessuto economico locale mediante il controllo di attività imprenditoriali. L’area a ridosso dei confini campani risente dell’influenza del clan La Torre di Mondragone (CE). Si sono, altresì, evidenziati segnali di acquisizioni, da parte di affiliati a cosche di origine catanese, di aziende da sfruttare per il riciclaggio di capitali illeciti”. Nel rapporto si evidenziano le operazioni più significative compiute dalle forze di polizia. Come quella del 13 luglio 2000 fatta a Termoli, dove i militari dell’Arma dei Carabinieri arrestarono il latitante Aniello Bidognetti, elemento di spicco del clan dei Casalesi, responsabile di associazione di tipo mafioso finalizzata alla commissione di omicidi, estorsione ed altro. Solo dopo dieci anni si è arrivati a siglare un Protocollo di Legalità tra la Prefettura di Isernia, la Provincia, le forze dell’ordine e diversi Comuni. Nel maggio scorso, precisamente a Cantalupo del Sannio, la divisione anticrimine della Questura di Napoli, mise le mani sui beni del boss di Sant’Anastasia Antonio Panico. Il valore degli appartamenti e dei terreni sequestrati si aggirava intorno ai due milioni di euro. Come non ricordare l’arresto di Massimiliano Conti, il 38enne originario di Pescolanciano, uno dei titolari delle quote societarie della sala “Bingo Boys” di Teverola, già al centro di inchieste di camorra. Mentre nel luglio scorso la direzione distrettuale antimafia di Napoli, nel blitz che portò in carcere 44 persone, evidenziò la presenza di due soggetti, presunti affiliati dei casalesi, a Toro, in provincia di Campobasso. Da qualche settimana avevano preso in affitto una casa nel piccolo centro molisano. In provincia di Isernia nel febbraio scorso, grazie all’operazione della guardia di finanza di Caserta, vennero messi i sigilli ai beni dell’imprenditore del gas Giuseppa Diana. L’esponente del clan dei Casalesi che aveva tentato anche la scalata per l’acquisizione della Lazio Calcio. I tanti segnali, come il sequestro di un’azienda (che operava solo sulla carta) ad Isernia. “L’Euroingros – secondo il comandante della guardia di finanza di Isernia Giacomo D’Apollonio – sulla carta era un’attività che operava nel settore dei detersivi. Ma di fatto non ha mai operato. La società era intestata a una persona fisica inesistente”. In questa occasione si registrò la presenza di Giovanni Sciacca, imprenditore di Mondragone, ritenuto dagli inquirenti vicino al clan camorristico La Torre. Lo stesso clan che compare nel rapporto sulla criminalità del 2000, predisposto dalle informazioni della Polizia di Stato, dell’Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza. Già alla fine degli anni ’80 il magistrato Imposimato parlava di appalti e di terra fertile per la camorra. “Anche questa Regione – si legge dalle cronache del Messaggero del 1 marzo 1988 – può costituire una terra di conquista della camorra. Bisogna vigilare”. Non si è vigilato. Il problema non è stato affrontato. “Per troppi anni il Molise – secondo l’ex presidente della Commissione Antimafia – ha sottovalutato la possibilità di infiltrazioni mafiose. Le mafie sono arrivate. La ‘ndrangheta, la sacra corona unita, la cosiddetta “società foggiana” che è quella realtà pugliese che ha una sua consistenza, la camorra. Il Molise per anni ha fatto finta di non vedere, per anni ha abbassato la guardia, per anni ha tacciato di irresponsabilità, paradossalmente isolando e colpendo, quelli che indicavano il male. Per anni questa Regione non ha fatto il proprio dovere. Le classi dirigenti di questa Regione non hanno fatto il proprio dovere”. Un episodio significativo, per quanto riguarda lo smaltimento dei rifiuti, si è registrato con la testimonianza, nel 2003, di un giornalista di TeleA. Che racconta di aver seguito un camion partito da Napoli carico di rifiuti nocivi che dovevano essere smaltiti a Ferrara. Questo camion, invece di proseguire per il nord, proseguì per Caianello in direzione Venafro. Arrivato nella zona del consorzio industriale di Pozzilli, entrò in un capannone e dopo qualche ora uscì e tornò a Napoli”. Nell’articolo di Rosaria Capacchione si legge che il Molise “è il punto finale di smaltimento dei materiali pericolosi”. Ma perché proprio in Molise? Lo abbiamo chiesto alla giornalista de Il Mattino: “In Campania le discariche sono piene e sono state aperte molte indagini. Quindi si è creata una certa sensibilizzazione sull’argomento. Adesso il contadino che deve prendere la roba e la deve internare non lo fa più. E’meglio, per loro, andare altrove”. Ecco perché è stato scelto il Molise. “Perché magari – ci ha confermato la giornalista nel mirino dei clan – non se ne accorge nessuno. Ci vuole tempo prima che qualcuno prenda coscienza del fatto che quella è un’attività criminale o un’attività legale, ma fatta con i soldi della criminalità. Ci vuole molto tempo. Noi siamo più abituati a riconoscerle queste cose. In un territorio vergine è difficile”. Ma sono serviti i tanti allarmi di questi ultimi anni? “L’allarme è servito a far aprire gli occhi”. E qual è il compito dei cittadini? Per Rosaria Capacchione: “I cittadini quando vedono qualcosa di strano devono denunciarlo. Se vedono camion che arrivano di notte in aperta campagna devono chiamare i carabinieri. Stiamo parlando di attentati alla loro vita. Non ci vuole nulla per inquinare le falde”. E proprio sul via vai dei camion si deve registrare la continua presenza sulle strade molisane dei “camion gialli con la scritta in rosso Autotrasporti Caturano”. Ma chi sono questi Caturano? “I Caturano – ci spiega Rosaria Capacchione – sono una costante delle inchieste sulle ecomafie. Compaiono sempre come nome. E’ possibile che abbiano un ruolo ancora più centrale di quello che hanno finora evidenziato le indagini”. E li vediamo passare in Molise. Soprattutto di notte. Proprio uno dei Caturano, qualche tempo fa, venne arrestato nei pressi della Colacem di Venafro. Trasportava rifiuti tossici. “Con lo stesso sistema – si legge nell’articolo di Rosaria Capacchione – utilizzato in provincia di Caserta, dove sono state avvelenate decine di ettari di terreno e documentato dalle due inchieste “Madre Terra”. E proprio nell’articolo de Il Mattino viene ricordato l’intervento del 2008 della Dda di Campobasso, che già indicava la Regione come “il punto finale di arrivo per lo smaltimento dei rifiuti pericolosi, dove è facile occultare discariche abusive con la compiacenza di alcuni proprietari corrotti”. Oggi, per quanto riguarda la discarica di Montagano, dove dal 2008 la Giuliani Environment è autorizzata a costruire e gestire un impianto per lo stoccaggio di rifiuti pericolosi, si registrano le parole del primo cittadino. Alle quali ribatte con forza il consigliere regionale Michele Petraroia: “Il sindaco sbaglia, perché non si possono risolvere i problemi finanziari dando pareri positivi per tenere sul proprio territorio la più grande discarica del Molise. Si da l’autorizzazione per la realizzazione di un impianto di stoccaggio di rifiuti tossici e nocivi, quando la legge nazionale e il piano regionale dei rifiuti stabilisce che questi impianti, per i rifiuti speciali e tossici, vanno realizzati all’interno delle aree industriali. E’ una scelta sbagliata”. Per l’attuale componente della commissione Antimafia la questione della presenza delle mafie in Molise: “E’ un argomento con cui dovete fare i conti. Diffidate dalle classe dirigenti che difendono il buon nome della vostra Regione. Che si stracciano le vesti e gridano allo scandalo quando si affrontano tali temi. Le mafie vanno scoperte non quando ci sono gli omicidi. Le mafie vanno colpite quando riciclano. Quando costruiscono. Lì le classi dirigenti devono dimostrare la loro maturità, in quel momento devono dimostrare di voler realmente bene al proprio territorio. Di amarlo. Segnali in questi anni ce ne sono stati”. E continuano ad esserci. “Le infiltrazioni ci sono – ha dichiarato il procuratore antimafia di Campobasso Armando D’Alterio – e vanno combattute. Chiudere gli occhi non serve a nulla”.

da MALITALIA.IT

 

PARLA LA TESTIMONE OCULARE: “Ho visto tutto, nei terreni hanno sepolto rifiuti industriali…”

MOLISE. La ‘discarica’ di Venafro fa riemergere vecchi interrogativi intorno a una vicenda mai chiarita

“I MIEI FIGLI HANNO VISTO IL MOSTRO”

La testimone: ‘Non ho paura di parlare’. Suo figlio: ‘ho visto una terra fumante, ancora bollente’

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di  | 1 novembre 2013 – da restoalsud.it

VENAFRO (Isernia). Intorno al campo in località ‘Masseria Lucenteforte’ si è finalmente risvegliato l’interesse. Se ne parla, se ne scrive. Ancora molto poco. Ci si reca sul posto, abbandonato da troppi anni. Una storia seppellita. Le voci, molto basse, giravano da tempo. Ma niente di ufficiale. Anzi si! Sono ufficiali i certificati, le carte, i documenti, il ripristino, la ‘bonifica’ (superficiale, molto superficiale).

“Tutto è stato fatto”, ha affermato il proprietario Ernesto Nola di Venafro. Ma cosa è stato fatto? “C’è stata una conferenza di servizi, con la Regione, il Comune di Venafro e l’Arpa, che ha stabilito che tutto stava a posto. Ho ceduto a titolo gratuito questo materiale, mi dicevano di mettere il terreno buono. Invece hanno fatto un disastro, tutti questi buchi. Sono stato danneggiato da questi pseudo imprenditori d’assalto”.

Imprenditori d’assalto li definisce Nola. Il proprietario che ha firmato tutti i contratti. In quel campo ‘a riposo’ si registrano cose troppo strane. Anche il terreno, dopo essere stato calpestato da soggetti “poco affidabili”, si è ribellato. Ha cacciato fuori pezzi di plastica, di ferro, di ghisa. Funghi neri, schifosi. Una melma verde che appare quando piove. Cosa c’è sotto quel campo? Cosa è stato interrato? Chi non ha fatto il proprio dovere? Tre aziende si sono occupate del terreno, tutte contrattualizzate dal Nola,  in ordine: la Bimed di Medici, la Rasmiper di Moscardino e la Edilcom di Di Nardo.

Tutto inizia nel 1990 e finisce, ufficialmente (dati Arpa Molise), nel 2008. Restiamo in attesa dei documenti richiesti (e visionati) all’Arpa il 17 ottobre scorso. Perché oggi quel terreno ‘a riposo’ versa in condizioni pietose? Abbiamo incontrato un nuovo testimone oculare (“Ho visto tutto, voglio raccontare tutto. Non ho paura di parlare”), proprietaria di un terreno che dista cento metri dal ‘campo a riposo’: “noi abbiamo un terreno nelle vicinanze, lì ho trascorso la mia vita. Non posso dire di non aver visto. Ho visto dei camion che scaricavano cose ferruginose, cose grigie, nere. Scavavano e mettevano. C’era un signore (Antonio Moscardino, ndr) che propose a mio marito di utilizzare l’uliveto per il misto. Voleva scavare il nostro terreno, io vedevo che scavavano notte e giorno. Ho visto i camion che scaricavano rifiuti industriali”.

Moscardino ha sulle spalle i fatti di Campomarino (“Gestiva, trasportava e riceveva – scrive il Gip Roberto Veneziano del Tribunale di Larino – ingenti quantitativi di rifiuti speciali pericolosi smaltiti illecitamente mediante interramento”, pena patteggiata, un anno e otto mesi di reclusione) e di Vinchiaturo (“Creava – scrivono i giudici della Corte di Appello di Campobasso nel 2006 – le condizioni di concreto pericolo di inquinamento delle acque e del suolo, pericolo poi concretamente attualizzato a seguito di un incendio del materiale”, sei mesi e 3mila euro di ammenda, reato raggiunto dalla prescrizione).

Tutti si ricordano del personaggio ‘poco affidabile’, ma pochi parlano (“è pericoloso”). È più pericoloso non sapere cosa è stato interrato, cosa è rimasto in quel terreno. “Mio marito – racconta la signora – mi diceva sempre ‘è una vergogna’, poi si è ammalato di Sla. Ha vissuto in quel campo. Noi ci chiediamo ancora se la Sla è una malattia ambientale o personale. Mio marito viveva in quella campagna, aveva il suo uliveto. Ha respirato tutta quell’aria, mi ricordo che una volta mi raccontò che stava passando di lì e si sentì male. Un forte capogiro, si dovette fermare e non so per quanto tempo non capì nulla. Mentre passava proprio in quel posto”.

La testimonianza della signora è fondamentale per capire diverse cose. Il ‘modus operandi’, il sistema utilizzato da chi cercava terreni vergini per traffici mortali e la conferma di un passato poco chiaro. Messo, come il campo di Nola, a riposo. Lo stesso geologo, Vito La Banca, che firma nel 2007 la comunicazione del ripristino ambientale, mette in dubbio la versione ufficiale: “i lavori di bonifica sono stati fatti in due puntate, più che una bonifica una pulitura. Solo superficiale, il materiale presente sul terreno. Poi è calato il silenzio su questa storia. Non è stata fatta una vera bonifica, ma una pulitura superficiale”. È stato dichiarato il falso? Chi ha dichiarato il falso? Perché la gente del posto non deve sapere la verità? Per Vittorio Nola, presidente del Consorzio di Bonifica di Venafro: “i controlli in questa Regione non funzionano, è un fatto acclarato”. Cosa significa? Perché queste denunce non si fanno pubblicamente?“Sotto quel terreno (‘Masseria Lucenteforte’, ndr) c’è una bomba. Sono disposta a testimoniare, ho visto tutto. Da me è venuto Moscardino, mio marito mi disse di questo contatto, di questa richiesta. A lui serviva il misto, ma non riempiva con altra terra. Riempiva con rifiuti industriali. Dissi a mio marito di non fare nulla, Moscardino era un residuo di galera. Voleva pagarci per questa operazione. Ancora mi chiedo perché quell’uomo bellissimo, bravissimo di mio marito è morto. Di due malattie, di Sla e di cancro all’intestino. C’è qualcosa di strano o no?”.

È possibile rispondere alle domande lecite della signora? È possibile consultare un Registro dei Tumori in Molise? Un marito morto di Sla e di cancro e un figlio con una rara malattia. “È una storia – spiega il figlio della testimone oculare disposta a parlare – uscita fuori dopo tanto tempo. Ne ho sempre parlato, nessuno mi ha creduto. Ora mi danno ragione. Mio padre all’epoca fece anche delle fotografie, ero piccolo. Ricordo i camion che andavano a scaricare, passavano sulla strada. Portavano una terra nera e fumante, ancora bollente. Scaricavano in continuazione, mi ricordo tutto. Stiamo parlando di un terreno avvelenato, speravo che questa storia uscisse fuori. Doveva uscire prima, molto prima”. Ma perché dopo tanti anni la signora, la testimone oculare, ha deciso di parlare, di dire tutto quello che ha visto? “Sono stanca, voglio sapere perché questo marito mio, che  andava tutti i giorni lì, è morto di due brutte malattie. I miei figli hanno visto tutto, erano ragazzini di otto, nove anni. Hanno visto il ‘mostro’. Mio marito si è ammalato nel 2002. E le falde acquifere dopo tanti anni? Dopo tante schifezze?”.

Dalla Procura della Repubblica di Isernia, coordinata da Paolo Albano, qualcosa sembra muoversi. È già stato effettuato un primo sopralluogo dall’Arpa di Isernia e dal Noe (Nucleo Operativo Ecologico dei Carabinieri) di Campobasso. È stato scavato a sette, otto metri per interrare del materiale particolare? È arrivato il momento di scavare, di capire cosa c’è sotto. In tutti i sensi.

VIDEOVENAFRO (Isernia). COSA E’ STATO INTERRATO?

L’INCHIESTA – La melma nera che può essere una bomba ecologica

L’INCHIESTA. Una discarica abusiva ancora pericolosa?

MOLISE. Una strana ‘melma verde’ riaccende i riflettori su una vicenda mai chiarita

Venafro, è ancora pericolosa la discarica abusiva?

Tutto ruota intorno ad Antonio Moscardino, arrestato nell’Operazione Mosca per traffico di rifiuti tossici

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di  – 23 ottobre 2013 da restoalsud.it

Conoscono la zona, hanno notato gli strani traffici, il ‘via vai di mezzi’, soprattutto di notte. Ma non parlano: “tanto è inutile, chi ti ascolta”. L’acqua del posto non la bevono: “è buona, ma preferiamo bere l’acqua confezionata”. Si sentono rassegnati, perdenti. Sconfitti. In quel campo, nella masseria Lucenteforte, nella Bonifica di Venafro, c’è qualcosa di particolare, di strano. Si vede ad occhio nudo. Non sembra un normale terreno agricolo. Quando piove l’acqua si ferma in superficie e forma dei grossi pantani. Molte chiazze aride, teli di plastica che escono dal sottosuolo. Pezzi di ferro, scarti di ghisa disseminati sull’ampio appezzamento di terra. “Oggi è a riposo”, spiega Ernesto Nola (proprietario, insieme al fratello Francesco). Provengono da una nobile famiglia di Venafro, proprietari terrieri. La madre, la signora Antonietta Guerini, è l’usufruttuaria dell’appezzamento ‘a riposo’. Un terreno con una storia particolare, ancora poco chiara. Cosa è successo negli anni passati in quel posto? Cosa è stato trasportato, cosa è stato interrato? Ci sono versioni completamente differenti. Una signora ha raccontato che suo figlio, all’età di sei anni, andò a finire con il piede dentro una buca, “…bruciandosi. Ha ancora le cicatrici”. Pronta la risposta del proprietario Nola: “non mi risulta, evidentemente sono cose che qualcuno dice così per rivangare cose che attualmente stanno succedendo nel casertano”. Perché proprio nel casertano? Nel 2003, a Sesto Campano, viene tratto in arresto un certo Antonio Caturano, per trasporto di rifiuti tossici spacciati per fertilizzanti, destinati alla concimazione dei terreni agricoli. Pina Picierno (Pd), nell’interrogazione parlamentare del novembre 2010, parla di un “vero e proprio ‘cimitero dei veleni’, creato in oltre trent’anni di sversamenti abusivi”, che si estende “in un quadrilatero compreso tra la statale Bifernina, la Trignina, le province di Isernia e Campobasso”. Sui Caturano aggiunge: “il nome di questa ditta è stato fatto dal pentito Raffaele Piccolo, braccio destro e cassiere del gruppo Schiavone fino al 2009, a proposito di un elenco di imprese prestanome o socie in affari del clan. Anche Emilio Caterino, collaboratore di giustizia del clan Bidognetti, cita la ditta Caturano”. Niki Vendola, nell’interrogazione del 2004, scrive che: “nel comprensorio di Sesto Campano e nelle vicinanze del cementificio tempo fa è stato fermato ed arrestato, con un carico di sostanze tossiche e radioattive, tale Antonio Caturano di Maddaloni (Caserta)”. Giovanni Ragosta di San Giuseppe Vesuviano, arrestato per truffa ai danni dello Stato, dal 26 luglio 2002 è stato l’amministratore unico della Fonderghisa Spa (una delle prime aziende del nucleo industriale di Isernia-Venafro, una delle fonderie più apprezzate in Europa), società dichiarata fallita nel 2005, dal Tribunale di Isernia. Sempre la Picierno nell’interrogazione del 2010 parla dell’area industriale di Venafro, “dove sorgono gli stabilimenti dismessi della Fonderghisa, azienda della Gepi rilevata dall’imprenditore Ragosta; sulla fonderia grava il sospetto che vi siano state bruciate tonnellate di rifiuti di ogni genere, compresi automezzi militari impiegati nell’ex Jugoslavia e contaminati da uranio impoverito”. E proprio con la Fonderghisa, il terreno ‘a riposo’, ha diversi legami. Lo confermano i vari testimoni ascoltati. Tutto sembra ruotare intorno a un certo Antonio Moscardino di Ciorlano (Caserta), classe 1942, per molti “una persona poco affidabile”. Arrestato il 19 marzo 2004 (scarcerato il 22 aprile dello stesso anno) per traffico illecito di rifiuti speciali.

Il testimone, la ‘melma nera’ e la sostanza gelatinosa verde

Ma partiamo dalla masseria Lucenteforte. È a pochi minuti dalla borgata Triverno (Pozzilli), a pochi passi dalla chiacchierata (almeno in passato) variante di Venafro, in provincia di Isernia. Sembra abbandonata, con diverse piante di ulivo (“vengono raccolte e lavorate”, secondo un testimone). “È stato messo tutto a posto” – ha confermato Ernesto Nola – “erano delle buche scavate, poi sono state riempite sotto la direzione dell’Arpa. Un problema risolto da tempo”. Ma il ‘terreno a riposo’ ha qualcosa di strano, di particolare. Oltre agli scarti di ghisa, ai ferri, ai teli di plastica impiantati nel terreno sta uscendo una melma. Una sostanza gelatinosa verde. “A me non risulta, ma andrò a controllare. Faccio il professore universitario a Napoli, torno a Venafro soltanto il fine settimana”. Un prezioso testimone racconta la storia del terreno, la sua versione. Dalle buche scavate per “migliorarlo” alla presenza dei camion del gruppo Caturano (“Non so cosa scaricava questo Caturano, ho visto i camion che giravano in zona”). Parla della prima azienda, “la ditta Medici, che scavò”, della seconda “dopo che Medici fallisce, Moscardino fa la discarica”. Cioè? “Scarico della Fonderghisa, roba acciaiosa, ferro. Vedevo che scaricavano della melma nera e dentro ci stavano pezzi di ferro, pezzi di ghisa”. Ecco che ritorna, come d’incanto, Antonio Moscardino, “che ha riempito. Quando è intervenuto qualcuno, non so chi, è stato intimato al Moscardino di togliere quella porcheria e ripristinare la situazione di prima. È intervenuto Di Nardo per togliere quello che ci stava…”. La terza azienda coinvolta per mettere a ‘riposo’ il terreno. O una discarica abusiva? Nel 2008 la Dda di Campobasso scrive: “il Molise si è rivelato non zona di transito, ma punto finale di arrivo per lo smaltimento dei rifiuti pericolosi, terra idonea ad occultare discariche abusive con la compiacenza di alcuni proprietari di cave e terreni”. Nella relazione annuale della Direzione Nazionale Antimafia (Dna), del 2010 si apprende che da tempo: “si registrano tentativi di infiltrazione da parte di appartenenti a qualificati sodalizi attivi nelle Regioni limitrofe ed interessati al settore dell’illecito smaltimento dei rifiuti”. Nello strano ‘terreno a riposo’, 23anni fa, vennero scavate diverse e profonde buche. “Scavi a quattro metri ed esce l’acqua. Veniva scavato ancora più sotto. Avranno scavato sei o sette metri”. Le parole del testimone sono confermate da quelle di Nola: “questo prelievo di misto mi fu chiesto dalla ditta iniziale (Medici, ndr), che mi disse: ‘vi tolgo 50 centimetri’, poi è andato sotto di due, tre o quattro metri. Perciò l’ho dovuto denunciare, perché mi doveva ripristinare il terreno. Invece, nel mese di agosto, si allargò”.

“Pseudo imprenditori d’assalto”

Una nebbia fitta ha avvolto questa vicenda. In passato ci sono state segnalazioni, denunce, sopralluoghi, sequestri, analisi, carotaggi, una fitta corrispondenza tra Enti, relazioni, conferenze di servizio, attestazioni. Tutto accompagnato dal totale silenzio. “Tutti hanno visto, tutti sapevano, ma nessuno ha fatto niente”. Oltre non vanno, si fermano al generico ‘tutti’. Chi sono questi tutti? Cosa facevano, cosa hanno fatto? Cosa è stato interrato? Che fine hanno fatto le denunce di Nola? “Nessun processo pubblico, nessun dibattimento”, ha dichiarato il legale del proprietario. Oggi cosa c’è sotto quel terreno? “Tutta una cosa che è stata risolta e che è stata messa a posto”. Non sembra essere chiaro nemmeno il proprietario Ernesto Nola, fratello dell’altro proprietario Francesco. Cugini di Vittorio Nola, presidente del Consorzio di Bonifica della Piana di Venafro. Ernesto Nola (“io ho firmato tutti i contratti”) si sente “danneggiato da pseudo imprenditori di assalto”. È lui che spiega: “Sono stati fatti degli scavi e sono stati riempiti. Con l’Arpa è stata fatta tutta la messa a posto”. Tutto inizia nel 1990, con la prima ditta, la Bimed di Alessandro Medici. “Vengo contattato dalla Bimed, c’era questo terreno pietroso e feci un contratto per circa 3/4mila metri. L’ho dovuto citare, sono andato dai carabinieri per fermarlo. Questo qua (Medici, ndr), sapendo che io non c’ero, fece queste buche. Sforò, si allargò. Quasi per un ettaro di terra. Lui doveva mettere a posto”. Ma che significa che la ‘cosa è stata risolta’? “Che è stato messo tutto a posto. Avevano fatto dei prelievi di terra, di misto ghiaia e avevano lasciato tutto scoperto. Poi è stato riempito e a un certo punto hanno detto che c’era del materiale che non era idoneo, quando invece è stato autorizzato”. Diverse segnalazioni partirono dal Wwf ‘Le Mortine’ di Venafro, presieduto all’epoca da Emilio Pesino: “facemmo tante lotte, tante segnalazioni alle Autorità. In quella zona scaricavano di tutto, da allora non ho saputo più nulla. Il problema è che non si sa cosa è stato scaricato, non essendo stato fatto nulla di serio. Praticamente, a detta di molti, c’erano strani traffici. Sulla carta il problema è stato risolto, sicuramente restano i dubbi”. Diversi vicini ricordano dello strano ‘via vai di mezzi’. “A me – dice Nola – tutto questo non risultava, poi su queste cose ognuno dice la sua. La ditta che doveva ripristinare la cosa è fallita e ho dovuto cercare altre cose. Lei rivanga tutto un periodo triste, pensavo di fare una cosa buona, togliendo queste pietre di fiume in sostituzione di terreni buoni e, invece, mi son trovato con delle buche e poi ho dovuto chiamare un’altra ditta che riempisse e, Moscardino, lavorava con la Fonderghisa. C’è stata una conferenza di servizi, con la Regione, il Comune di Venafro e l’Arpa, che ha stabilito che tutto stava a posto. Ho ceduto a titolo gratuito questo materiale, mi dicevano di mettere il terreno buono. Invece hanno fatto un disastro, tutti questi buchi. Sono stato danneggiato da questi pseudo imprenditori d’assalto”

Rimettere tutto in discussione

“Come mai è uscita fuori questa cosa quando, praticamente, io sono stato obbligato a mettere tutto a posto, nonostante non fosse dipeso da me. Il problema è risolto, mi è costato un sacco di soldi. C’è stata la conferenza di servizi. Hanno chiuso tutto, tutto sta a posto. Perchè lei vuole rimettere tutto in discussione? Sono stato preso per fesso, ci soffro di questo, che non mi sia accorto che queste persone mi hanno turlupinato”. Ernesto Nola, il proprietario del terreno ‘a riposo’, si sente imbrogliato. Non si sente responsabile, parla di una situazione risolta da tempo. Per Nola ci sono i certificati, le conferenze di servizio, le attestazioni. Tutto è stato controllato, tutto è stato appurato. Perché, allora, rimettere tutto in discussione? Nel 1990 la ditta Bimed, dell’imprenditore Medici, “mi chiede di prelevare il mio terreno”. Medici, secondo Nola, si ‘allarga’. Non rispetta i patti. Scava, stupra il terreno, in profondità. “Erano rimaste solo le piante di ulivo”, dice un testimone. “La mia colpa – è Nola che parla – è che sono stato abbastanza ingenuo”. Nel 1995 compare Antonio Moscardino, con la sua ditta Rasmiper. “Contatto la ditta Moscardino, sempre con contratto. Aveva una ditta che si occupava di ripristino ambientale, doveva riempire le buche lasciate dalla Bimed. Moscardino cominciò a riempire con terreno buono, poi diventò, non so che cosa, alla Fondergisa e ci cominciò a mettere… scaricò qualche camion di questa terra di fusione, sabbia di fonderia. A un certo puntò fallisce pure Moscardino e io mi ritrovo con questi mucchi di terra”. Ma chi è Antonio Moscardino? “Aveva messo su – racconta Enrico Piergiovanni, ex direttore dello stabilimento Fonderghisa – un’attività di smaltimento. Aveva anche affittato dei capannoni di fianco a noi, doveva fare un’attività per smaltire dei rifiuti. Su Moscardino non mi faccia dire cose che non voglio dire, aveva altre attività. La Fonderghisa era, per lui. un granello di sabbia. Noi eravamo soltanto una piccola appendice”. La peritonite arriva con l’Operazione Mosca, “coordinata – scrive Roberto Saviano in Gomorra – dalla Procura della Repubblica di Larino nel 2004”. Grazie a questa Operazione “è emerso lo smaltimento illecito di centoventi tonnellate di rifiuti speciali provenienti da industrie metallurgiche e siderurgiche. […]. Quattro ettari di terreno a ridosso del litorale molisano furono coltivati con concime ricavato dai rifiuti delle concerie. Vennero rinvenute nove tonnellate di grano contenenti un’elevatissima concentrazione di cromo. I trafficanti avevano scelto il litorale molisano – nel tratto da Termoli a Campomarino – per smaltire abusivamente rifiuti speciali e pericolosi, provenienti da diverse aziende del nord Italia”. Nell’operazione compare questo strano personaggio, la “persona poco affidabile”, Antonio Moscardino. Sette ordinanze di custodia in carcere, quattordici indagati, quindici aziende coinvolte, cinquanta perquisizioni. Tonnellate di rifiuti provenienti da diverse aree industriali del Nord, pieni di arsenico, mercurio, cromo, rame, piombo e reflui tossici. L’accusa: associazione a delinquere finalizzata all’illecita gestione e traffico di rifiuti pericolosi. Il Gip di Larino, Lucio Luciotti, parla di: “dissennate modalità di smaltimento di ogni genere di rifiuto nel più totale disprezzo di ogni norma di tutela ambientale e di salute pubblica”. Antonio Moscardino, per gli inquirenti il trait d’union, l’intermediario tra le aziende del Nord e i personaggi corrotti e senza scrupoli del posto, era parte integrante di un “sodalizio avente la finalità di commettere una molteplicità di delitti finalizzati al traffico illecito di rifiuti speciali”. Scrive il Gip Roberto Veneziano del Tribunale di Larino che “in modo organizzato e continuativo, gestiva, trasportava e riceveva ingenti quantitativi di rifiuti speciali pericolosi smaltiti illecitamente mediante interramento”. Nel 2011 sopraggiunge la prescrizione. Da non confondere con l’assoluzione, che è tutta un’altra cosa. Moscardino, però, patteggia. Per lui un anno e otto mesi di reclusione. Della “persona poco affidabile” parla anche un ex operaio della Fonderghisa, senza tralasciare il campo ‘a riposo’. Tutti conosco il terreno e il suo passato. “Lui (Moscardino, ndr.) effettuava il trasporto terra. Non era molto affidabile. È stato coinvolto anche nella discarica di Campomarino, per materiale tossico. Aveva una discarica in un uliveto a Venafro, ha lavorato con Ragosta, ma anche con l’altro proprietario, Poletto. Rispetto alla concorrenza faceva buoni prezzi”. Sulla bonifica del ‘terreno a riposo’ è un po’ scettico. “Bonificata nel senso che ci hanno rimesso la terra sopra e hanno riseminato il prato o hanno tolto tutto il materiale che c’era sotto? Secondo me non è stata fatta una vera bonifica. Erano tonnellate e tonnellate di materiale. La Fonderghisa smaltiva tanta di quella terra di fonderia che era impressionante. Lui lavorava per diverse aziende e depositava tutto in questa discarica. Là dentro veniva messo di tutto, sembra che ci fossero metalli, vernici”.

La bonifica e il ripristino ambientale

“Moscardino fallisce e mi rivolgo a Di Nardo, ditta Edilcom. Prima che Di Nardo facesse il ripristino dello stato dei luoghi intervenne l’Arpa, ci fu il sequestro”. E, oggi, com’è la situazione? “Sta tutto in regola. Ho dovuto nominare un esperto, un geologo di Isernia, che ha dovuto redigere tutto un progetto. Ho fatto tutto in regola, perciò pensavo che avessi risolto. Ho dovuto sottostare a tutte le prescrizioni che mi hanno fatto, le ho tutte realizzate e ho dovuto pagare le analisi”. Il materiale interrato da Moscardino che fine ha fatto? Dall’Arpa di Isernia nessuna dichiarazione, solo un invito a chiedere ufficialmente gli atti. La domanda è stata inoltrata lo scorso 17 ottobre. “È stato fatto tutto – continua Nola – con fatture, bolle. Tutto smaltito in discarica, il materiale è stato analizzato”. Ma perché bonificare, controllare, analizzare se, come dice Nola, tutto andava bene? “C’era questo materiale che andava tolto. Se ci stanno le pietre, la pietra si deve togliere”. Regione, Arpa, Comune di Venafro, tutti insieme. Un intervento così massiccio per togliere delle pietre? “Sono stati tolti i pezzi… tipo della plastica, del materiale che ha gettato altra gente”. Nell’agosto 2007 il geologo di Isernia, Vito La Banca, comunica la fine dei lavori e il ripristino ambientale. La storia sembra chiusa e risolta. Abbiamo parlato anche con il geologo La Banca, che spiega: “era stata autorizzata una bonifica agricola, ma chi si occupò di fare questa bonifica agricola fece una cava abusiva. La bonifica agricola consiste nel rimuovere il terreno, massimo un metro, per sostituirlo con altro terreno più facile da lavorare. Fu autorizzata una ditta, che approfittò di questa autorizzazione e fece una cava abusiva, con buche profonde diversi metri. Forse cinque, sei o sette metri. Dopo subentrò un altro personaggio (Antonio Moscardino, ndr) che propose al proprietario di rimettere a posto il terreno. Questo signore utilizzò materiale di altoforno, scarti di ferro che provenivano da una fabbrica di Pozzilli. Gli fu contestato di aver messo cose poco lecite: fusti, bidoni. Intervenne l’Istituto Nazionale di Geofisica per la presenza dei fusti. Fecero dei rilievi magnetometrici, individuarono dei fusti, che erano vuoti. Se erano stati aperti non lo sappiamo. Furono fatte delle analisi chimiche, delle indagini e risultò che il terreno non era contaminato. Dopodiché la bonifica si concluse, con una pulizia superficiale. Il sito è stato bonificato, è stata riconosciuta la bonifica. Io mi fermo al 2004 o 2005, fin quando ho curato io la cosa. Da quel momento in poi non so più nulla”. Ma perché, dopo tanti anni, si registra la presenza di questa sostanza gelatinosa verde? Che cos’è? Perché esce dal terreno? “Che cosa possa essere questa sostanza verde non lo so – ha spiegato il geologo -. È stata fatta una bonifica, più che bonifica una pulitura superficiale. Le buche, all’epoca, potevano essere riempite con questa roba d’altoforno, perché lo prevedeva la legge. Ricordo che venne contestata la presenza di questi fusti vuoti”. Il geologo ‘cura la cosa sino al 2005’, ma comunica la fine dei lavori e il ripristino ambientale nel 2007. “Si, perché i lavori di bonifica sono stati fatti in due puntate, più che una bonifica una pulitura. Solo superficiale, il materiale presente sul terreno. Poi è calato il silenzio su questa storia”. Possono stare tranquilli i residenti della zona? Le parole di Vittorio Nola, presidente del Consorzio di Bonifica di Venafro, sono disarmati: “i controlli in questa Regione non funzionano, è un fatto acclarato”. Sull’argomento l’attuale Sindaco di Venafro, Antonio Sorbo, ha affermato: “interverremo, non possono esserci dubbi intorno a questi temi”. È tutelato in Molise il diritto alla salute? È la stessa domanda che da qualche anno le ‘Mamme per la Salute e l’Ambiente’ di Venafro rivolgono, inutilmente, alle Istituzioni, agli Enti locali (“Si evincono responsabilità della politica e delle istituzioni in generale, in merito alla tutela della salute pubblica”). Sono state pure denunciate. Che fine ha fatto la questione diossina? L’Asrem di Isernia, nel 2010, comunica all’assessorato regionale alla Sanità la “presenza di diossina, superiore ai limiti previsti su un campione di carne bovina”. Oggi tutto è stato chiarito? Perché in Molise non è mai partito il Registro dei Tumori?

 

PARLA LA TESTIMONE OCULARE: 

“Ho visto tutto, nei terreni di Venafro hanno sepolto rifiuti industriali…”

 

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da RestoalSud.it 

da ANTIMAFIA2000.com

(Video) IL CORAGGIO DI DIRE NO. Nicola MAGRONE a Venafro

locandina VENAFRO

 

 

L’INTERVENTO di Nicola MAGRONE (già Procuratore della Repubblica di Larino)

 

VENAFRO (Isernia). Venerdì 22 febbraio 2013, ore 17.00
Presentazione “IL CORAGGIO DI DIRE NO. Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta”.

Con Lorenzo DIANA (Pres. Naz. RETE DELLA LEGALITA’, Ass. Antiracket e Antiusura; Pres. CAAN – CentroAgroAlimentareNapoli);
Nicola MAGRONE (già Proc. Repubblica di Larino);

La Manifestazione è stata organizzata dall’Ass. ‘Movimento Giovanile Venafro’ e dal Movimento AGENDE ROSSE Molise, con il supporto delle MAMME per la Salute.

Centro ‘don Luigi Orione’, via Pedemontana

A cura di Paolo De Chiara

(Video) IL CORAGGIO DI DIRE NO. Lorenzo DIANA a Venafro

locandina VENAFRO

 

L’INTERVENTO di Lorenzo DIANA (Pres. Naz. RETE DELLA LEGALITA’, Ass. Antiracket e Antiusura; Pres. CAAN – CentroAgroAlimentareNapoli).

VENAFRO (Isernia). Venerdì 22 febbraio 2013, ore 17.00
Presentazione “IL CORAGGIO DI DIRE NO. Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta”.

Con Lorenzo DIANA (Pres. Naz. RETE DELLA LEGALITA’, Ass. Antiracket e Antiusura; Pres. CAAN – CentroAgroAlimentareNapoli);
Nicola MAGRONE (già Proc. Repubblica di Larino);

La Manifestazione è stata organizzata dall’Ass. ‘Movimento Giovanile Venafro’ e dal Movimento AGENDE ROSSE Molise, con il supporto delle MAMME per la Salute.

Centro ‘don Luigi Orione’, via Pedemontana

A cura di Paolo De Chiara

IL CORAGGIO DI DIRE NO a Venafro

locandina VENAFRO

Venerdì 22 febbraio 2013, ore 17.00

Presentazione “IL CORAGGIO DI DIRE NO. Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta”.
di Paolo DE CHIARA

INTERVENTI:

Lorenzo DIANA (Presidente Nazionale RETE DELLA LEGALITA’, Associazione Antiracket e Antiusura; Presidente CAAN – Centro Agro Alimentare Napoli); 
Nicola MAGRONE (già Procuratore della Repubblica di Larino); 

MODERA: Donata CAGGIANO


La Manifestazione è organizzata dall’Associazione Culturale ‘Movimento Giovanile Venafro’ e dal Movimento AGENDE ROSSE ‘Molise’.

Centro ‘don Luigi Orione’, via Pedemontana

CULTURA DELLA LEGALITÀ …II incontro con i ragazzi di Venafro (Scuola elementare Don Giulio Testa)

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CULTURA DELLA LEGALITÀ… II Lezione con i favolosi ragazzi di Venafro, della Scuola elementare Don Giulio Testa. Abbiamo parlato dei buoni esempi… senza dimenticare la cattiva politica che blocca il futuro di questi giovani!

15 febbraio 2013

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