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Sanità in Molise. «Il presidente della Regione deve dimettersi e chiedere scusa»

L’INTERVISTA. Parla l’avvocato Enzo Iacovino, da sempre impegnato sul fronte dei diritti e delle battaglie civili. Lo abbiamo contattato per affrontare l’annoso problema della sanità molisana e la relativa situazione emergenziale: «La Regione Molise ha fallito, così come ha fallito la sanità molisana nella gestione dell’emergenza. La politica regionale non racconta la verità dei fatti». E sul centro Covid di Larino: «Il commissario Giustini ha subìto pressioni.»

Sanità in Molise. «Il presidente della Regione deve dimettersi e chiedere scusa»
L’avvocato Enzo Iacovino

di Paolo De Chiara, WordNews.it

«Sto preparando un modello per l’accesso alle cartelle cliniche, perché l’Asrem ha eccepito che vorrebbe le firme di tutti gli eredi. Noi sosteniamo che basta un singolo erede per poter accedere alle cartelle cliniche. Stiamo preparando l’accesso agli atti per avere tutti i documenti da parte del ministero e da parte della Asrem, tutti i dati trasmessi al ministero, lavorati secondo gli indici espressi nella circolare dell’aprile di quest’anno, in virtù della quale è stato stabilito il colore della Regione. Vogliamo capire se i dati sono reali oppure no. Noi abbiamo dei dati disponibili informalmente e vogliamo verificare i dati che hanno inviato.»    

Comincia così la nostra conversazione con l’avvocato Enzo Iacovino, da sempre impegnato sul fronte dei diritti civili. In questi ultimi mesi è diventato anche un punto di riferimento sulle tematiche legate alla malasanità e all’emergenza Covid. Proprio la settimana scorsa ha presentato in videoconferenza, insieme agli altri fondatori e iscritti, il Comitato «Dignità e Verità» per le vittime del Covid.

«Un gruppo di persone, parenti di vittime Covid, che hanno condiviso le proprie storie» – come ha specificato il presidente del Comitato Francesco Mancini -. «La verità deve venir fuori affinchè si possa mettere fine una volta e per tutte a questo strazio, perchè è proprio di questo che si tratta se pensiamo come sono morte quelle povere persone in quei reparti isolati, emarginati, abbandonati e privati di dignità. Dalle diverse storie che abbiamo raccolto e documentato si evince chiaramente che i nostri ammalati hanno chiesto aiuto in tutti i modi e con tutti i mezzi in loro possesso

«È chiaro che chi aderisce al Comitato – ha spiegato l’avvocato Iacovino – vi aderisce perché c’è stato un decesso e ha subito una grande sofferenza. Adesso bisogna capire è successo dal ricovero al decesso di tante persone. Quello che posso dire è che se, normalmente, in un reparto c’era un numero di infermieri e di medici, questo numero stabilito dalla legge è assolutamente saltato al reparto di malattie infettive del Cardarelli.»

Facciamo un esempio…

«Nel reparto di malattie infettive ci sono cinque sanitari, tra medici e infermieri e queste persone fanno dei turni e orari massacranti per garantire assistenza a circa sessanta ricoverati. Sono tantissimi e vanno ben oltre ogni limite consentito dalla legge. Un conto è accudire dieci persone altro è accudire cinquanta ricoverati.»

Per quanto riguarda questi malati, ad oggi, qual è la situazione?

«Se viene accertata la positività della persona, questa su rivolge al medico di famiglia e viene invitata a fare una quarantena, che può essere fiduciaria, laddove il soggetto è stato a contatto con un positivo oppure obbligatoria se ritenuto positivo. In quarantena si seguono delle profilassi non sempre omogenee. Ed invero ci risulta che sono diversi i protocolli terapeutici, già questo è pericoloso.»

Perché?

«Perchè non c’è un protocollo uniforme in tutto il territorio per la cura del Covid. Se la situazione dovesse aggravarsi e diventare critica, sempre dopo aver consultato un medico di famiglia, si contatta il 118 che ti porta al pronto soccorso più vicino. Quindi Termoli, Isernia o Campobasso…»

E dopo cosa succede?

«Bisogna mettersi in contatto con malattie infettive per capire se c’è posto. E qui già si crea il primo ingorgo. Dopodiché questi pazienti vengono portati a malattie infettive.

Stessa trafila per i positivi che si trovano nelle diverse strutture sanitarie.»

Dove ci sono pochi posti letto…

«Pochi posti letto disponibili rispetto ai pazienti che hanno necessità di cure.»

Quanti sono i posti di terapia intensiva disponibili in Molise?

«Per quanto mi è dato di sapere pochi rispetto ai 30, più 14. Loro sostengono che ci sono dei posti occupati che risulterebbero inferiori ai posti disponibili ma in realtà danno semplicemente dei numeri…»

Chi sono “loro”? A chi si riferisce?

«A chi va spesso in televisione a dare dei numeri. Mi esimo anche dal dire chi da i numeri. Noi abbiamo altri numeri e mi risulta che i NAS (Nuclei Antisofisticazioni e Sanità dell’Arma, nda) sono andati a fare visita proprio per verificare questo aspetto. Quindi noi, a questo punto, attenderemo anche l’esito ispettivo per avere conferma di quelli che sono i nostri dubbi.»

Quindi non esiste una ufficialità sul numero dei posti di terapia intensiva?

«Sappiamo che terapia intensiva è satura e i posti sono inferiori a quelli che avrebbero dovuto attivare. Peraltro ci risulta che alcune sale operatorie siano state utilizzate per la terapia intensiva rendendone cosi inutilizzabili per gli interventi ordinari. Secondo le nostre fonti i dati sono diversi e siamo estremamente preoccupati su quella che è la mancanza di ufficialità rispetto alla colorazione della Regione in termini di gravità della pandemia. Tanto è vero che, se la Regione dovesse risultare diversamente colorata, in peggio, ci troveremo di fronte a delle condotte non restrittive che avrebbero agevolato l’espandersi della pandemia, con gravissime responsabilità.»

Perché il progetto del centro Covid, individuato inizialmente nella struttura sanitaria di Larino, è stato messo da parte?

«C’è stata una istanza da parte del 90% dei sindaci molisani (118, nda) che avevano caldeggiano la soluzione di Larino centro Covid, ma non per un fatto di campanile. Si conveniva su questa struttura chiusa per la sua modernità e oggettiva utilizzabilità per lo scopo. Ovviamente ha preso posizione anche il consiglio regionale, tanto è vero che la mozione votata in consiglio ha ricevuto la maggioranza dei voti. Non solo dalle opposizioni ma anche di quella parte di maggioranza che, in qualche modo, ha ritenuto di staccarsi per un motivo obiettivo e serio. Forte di questa posizione politica e amministrativa espressa dagli organi elettivi, sindaci e consiglieri, il commissario del Governo, Giustini, ha coerentemente predisposto un piano Covid individuandolo nell’ospedale di Larino.»

dalla trasmissione Titolo V, RaiTre

Cosa prevedeva questo piano Covid?

«Non solo la cura dei pazienti, ma anche la riabilitazione dei soggetti negativizzati e un loro sostegno psicologico. Sarebbe dovuto diventare, e non escludo che possa ancora diventarlo, un centro di eccellenza. Mi auguro che questi signori ci ripensino rimendiando in parte allo scempio che hanno fatto.»

E dove finisce il progetto di Giustini?

«Il giorno dopo ne è stato presentato un altro a firma del dirigente della sanità molisana, del direttore generale dell’Asrem e del sub commissario. Di fronte a questi due progetti Urbani, soggetto noto nel mondo della sanità che si occupa addirittura dei Lea (Livelli essenziali di assistenza, nda) e, pertanto, della sanità privata, ha chiamato il commissario.»

Per quale motivo Urbani ha chiamato il commissario?

«A noi risulta, perché c’è una lettera, che dopo aver osservato il progetto del commissario gli fa capire, senza mezzi termini – e questo è stato pubblicato in un articolo di un giornale -, che il progetto che avrebbe trovato concretezza sarebbe stato quello depositato dagli altri e non il suo.»

Ma il commissario alla fine ha firmato.

«Il commissario ha inspiegabilmente sottoscritto questo secondo progetto.»

Perché il commissario Giustini firma questo secondo progetto?

«A me risulta che lui sia stato quasi costretto a firmare questo progetto. La pressione che ha preceduto la sottoscrizione non mi risulta e sarebbe utile capire se e chi l’ha esercitata, rispetto a un commissario – un pubblico ufficiale –, al punto da indurlo a firmare un progetto che diversamente non avrebbe firmato.»

Lei come fa a dire questo?

«La prova che lui non avrebbe firmato, se non avesse ricevuto questa pressione, e sarebbe il caso che la Procura indagasse, la fornisce il commissario in un articolo, dove afferma che aver pregiudicato il progetto di Larino è stato un peccato, perché sarebbe stata l’unica struttura che avrebbe potuto garantire la cura e la riabilitazione dei soggetti malati.»

Stiamo parlando della famosa lettera sbandierata, in una trasmissione televisiva, dal presidente della regione Molise?

«Quel foglio non era altro che la lettera che aveva scritto Urbani a Giustini dove lo invitava, sostanzialmente, ad apportare delle modifiche. Però è improprio definire quella lettera una bocciatura. Quindi chi ha detto che il progetto è stato bocciato ha detto una bugia clamorosa.

Il progetto di Giustini non è stato mai bocciato.

Il commissario è stato costretto a firmare un altro progetto. Se io non fossi stato costretto a firmare qualcosa non mi lamenterei della scelta fatta. Questa è la mia deduzione.»

Lei, in un’intervista rilasciata qualche giorno fa a Radio Radicale, ha affermato che “gli ospedali molisani sono dei lazzaretti e nessuno parla”. A cosa si riferisce?

«Inopportunamente hanno introdotto la regola del silenzio ai medici impefendogli di comunicare e di esprimere la loro opinione e il loro diritto di critica. Diritti questi garantiti, compreso i dipendenti, dalla Costituzione e dallo Statuto dei Lavoratori. In questo caso ci troviamo di fronte ad un’azienda pubblica, che garantisce il diritto e la tutela della salute e a maggior ragione i medici dovrebbero parlare.

Noi cittadini abbiamo il diritto di sapere cosa accade in queste strutture, per sapere come stanno le cose. Nel rispetto del principio della libera scelta della struttura a cui rivolgerci. Se voglio, posso andare in qualsiasi ospedale della Repubblica italiana, perché è un mio diritto. E se mi viene detto che, ad esempio, a Campobasso non ci sono le precauzioni e la sicurezza giusta per potermi garantire da una infezione da Covid, devo essere libero di non andare. Ma devo essere, assolutamente, informato. La parola e la comunicazione tecnico/scientifica deve essere lasciata ai medici, non ai tecnici ne tanto meno ai politici manipolatori.»

La politica regionale racconta bugie ai cittadini?

«La politica regionale non racconta la verità dei fatti.»

La politica regionale è in grado di gestire questa emergenza?

«Ad oggi ha dimostrato di non essere in grado. Abbiamo delle certezze. La Regione Molise ha fallito, così come ha fallito la sanità molisana nella gestione dell’emergenza. Noi non godevamo di ottima salute in tema di sanità, vuoi per i grossi debiti pregressi, vuoi per il depauperamento a vantaggio di quella privata. Però il colpo di grazia lo hanno dato, in questa fase, coloro che avrebbero dovuto prendere delle iniziative a tutela dei cittadini. Non solo non hanno preso iniziative, ma hanno affossato gli ospedali molisani e, pertanto, oggi non abbiamo più gli ospedali che ci possono garantire la sicurezza in caso di ricovero per patologie diverse dal virus.»

Angelo Giustini

Il commissario Giustini è stato all’altezza del compito?

«A Giustini hanno dato un bellissimo cavallo, ma senza sella e senza stalla dove poterlo ricoverare. È un cavallo che corre da solo. Mi sono permesso di suggerire di utilizzare la guardia di finanza per lo svolgimento dei suoi compiti e prendere provvedimenti rispetto a chi non ha osservato compiutamente le leggi nella gestione della sanità. Ho anche suggerito di rimuovere il direttore generale della Asrem e comunque di dichiararlo decaduto. Come stabilisce il decreto legge Calabria, poi convertito in legge, che gli consente di poter gestire questa fase e di nominare un commissario, in sostituzione del direttore generale. La legge permette di nominare un direttore generale d’intesa con il presidente della giunta regionale…»

Esiste questa intesa?

«Se questa intesa non c’è la nomina spetta al ministro con un decreto, su proposta del commissario. Questo doveva già accadere. A me risulta che il direttore generale sia stato nominato direttamente dal presidente della giunta regionale, in violazione di questa legge.»

E perché Giustini non interviene?

«Bisogna chiederlo a lui. Ma c’è bisogno di decisionismo.»

Lei su Radio Radicale ha dichiarato: “stanno tenendo ben addomesticata l’informazione”. A chi si riferisce? Sta puntando il dito contro l’informazione nazionale o regionale?

«Mi riferisco a tutta l’informazione. A livello nazionale, ad esempio, non abbiamo un’informazione sul Molise, se non per piccole situazioni.»

“Abbiamo il fondato dubbio che questa Regione non abbia mandato i dati, quelli veri, al ministero”. Lei conferma questa sua affermazione?

«Assolutamente sì.»

È molto grave, se dovesse corrispondere alla realtà. Non crede?

«Qualcuno, se vuole, mi può querelare. Così, finalmente, facciamo i processi nel Molise.»

Ma per quale motivo: per una questione di attribuzione del colore o per nascondere qualcosa?

«Mi auguro che non sia solo un gioco.»

Cosa intende?

«Al momento lo potremo considerare un gioco di potere, quello di dire “io sono il più bello di tutti”. Nel Molise assistiamo ad un teatro dell’assurdo di soggetti che auto proclamano la loro efficienza ma in realtà non sono all’altezza della situazione. Soggetti che hanno provocato danni irreparabili e irreversibili. A mio avviso, il presidente della giunta, solo per come ha gestito l’emergenza dovrebbe semplicemente dimettersi e chiedere scusa ai cittadini molisani.»

AVVERTENZA: Poche ore fa abbiamo tentato di metterci in contatto con il commissario ad acta Angelo Giustini.

Non siamo stati fortunati.

Continueremo a farlo, per poter riportare anche il suo punto di vista.  

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LEA GAROFALO, la Testimone di giustizia abbandonata dallo Stato e bruciata dalla ‘ndrangheta

SPECIALE LEA GAROFALO. UNDICI ANNI DOPO – Il 24 novembre del 2009 il clan Cosco mette le sue mani sporche su una fimmina calabrese. Una donna, nata in un contesto mafioso, che mai aveva commesso reati. In vita abbandonata dallo Stato (ma non solo), bruciata in un bidone dalla ‘ndrangheta e inserita, erroneamente, tra i collaboratori di giustizia.

LEA GAROFALO, la Testimone di giustizia abbandonata dallo Stato e bruciata dalla 'ndrangheta
Lea Garofalo, la testimone di giustizia abbandonata

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Alla fine di questo racconto tragico, rimane una
grande amarezza. Siamo stati distratti, indifferenti, sordi, Lea ci chiedeva aiuto e noi – che pure ci riempiamo la bocca di parole e l’animo di indignazione nei convegni antimafia – non abbiamo voluto capire. “Ho bisogno di aiuto, qualcuno ci aiuti, please”. Si concludeva così la lettera che Lea inviò al Sig. Presidente della Repubblica il 28 aprile 2009. Lettera che però “non risulta essere pervenuta”, sul Colle più importante della Repubblica. Forse è così, ma un dato è certo: quelle parole non sono mai arrivate al nostro cuore, e della solitudine di Lea, della sua orrenda morte, siamo tutti un po’ responsabili.
L’Italia civile, democratica, l’Italia che chiama Falcone e Borsellino “Giovanni e Paolo”, l’Italia dello Stato che “sconfiggeremo le mafie”, nella vicenda tragica di Lea ha consentito che a vincere fosse la ‘ndrangheta.

dalla post-fazione (Il Coraggio di dire No, 2012 e 2018) di Enrico Fierro

Lea Garofalo è una fimmina ribelle calabrese, una donna che non ha girato la testa dall’altra parte, che l’ha alzata davanti ai mafiosi vigliacchi.

Nata in un contesto di ‘ndrangheta, ha sentito il puzzo della criminalità organizzata sin dalla culla. All’età di otto mesi, nel 1975, la prima tragedia: viene ammazzato a colpi di lupara suo padre Antonio, il boss di un paesino in provincia di Crotone.

Nel 2005 tocca a suo fratello Floriano, detto Fifì, il boss dei petilini a Milano, il contabile del clan. Checché ne dica l’ex ministro dell’Interno Maroni (addirittura chiese una puntata riparatrice alla Rai per rispondere a una denuncia dettagliata sulla presenza delle mafie nell’Italia settentrionale). Le mafie al Nord ci sono e fanno i loro sporchi affari da quarant’anni.

Lea Garofalo nasce in questo contesto criminale: con la morte del padre inizia la faida con i Mirabelli, l’altra famiglia mafiosa di Pagliarelle, una piccola frazione di Petilia Policastro (Kr). Sono gli anni della prima guerra di ‘ndrangheta che toccherà tutta la Calabria.

I vecchi boss, che si pisciano nelle mutande, vengono sostituiti dai nuovi capi bastone. Sul mercato sono prepotentemente apparse le sostanze stupefacenti, il grosso business dell’epoca che permetterà alla mafia calabrese di fare il salto di qualità e di trasformarsi nell’organizzazione criminale più forte al mondo, oggi, capace di mercanteggiare direttamente con i cartelli colombiani e di avere il monopolio in Europa per il traffico di cocaina.

Anche a Pagliarelle si spara. E si uccideranno per molto tempo, sino agli anni ’90. Quindici anni di faida, quindici anni di sangue. La nonna di Lea, davanti ai morti ammazzati della sua famiglia, ripeterà in continuazione: «il sangue si lava con il sangue».

Ma la giovane Lea è diversa, non è fatta di quella pasta. Incontra un piccolo e insignificante guappo di paese, Carlo Cosco. E si innamora.

Una mera illusione per la giovane donna, intenzionata ad affidare il suo cuore nelle mani di un uomo (in questo caso, di un quaquaraquà). Ma commette un grave errore: il guappo non ha sentimenti, è solo una bestia assetata di sangue e potere.

Lui sfrutterà l’amore della donna, la figlia del boss ammazzato e la sorella del contabile Fifì, per tentare la scalata criminale, per conquistare la piazza di spaccio milanese, in via Montello.

Un comprensorio, all’epoca, di proprietà dell’Ospedale Maggiore in mano alla ‘ndrangheta.

Trent’anni di anarchia criminale (spaccio di droga, omicidi, covo di latitanti, traffico di armi, locali affittati e venduti illegalmente agli immigrati), nella totale impunità, dove nessuno ha mai mosso un dito per riappropriarsi di una struttura pubblica.

Lea seguirà il suo uomo, il guappo diventato gregario di Fifì, proprio in via Montello.

Abbandona la sua terra per allontanarsi da un ambiente malsano. Ha una figlia piccola, Denise, concepita con il criminale dopo la tradizionale fuitina, da tutelare e proteggere.

Arriva nel comprensorio, ma la situazione non è affatto migliorata. Sembra di rivivere la faida di Pagliarelle. Non può uscire di casa, è succube del suo compagno violento. È costretta a subire la violenza animalesca della bestia, che conosce solo un linguaggio, e non è quello della ragione. Assiste anche a un omicidio, di un certo Antonio Comberiati, eliminato dai Cosco per completare la scalata criminale.

La donna decide di abbandonare il suo uomo, la sua “famiglia” e il covo mafioso. Prende sua figlia Denise e scappa. Ma una donna, secondo quella mentalità criminale, non può decidere con la propria testa. Comincia l’inferno per Lea Garofalo. Subisce due aggressioni durante i colloqui in carcere, dopo aver comunicato la sua definitiva decisione: il piccolo mafiosetto che colpisce senza pietà e due vigliacchi, il padre e uno dei fratelli, che guardano senza muovere un dito. 

La seguono, tentano continue mediazioni, anche il fratello boss prende posizione e la schiaffeggia in pubblica piazza. Tutti devono vedere, tutti devono sapere.

Ma sua sorella è calabrese, ha la testa dura, continua per la sua strada. Denise deve respirare un’altra aria.

Le bruciano tre macchine«Non mi volete far vivere in pace?»si confida con la sorella Marisa«Adesso vi sistemo io e dico tutto quello che so».

Capisce che l’unica strada da seguire è quella della Giustizia e si affida allo Stato. Incontra un magistrato, Salvatore Dolce, a Catanzaro («Dopo numerose minacce psichiche, verbali e mentali di denunciare tutti»scriverà nel suo memoriale nell’aprile del 2009«vengo ascoltata da un magistrato dopo un mese dalle mie dichiarazioni in presenza di un maresciallo e di un legale assegnatomi, mi dissero che bisognava aspettare di trovare un magistrato che non fosse corrotto dopo oltre un mese passato scappando di città in città con una figlia piccola, i carabinieri ci condussero alla procura della Repubblica di Catanzaro e lì fui sentita in presenza di un avvocato»e comincia a raccontare la sua storia, il suo dramma: parla della morte del padre, della faida di Pagliarelle, dei traffici e degli affari della sua famiglia, parla del fratello boss, degli affari dei Cosco, delle attività a Milano.

Svela ciò che non andava svelato e rompe il codice secolare della maledetta ‘ndrangheta. Diventa una collaboratrice di giustiziasenza aver commesso mai alcun tipo di reato.

Entra nel programma di protezione, dal 2002 al 2009: sette anni di tribolazioni. Le sue dichiarazioni non servono a nulla, non verrà mai istruito un processo.

In vita Lea Garofalo non viene ritenuta credibile. Anzi, viene definita una «pentita», una «prostituta», una «tossica». Il suo testamento, il memoriale scritto nel 2009, indirizzato al Capo dello Stato dell’epoca (Giorgio Napolitano, nda) e agli organi di informazione nazionali, verrà pubblicato solo dopo la sua tragica morte.

Non è mai stata aiutata da nessuno.

Negli anni della protezione cambia continuamente città, con sua figlia Denise è costretta a scappare da questi criminali che hanno deciso la sua condanna a morte. Durante il programma la protezione funziona. I tentativi dei Cosco, di mettere le mani sulla donna, risultano inutili. Ma questa nuova vita non soddisfa le esigenze delle due donne: sono anni difficili, pieni di sacrifici, non riescono nemmeno ad arrivare alla fine del mese.

A Bojano, in Molise, Lea chiama sua sorella e chiede di poter rientrare in Calabria. Svela la sua residenza protetta e viene cacciata, insieme a sua figlia, dal programma. Dopo un ricorso al Tar e al Consiglio di Stato, le due donne, riacquistano la protezione. Per poco tempo.

Rientrano in Calabria, con il permesso della ‘ndrangheta, e dopo diversi anni, la donna ribelle, si rivede con il suo ex convivente Carlo Cosco.

Nella sua mente criminale c’è il piano, nato agli inizi degli anni 2000, per l’eliminazione della donna. Sta cercando l’occasione giusta per sopprimere fisicamente la madre di sua figlia. Denise sta frequentando il secondo anno delle superiori a Campobasso e decidono di ritornare in Molise per permettere alla giovane di terminare l’anno scolastico.

È Cosco che si preoccupa di tutto, sembra cambiato, diverso. Ma è solo una tattica, una strategia. Tramite un’agenzia immobiliare affitta un’abitazione nel capoluogo molisano, in via Sant’Antonio Abate, numero 58.

Le due donne, insieme al Cosco e alla madre, ritornano in Molise. Ma Lea non è autorizzata a dormire nella nuova casa, deve restare in macchina.  

Dopo diversi giorni, stanca di essere trattata peggio di una bestia, fa irruzione in casa e affronta la suocera, la madre del mafiosetto di provincia.

Campobasso, via Sant’Antonio Abate, 58 (ph Paolo De Chiara)

Il 5 maggio 2009, il clan Cosco mette in pratica il piano preparato qualche anno prima. Un falso tecnico della lavatrice si presenta nell’abitazione molisana. La fimmina calabrese si accorge che il soggetto non è adatto ad aggiustare l’elettrodomestico rotto. È solo un sicario inviato dal clan per raggiungere l’obiettivo stabilito: stordire la donna, impacchettarla con dei cartoni, nasconderla in un furgone (prestato da un cinese, titolare di un’attività commerciale in via Montello a Milano), trasportala in Puglia, in aperta campagna, interrogarla, ucciderla e scioglierla nell’acido.

Secondo i magistrati di primo grado nel furgone parcheggiato davanti all’abitazione di Campobasso è presente un fusto con 50 litri di acido.

Il piano fallisce.

Miseramente.

Lea e Denise riescono ad avere la meglio. Sembrano dei dilettanti questi Cosco.

L’appuntamento con la morte è solo rinviato.

Il 24 novembre 2009, a Milano, dopo altri innumerevoli tentativi falliti, sei uomini si scagliano vigliaccamente contro una donna. Lea viene allontanata da sua figlia Denise, la fimmina che ha rotto il maledetto codice secolare della mafia calabrese deve morire.

La uccidono brutalmente in un appartamento. Per questi vigliacchi non basta, devono cancellare anche il suo corpo, che viene bruciato in un bidone in provincia di Monza.

Il luogo del delitto, San Fruttuoso – Monza (ph Paolo De Chiara)

Alla fine del primo grado di giudizio (30 marzo 2012), senza il corpo della donna, i magistrati parlano (e lo scrivono nelle motivazioni della sentenza) dei 50 litri di acido utilizzati per cancellare ogni traccia della donna.

Sei ergastoli: Carlo, Giuseppe e Vito Cosco, Rosario Curcio, Carmine Venturino e il falso tecnico della lavatrice Massimo Sabatino.

Tra il primo e il secondo grado si registra il colpo di scena. Uno dei soggetti condannati all’ergastolo diventa collaboratore di giustizia. Venturino (ritenuto dai magistrati parzialmente credibile), l’ex fidanzatino di Denise, utilizzato dal padre per controllare la figlia, offre la sua versione.

Lea Garofalo non è stata sciolta nell’acido. È stata uccisa a colpi di pugni, poi strangolata, poi trasportata in un magazzino a San Fruttuoso (Monza) e bruciata in un bidone.

Il bidone della morte (archivio Tribunale di Milano)

In un tombino – tre anni dopo la morte – verranno ritrovati 2.810 frammenti ossei della donna. Non riconosciuti con l’esame del DNA, ma utilizzando una vecchia lastra dentaria di Lea. Fornita da sua figlia Denise.  

Hanno distrutto una vita e un corpo, ma non sono riusciti a cancellare la memoria di una eroina che ha avuto la forza e il coraggio di dire No.

La fimmina calabrese ha vinto la sua battaglia: il clan è stato annientato con gli ergastoli. Nel secondo grado (29 maggio 2013) viene riformata parzialmente la precedente sentenza.

Quattro ergastoli: Carlo e Vito Cosco, Rosario Curcio, Massimo Sabatino; venticinque anni di reclusione per il collaboratore di giustizia Venturino e un’assoluzione per Giuseppe Cosco, detto Smith).

Il 18 dicembre del 2014 la Cassazione ha messo la parola fine, respingendo i ricorsi dei condannati. Denise, la figlia con lo stesso coraggio di sua madre, vive in località protetta, lontana da tutti e da tutto.

Oggi, Lea Garofalo, è ricordata in molte piazze, in molte città, in molte scuole. Perché la memoria, nel Paese senza memoria, è di vitale importanza.

Cimitero Monumentale, Milano (foto Paolo De Chiara)

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UNDICI ANNI DOPO. SPECIALE LEA GAROFALO

– LA LETTERAIl grido d’aiuto (inascoltato) di Lea Graofalo

– LE TESTIMONIANZE. «Lea Garofalo è una testimone di giustizia»

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– UNDICI ANNI DOPO

Attilio Manca: la Relazione sulla sua morte

IL MASSACRO. Chi è Stato? Il copione è sempre lo stesso. Per quante volte si è ripetuto nel Paese orribilmente sporco? Noi continueremo a tenere i riflettori accesi. Fino alla riesumazione del cadavere. Fino alla fine di questa brutta storia.

Attilio Manca: la Relazione sulla sua morte
Attilio Manca

di Paolo De Chiara

da WordNews.it

«…battendo sempre sullo stesso chiodo può persino crollare una casa.»

Pier Paolo Pasolini

Chi ha ucciso Attilio Manca, l’urologo di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina)? Chi ha paura di nominare questo nome? Chi è Stato a massacrarlo? Chi è Stato a depistare?  

La verità tarda ad arrivare, il processo di Viterbo si è rivelato inutile. Il verdetto grida ancora vendetta. Per quella giustizia, nonostante le dichiarazioni dei collaboratori, si è trattato di suicidio.

Un suicidio molto anomalo, per la verità. Attilio Manca, sicuramente, è Stato “suicidato”. Checchè ne dica qualche dirigente ministeriale o qualche ex magistrato.

Un mancino puro che si inocula un mix di droghe con la mano sbagliata. Attento anche a deporre le siringhe usate: una nel cestino della spazzatura (questa è una storia strapiena di monnezza umana) e l’altra in bagno. Entrambe chiuse con l’apposito tappo. Per non parlare delle impronte digitali del cugino (trovate in bagno) e dei legami, di quest’ultimo, con la mafia di Barcellona Pozzo di Gotto. Troverete tutto nella Relazione di minoranza della Commissione antimafia.

Compresi i personaggi squallidi e senza scrupoli, tipo Giovanni Aiello, meglio conosciuto come “faccia da mostro” (il killer di Stato e delle mafie). E’ Stato “suicidato” anche lui nel 2017? Anche l’infarto torna spesso in certe storie poco chiare. 

Chi ha massacrato il giovane Attilio? Gli appartenenti ai Servizi? I componenti di Cosa nostra? Aveva riconosciuto il latitante Provenzano (lasciato vergognosamente in libertà dagli apparati dello Stato per la famosa e sciagurata Trattativa con Cosa nostra)? Chi sono i traditori e i vigliacchi assassini? 

 

ll massacro di Attilio Manca

Il copione è sempre lo stesso. Quante volte si è ripetuto in questo Paese orribilmente sporco?

Noi continueremo a tenere i riflettori accesi. Fino alla riesumazione del cadavere. Fino alla fine di questa brutta storia. C’è una famiglia che chiede Giustizia, c’è una madre – la signora Angela – che pretende la Verità sulla morte di suo figlio. C’è un intero Paese, quello composto da persone perbene, che vuole conoscere la vera storia. Non quella inventata a tavolino e, per adesso, certificata con una sentenza.  

Per queste ragioni pubblichiamo integralmente la Relazione della Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomento delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere.  

Ma non ci fermeremo qui. 

RELAZIONE DI MINORANZA SULLA MORTE DI ATTILIO MANCA

(Relatori: on. Giulia Sarti, senLuigi Gaetti, on. Francesco D’Uva, on. Fabiana Dadone e sen. Mario Michele Giarrusso)

Presentata alla Commissione nella seduta del 21 febbraio 2018

1. Premessa

La morte di Attilio Manca, giovane urologo di Barcellona Pozzo di Gotto, è l’ennesimo episodio nel quale l’onere di ricercare verità e giustizia è rimasto, in primis, sulle fragili spalle dei suoi familiari. L’accorato appello della madre di Attilio Manca, Angela Gentile, audita da questa Commissione nella missione a Messina del 27 e 28 ottobre 2014 (insieme al padre e al fratello di Attilio Manca, nonché al legale Fabio Repici), non può essere pertanto capziosamente mistificato e ritorto in «campagna mediatica».

Sin dal ritrovamento del cadavere di Attilio Manca, avvenuto la mattina del 12 febbraio 2004, nella sua abitazione di Viterbo, vi sono stati episodi tali da sollevare ragionevoli dubbi circa la causa accidentale della sua morte e delle lacune investigative di cui si darà conto nel seguito della relazione.

Particolare rilievo meritano le circostanze attraverso le quali i genitori e il fratello di Attilio vennero a sapere della sua improvvisa morte e riuscirono ad arrivare a Viterbo per vedere la salma.

La morte del medico venne comunicata dallo zio, Gaetano Manca, padre di Ugo Manca, al fratello di Attilio, Gianluca Manca intorno all’ora di pranzo del 12 febbraio 2004. Comunicò subito che, all’interno dell’appartamento di Attilio erano state trovate due siringhe, una in bagno e l’altra nella pattumiera della cucina. Stando alle sue parole, la comunicazione gli pervenne da una collega di Attilio, l’anestesista Giuseppina Genovese. Ugo Manca, il cugino della vittima, darà invece un’altra versione: a informarli sarebbe stato il primario dell’ospedale Belcolle di Viterbo, Antonio Rizzotto.

Venne comunicato alla famiglia di Attilio da Gaetano Manca che erano stati già fatti dei biglietti aerei con i nominativi di Gino Manca, Gianluca Manca e, inaspettatamente, Ugo Manca, senza la mamma di Attilio, Angela Gentile. La famiglia si oppose e alla fine partirono in aereo solo i genitori e il fratello di Attilio, accompagnati dal fratello della signora Gentile. Ugo Manca, diversamente da quanto da lui programmato, dovette recarsi a Viterbo separatamente in treno.
Da rilevare il comportamento assunto da Ugo Manca per tutta la giornata del 13 febbraio, durante la quale cercò spasmodicamente di entrare nell’abitazione del cugino Attilio posta sotto sequestro, asseritamente per recuperare dei vestiti da utilizzare per vestire la salma, nonostante gli zii gli avessero già segnalato la volontà di comprare abiti nuovi per quella triste occasione. Vistasi negata l’autorizzazione dalla famiglia del medico, Ugo Manca si recò personalmente alla procura di Viterbo cercando di farsi, inutilmente, rilasciare il permesso per entrare in casa nonostante i sigilli.

2. L’inizio delle indagini e l’iter del procedimento

Il cadavere di Attilio Manca venne ritrovato nel proprio appartamento di Viterbo (il giovane professionista da circa un anno operava presso il reparto di urologia dell’ospedale Belcolle di Viterbo) nella mattina del 12 febbraio 2004, poco prima delle ore 11. Intervenuti il medico del 118 e agenti della Polizia di Stato, immediatamente ne nacquero le indagini, che vennero affidate al dottor Renzo Petroselli (anch’egli audito da questa Commissione, insieme all’allora procuratore capo di Viterbo Alberto Pazienti, il 13 gennaio 2015 e il 9 aprile 2015). Essendo evidente che la plausibile causa di morte del giovane medico fosse l’assunzione di droga, in ragione del rinvenimento di due siringhe usate, le indagini della procura di Viterbo e della locale squadra mobile (al tempo guidata dal dottor Salvatore Gava, già indagato – e poi condannato definitivamente – per falso ideologico con abuso delle funzioni in relazione ai fatti del G8 di Genova) furono mirate a documentare i rapporti tra Attilio Manca e una donna romana con precedenti per droga, tale Monica Mileti che, nel pomeriggio del 10 febbraio 2004, aveva effettivamente incontrato Manca a Roma. Tuttavia la Mileti non venne nemmeno iscritta sul registro degli indagati. Seguirono ripetute richieste di archiviazione formulate dal pubblico ministero Petroselli, rigettate per due volte dall’allora giudice per le indagini preliminari di Viterbo Gaetano Mautone (il 13 maggio 2005 e il 18 febbraio 2006), il quale, accogliendo le richieste di opposizione del legale della famiglia Manca, dispose lo svolgimento di ulteriori indagini. Una terza richiesta di archiviazione venne avanzata dalla procura il 20 novembre 2009 e, a seguito di un’ulteriore opposizione dell’avvocato della famiglia Manca, il GIP, Salvatore Fanti, disponeva di procedere ad altri accertamenti. Il pubblico ministero formulò una quarta richiesta di archiviazione accolta dal GIP il 26 luglio 2013, a quasi dieci anni dalla morte di Attilio Manca.

Da evidenziare, purtroppo, il fatto che la procura di Viterbo in tutto questo lasso di tempo, anche a seguito di ufficiali sollecitazioni, si rifiutò di sentire i genitori di Attilio Manca e di verbalizzarne le dichiarazioni. Per questo, essi hanno dovuto sobbarcarsi l’onere di cercare verità e giustizia in tutte le sedi possibili, chiedendo semplicemente che venissero compiute indagini maggiormente approfondite sulla morte dell’urologo barcellonese, cominciando una via crucis che purtroppo nella storia italiana troppo spesso i familiari delle vittime si sono trovati a percorrere a causa delle inadempienze dello Stato. Così, i genitori di Attilio Manca si rivolsero alla procura distrettuale antimafia di Messina, al commissariato di pubblica sicurezza di Barcellona Pozzo di Gotto, alla compagnia dei Carabinieri di Pozzo di Gotto.

3. Le lacune investigative

A causa dei mancati accertamenti e di determinate lacune investigative di seguito evidenziate, si sono creati dei veri e propri buchi neri nella ricostruzione dei fatti che hanno prodotto probabilmente irreparabili danni alla doverosa ricerca di verità.
Vi sono, tuttavia, alcuni dati certi, occultati da vere e proprie campagne negazioniste, delle quali non si comprende la genesi.

3.1. L’orario della morte

Il primo dato riguarda l’orario approssimativo della morte di Attilio Manca. Quando, alle 11.45 del 12 febbraio 2004 il medico dottor Gliozzi, intervenne presso l’abitazione del medico per attestarne il decesso, rilevò che Attilio Manca era morto circa «dodici ore prima», come si legge inequivocabilmente nell’annotazione dell’ufficio prevenzione generale – squadra volante della questura di Viterbo del 12 febbraio 2004 alle ore 14 (cfr. annotazione di servizio dell’ufficio prevenzione generale – squadra volante – della questura di Viterbo). Quindi, fin da subito, si apprese che Attilio Manca era morto nella notte fra l’11 e il 12 febbraio 2004. Del resto, perfino la lacunosissima autopsia redatta dalla dottoressa Dalila Ranaletta, incaricata dal PM Petroselli, attestò inizialmente allo stesso 12 febbraio 2004 la data della morte del giovane medico.

Rispetto a questo dato, c’è un ulteriore elemento di riscontro, fornito dalle dichiarazioni rese alla Polizia di Stato nell’immediatezza dalla vicina di casa di Attilio Manca, Angela Riondino, la quale, sentita lo stesso 12 febbraio 2004, riferì che «ieri sera verso le ore 22 – 22.15 ho udito chiudere la porta dell’appartamento del dottor Manca, preciso che io mi trovavo dentro il mio appartamento e non ho veduto se fosse rientrato lui o altri, o comunque lo stesso con altre persone» (cfr. verbale dichiarazioni rese da Angela Riondino). Ne deriva che gli inquirenti appresero che in orario concomitante con la morte di Attilio Manca, qualcuno aveva chiuso la porta della sua abitazione.

Questi dati, importantissimi perché convergenti tra loro, sono stati sostanzialmente minimizzati perché la prima relazione della dottoressa Ranalletta, il successivo esame autoptico, insieme all’integrazione richiesta poi dal GIP, presentano lacunosità tali da aver lasciato aperto il campo delle interpretazioni da parte della procura sull’effettivo e preciso orario della morte, quando sarebbe bastato effettuare correttamente l’autopsia del 13 febbraio 2004, il giorno dopo il ritrovamento del cadavere del medico barcellonese.

3.2. La ricostruzione delle giornate del 10 e 11 febbraio

Va subito segnalato che il principale vuoto delle indagini riguarda le ultime 24 ore di vita di Attilio Manca. Le ultime sue tracce risalgono alla tarda sera del 10 febbraio 2004. Fino a oggi gli inquirenti non hanno mai saputo dire cosa abbia fatto e dove sia stato Attilio Manca nell’intera giornata dell’11 febbraio 2004, poiché la tesi della procura muoveva dal presupposto immotivato (visti gli elementi di cui sopra, in mano agli inquirenti fin da subito) che il medico fosse morto già dalla sera/notte del 10 febbraio.

Il 10 febbraio 2004 Attilio Manca era stato serenamente a pranzo dall’amica Loredana Mandoloni. Aveva sentito al telefono i propri genitori e aveva avuto con loro una conversazione affettuosa. Subito dopo pranzo aveva sentito al telefono il barcellonese Salvatore Fugazzotto, suo vecchio amico ma negli ultimi tempi soprattutto amico di Ugo Manca e – come raccontato da Loredana Mandoloni al fratello di Attilio, Gianluca Manca, che lo riferì agli inquirenti – a quel punto mostrò preoccupazione e fastidio, cambiando umore e sostenendo di dover incontrare a Roma persone che non aveva piacere di vedere. A quel punto si diresse a Roma da solo alla guida della propria auto. Fino a quel momento non aveva ancora avuto alcun contatto telefonico con Monica Mileti. Le telefonò, invece, quando si trovava già a Ronciglione, avendo già quindi percorso un rilevante tratto di strada sulla Roma-Viterbo. Conseguentemente, la sua decisione di andare a Roma prescindeva dall’incontro con la Mileti. Peraltro, non si può trascurare che il rapporto di Manca con la Mileti ha origine nell’ambiente barcellonese (di cui si dirà dopo), visto che a presentare la Mileti all’urologo fu Guido Ginebri, altro soggetto barcellonese vicino a Ugo Manca. Sennonché, Attilio Manca, che aveva vissuto a Roma per oltre dieci anni e che considerava la capitale come la propria città d’adozione, mentre si dirigeva a Roma ritenne di telefonare per due volte all’ospedale di Viterbo per chiedere a una infermiera e a un collega medico, entrambi per nulla pratici della città capitolina, indicazioni su due luoghi a lui per forza noti (in un caso addirittura piazza del Popolo), come a voler lasciare tracce dei suoi spostamenti. D’altra parte, avesse davvero avuto bisogno di informazioni stradali su Roma, le avrebbe potute chiedere per strada.

In riferimento al ritrovamento del cadavere, un dato certo è che Attilio Manca aveva ingerito del cibo poche ore prima di morire. Dove, visto che in casa non furono trovate tracce di pasti? Forse quell’11 febbraio Attilio Manca era stato fuori di casa? Dove? E con chi? Gli inquirenti non sono stati in grado di fornire risposte.
Ciò che successe ad Attilio Manca nella giornata dell’11 febbraio rimane, dunque, avvolto nel mistero.

3.3. L’ultima telefonata

Questo vuoto temporale è di indubbio rilievo perché richiama le dichiarazioni dei genitori di Attilio Manca circa l’ultima telefonata che essi ricevettero dal loro figlio, il quale li chiamava immancabilmente ogni giorno, anche più volte nello stesso giorno, nella mattina dell’11 febbraio 2004.
La conversazione fra il medico e la madre durò pochissimo e vi fu la richiesta da parte di Attilio, davvero insolita e stravagante per la stagione, di far mettere a punto e di controllare la motocicletta, che si trovava nella casa di villeggiatura, affinché fosse pronta per agosto.
Questa telefonata non compare nei tabulati telefonici forniti dalle compagnie riferiti al medico e ai genitori, né nella lista delle telefonate del cellulare del Manca ritrovato nel suo appartamento.

Tuttavia, non può essere trascurato che sia Loredana Mandoloni (infermiera del reparto di urologia dell’ospedale Belcolle particolarmente legata a Manca) sia Maurizio Candidi (collega di reparto e amico di Attilio Manca) riferirono il 13 e il 14 febbraio 2004 alla Polizia di Stato di aver appreso dalla madre di Attilio Manca nella mattina del 13 febbraio che ella aveva sentito al telefono il proprio figlio giusto nella mattina dell’11 febbraio.

Come si può ragionevolmente credere che, il giorno dopo aver appreso del decesso del proprio amato figlio, una madre non ricordasse nitidamente il momento in cui lo aveva sentito per l’ultima volta, soprattutto in ragione di quella stravagante richiesta che le aveva destato un netto stupore? Senza trascurare che l’assenza di contatti telefonici fra il 10 febbraio e l’ora di pranzo del 12 febbraio avrebbe sicuramente destato preoccupazioni nei genitori del medico, abituati a sentirlo più volte al giorno, come si è specificato, e immancabilmente tutti i giorni.

Nelle settimane seguenti l’uccisione del figlio, i genitori di Attilio Manca scoprirono che la moto in questione, situata nella loro residenza estiva a Tonnarella, era perfettamente funzionante. Quella telefonata, apparentemente senza senso, quindi, poteva essere il disperato tentativo di lanciare un segnale?

Tonnarella è una contrada messinese a metà fra i comuni di Terme Vigliatore e di Furnari, in provincia di Messina. A fare riferimento a quel territorio furono le parole registrate da un’intercettazione ambientale del 13 gennaio 2007 (confluita nell’operazione antimafia di Messina denominata «Vivaio»), di Vincenza Bisognano, sorella del boss barcellonese Carmelo Bisognano (oggi collaboratore di giustizia), mentre si trova in auto assieme al suo convivente Sebastiano Genovese e a una coppia di amici (cfr. intercettazione ambientale del 13 gennaio 2007).

I quattro iniziarono a parlare della vicenda di Attilio Manca, collegandola alla presenza di Provenzano a Barcellona Pozzo di Gotto. Uno degli uomini in macchina, Massimo Biondo, affermò con estrema certezza che il capo di cosa nostra si nascose per un periodo proprio nella cittadina messinese e, riferendosi ad Attilio Manca, aggiunse: «Però sinceramente, stu figghiolu era a Roma a cu ci avia a dari fastidio? (questo ragazzo era a Roma, a chi doveva dare fastidio?)». A quel punto, Vincenza Bisognano rispose: «Perché l’aveva riconosciuto».

Il soggetto a cui si sta facendo riferimento era evidentemente il boss Bernardo Provenzano, tanto che Biondo subito dopo incalzò: «Lo sanno pure le panchine del parco che Provenzano era latitante a Portorosa… cioè lo sanno tutti».
Portorosa ricade nel territorio di Furnari, tra il golfo di Milazzo e Tindari, a pochissimi chilometri da Barcellona Pozzo di Gotto ma, soprattutto, a un passo da Tonnarella. La stessa contrada dove i Manca avevano la loro residenza estiva e a cui fece riferimento Attilio nell’ultima telefonata alla madre.
Questa intercettazione ambientale ha fatto parte di una delle opposizioni alle richieste di archiviazione della procura di Viterbo ma la stessa procura ha omesso di trasmettere gli atti alla direzione distrettuale antimafia di Roma.

3.4. Le anomalie degli accertamenti medico-legali

Quanto all’autopsia, è bene rilevare come la scelta da parte della procura quale proprio consulente della dottoressa Ranalletta si presentò fin da subito come massimamente inopportuna. Ella, infatti, conosceva personalmente il medico defunto, in quanto moglie del primario del reparto di urologia dell’ospedale viterbese, professor Antonio Rizzotto, il quale, al momento del conferimento dell’incarico alla moglie, era già stato sentito come testimone dagli inquirenti.

Inoltre è stato accertato che proprio a causa dell’operato negligente del suddetto medico legale non è stato possibile stabilire con certezza l’orario della morte del Manca.

Il chimico-tossicologo, dottor Fabio Centini, incaricato dalla procura in ausilio alla dottoressa Ranalletta, è stato, poi, capace di dichiarare di aver effettuato un test tricologico su un reperto pilifero di Attilio Manca, senza averne mai avuto incarico, senza saper indicare le modalità di espletamento e senza poter esplicitare nemmeno la data nella quale il presunto test sarebbe stato realizzato. Tutto ciò in assenza di comunicazioni al legale della famiglia, che avrebbe potuto altrimenti nominare un secondo consulente all’atto del test. Ciò rileva poiché il test tricologico è un esame irripetibile, ovvero implica la distruzione del reperto analizzato.

Nulla di questo, però la certezza, da parte del consulente, che all’esito del test da lui autoassegnatosi, era risultato un pregresso uso di eroina da parte di Attilio Manca. Eppure, è noto a tutti che l’esame tricologico, quando realmente effettuato e quando praticato con modalità ortodosse, consente perfino la datazione della pregressa assunzione di sostanza stupefacente.
Invece, nel caso di Attilio Manca, connotato da tutte le anomalie sopra descritte, pure il presunto test tricologico deve essere incasellato nella forzosa costruzione virtuale di chi ha deciso che la morte dell’urologo barcellonese andasse liquidata come il banale decesso di un imprudente eroinomane. Sì, imprudente, e pure consapevolmente, se si considera che il medico, in concomitanza con la doppia iniezione di eroina, avrebbe assunto anche un flacone e mezzo di sedativo Tranquirit, contenente abbondantissima dose di benzodiazepina, sostanza che ha concorso a provocarne la morte. Con la conseguenza che, se si volesse essere fedeli al principio di realtà, nell’ipotizzare l’assunzione volontaria di eroina da parte di Attilio Manca, si dovrebbe concludere per una volontaria scelta di morte: un suicidio, evenienza che, però, dagli inquirenti viterbesi è stata decisamente destituita di fondamento.
Già sulla scorta di questi dati certi e inconfutabili non può essere in alcun modo convalidata l’ipotesi prospettata dalla procura di Viterbo.

4. Il mancinismo e l’inesistente rapporto con l’eroina di Attilio Manca

Altro dato certo è che Attilio Manca è morto per effetto di due iniezioni di eroina praticate al polso sinistro e nell’incavo del gomito sinistro. Nonostante una incresciosa «campagna» per cercare di occultare la verità, Attilio Manca era un mancino puro e, come riferito all’unanimità da tutti i suoi colleghi, del tutto inabile a compiere con la mano destra anche i gesti più banali. I suoi colleghi hanno riferito agli inquirenti di ritenere del tutto impossibile che Attilio Manca potesse essersi iniettato la droga nel braccio sinistro con la mano destra.

Massimo Fattorini, sentito il 17 dicembre 2010, dichiarava: «Io ed Attilio eravamo molto amici e ci frequentavamo anche fuori dall’ambiente ospedaliero … Manca Attilio nel suo lavoro utilizzava solo la sinistra, sia per scrivere che per svolgere ogni altra attività. A differenza di altri dottori mancini, che riescono ad utilizzare anche la destra, lui non poteva farlo: la utilizzava solo per tenere la strumentazione chirurgica che poi per l’uso la passava a quella sinistra. Era certamente una sua spiccata caratteristica … Come detto Attilio era mancino puro e quindi con la destra escludo che potesse fare dei movimenti precisi come quelli di farsi un’iniezione».

Simone Maurelli, sentito il 18 dicembre 2010, dichiarava: «Sono sicuro che Manca Attilio fosse mancino, scriveva sicuramente con la sinistra. Non sono in grado però di precisare se fosse in grado di utilizzare anche la destra soprattutto per i lavori più delicati che competono al nostro mestiere. È successo che abbiamo effettuato degli interventi chirurgici insieme ma non ricordo se Attilio utilizzava la destra o la sinistra: ho modo di ritenere che utilizzasse la sinistra. Mi è rimasto in mente il fatto che Attilio rispondeva al cellulare utilizzando la mano sinistra perché portava l’apparecchio all’orecchio destro, facendo un movimento inconsueto… Posso solo ipotizzare che se per rispondere al telefono utilizzava la mano sinistra, difficilmente avrebbe potuto farsi un’iniezione con la mano destra in quanto è un’operazione che richiede precisione».

Fabio Riccardi, sentito il 20 dicembre 2010, dichiarava: «Sono sicuro che Manca Attilio fosse mancino e scriveva con la sinistra. La destra la utilizzava poco e per gesti semplici. Nelle poche occasioni che l’ho visto operare in sala operatoria o in ambulatorio Attilio usava solo la sinistra. Per esempio anche i punti di sutura che applicava ai pazienti, teneva il porta aghi con la mano sinistra. Del resto anche nello scrivere nelle cartelle cliniche o le impegnative lo faceva sempre con la mano sinistra… Posso solo ipotizzare che, visto come utilizzava la destra, gli sarebbe stato difficile iniettarsi droga con quella mano».

Loredana Mandoloni, sentita il 22 dicembre 2010, dichiarava: «Sono certa che Manca Attilio nello scrivere e nel mangiare utilizzava la mano sinistra, anche nel lavoro e nelle varie prescrizioni mediche. Non sono in grado di riferire se in sala operatoria il Manca utilizzasse la destra o la sinistra in quanto non mi è mai capitato di assisterlo».

Giuseppe Panini, sentito il 4 gennaio 2011, dichiarava: «Sono sicuro che Manca Attilio fosse mancino e scriveva con la sinistra. La destra l’utilizzava poco e per gesti semplici. Anche nella sua professione di medico utilizzava la sinistra anziché la destra. Ricordo che anche nel rispondere al telefono sia esso fisso che cellulare utilizzava sempre la mano sinistra».

Maurizio Orlando Candidi, sentito il 7 gennaio 2011, dichiarava: «Sono sicuro che Manca Attilio fosse mancino, scriveva con la sinistra e svolgeva le sue normali attività con tale mano. È capitato di operare insieme a lui ed anche in queste circostanze ricordo che Attilio utilizzava come mano principale sempre la sinistra. La destra l’utilizzava poco e per gesti semplici… Reputo questa circostanza molto difficile perché sarebbe stato per lui un gesto certamente innaturale. Del resto anche quando operava nei gesti più banali utilizzava la sinistra. Ritengo che quindi, farsi un’iniezione endovena con la sua mano non naturale sia stato estremamente difficile».

Eppure, a fronte di ciò, la menzogna del presunto ambidestrismo di Attilio Manca, lanciata per la prima volta da personaggi barcellonesi coinvolti nelle indagini sulla morte del medico e per ciò solo portatori di interesse al depistaggio, è stata incresciosamente raccolta perfino dal GIP Salvatore Fanti, il quale, smentendo le risultanze ufficiali, asseverò nel provvedimento di archiviazione che Attilio Manca dovesse essere ambidestro perché esperto nella pratica chirurgica della laparascopia.

Anche in riferimento all’ipotetica assunzione di eroina da parte del Manca, tutti i colleghi viterbesi smentivano la possibilità che l’urologo potesse essere un consumatore di droghe, dato che nessun foro era mai stato visibile sulle braccia dell’uomo da parte dei colleghi che operavano quotidianamente in sala operatoria con lui, né aveva mai manifestato alcun segnale di crisi di astinenza.

Diversamente gli amici di infanzia barcellonesi della vittima hanno fornito dichiarazioni incresciose circa l’utilizzo abituale di eroina da parte del Manca.
Addirittura uno di loro, Lelio Coppolino, in atto imputato di falsa testimonianza a Messina in relazione all’omicidio del giornalista barcellonese Beppe Alfano, ha reso alla polizia due versioni completamente antitetiche una rispetto all’altra: una prima volta, disse che Attilio fosse del tutto estraneo alla droga e anzi ne avesse disprezzo; una seconda volta, allorché il cugino di Attilio, Ugo Manca, finì indagato, disse che Attilio era frequente assuntore di eroina.

Lo stesso Ugo Manca, sentito come testimone nel processo a carico di Monica Mileti, ha dichiarato che Attilio Manca fosse un consueto assuntore di eroina e di recente, intervistato da una nota trasmissione televisiva, «Le Iene», lo ha etichettato, senza appello, come «il drogato». Eppure Ugo Manca, mesi addietro, aveva scelto di intraprendere un viaggio di mille chilometri, dalla Sicilia a Viterbo, per farsi operare ad un testicolo dal cugino, pur sapendolo, da quanto da lui dichiarato, eroinomane. Si può dare credito, quindi, alle sue parole?

Non si comprendono pertanto i motivi per i quali sia stato dato più peso alle dichiarazioni degli amici di infanzia della vittima (tutti riconducibili al contesto barcellonese – di cui si dirà dopo), rispetto a quelle di chi frequentava il Manca quotidianamente negli anni precedenti la sua morte.

5. Lo stato dei luoghi al ritrovamento del cadavere

Al momento del ritrovamento del cadavere, vennero ritrovate a casa del medico due siringhe, una nel cestino dei rifiuti in cucina e una sul pavimento del bagno. Entrambe le siringhe erano state chiuse con il tappo salva-ago e una delle due presentava perfino il tappo salva-stantuffo.

Eppure, nell’appartamento di Attilio Manca non sono state trovate tracce del materiale necessario alla liquefazione dell’eroina da aspirare nelle due siringhe utilizzate.

Poiché, secondo la teoria della procura di Viterbo, Attilio Manca sarebbe svenuto e poi morto subito dopo l’assunzione dell’eroina, si dovrebbe ritenere, per convalidare i teoremi degli inquirenti, che Manca avesse acquistato la droga già pronta all’uso nelle siringhe: un inedito nella pur alluvionale letteratura giudiziaria in materia di droga. L’alternativa consisterebbe nella presenza di qualcuno insieme a Manca al momento dell’assunzione dell’eroina, che poi avrebbe fatto sparire le tracce degli strumenti utilizzati alla liquefazione della droga. Essendo accertato che Monica Mileti, del processo a carico della quale poi si dirà, non mise mai piede a Viterbo nel febbraio 2004 prima della morte di Attilio Manca, si dovrebbe ipotizzare che un soggetto rimasto fino a oggi sconosciuto sia stato in compagnia di Attilio Manca nel momento in cui egli predispose e si inoculò l’eroina mortale. A ben vedere, l’unica risposta logica all’anomalia ora rilevata è fornita proprio dalle dichiarazioni della vicina di casa di Manca, che per l’appunto percepì nella tarda sera dell’11 febbraio (proprio in concomitanza con l’ora della morte del medico) la chiusura della porta di casa di Attilio Manca, evidentemente da parte di qualcuno che vi si allontanava.
  Ancora, sulla superficie delle due siringhe non fu rilevata alcuna impronta digitale. Come dare spiegazione ragionevole a tale dettaglio? Si può pensare che Attilio Manca avesse adoperato dei guanti per evitare di lasciare impronte digitali? Per quale motivo? E, soprattutto, quei guanti che fine avrebbero fatto, visto che nell’appartamento non vennero trovati?

6. L’impronta di Ugo Manca

Fra le anomalie alle quali gli inquirenti non hanno saputo dare risposta c’è anche l’impronta digitale di Ugo Manca trovata a casa di Attilio a Viterbo, su una piastrella del bagno vicino alla doccia, cioè nella stanza più umida della casa, quindi sul materiale e nelle condizioni più improbabili per la sua permanenza. L’interessato ha riferito, anche agli organi di informazione, di averla lasciata a metà dicembre 2003, ben due mesi prima della morte del cugino, allorché fu ospitato una notte dallo stesso in previsione di un intervento chirurgico che gli venne praticato proprio da Attilio Manca all’ospedale Belcolle. Eppure nello stesso appartamento non sono state trovate impronte dei genitori di Attilio Manca, ospiti del figlio a Natale 2003, e nemmeno dei suoi amici che trascorsero la serata a casa di Manca addirittura il 6 febbraio 2004.

7. Il processo a carico di Monica Mileti

La procura di Viterbo, dopo aver fatto trascorrere ben dieci anni, ha promosso un processo a carico di Monica Mileti, imputandole la cessione delle dosi di eroina che avrebbero causato la morte di Attilio Manca (articolo 73 del decreto del Presidente della Repubblica n. 309 del 1990) e anche la morte come conseguenza di altro delitto (articolo 586 codice penale).

Ma proprio a causa del tempo fatto decorrere dalla procura di Viterbo, in udienza preliminare il GUP di Viterbo dovette dichiarare la prescrizione per la seconda delle imputazioni. Per la cessione di droga si è, invece, svolto un dibattimento che ha avuto un andamento davvero imbarazzante. Si è iniziato con l’esclusione dei familiari di Attilio Manca, che si erano costituiti parte civile, su richiesta del PM Petroselli, il quale ha sostenuto, confortato dalla decisione del giudice, che essi non avevano subito danni dalla cessione di droga della Mileti al figlio (contrastando quanto lo stesso pubblico ministero aveva contestato alla Mileti in udienza preliminare con la morte di Attilio Manca come conseguenza della cessione di droga).

Si è proseguito con la mancata citazione, da parte della difesa dell’imputata, dei numerosi testimoni a discarico di cui poteva disporre: i colleghi di Attilio Manca che escludevano che l’urologo barcellonese assumesse droga; i collaboratori di giustizia che avevano dichiarato all’autorità giudiziaria che la morte per droga di Attilio Manca fosse la dissimulazione di un omicidio. La difesa dell’imputata ha perfino omesso di rivolgere alcuna domanda alla mamma di Attilio Manca, allorché costei fu citata dal tribunale a deporre, con una testimonianza durata pochi minuti, dopo che l’anziana donna era stata costretta a sobbarcarsi un viaggio di mille chilometri.
In sostanza, dunque, il processo che formalmente si è celebrato a carico di Monica Mileti, di fatto ha avuto come imputato Attilio Manca. Con una peculiarità patologica: mentre la Mileti ha, come detto, scelto di non difendersi, Attilio Manca era impossibilitato a difendersi, tanto più dopo che dal processo erano stati cacciati i suoi familiari, che si erano costituiti parte civile

8. Il contesto di Barcellona Pozzo di Gotto

Il punto sul quale la giustizia viterbese ha omesso ogni accertamento riguarda, forse non a caso, la mafia barcellonese. Attilio Manca una decina di giorni prima di morire, in modo del tutto inusuale, aveva chiesto informazioni ai propri genitori circa un personaggio barcellonese a nome Angelo Porcino. Era stato – aveva aggiunto – il cugino Ugo Manca a preannunciargli una visita di Porcino a Viterbo per un non meglio precisato consulto. La stranezza della richiesta consisteva nel fatto che quell’Angelo Porcino, più che ai genitori di Attilio Manca, persone del tutto ignare delle dinamiche sotterranee della società barcellonese, era noto alle cronache giudiziarie come mafioso, con legami coi soggetti di vertice della famiglia barcellonese di cosa nostra, quali Giuseppe Gullotti, condannato definitivamente per l’omicidio del giornalista Beppe Alfano, e Rosario Pio Cattafi.

Riscontro oggettivo a quell’evenienza, peraltro, risulta dai dati di traffico telefonico, giacché proprio dieci giorni prima di morire effettivamente Attilio Manca aveva ricevuto delle telefonate dal cugino Ugo. Dagli stessi dati, peraltro, risulta che i due, Ugo Manca e Angelo Porcino, avevano una rete di contatti comuni con utenze site in Svizzera e in Francia e risulta anche, come era stato riferito fin dall’immediatezza agli inquirenti da Gianluca Manca, fratello della vittima, che nella mattina successiva al ritrovamento del cadavere di Attilio Manca, Ugo Manca, precipitatosi a Viterbo, si era mantenuto in costante contatto telefonico con Angelo Porcino, aggiornando quest’ultimo sulle informazioni che riusciva a raccogliere al riguardo della morte di Attilio Manca.

C’è da ritenere, dunque, che anche il tentativo di Ugo Manca (al quale la procura di Viterbo ha omesso di dare una ragionevole spiegazione) di introdursi nell’appartamento di Attilio Manca sottoposto a sequestro, veniva concordato col mafioso Angelo Porcino.
Ma nulla di tutto questo è interessato alla giustizia viterbese. Lì il vero imputato è stato, come nei delitti di mafia nella Sicilia di decenni orsono, Attilio Manca, impossibilitato a difendersi. D’altronde, forse non è un caso che le sollecitazioni dei familiari di Attilio Manca sono state spesso pavlovianamente qualificate come tesi della «difesa». Difesa di chi, se non della memoria di Attilio Manca?

La procura di Viterbo iscrisse nel registro degli indagati, per l’omicidio di Attilio Manca, alcuni dei suddetti soggetti barcellonesi amici d’infanzia di Attilio Manca: Ugo Manca, Lorenzo Mondello, Andrea Pirri, Angelo Porcino e Salvatore Fugazzotto.

Per i cinque barcellonesi era poi sopraggiunta l’archiviazione. Va rilevato, però, come, nel chiedere la suddetta archiviazione, i pubblici ministeri di Viterbo abbiano utilizzato «le dichiarazioni, raccolte aliunde, di soggetti barcellonesi. Non solo. Fra i soggetti le cui dichiarazioni sono state utilizzate per la richiesta di archiviazione c’è perfino Salvatore Fugazzotto, persona sottoposta a indagini nel presente procedimento le cui dichiarazioni, rese quale persona informata sui fatti, sono state ritenute utili per l’archiviazione. Un caso unico di indagato che fa pure da testimone a propria discolpa». (vedi richiesta di opposizione presentata dal legale della famiglia Manca, Fabio Repici, il 17 giugno 2012).

Quanto alla figura di Rosario Pio Cattafi, nato a Barcellona Pozzo di Gotto il 6 gennaio 1952, è utile evidenziare alcuni dettagli del suo passato.
Rosario Cattafi, oltre ad essere imputato nel processo “Gotha 3” per il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso (il giudizio è ancora in fase di definizione, essendo in corso il processo di appello, dopo il rinvio della Cassazione, avvenuto il 1 marzo 2017) e condannato con sentenza passata in giudicato per il reato di calunnia, è pregiudicato per i reati di lesioni (è stato riconosciuto colpevole di aver aggredito brutalmente a Messina nel dicembre 1971 cinque studenti universitari in concorso con Pietro Rampulla che sarà l’artificiere della strage di Capaci), porto e detenzione abusivi di arma (fu condannato per aver detenuto un mitra Sten dal quale venne esplosa una sventagliata all’interno della Casa dello studente di Messina nella notte tra il 27 ed il 28 aprile 1973) e di cessione di sostanze stupefacenti. Cattafi fu, inoltre, testimone di nozze del boss barcellonese Giuseppe Gullotti, il quale, oltre ad essere stato condannato a trent’anni di reclusione come mandante dell’omicidio del giornalista Beppe Alfano, è stato colui che ha fornito, secondo il pentito Giovanni Brusca, il telecomando della bomba che fece saltare in aria l’autostrada a Capaci il 23 maggio 1992.

Nell’esposto presentato dai legali della famiglia Manca alla DDA di Roma l’8 aprile 2015 «si segnalavano i contatti intercorsi nelle ultime settimane di vita fra Attilio Manca e Ugo Manca e anche la visita a Viterbo, preannunciata da Ugo Manca, che avrebbe fatto ad Attilio Manca per non meglio precisate ragioni il pregiudicato Angelo Porcino, condannato il 19 dicembre 2014 dalla corte di assise di Messina anche per associazione mafiosa (sentenza confermata in appello il 2 luglio 2016), quale componente della famiglia di cosa nostra di Barcellona Pozzo di Gotto. Angelo Porcino è solo uno dei soggetti organici alla famiglia mafiosa barcellonese cui da sempre Ugo Manca è stato legato. Nel corso del tempo gli scriventi hanno segnalato all’autorità giudiziaria anche i legami fra Ugo Manca e uno dei capi della famiglia mafiosa barcellonese, Rosario Pio Cattafi e hanno anche prodotto la relazione di servizio della Compagnia CC di Barcellona Pozzo di Gotto del 7 maggio 2002, attestante la partecipazione di Ugo Manca (insieme ai suoi amici Angelo Porcino e Lorenzo Mondello) a un summit di mafia tenutosi nei locali di un’azienda agricola, plausibilmente per festeggiare l’allora momentanea assoluzione del mafioso Antonino Merlino nel processo per l’omicidio del giornalista Beppe Alfano».

9. Le rivelazioni dei collaboratori di giustizia

Sono arrivate nel corso degli ultimi anni plurime dichiarazioni di collaboratori di giustizia, a testimoniare che Attilio Manca non fosse morto per una dose sbagliata di eroina ma fosse vittima di un omicidio di mafia. I familiari di Attilio Manca si sono dunque rivolti alla procura distrettuale antimafia di Roma nell’aprile 2015, la quale ha aperto un nuovo procedimento ora in fase di attesa del pronunciamento del GIP, dopo la recente richiesta di archiviazione.

Il primo pentito che ebbe a parlare dell’omicidio di Attilio Manca fu il casalese Giuseppe Setola, il quale riferì ai magistrati di aver appreso in carcere dal boss barcellonese Giuseppe Gullotti che il giovane medico era stato assassinato dalla mafia dopo che era stato coinvolto nelle cure all’allora latitante Bernardo Provenzano.

Fu poi il turno del pentito bagherese Stefano Lo Verso, che, nel corso del suo esame davanti alla corte di assise di Caltanissetta nel processo Borsellino quater, parlando delle cure a Bernardo Provenzano per il tumore alla prostata dell’allora latitante corleonese, fece riferimento a una statuetta che egli aveva ricevuto dal boss corleonese e che, per la sua provenienza, poteva aiutare a fare luce sull’assassinio di Attilio Manca.

Dopo di lui, fu la volta del collaboratore di giustizia barcellonese Carmelo D’Amico. Quest’ultimo era il leader del gruppo di fuoco della famiglia barcellonese di cosa nostra. Ha confessato decine di omicidi sui quali l’autorità giudiziaria non era mai riuscita a fare luce e ha rivelato i dettagli a lui noti di altre decine e decine di omicidi del tutto sconosciuti agli inquirenti. Sulle sue dichiarazioni, sempre riscontrate, si sono fondate le ordinanze di custodia cautelare denominate Gotha 6 e Gotha 7, emesse dal GIP di Messina, per numerosi omicidi, associazione mafiosa, estorsioni e altro. Egli ha deposto anche nel processo sulla trattativa Stato-mafia davanti alla corte di assise di Palermo. Le sue dichiarazioni sono finora sempre state valutate come altamente attendibili da tutti i giudici che se ne sono occupati. D’Amico, sentito dalla direzione distrettuale antimafia di Messina sul conto di Rosario Pio Cattafi, ha dichiarato che Attilio Manca è stato assassinato dopo che, per interessamento di Cattafi e di un generale legato al circolo barcellonese Corda Fratres, era stato coinvolto nelle cure dell’allora latitante Provenzano. Manca era stato poi assassinato, con la subdola messinscena della morte per overdose, da esponenti dei servizi segreti e in particolare da un killer operante per conto di apparati deviati, le cui caratteristiche erano la mostruosità dell’aspetto e la provenienza calabrese.

A questo soggetto è stato poi, ove occorresse, dato un nome dal collaboratore di giustizia calabrese Antonino Lo Giudice, il quale ha spiegato ai magistrati di aver appreso dall’ex poliziotto Giovanni Aiello che costui si era occupato, insieme ad altri delitti, anche dell’uccisione dell’urologo barcellonese Attilio Manca su incarico di tale «avvocato Potaffio», facilmente identificabile in Rosario Pio Cattafi.

Com’è noto, il nome di Aiello (nella foto in alto) è legato ai più grossi delitti siciliani degli anni Ottanta e Novanta. L’ex poliziotto, già in servizio alla squadra mobile di Palermo fino al 1977 e poi ufficialmente posto in quiescenza per motivi fisici, è stato accusato da innumerevoli collaboratori di giustizia di essere stato un vero e proprio killer di Stato, al servizio di apparati deviati e di organizzazioni mafiose palermitane, catanesi e calabresi.

Sulla sua appartenenza al mondo dei servizi segreti, è stato lo stesso Aiello a fornire conferma nel corso di alcune conversazioni intercettate dall’autorità giudiziaria. Aiello è deceduto per un improvviso infarto sulla spiaggia di Montauro, nei pressi di Catanzaro, il 21 agosto 2017, mentre era indagato dalla direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria nel procedimento «’Ndrangheta stragista», nel quale poche settimane prima, in quanto individuato come personaggio legato a Bruno Contrada e all’ex poliziotto Guido Paolilli, era stato sottoposto a perquisizione personale e domiciliare.

Al momento della morte Aiello era indagato, insieme ai boss palermitani Antonino Madonia e Gaetano Scotto per il duplice omicidio del poliziotto Antonino Agostino e della moglie Ida Castelluccio. In quel procedimento, da un anno avocato dalla procura generale di Palermo e in attesa della conclusione delle indagini preliminari, egli era indagato anche per concorso esterno in associazione mafiosa. Di Aiello si era dovuta occupare anche la procura distrettuale antimafia di Caltanissetta, per il suo ipotizzato coinvolgimento, secondo numerosi collaboratori di giustizia, nella strage di Capaci, in quella di via D’Amelio e nell’attentato a Giovanni Falcone all’Addaura nel 1989.

In quella sede, nel 2011 la procura di Caltanissetta propose richiesta di archiviazione, arrivando a destituire di fondamento la tesi formulata dai pentiti Vito Lo Forte e Francesco Marullo, secondo i quali andava individuato in Giovanni Aiello l’ex poliziotto identificato con la locuzione «faccia da mostro», assassino per conto di mafia e servizi segreti deviati, del quale per primo aveva parlato nelle confidenze rese al colonnello Michele Riccio il mafioso nisseno Luigi Ilardo, ucciso a Catania il 10 maggio 1996, per effetto di una fuga di notizie dagli uffici giudiziari di Caltanissetta, pochi giorni prima di essere sottoposto a protezione da collaboratore di giustizia e otto giorni dopo essere stato sentito alla sede del ROS di Roma dall’allora procuratore distrettuale di Caltanissetta, Giovanni Tinebra, dall’allora procuratore distrettuale di Palermo, Giancarlo Caselli, e dall’allora sostituto procuratore di Palermo, Teresa Principato.

Tuttavia, nel procedimento a carico di Aiello, il GIP di Caltanissetta David Salvucci con il decreto di archiviazione del 2012 (nel quale rilevò che non era sufficientemente chiaro il ruolo esecutivo in quei delitti assegnato ad Aiello) attestò che indubitabilmente era proprio Giovanni Aiello quel «faccia da mostro» indicato dai pentiti Lo Forte e Marullo. C’è, quindi, un pronunciamento giurisdizionale che ha acclarato, al di là di ogni dubbio, il coinvolgimento di Aiello come killer al servizio di mafia e apparati deviati dello Stato del quale hanno parlato innumerevoli collaboratori di giustizia (Lo Forte, Marullo, Vito Galatolo, Giovanna Galatolo, Giuseppe Maria Di Giacomo, Antonino Lo Giudice, Consolato Villani, oltre al già citato Luigi Ilardo).

Sempre sull’omicidio di Attilio Manca sono infine arrivate le dichiarazioni, rese a uno dei legali della famiglia Manca, del collaboratore di giustizia barcellonese Giuseppe Campo, il quale addirittura ha rivelato di essere stato contattato per l’uccisione di un medico barcellonese, prima di apprendere che la mafia del territorio aveva poi operato diversamente, uccidendo l’urologo nella propria abitazione a Viterbo e simulando una morte per overdose.

10. Conclusioni

È evidente come la vicenda della morte di Attilio Manca segni un vero e proprio fallimento nell’accertamento della verità dato che, dopo 14 anni, vi sono ancora troppi interrogativi aperti.
Questa situazione non si sarebbe creata se tutti gli uffici giurisdizionali e i soggetti coinvolti a vario titolo, proprio in veste delle loro professionalità, avessero fatto fino in fondo il loro dovere, svolgendo sin da subito gli accertamenti necessari. Invece, purtroppo, la serie di omissioni davvero ingiustificabili per quantità e per qualità, le negligenze compiute anche negli accertamenti medico-legali dai professionisti che se ne sono resi responsabili e il fatto che la locale procura della Repubblica li abbia fiduciariamente scelti e non abbia mai contestato nulla rispetto al loro gravemente inappropriato operato, hanno di fatto prodotto un quadro frammentario che sarà sempre più difficile ricostruire.

A oggi, dal punto di vista giudiziario, si dovrà attendere che il GIP di Roma si pronunci sulla richiesta di archiviazione avanzata dalla direzione distrettuale antimafia di Roma sull’omicidio di Attilio Manca, la quale era stata investita su sollecitazione dei legali di fiducia della famiglia Manca, con un esposto dell’aprile 2015, proprio in ragione delle numerose implicazioni che potevano scaturire sia dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia sopra citati, sia dal contesto mafioso di Barcellona Pozzo di Gotto, intessuto di legami con l’asse Provenzano-Santapaola (è nota, peraltro, la scelta di Terme Vigliatore, comune in provincia di Messina, come luogo di latitanza da parte di Benedetto Santapaola).

Questa Commissione ha avuto il merito di essersi occupata per la prima volta del caso della morte di Attilio Manca e di aver provveduto ad analizzare da un ulteriore punto di vista i fascicoli e le risultanze fornite dagli uffici giurisdizionali investiti del caso, in particolare grazie alla trasmissione degli atti da parte dalla procura della Repubblica di Viterbo.

Tuttavia l’operato di codesta Commissione ben poteva continuare con l’espletamento di ulteriori audizioni e con l’acquisizione di documenti utili all’approfondimento del caso, che si auspica verranno portati avanti nella prossima legislatura.
Tali attesi approfondimenti, utilizzando i poteri propri di questa Commissione, vengono qui di seguito elencati:
1) audizione della dottoressa Dalila Ranalletta e del dottor Fabio Centini;
2) acquisizione di tutte le testimonianze dibattimentali rese nel procedimento penale a carico di Monica Mileti;
3) audizione dei soggetti protagonisti dell’intercettazione ambientale del 13 gennaio 2007, Vincenza Bisognano, Sebastiano Genovese e Massimo Biondo, riferita alla latitanza di Bernardo Provenzano;
4) audizione di Ugo Manca, Angelo Porcino, Renzo Mondello, Salvatore Fugazzotto, Andrea Pirri per riferire quanto a loro conoscenza sui fatti e sulle persone a vario titolo coinvolte;
5) acquisizione dei tabulati del secondo cellulare di Attilio Manca, del cellulare di Gioacchino e di Gianluca Manca nel periodo compreso tra ottobre 2003 e il 12 febbraio 2004;
6) accertamento, mediante audizione del dottor Antonio Rizzotto, sulle modalità con cui questi ebbe notizia che la causa della morte di Attilio Manca fosse riconducibile ad un aneurisma cerebrale e informò lo zio del defunto, Gaetano Manca, della suddetta causa;
7) accertamento dell’identità del personale «non autorizzato» presente all’autopsia di Attilio Manca eseguita dalla dottoressa Dalila Ranalletta e audizione di questo;
8) audizione del personale appartenente alle forze di Polizia presente sulla scena del crimine il 12 febbraio 2004 e del medico del 118 intervenuto per primo sul posto, dottor Giovan Battista Gliozzi;
9) accertamento, mediante quesito a un consulente tecnico, sulla durata delle impronte rinvenute nella casa di Attilio Manca, con particolare riferimento a quella di Ugo Manca rinvenuta nel bagno;
10) accertamento, mediante quesito a un consulente tecnico, se le impronte possano essere svanite sui reperti pur sigillati con il trascorrere del tempo o se il risultato delle analisi svolte al riguardo è significativo del fatto che mai altra impronta su quei reperti sia mai stata apposta;
11) individuazione e audizione di quei collaboratori di giustizia vicini a Bernardo Provenzano e arrestati dopo il 12 febbraio 2004 (per esempio Francesco Campanella); audizione di quei collaboratori di giustizia che hanno contribuito a gestire la latitanza di Bernardo Provenzano, arrestati prima del 12 febbraio 2004.

Quel che rimane come giudizio politico, oltre alla stigmatizzazione degli apparati istituzionali che si sono macchiati delle omissioni di cui si è detto, è dover per l’ennesima volta prendere atto della condizione di solitudine e di abbandono in cui troppo spesso lo Stato ha lasciato i familiari delle vittime di mafia.

Relazione di Minoranza sulla morte di Attilio Manca

Presentata alla Commissione nella seduta del 21 febbraio 2018

Comunicata alle Presidenze il 22 febbraio 2018

La signora Angela Manca

Nei prossimi giorni pubblicheremo la RELAZIONE (di maggioranza) SULLA MORTE DI ATTILIO MANCA

(Relatrice: on. Rosy Bindi)

Approvata dalla Commissione nella seduta del 21 febbraio 2018

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Si diploma nella scuola diretta dalla madre. La Preside: «Mi hanno detto che si poteva fare»

ESAMI DI STATO/ 2^ parte. L’INTERVISTA. Dopo aver raccontato la storia, abbiamo contattato la dirigente scolastica per comprendere il suo punto di vista: «Mia figlia non era assegnata qua, era assegnata a Venafro. Non vedo incompatibilità. Il problema mio, purtroppo, è che me la sono ritrovata assegnata durante il periodo del lockdown.»

Si diploma nella scuola diretta dalla madre.  La Preside: «Mi hanno detto che si poteva fare»
Dalla pagina social (facebook) del «Fermi-Mattei»

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Ieri abbiamo raccontato la vicenda che vede protagonista la dirigente scolastica del’ISISS “Fermi-Mattei” di Isernia e sua figlia, fresca del secondo diploma in Ragioneria, conseguito presso l’istituto diretto da sua madre. Abbiamo raccolto la testimonianza della prof. Anna Ferrara, presidente della commissione d’Esame (di Stato): «Mi sono informata, l’esame di Stato si può fare in qualsiasi Istituto. Ci sentiamo tra un po’, che dice?»

Abbiamo provato e riprovato a risentire la prof. Ferrara ma, come già abbiamo scritto, siamo stati poco fortunati. Diciamo così.

E allora ci siamo informati anche noi e abbiamo anche contattato la dirigente dell’Ufficio scolastico regionale Marialuisa Forte. «Io sono il dirigente, so tutto quello che succede nelle scuole molisane», ha precisato. Aggiungendo: «non c’è nessuna illegittimità. Nessuna incompatibilità.»

La storia è questa, in estrema sintesi: il 9 settembre scorso, nella scuola diretta da sua madre, la candidata – con residenza a Napoli – ha ottenuto il suo secondo diploma, dopo quello già conseguito, in passato, presso il Liceo Scientifico e dopo la triennale in Scienze infermieristiche. «Però mia figlia – spiega la madre-preside – non era assegnata qua, era assegnata a Venafro». Ma non si poteva scegliere un altro Istituto?

Lo abbiamo chiesto alla prof. Emilia Sacco, proveniente da Ponticelli, da due anni dirigente dell’ISISS “Fermi-Mattei” del capoluogo pentro. È importante conoscere il punto di vista della madre della candidata.      

Lei conferma che sua figlia, nel settembre scorso, ha conseguito il secondo diploma presso l’Istituto che lei dirige?

«Sì.»

Sua figlia ha la residenza a Napoli?

«Sì.»

Nella nota del MIUR (prot. 22110 del 28 ottobre 2019) al punto 2.A si legge: “I candidati esterni debbono presentare domanda di ammissione agli esami di Stato all’Ufficio scolastico regionale territorialmente competente…”. Tra i requisiti di ammissione all’esame è compresa la residenza. Sua figlia non ha la residenza in Molise. Perché è venuta a Isernia a sostenere l’esame di Stato?

«Cercavo casa qui a Isernia, volevamo trasferirci. Mia figlia, maggiorenne e laureata, aveva chiesto di venire qua. Adesso sta facendo la magistrale. Noi nel frattempo, siccome non ce la faccio a fare avanti e indietro, stavamo cercando casa. A marzo siamo andati in lockdown. Però mia figlia non era assegnata qua, era assegnata a Venafro

Al Ragioneria di Venafro?

«Sì. Durante il periodo di lockdown ci è pervenuta questa assegnazione da parte dell’Ufficio scolastico che non poteva fare l’esame a Venafro in quanto non c’era l’indirizzo di studi scelto (Sistemi informativi aziendali, nda), ed è stata assegnata a Isernia.»

Nella richiesta, inizialmente, viene indicata la sede di Venafro?

«Siccome dovevamo trasferirci qua la richiesta era stata fatta non presso la mia scuola, ma presso un’altra scuola. Però poi Venafro l’ha rigettata.»

Ma perché, avendo la residenza a Napoli, è stata indicata una scuola molisana?

«Perché ci dovevamo trasferire qua.»

Era domiciliata a Isernia sua figlia?

«Non era domiciliata qui. Però ho chiesto il nulla osta…»

E, quindi, è arrivato il nulla osta.

«È arrivato il nulla osta dalla Regione Campania.»

Dal Provveditorato?

«Dall’Ufficio scolastico regionale. Noi avevamo chiesto di farlo a Venafro, non nella mia scuola. Non sapevano di mia figlia e non ho mai conosciuta la presidente.»

Presidente?

«Di commissione (Anna Ferrara, nda). Ma a lei come è arrivata sta cosa?»

Abbiamo le nostre fonti. Nella stessa nota, già citata, si legge: “I candidati esterni indicano nell’istanza di partecipazione almeno tre opzioni riferite alle istituzioni scolastiche presso le quali intendono sostenere l’esame. Le opzioni possono essere soddisfatte solo previa verifica da parte dell’Ufficio scolastico regionale competente”. Si parla di “omogeneità nella distribuzione territoriale”, secondo quanto previsto dall’art. 14 cc.3 del d.lgs. 62/2017. In questo caso, in cui sua figlia è stata assegnata nell’Istituto che lei dirige, è stato rispettato questo criterio?

«Penso di sì.»                                             

Tutto rientra nella normalità?

«Non c’è incompatibilità. Se ci fosse stata non avrei potuto fare una cosa del genere. Guardi, ci sono casi in cui i docenti hanno i figli dove insegnano, nella propria scuola.»

Quindi, per lei, è la stessa cosa?

«Non vedo incompatibilità. Il problema mio, purtroppo, è che me la sono ritrovata assegnata

Mi scusi, ma in queste tre opzioni quali scuole sono state indicate?

(“I candidati esterni indicano nell’istanza di partecipazione almeno tre opzioni riferite alle istituzioni scolastiche presso le quali intendono sostenere l’esame”, nota MIUR del 2019).

«Mi ricordo solo Venafro. Ma vado a memoria.»

Secondo la dirigente dell’USR Marialuisa Forte tutto è in regola. Il nulla osta è arrivato. Ma è possibile conoscere le motivazioni che hanno prodotto questo nulla osta?

«Se vuole glielo scrivo e glielo mando, vado a verificare. Perché, in effetti, non seguito questa cosa». [Attendiamo la nota scritta].

Qual è stato il percorso di sua figlia per raggiungere l’obiettivo finale? Quanto tempo ha impiegato per sostenere l’esame di idoneità e quanto tempo ha impiegato per sostenere l’esame di Stato?

«Ha studiato da sola. Il percorso è durato parecchio. Già da quando ha fatto la domanda ha cominciato a studiare.»

Quando si fa la domanda?

«Si fa entro novembre.»

Mi faccia capire bene. Se volessi farlo anche io questo percorso cosa dovrei fare?

«Entro novembre si fa la domanda.»

E dopo sette mesi, a giugno, posso fare l’esame di Stato?

«Quest’anno è stato fatto ad agosto, perché c’è stato il lockdown.»

In sei o sette mesi potrei prendere un secondo diploma?

«Sì.»

Qualche giorno prima si fa l’esame di idoneità?

«Sì.»

E poi si fa l’esame di Stato?

«Sì.»

La commissione era composta da professori esterni o interni?

«Secondo l’ordinanza era composta da interni, più presidente esterno.»

Per questo esame di Stato?

«Per tutti gli esami di Stato.»

Per questa situazione?

«Tutti interni. Ma non lo sapevamo quando è stata fatta la domanda. Ma perché è importante sapere queste cose?»

Per capire. Le due commissioni (per l’esame di idoneità e per l’esame di Stato) erano composte dalle stesse persone o sono state diversificate?

«La commissione è unica, poi vanno in plenaria e ci sono due sottocommissioni.»

I commissari dell’esame preliminare sono stati gli stessi per l’esame di Stato?

«No.»

E il presidente?

«Il presidente della commissione esame di Stato è un esterno. Mentre per l’esame preliminare un interno, delegato.»

Da chi viene nominata la commissione?

«Esterna?»

In questo caso era interna.

«È il consiglio di classe.»

L’ha nominata lei?

«No, il consiglio di classe. Di default, perché fanno parte di quella commissione…»

Ma è lei che nomina?

«Io ho soltanto delegato la presidenza.»

I componenti della commissione sono da lei nominati?

«Il consiglio di classe, in base alle materie che devono…»

Ma lei firma il documento di nomina?

«Sì, vengono individuati in base all’esame che deve fare il candidato.»

Non voglio sapere come vengono individuati. È lei che firma?

«Sì.»

Secondo l’articolo 198 del d.l.vo n. 297 del 1994: “La Commissione per gli esami di idoneità e per gli esami integrativi è nominata dal preside”. Andiamo avanti. Venafro viene eliminata come sede, ma perché non scegliere un altro Istituto?

«Se sul territorio c’è…»

Lei ha informato che quella candidata era sua figlia? L’Ufficio scolastico sapeva?

«Sì, lo sapevano che era mia figlia. Sì, lo sapevano.»

Secondo lei, è possibile parlare di incompatibilità?

«No, perché dovrebbe esserci incompatibilità anche quando allora i docenti portano i loro figli nella stessa scuola. Anche lì ci dovrebbe essere incompatibilità.»

Faccio l’avvocato del diavolo. Il codice di comportamento dei dipendenti della P.A. (D.P.R. 62/13) stabilisce all’art. 7 dei limiti per combattere il conflitto di interessi: “Il dipendente si astiene dal partecipare all’adozione di decisioni e ad attività che possono coinvolgere interessi propri, ovvero dei suoi parenti, affini entro il II grado, dal coniuge o di conviventi…”. Lei rientra in questo conflitto di interessi?

«Io mi sono astenuta.»

Lei non rientra in questo caso?

«No.»

Nella norma si parla di “adozione di decisioni”. Lei le ha prese le decisioni?

«Rispetto a cosa?»

Andiamo con ordine. L’articolo 198, già citato, dice testualmente: “La Commissione per gli esami di idoneità e per gli esami integrativi è nominata dal preside”. E ancora: l’articolo 14 dell’Ordinanza n. 350 del 2018 dice: “Il dirigente è tenuto a verificare la completezza e la regolarità delle domande”. E non solo. Lei ha il dovere di verificare il rapporto di parentela tra i Commissari nominati e i candidati.

«Ma io ho delegato, non sono stata all’interno della Commissione.»

Ho capito. Ma lei, addirittura, deve verificare se il commissario Franco Rossi è parente del candidato o della candidata. È stato verificato il suo grado di parentela?

«Ho chiesto anche all’Ufficio se c’erano incompatibilità su questa cosa…»

Quale Ufficio?

«Ufficio scolastico regionale.»

E loro cosa le hanno detto?

«Che non c’era incompatibilità su questa cosa. Quindi io sono andata avanti.»

Ma lei lo ha chiesto per iscritto?

«No.»

Dopo gli esempi che le ho fatto sulle decisioni che lei, probabilmente, ha preso continua a sostenere che è stato rispettato il Codice di comportamento dei dipendenti della P.A.?

«Guardi, penso di no. Io ho delegato queste cose. Posso aver nominato la commissione di default, in base a quelle che sono le materie da sostenere.»

Ma quando è arrivata la domanda di sua figlia lei ha dovuto verificare?

«La verifica è se ha fatto il bollettino, se aveva la licenza media…»

I requisiti…

«I requisiti. La verifica che noi facciamo.»

Nonostante tutto quello che ci siamo detti, lei pensa di rientrare nei dettami del Codice di comportamento?

«Cosa le posso rispondere…»

Quello che vuole. Ma secondo lei è opportuno che sua figlia abbia conseguito il secondo diploma nella sua scuola? È stata giusta una scelta del genere?

«Sono stata molto combattuta. L’obiettivo principale a cui dobbiamo mirare tutti sono i nostri ragazzi, i nostri studenti. Ho guardato al diritto di una studentessa che, diciamo, andava tutelata. Lo avrei fatto per qualsiasi altro ragazzo, lo avrei fatto per qualsiasi altro studente della mia scuola.»

Perché lei afferma: “sono stata molto combattuta”?

«Dovevo tutelare lo status di studente.»

Però doveva tutelare anche lo status di dirigente. Lei si è trovata in una situazione un po’ imbarazzante.

«Lo dobbiamo spiegare per forza questo?»

La vicenda ruota intorno a tutto “questo”. È il fulcro. La questione è semplice: a Venafro non si poteva sostenere l’esame di Stato. Ma si poteva scegliere la sede a Campobasso. Senta, la questione è questa: non si sta mettendo in discussione la voglia di sua figlia di studiare. Ma a Napoli, ad esempio, ci sono tanti Istituti tecnici. Perché farlo proprio a Isernia, nella sua scuola? 

«Venafro me l’ha riportata. Questa cosa non l’ho più attenzionata. Perché durante quel periodo noi stavamo chiusi. Non l’ho più attenzionata, mi è proprio sfuggita.»

Perché l’Ufficio scolastico non l’ha tolta dall’imbarazzo?

«Ho chiamato qualche giorno prima. Ho chiamato la Forte (dirigente dell’USR, nda). Ho comunicato la situazione e ho detto: “proviamo a metterla in un’altra scuola”. Ma era troppo tardi. Ho chiesto di far venire l’ispettrice a scuola.»

È venuta l’ispettrice?

«No. Mi hanno detto che non era necessario.»

Ora lei si trova al centro di una polemica. Non crede?

«Sì, sì. Adesso sarò l’agnello sacrificale.»

In questa situazione si potrebbe immaginare anche un certo imbarazzo da parte dei componenti della commissione che hanno esaminato sua figlia e che lavorano nella scuola che lei dirige?

«Non lo sapevano.»

Quando hanno fatto l’esame non lo sapevano?

«Non ho parlato con nessuno.»

Se lo avessero saputo?

«Avrebbero avuto lo stesso imbarazzo nei confronti di un docente che ha il figlio nella stessa scuola. E ce ne sono»

Però il figlio la scuola l’ha frequentata. Sua figlia da Napoli, senza residenza, viene a prendersi un secondo diploma nella scuola che lei dirige. Ovviamente, viene assegnata in questa scuola. Questa è la differenza. Lei non crede?

«È una questione oggettiva, perché non ti conosco. Mi creda, veramente io non ho avuto contatti. Assolutamente.»

Ma questo episodio non potrebbe essere un cattivo esempio? Uno studente “normale”, senza legami di parentela, potrebbe dire: “lo faccio anche io, invece di frequentare la scuola per cinque anni”. Lei cosa ne pensa?

«No, è così per tutti i ragazzi privatisti.»

Non tutti hanno la madre che fa la dirigente scolastica. È così per tutti?

«Se si adottano dei criteri univoci…»

Quindi il trattamento riservato a sua figlia è il trattamento standard, valido per tutti i candidati?

«Certo.»

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“Fermi-Mattei” di Isernia: un secondo diploma per la figlia della preside. Titolo conseguito nella scuola diretta dalla madre

“Fermi-Mattei” di Isernia: un secondo diploma per la figlia della preside. Titolo conseguito nella scuola diretta dalla madre

ESAMI DI STATO. Il 9 settembre scorso la candidata – con residenza a Napoli – ha ottenuto il suo secondo titolo, dopo quello già conseguito, in passato, presso il Liceo Scientifico e dopo la triennale in Scienze infermieristiche. «Adesso sta facendo la magistrale», ha puntualizzato la madre-preside. Per Marialuisa Forte, dirigente dell’Ufficio scolastico regionale: «Non c’è nessuna illegittimità. Nessuna incompatibilità.»

“Fermi-Mattei” di Isernia: un secondo diploma per la figlia della preside. Titolo conseguito nella scuola diretta dalla madre
La sede provvisoria del «Fermi» di Isernia

di Paolo De Chiara, WordNews.it

ISERNIA. Come si ottiene un diploma di maturità senza frequentare i canonici 5 anni? È possibile farlo da candidato esterno? Quali sono le modalità? Ma, soprattutto, quali sono i requisiti per partecipare all’esame di Stato? Domande lecite sottoposte a chi di dovere.

Ma prima di leggere le risposte è necessario conoscere una storia che vede protagonista la prof. Emilia Sacco, dirigente scolastica dell’ISISS “Fermi-Mattei” di Isernia (domani – in esclusiva – la sua intervista). La pandemia ha stravolto la vita degli abitanti di questo pianeta, modificando anche le modalità per l’esame di Stato. Quest’anno la novità è apparsa evidente anche agli studenti dell’ultimo anno: commissioni interne ed esami orali. E per i privatisti? Anche per loro sono cambiate le modalità.

Ma cosa c’entra la figlia della preside del “Fermi-Mattei” di Isernia che ha partecipato all’esame di Stato, conseguendo il titolo di Ragioniera (articolazione Sistemi informativi aziendali)? Il 9 settembre scorso, nella scuola diretta da sua madre, la candidata – con residenza a Napoli – ha ottenuto il suo secondo diploma, dopo quello già conseguito, in passato, presso il Liceo Scientifico e dopo la triennale in Scienze infermieristiche. «Adesso sta facendo la magistrale», ha puntualizzato la madre. La stessa dirigente scolastica dell’Istituto isernino ha aggiunto: «Però mia figlia non era assegnata qua, era assegnata a Venafro». Ma si è ritrovata a farlo nella sua scuola. Non si poteva scegliere un altro Istituto per togliere tutti dall’imbarazzo? Ma, soprattutto, perché recarsi nel Molise per conseguire un secondo diploma? Come se a Napoli non ci fossero istituti tecnici di ragioneria. La città partenopea ne ospita a decine di scuole con indirizzo di Sistema Informatico Aziendale, perché invece di Napoli si sceglie la Provincia di Isernia?

Parrebbe che già in passato ci sia stato, presso lo stesso Istituto, un esempio simile. Un assistente ATA, come ci hanno riferito da più parti, avrebbe conseguito il diploma nella scuola dove lavorava.

Nell’Istituto scolastico, momentaneamente trasferito in una struttura privata per i lavori partiti da qualche mese, si è verificato questo strano episodio. Ma prima di approfondire la questione figlia-candidata e madre-dirigente scolastica una domanda è necessaria. Non c’era nessuna struttura pubblica disponibile per ospitare lo storico Istituto isernino?

Dopo tanti anni gli attenti amministratori (un eufemismo per non dire altro) si sono accorti della pericolosità del terzo piano, quello che ospitava i “geometri”. Un Istituto che negli “anni d’oro” accoglieva migliaia di studenti. Ora, che non supera le trecento unità, è risultato poco sicuro. Ma questa è un’altra storia, tutta da approfondire.

Ritorniamo al fatto. La figlia della prof. Emilia Sacco, dirigente scolastica dell’istituito isernino ha conseguito, da privatista, il (secondo) diploma di ragioniera presso il “Fermi-Mattei”. Presso la scuola diretta dalla madre.

Il diritto all’istruzione deve essere garantito a tutti e la Repubblica, come recita la Costituzione (questa sconosciuta, scritta con il sangue dei Liberatori), ha il dovere di rimuovere tutti gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i cittadini all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

In questo caso il diritto all’istruzione può essere richiamato?

Nulla da obiettare se una ragazza di talento manifesti la volontà di arricchire il proprio bagaglio culturale. L’alunna in questione, però, pur avendo ampia scelta nella propria città di origine (Napoli) ha deciso di sostenere gli esami in Molise e, precisamente, presso la scuola diretta dalla madre, mettendo – immaginiamo – tutti in estremo imbarazzo. Lo stesso ragionamento è valido per i commissari, tutti interni (tranne il Presidente), che l’hanno esaminata, prima con un esame di idoneità e poi con l’esame di Stato.

Per queste ragioni abbiamo contattato la prof. Anna Ferrara, presidente della commissione Esami di Stato. «Mi sono informata, l’esame di Stato si può fare in qualsiasi Istituto. Ci sentiamo tra un po’, che dice?»

Certo, verso che ora possiamo sentirci?

Una domanda inutile. La risposta non è mai arrivata. La breve conversazione si è interrotta improvvisamente. Abbiamo tentato e ritentato. Fino allo sfinimento. Non siamo stati fortunati. Per tutta la giornata (venerdì 16 ottobre) il telefono è risultato “non raggiungibile”. Per scrupolo abbiamo riprovato lunedì 19 e, inaspettatamente, il telefono ha squillato. Ma inutilmente. Non abbiamo ricevuto risposta. E non siamo stati mai ricontattati.   

«L’esame si può fare in qualsiasi Istituto» ha affermato la Presidente della commissione d’esame. Ma è proprio così? Quali sono i requisiti? È opportuno farlo anche nell’Istituto diretto da un parente? Chi ha accertato i requisiti necessari all’ammissione della domanda da parte della giovane figlia, compreso quello della residenza?

La ragazza è residente in Molise? Ha il domicilio in provincia di Isernia? La nota del MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’università e della ricerca) numero 22110 del 28 ottobre 2019 parla chiaro: è necessaria la residenza. Al punto 2.A (modalità di presentazione delle domande di partecipazione all’esame) si può facilmente leggere: “I candidati esterni debbono presentare domanda di ammissione agli esami di Stato all’Ufficio scolastico regionale territorialmente competente…”. Anche i candidati esterni devono rispettare dei requisiti di ammissione all’esame. Compreso quello della residenza.      

E allora abbiamo coinvolto l’Ufficio scolastico regionale del Molise, contattando la dirigente Marialuisa Forte. E siamo partiti dalla procedura, per conoscere l’iter per il conseguimento di un diploma, ovviamente per un candidato esterno.«Bisogna presentare la domanda qui da noi (presso l’USR Molise, nda).»

Una volta presentata la domanda da voi, cosa succede?  

«Noi vediamo se ci sono tutti i requisiti e, a seconda del diploma che si vuole conseguire noi lo assegniamo a una scuola.»

Quindi siete voi che assegnate la scuola?  

«Sì.»  

Quali sono i requisiti da rispettare?

«Per conseguire un diploma di scuola superiore deve avere un diploma di scuola media.»

Nella nota del MIUR (prot. 22110 del 28 ottobre 2019) si parla anche di residenza?

«Sì, sì. Per poterlo fare fuori Regione ci vuole il nulla osta dell’Ufficio scolastico della Regione di residenza. La richiesta deve essere motivata, ovviamente.»

Nel settembre 2020 la figlia della dirigente scolastica dell’ISISS “Fermi-Mattei” di Isernia ha conseguito il secondo diploma nell’Istituto diretto da sua madre…

«So a cosa si riferisce, non c’è niente di…»

Perciò la sto chiamando, per capire cosa è successo?

«Niente, quello che le sto dicendo. Secondo quelle che sono le regole.»

Può spiegare meglio?

«Quello che ho detto.»

Ma cosa ha detto? Che significa secondo le regole?

«Le regole sono queste. Presento la domanda per fare l’esame di Stato in una Regione, in una scuola e si assegna la scuola secondo l’indirizzo degli studi.»

Quindi in questo caso c’è stato il nulla osta da parte della Regione di provenienza?

«Sì, certo che c’è stato.»

È opportuno assegnare una candidata ad un Istituto dove la madre fa la dirigente scolastica?

«Sì, perché non c’è nessuna illegittimità. Nessuna incompatibilità.»

Lei prima ha detto: “So a cosa si riferisce”. Come faceva a saperlo?

«Io sono il dirigente, so tutto quello che succede nelle scuole molisane.» 

Senta, ma una situazione del genere non potrebbe imbarazzare la commissione interna, composta dai professori che lavorano in quella stessa scuola?

«Assolutamente no.»

Ma è stata la candidata ad indicare la scuola?

«Assolutamente no.»

Quindi la decisione è stata presa dall’Ufficio scolastico del Molise?

«Sì.»

“Nessuna illegittimità, nessuna incompatibilità” dice la dirigente. Il Codice di comportamento dei dipendenti delle P.A. (D.P.R. 62/13) stabilisce all’art. 7 dei limiti per combattere il conflitto di interessi: «Il dipendente si astiene dal partecipare all’adozione di decisioni o ad attività che possono coinvolgere interessi propri, ovvero dei suoi parenti, affini entro il II grado, …”. In questo caso è possibile parlare di conflitto di interessi? Lo abbiamo chiesto alla dirigente Emilia Sacco, le sue risposte sono contenute nell’intervista che sarà pubblicata domani.

Lo stesso discorso vale per il “nulla osta”. Per il suo rilascio è necessaria una motivazione valida. Siamo in attesa di leggere le carte, dove espressamente si spiega (immaginiamo) il motivo che ha portato l’Ufficio regionale della Campania ad autorizzare una candidata – con la residenza a Napoli – ad effettuare l’esame di Stato ad Isernia, in Molise. E c’è ancora qualcuno che dice che questa Regione non esiste. Per adesso abbiamo il punto di vista della dirigente scolastica. «Non c’è incompatibilità. Se ci fosse stata non avrei potuto fare una cosa del genere. Guardi, ci sono casi in cui i docenti hanno i figli dove insegnano». Tra qualche ora potrete leggere la lunga ed interessante intervista.

Non si vuole certo mettere in discussione la preparazione della figlia della preside. La candidata in questione si sarà preparata coscienziosamente, pur provenendo da un diploma conseguito presso un Liceo Scientifico. Un percorso di studi estraneo a quello di un istituto tecnico. Sicuramente ha brillantemente superato gli esami preliminari per essere ammessa agli esami di Stato. Ha integrato con apposite prove scritte discipline impegnative come economia aziendale, informatica, diritto ed economia politica ed anche il francese.

Un esame di Stato superato con una valutazione che è andata oltre i limiti della stentata sufficienza. Noi le inviamo i nostri sinceri auguri per il suo secondo diploma.  

Cinque lunghi anni recuperati con tre pomeriggi di prove appare eccessivo? «Ha studiato da sola. Il percorso è durato parecchio. Già da quando ha fatto la domanda ha cominciato a studiare», ha puntualizzato la dirigente scolastica. Ma da quando ha iniziato a studiare? Quando si presentano le domande? Entro novembre, quindi 6/7 mesi prima.

Non stiamo mettendo in discussione l’impegno della candidata e l’indiscutibile zelo di una commissione esaminatrice che ha svolto sicuramente con coscienza il proprio lavoro.

Ma la scuola è il luogo dello studio, della formazione e dell’impegno dei giovani a cui vanno trasmessi messaggi rassicuranti e scevri da ogni considerazione equivoca. A loro va detto con convinzione che vale la pena affrontare sacrifici per formarsi e per essere all’altezza dei compiti da svolgere in una società disponibile a riconoscere il merito e la qualità delle competenze acquisite.

Per queste considerazioni, probabilmente, la scelta appare doppiamente inopportuna. Alimenta ipotesi non del tutto lusinghiere sia nei confronti della dirigente ma, soprattutto, nei confronti di una candidata che ha, con merito, superato le prove integrative e che per questo avrebbe potuto svolgere con più serenità il proprio esame in una sede scolastica diversa da quella diretta dalla madre.

«Ho guardato a una studentessa che, diciamo, andava tutelata. Lo avrei fatto per qualsiasi altro ragazzo, lo avrei fatto per qualsiasi altro studente della mia scuola», ci tiene a sottolineare la dirigente madre del’ISISS “Fermi-Mattei” di Isernia.

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Domani pubblicheremo l’INTERVISTA – in esclusiva – della dirigente scolastica dell’ISISS “Fermi-Mattei” di Isernia.

Caso Ilardo: «Lo Stato ha ucciso mio padre»

L’INTERVISTA. In attesa della sentenza della Cassazione abbiamo raccolto la testimonianza di Luana Ilardo (figlia di Luigi, nome in codice “Oriente”): «Credo nello Stato, nelle Istituzioni, in quei magistrati che continuano a ricercare la verità. È chiaro che ci sia uno “spaccato” nello Stato. C’è una parte di Stato collusa e corrotta. Ma c’è anche una parte di Stato buona, onesta, legale che vuole far emergere queste verità. Oggi, purtroppo, ci sono tutte le carte in tavola per poter parlare di questa verità. Mio padre è l’ennesimo omicidio con dei mandanti istituzionali.»

Caso Ilardo: «Lo Stato ha ucciso mio padre»

di Paolo De Chiara, WordNews.it

«Lo Stato ha sempre utilizzato la criminalità organizzata. Il mandante esterno in questi omicidi di Stato c’è sempre. Poi c’è il contatto che dice a due picciotti: ‘andate ad ammazzare questo’. A Ilardo lo sparano sotto casa. L’ordine è arrivato dallo Stato. È successo per tutti gli omicidi eccellenti. Ilardo è uno degli omicidi eccellenti». Queste parole chiare, nette, incontrovertibili – raccolte da WordNews.it – sono state pronunciate dal colonnello dei carabinieri Riccio.

Michele Riccio e Luigi Ilardo avevano stretto un rapporto di collaborazione. Uno era l’ufficiale dei carabinieri, l’altro era il confidente infiltrato (nome in codice “Oriente”). In attesa di diventare, ufficialmente, collaboratore di giustizia. I due si fidavano l’uno dell’altro. Una partnership fruttuosa: Ilardo offriva gli spunti necessari alle indagini e Riccio chiudeva il cerchio investigativo. Innumerevoli latitanti di Cosa nostra scovati e sbattuti nelle patrie galere. Uno rappresentava lo Stato, l’altro (cugino del mafioso Piddu Madonia) aveva preso le distanze da quel mondo schifoso rappresentato dai cosiddetti mafiosi (con le giuste coperture istituzionali).

I due avevano un obiettivo preciso: togliere dalla circolazione Bernardo Provenzano, latitante da troppi anni. Una vergogna per uno Stato di diritto. Se fosse stato arrestato molte vite sarebbero state salvate. Ma l’obiettivo sfumerà miseramente. Come è sempre accaduto. È la storia di questo strano Paese. (Dov’è l’attuale primula rossa Matteo Messina Denaro? Perché non vogliono arrestarlo?). La partita iniziata dalla coppia Riccio-Ilardo (ma condotta dai pezzi deviati dello Stato) verrà annullata. Il pezzo (di merda) da novanta non potrà essere arrestato. Lo Stato deviato, rappresentato dai soliti personaggi indegni e miserabili, interverrà prima. L’accordo indicibile non si doveva e non si poteva rompere. Il Patto non andava frantumato.

E Provenzano continuerà la sua latitanza per altri 11 anni. Una vergogna. E Ilardo verrà ammazzato il 10 maggio del 1996, sotto la sua abitazione. Una vergogna di Stato. E il colonnello Riccio sconterà la reazione rabbiosa degli apparati deviati. Una vergogna istituzionale. E la Trattativa continuerà nell’indifferenza generale. Una vergogna italiana.    

Sono passati 24 anni dall’omicidio dell’infiltrato Ilardo. Il prossimo 1° ottobre si pronuncerà la Cassazione per chiudere definitivamente la parte processuale. Ma la ferita resta ancora aperta. E lo sarà per sempre. Soprattutto per i familiari di un uomo che aveva deciso di mettersi alle spalle il suo passato.  

Abbiamo raccolto il punto di vista di sua figlia Luana Ilardo, presente il 19 luglio scorso in via D’Amelio insieme a Salvatore Borsellino. («Dopo aver letto il suo percorso, la rivendicazione della verità e della giustizia sull’assassinio di Ilardo ho pensato che gli assassini di suo padre sono gli stessi assassini di mio fratello. E, quindi, ho ritenuto che fosse giusto, in quel giorno, averla sul palco insieme a me. Noi cerchiamo lo stesso tipo di giustizia, per me gli assassini di mio fratello non sono i mafiosiGli assassini di Paolo sono dentro lo Stato, gli assassini di Luigi Ilardo sono dentro lo Stato.»)

Signora Ilardo perché, secondo lei, per poter ricordare la vicenda di suo padre sono trascorsi tutti questi anni?

«In questo ultimo anno è incominciata una vera e propria battaglia con una grande esposizione mediatica, in cui sono stata abbastanza polemica.»

Perché ha sentito la necessità di iniziare questa battaglia?

«Era una cosa che ho sempre voluto. Per me è un atto dovuto. Ho atteso anche la maturazione dei tempi giusti.»

In che senso?

«Le prime sentenze risalgono a qualche anno fa. E quindi questo, comunque, mi ha dato modo di poter dire la mia. Senza le sentenze, ovviamente, non avevo nessun punto di partenza. Nonostante avessi chiare le mie idee su tante situazioni.»

Tra qualche giorno, precisamente il 1° ottobre 2020, ci sarà la sentenza in Cassazione. Lei cosa si aspetta?

«Siamo all’ultimo grado di giudizio, quindi, ragionevolmente la valutazione dell’operato dei giudici che hanno pronunciato la sentenza di secondo grado. Anche se non è quello che mi interessa.»

Il 10 maggio del 1996 a Catania viene ammazzato suo padre. Lei quanti anni aveva?

«Sedici.»

Cosa ricorda di quei momenti?

«Era la prima volta, da quando erano nati i miei fratelli gemelli, che papà portava a cena fuori la moglie e in quella occasione, era un venerdì sera e io e mia sorella eravamo solite uscire e proprio quel giorno, ci chiese la cortesia di tenere i bambini appena nati. Ovviamente io e mia sorella accettammo con piacere, per noi era una giornata particolare. Per la prima volta avevamo la responsabilità di tenere i nostri fratellini che amiamo immensamente ed eravamo contente per l’incarico.»

E cosa succede?

«Pochi minuti prima di rientrare a casa riceviamo la sua telefonata con le varie raccomandazioni. Dopo una quindicina di minuti iniziamo a sentire la saracinesca del garage sotto casa e iniziamo a sentire quei rumori, quegli spari (nove colpi di pistola, nda). Non so perché, ma è come se lo sapessimo che erano per lui. Nell’immediato scende sua moglie Cettina, a ruota poi scendiamo io e mia sorella. Loro sono risalite e io sono rimasta, non me ne volevo andare. Non lo volevo lasciare.»

Chi è presente sul luogo del delitto?

«Nessuno. C’era solamente il corpo di mio padre disteso a terra. Cercano di allontanarmi a fatica dal corpo di papà. Sono rimasta parecchio tempo lì sotto a guardarlo. Quando sono risalita ho distrutto, insieme a mia sorella, parte della mia abitazione con calci e pugni.»

Chi era Luigi Ilardo?

«A differenza di quello che si può immaginare non mi stancherò mai di dire che era, per quanto mi riguarda, un uomo dolce, corretto. Ciò che ha insegnato a noi. Grazie a mio padre siamo delle figlie educate, a modo, rispettose di certi valori. Ci teneva molto alla nostra educazione, ai nostri studi.»

Luigi Ilardo era parte integrante di Cosa nostra?

«Per come la storia ci conferma, sì. Non ho mai avuto chiaro tutto questo quadro, in quanto vivere certe situazioni era la normalità. Poi ho iniziato a comprendere che molte cose non andavano, crescendo abbiamo iniziato ad avere altri termini di paragone. Quando cresci in un contesto dove le persone fanno le stesse cose ti confronti con quell’ambiente e fai fatica a capire determinate situazioni. È chiaro che qualche domanda me l’ero posta quando ho iniziato a comprendere. A ricostruire tutto ci è voluto un po’ di tempo.»

Suo padre verrà arrestato per una partecipazione in un sequestro di persona. E sconterà tutta la sua pena detentiva. Negli ultimi mesi, prima di essere rimesso in libertà, scriverà una lettera riservata a De Gennaro per prendere le distanze da Cosa nostra. Il primo passo di una collaborazione con il colonnello Michele Riccio.

«L’obiettivo era mettersi sulle tracce di Provenzano. Era il suo obiettivo principale.»

E, insieme a Riccio, porterà le Istituzioni a pochi passi dal casolare dove “viveva” il superlatitante di Stato.

«Esatto, sì.»

Lei, in quel periodo, cosa ricorda di suo padre? Era preoccupato? Era sereno?

«Non era assolutamente sereno. Percepivo che non era sereno. Poi c’era stato il discorso del furto dell’oro a casa mia.»

Può spiegare meglio?

«Quello era stato un momento molto delicato. A casa mia, un paio di mesi prima della sua morte, sono inspiegabilmente entrati con mio nonno, molto anziano e con problemi di udito, che dormiva. Mio padre non c’era, il fine settimana solitamente era a Lentini dove aveva ristrutturato la nostra azienda agricola.»

Un furto fatto da qualche balordo o un vero e proprio segnale?

«Nessuno si sarebbe permesso di entrare a casa. Non avevo chiarezza del ruolo che ricopriva mio padre, ma sicuramente aleggiava nella nostra vita che eravamo una famiglia rispettata, una famiglia attenzionata, non solo dalle forze dell’ordine. Ma anche dalle persone che stavano accanto a mio padre. Era improponibile che qualcuno venisse a casa mia, mentre mio nonno dormiva. Chi è entrato conosceva le nostre abitudini, entrarono con le chiavi di casa. Sapevano che io e mia sorella eravamo fuori. Potevano muoversi indisturbati.»

Un segnale per comunicare cosa?

«Che qualcosa non andava nel verso giusto.»

Perché viene ammazzato Luigi Ilardo?

«La prima sensazione l’ho legata a questioni di mafia, perché quel tipo di delitto poteva essere riconducibile a quell’ambiente.»

E poi?

«In realtà quella teoria la confermarono, nei giorni a seguire, anche gli organi di informazione locali. Mi ero abituata a questa idea. Poi, dopo un paio di anni, improvvisamente si aprì un nuovo scenario. Sempre dai giornali. Un nuovo shock per tutti noi della famiglia. Apprendemmo che mio padre era stato ucciso per la sua collaborazione con i Ros, con le Autorità.»

E che idea si è fatta?

«All’inizio non ci credevo. Ho avuto l’ennesimo periodo di turbamento, di smarrimento, di forte stress. Non mi capacitavo di una cosa del genere. Nell’immediato ho messo in discussione quello che apprendevo dai giornali. In realtà mi rifiutavo di crederci. Quando ho cominciato a leggere le sue dichiarazioni ho riscontrato subito nelle sue parole il suo modo di essere. E ho accettato questa situazione. Mi sembrava, inizialmente, un complotto. Non mi capacitavo di questa notizia.»

Ed oggi cosa pensa?

«Dopo avere studiato e attenzionato certe situazioni ho affinato i miei pensieri. Quello che ha fatto lui non l’ha mai fatto nessuno, sino ad allora. Le sue scelte sono state coraggiose, per quanto si possa associare, giustamente, la sua figura alla mafia. In realtà è stato diverso anche in questo. Le sue scelte sono state fatte da uomo libero. La maggior parte dei collaboratori prende certe decisioni per avere degli sconti di pena…»

Perché, secondo lei, suo padre decide di collaborare?

«Perché era stanco, voleva un’altra vita. Sono convinta che tutti quegli anni di galera lo hanno portato a ravvedersi. La sofferta lontananza da me e mia sorella e dalla famiglia lo hanno portato a comprendere che non stava facendo la scelta giusta. Non ne valeva la pena.»

Come definirebbe l’omicidio di suo padre?

«Un omicidio per mano mafiosa, commissionato dallo Stato.»

Lo Stato, servendosi dei suoi rappresentanti, decide di eliminare Luigi Ilardo?

«Oggi, purtroppo, ci sono tutte le carte in tavola per poter parlare di questa verità. Mio padre è l’ennesimo omicidio con dei mandanti istituzionali.»

Per quale motivo?

«Sicuramente perché lui avrebbe interrotto la Trattativa Stato-mafia. Con le sue dichiarazioni si poteva interrompere quel Patto fatto per portare avanti le Trattative. Molte persone con cariche istituzionali avrebbero pagato a caro prezzo le dichiarazioni di mio padre.»

Qual è il giudizio che, in questi anni, lei ha maturato nei confronti dello Stato?

«Credo nello Stato, nelle Istituzioni, in quei magistrati che continuano a ricercare la verità. Quelle persone che per pochi euro al mese rischiano la loro vita per cercare di tutelare la nostra sicurezza. È chiaro che ci sia uno spaccato nello Stato. C’è una parte di Stato collusa e corrotta. Ma c’è anche una parte di Stato buona, onesta, legale che vuole far emergere queste verità.»

In questi ventiquattro anni di attesa cosa l’ha delusa di più?

«Sicuramente l’atteggiamento delle Istituzioni nei confronti di noi familiari. Nei nostri riguardi abbiamo vissuto un totale abbandono, come se non fossimo mai esistiti. Lasciandoci veramente in una sorta di agonia. È veramente raccapricciante. Questa mia battaglia mediatica ha fatto sì che la figura di mio padre ritorni ad avere quella dignità indebitamente sottratta. Ma è innegabile che ci sia stata una forte volontà di seppellire questa storia.»

Lo scorso 19 luglio Salvatore Borsellino, il fratello del giudice Paolo ucciso da Cosa nostra e dallo Stato, l’ha invitata sul palco in via D’Amelio. Cosa ha provato in quei momenti?

«Infinito dispiacere ed infinita tristezza. Ma anche una grande soddisfazione personale e riconoscenza per la sensibilità che Salvatore ha avuto nei miei confronti. È stata la prima persona che mi ha teso la mano. Salvatore è diventato il punto di riferimento della mia nuova vita.»   

Che cos’è la mafia?

«Sofferenza, sangue, dolore.»       

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APPROFONDIMENTI:

– L’intervista al colonnello dei carabinieri Michele RICCIO.

Prima parte:«Dietro alle bombe e alle stragi ci sono sempre gli stessi ambienti»

Seconda parte:Riccio: «Mi ero già attrezzato per prendere Bernardo Provenzano»

Terza parte:«Non hanno voluto arrestare Provenzano»

Quarta parte:Riccio: «L’ordine per ammazzare Ilardo è partito dallo Stato»

– LEGGI l’Intervista a Salvatore BORSELLINO

PRIMA PARTE. «Borsellino: «gli assassini di mio fratello sono dentro lo Stato»

SECONDA PARTE. «Chi ha ucciso Paolo Borsellino è chi ha prelevato l’Agenda Rossa»

TERZA PARTE. Borsellino«L’Agenda Rossa è stata nascosta. E’ diventata arma di ricatto»

– LEGGI anche:

Stato e mafie: parla Ravidà, ex ufficiale della DIA

Attilio Manca suicidato per salvare Bernardo Provenzano

INGROIA: «Lo Stato non poteva arrestare Provenzano»

INGROIA: «Provenzano garante della Trattativa Stato-mafia»

– L’intervista al pentito siciliano Benito Morsicato.

Prima parte: «Cosa nostra non è finita. È ancora forte»

Seconda parte: Il pentito: «Matteo Messina Denaro è un pezzo di merda. Voglio parlare con Di Matteo»

«Mio padre è l’ennesimo omicidio con dei mandanti istituzionali»

ANTICIPAZIONE. L’Intervista a Luana Ilardo. «Con le sue dichiarazioni si poteva interrompere quel Patto fatto per portare avanti le Trattative. Molte persone con cariche istituzionali avrebbero pagato a caro prezzo le dichiarazioni di mio padre.»

«Mio padre è l’ennesimo omicidio con dei mandanti istituzionali»
Luana Ilardo e Salvatore Borsellino

da WordNews.it

Perché viene ammazzato Luigi Ilardo?

«La prima sensazione l’ho legata a questioni di mafia, perché quel tipo di delitto poteva essere riconducibile a quell’ambiente.»

E poi?

«In realtà quella teoria la confermarono, nei giorni a seguire, anche gli organi di informazione locali. Mi ero abituata a questa idea. Poi, dopo un paio di anni, improvvisamente si aprì un nuovo scenario. Sempre dai giornali. Un nuovo shock per tutti noi della famiglia. Apprendemmo che mio padre era stato ucciso per la sua collaborazione con i Ros, con le Autorità.»

(L’intervista, realizzata dal direttore Paolo De Chiara, è programmata per martedì 29 settembre 2020)

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APPROFONDIMENTI:

L’intervista al colonnello dei carabinieri Michele RICCIO.

Prima parte:«Dietro alle bombe e alle stragi ci sono sempre gli stessi ambienti»

Seconda parte:Riccio: «Mi ero già attrezzato per prendere Bernardo Provenzano»

Terza parte:«Non hanno voluto arrestare Provenzano»

Quarta parte:Riccio: «L’ordine per ammazzare Ilardo è partito dallo Stato»

LEGGI l’Intervista a Salvatore BORSELLINO

PRIMA PARTE. «Borsellino: «gli assassini di mio fratello sono dentro lo Stato»

SECONDA PARTE. «Chi ha ucciso Paolo Borsellino è chi ha prelevato l’Agenda Rossa»

TERZA PARTE. Borsellino«L’Agenda Rossa è stata nascosta. E’ diventata arma di ricatto»

LEGGI anche:

Stato e mafie: parla Ravidà, ex ufficiale della DIA

Attilio Manca suicidato per salvare Bernardo Provenzano

INGROIA: «Lo Stato non poteva arrestare Provenzano»

INGROIA: «Provenzano garante della Trattativa Stato-mafia»

L’intervista al pentito siciliano Benito Morsicato.

Prima parte: «Cosa nostra non è finita. È ancora forte»

Seconda parte: Il pentito: «Matteo Messina Denaro è un pezzo di merda. Voglio parlare con Di Matteo»

Per Nino Di Matteo: «Il segnale di resa dello Stato è nei fatti»

I MAFIOSI «temono il carcere a vita, una detenzione troppo lunga o una detenzione con modalità tali da interrompere i loro rapporti con il mondo esterno, da metterli in condizione di non poter più fare i mafiosi mentre sono detenuti. Ecco perché hanno ciclicamente condotto delle battaglie strategiche, anche a colpi di attentati, di ricatti, di rivolte organizzate per ottenere degli scopi precisi.»

Per Nino Di Matteo: «Il segnale di resa dello Stato è nei fatti»

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Il consigliere togato del CSM (già PM del processo sulla Trattativa Stato-mafia) Nino Di Matteo ritorna sul programma Non è L’Arena su La7 per rispondere alle domande di Massimo Giletti: «Chi entra a far parte di un’organizzazione mafiosa mette nel conto di potere incappare in problemi con la giustizia e in una condanna detentiva. Non ha paura del carcere. Temono il carcere a vita, una detenzione troppo lunga o una detenzione con modalità tali da interrompere i loro rapporti con il mondo esterno, da metterli in condizione di non poter più fare i mafiosi mentre sono detenuti. Ecco perché hanno ciclicamente condotto delle battaglie strategiche, anche a colpi di attentati, di ricatti, di rivolte organizzate per ottenere degli scopi precisi: da un lato l’abolizione dell’ergastolo, dall’altro lato l’abolizione o l’attenuazione del 41 bis, da un altro lato ancora l’ottenimento di arresti o detenzione domiciliare che consentissero ai mafiosi, anche durante l’esecuzione della pena di tornare a casa, di tornare a comandare. E ciò è avvenuto, tante volte. È avvenuto anche in epoca relativamente recente.»

Sulla questione scarcerazioni e la circolare del 31 marzo. «Il dottor Ardita ha fatto un’affermazione che condivido pienamente (“Lo Stato ha alzato bandiera bianca”). D’altra parte lui è uno dei massimi esperti, se non – a mio avviso – il massimo esperto su questioni di diritto penitenziario, soprattutto applicate ai detenuti mafiosi. Il segnale di resa dello Stato è nei fatti. Quei provvedimenti seguono di poco delle rivolte organizzate in varie strutture penitenziarie in tutta Italia, da quello che si evince da articoli di stampa sembrerebbe che, così come facilmente sospettabile, quelle rivolte siano state concepite e organizzate da Cosa nostra e dalle altre organizzazioni mafiose.»

Sulla Trattativa occulta sui fatti recenti. «Probabilmente nel nostro Paese è già difficile evocare una Trattativa tra Stato e la mafia, che intervenne ed è stata consacrata in una sentenza della Corte di Assise di Palermo nel 2018, intervenne proprio negli anni delle stragi. Chi conosce il modo di agire di Cosa nostra di ieri e di oggi sa che la questione carceraria è centrale. E che sulla questione carceraria si gioca una partita importante e fondamentale nel contrasto della criminalità organizzata. Ai vertici della criminalità organizzata.»

Sul Capo dei Capi (Riina) e le minacce rivolte al magistrato Di Matteo. «Quell’uomo non era un mafioso qualunque, ma il soggetto che era stato già condannato per avere avuto la forza, la capacità di organizzare, eseguire o far eseguire decine di omicidi eccellenti in danno di magistrati, di politici, di esponenti delle forze dell’ordine. Quello era Riina, considerato da tutte le mafie mondiali il punto di riferimento più alto per la capacità criminale

Un uomo sotto scorta. «Da 27 anni vivo con la scorta, da circa dieci anni sono sottoposto al massimo livello di protezione. Non ho mai fatto, non ho mai potuto fare nella mia città a Palermo nella mia Sicilia, una passeggiata da solo con i miei figli. Non ha importanza parlare di me, ha importanza semplicemente chi con troppa facilità, certe volte con superficialità, disinvoltura che lasciano interdetti, parla di scorte come status symbol, oppure di giudici protagonisti perché sono sottoposti a queste misure. Riflettesse un attimo su questi dati che ho fornito. Per il resto sopportiamo tutto.»

IO HO DENUNCIATO a Miranda

IO HO DENUNCIATO a Miranda
26 settembre 2020
#iohodenunciato
Grazie di Cuore a tutti.

SE NON FOSSIMO IL PAESE CHE SIAMO…
Miranda, 26 settembre 2020
“Un libro che sa di denuncia, di giustizia”. Dal romanzo è stata tratta la sceneggiatura per la realizzazione del film “Io ho denunciato”, premiato – pochi giorni fa – al Festival internazionale del Cinema di Venezia.

Saluti:
Marco FERRANTE, Sindaco di Miranda
Interventi:
Paolo DE CHIARA (giornalista, scrittore, autore del libro e della sceneggiatura del film premiato alla 77^ Mostra internazionale del Cinema di Venezia)
Tonino BRACCIA (superstite Strage di Bologna del 2 agosto 1980)
Massimiliano TRAVAGLINI (portavoce Movimento Agende Rosse “Falcone e Borsellino” Abruzzo)

Moderatrice Marilena FERRANTE (insegnante, giornalista, scrittrice)
Ph Sara Labella

Giancarlo Siani, 35 anni dopo. D’Alterio: «La sua morte ha prodotto un risveglio delle coscienze»

L’INTERVISTA. Parla il PM del caso Siani, autore del libro “La stampa addosso”: «Era un giovane uomo che aveva voglia di verità, che voleva un forte contrasto della criminalità organizzata, aiutare a rompere i collegamenti tra criminalità organizzata e la politica e l’amministrazione. Credeva fortemente nei valori dell’onestà. Esigeva dalle Istituzioni che si facesse di tutto, non bastava a lui una onestà passiva di chi fa il suo dovere, ma esigeva che si facesse di più per sconfiggere ogni collusione».

Giancarlo Siani, 35 anni dopo. D’Alterio: «La sua morte ha prodotto un risveglio delle coscienze»

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Sembra una sera come tante altre. È buio, un giovane ragazzo sta parcheggiando la sua autovettura nei pressi della sua abitazione. Nella sua mente si affollano diversi pensieri e, forse, qualche preoccupazione legata al suo lavoro. Senza accorgersene si trova di fronte, nell’oscurità, due pistole puntate. Dieci colpi vengono sparati senza pietà. I vigliacchi colpiscono all’improvviso.

È la sera del 23 settembre del 1985. Il giovane ragazzo è un giornalista precario (senza contratto) del Mattino, si chiama Giancarlo Siani. Un cronista giovane ma con la schiena dritta. Si occupava anche di camorra, raccontava la realtà criminale. Solo quattro giorni prima, il 19 settembre (il giorno di san Gennaro, un appuntamento molto importante per la città di Napoli), aveva compiuto 26 anni.

Sono passati 35 anni da quel barbaro omicidio, commesso da inutili e schifosi vigliacchi che si fanno chiamare camorristi. Oggi, Giancarlo, avrebbe compiuto 61 anni. Da quattro giorni. La Citroen Mehari, che ha raccolto il suo corpo senza vita, è esposta presso la Fondazione Siani. La memoria, nel Paese senza memoria, è fondamentale. Non solo per ricordare. Il dovere di ogni giornalista è quello di fare il proprio bellissimo mestieraccio con dignità. Costi quel che costi.

«Ho cominciato a chiamarlo per nome dopo il suo omicidio. La morte me lo ha reso un punto di riferimento. Uno che lascia il segno, presente anche quando non c’è più. Ricordo che dall’ottobre del 1984 al settembre dell’anno successivo, quando lo hanno ucciso, l’ho visto qualche volta in Procura a Napoli. Il nove ottobre 1984 era iniziata la mia esperienza in Procura, dopo il tirocinio a Napoli e qualche anno trascorso a Savona come giudice di Tribunale. La prima volta avevo pensato fosse un poliziotto in borghese, per la determinazione nelle domande insistenti, che rivolgeva a qualche collega più anziano e che contenevano uno stimolo – ed una ammonizione tacita – nonché per la conoscenza che aveva di fatti e circostanze. Un atteggiamento coerente con la spinta etica che caratterizzava il suo impegno di giornalista. La massima determinazione veniva fuori nella sua avversione per l’illegalità e più in generale per l’ingiustizia, anche se non aveva bisogno di essere un “giornalista anticamorra” per sentirsi realizzato. Era una persona completa, ricca d’interessi e di passioni. Non si occupava di quei temi per trarne fama o successo, né per l’esigenza di riempire con la “missione” la propria vita».

Questo breve passaggio è contenuto nel libro «La stampa addosso. Giancarlo Siani, la vera storia dell’inchiesta» (Guida editore) scritto dal magistrato Armando D’Alterio, il PM “tenace” (così definito da Paolo Siani), del caso Siani. D’Alterio, già procuratore capo della DDA di Campobasso, oggi è Procuratore Generale di Potenza.

Lo abbiamo intervistato per comprendere il suo pensiero su una figura straordinaria del giornalismo italiano, vittima della camorra napoletana.                

  Armando D’Alterio, oggi PG di Potenza

Dott. D’Alterio, chi era Giancarlo Siani?

«Era un giovane uomo che aveva voglia di verità, che voleva un forte contrasto della criminalità organizzata, aiutare a rompere i collegamenti tra criminalità organizzata e la politica e l’amministrazione. Credeva fortemente nei valori dell’onestà. Esigeva dalle Istituzioni che si facesse di tutto, non bastava a lui una onestà passiva di chi fa il suo dovere, ma esigeva che si facesse di più per sconfiggere ogni collusione.»

Lei quando si imbatte in questa storia?

«Ci sono stati vari momenti, anche precedenti a quello dell’inizio dell’indagine. Ricordo che già anni prima un collaboratore mi aveva dato delle indicazioni sugli ambienti criminali da cui era scaturito il delitto.»

Possiamo spiegare meglio?

«Sulla causale camorristica. All’epoca indagava Palmeri (all’epoca giudice istruttore, nda), io trasmisi il verbale a lui. Quando poi Palmeri firmò quella fondatissima sentenza di proscioglimento dei primi imputati, anche senza averne un motivo tecnico professionale, me ne procurai una copia e la lessi. E la condivisi, perché era estremamente motivata e fondata su elementi incontestabili.»

Come nasce il suo interessamento?

«Successivamente iniziai ad interessarmi delle cosche di Torre Annunziata e Marano, tutto nasce dall’omicidio di Eduardo Di Ronza, avvenuto il 3 novembre del 1989. Un vice di Gionta, accusato di aver rotto il patto di omertà nel corso delle indagini sulla strage di Sant’Alessandro del 26 agosto del 1984. Lui incontrò esponenti delle forze dell’ordine, rendendo dichiarazioni confidenziali e accusando il clan Alfieri-Bardellino di avere effettuato quell’intervento sanguinoso (conosciuta anche come la strage del Circolo dei pescatori, in cui morirono otto persone, nda). E questa cosa il suo clan non gliel’aveva mai perdonata. Pasquale Gallo, capo di una famiglia alleata al clan Gionta, alla fine degli anni Ottanta si parlava di clan Gionta-Gallo-Limelli, chiese che fosse ucciso perché aveva rotto il patto di omertà.»  

Ritorniamo all’omicidio del Di Ronza.

«Durante la notte mi chiamano dal commissario Auricchio di Torre Annunziata e mi avvisa di questo fatto e decido di andare sul luogo del delitto. È il mio primo sopralluogo a Palazzo Fienga, poi ce ne saranno altri tre. Tutti segnano momenti importanti dello sviluppo delle indagini. Così cominciai a capire di fronte a che tipo di organizzazioni ci trovavamo: pericolose, pervasive, collegate con la criminalità politica.»

Poi arriverà l’arresto del boss.

«Nel ’91 ci sarà l’arresto in flagrante di Valentino Gionta, latitante rispetto all’esecuzione di una pena al 416 che gli era stata inflitta precedentemente. Fu trovato in un nascondiglio, in una stanza segreta a Palazzo Fienga, insieme al cognato Gabriele Donnarumma. In realtà non potevamo arrestarli per nulla…»

Perché?

«Valentina Gionta era semplicemente uno che si era sottratto agli arresti domiciliari. All’epoca non esisteva l’arresto fuori flagranza per evasione. Un evaso poteva essere arrestato solo nel momento in cui evadeva, non a distanza di tempo dall’evasione stessa. Ragionando decidemmo che non era possibile riportare Valentino Gionta agli arresti domiciliari da cui si era allontanato, allora formulammo una imputazione di 416 bis in flagranza, insieme al cognato Donnarumma Gabriele, in concorso con altri in corso di identificazione, costruito sulla base della precedente condanna per 416 sulla natura permanente del reato di associazione per delinquere e sugli elementi dati dalla caratteristica stessa di Palazzo Fienga. Ecco perché dico che furono importanti i sopralluoghi.»

Cosa c’era a Palazzo Fienga?

«Era attrezzato come un vero e proprio fortino militare, con cani pastori sui terrazzi, telecamere, monitor. Cosa che all’epoca erano abbastanza rare. Stiamo parlando del ’91. Così inizia una lunga traghettata attraverso i clan di Marano e Gionta che vide varie tappe. Nel 1993, sotto la pressione delle indagini, collabora Salvatore Migliorino; nel 1994 collabora Graziano Matteo, che è quello che una notte ci disse che poteva condurci nel milanese, a Sesto San Giovanni, dove erano i latitanti del clan. Nel frattempo avevamo già arrestato molti esponenti del clan.»

Cosa succede quella notte?

«Quella notte del 12 settembre del 1994, prima di tutto, ci indica un deposito di armi in Torre Annunziata. Sequestrammo un vero e proprio arsenale. Successivamente ci mettiamo in auto e andiamo con quattro macchine nel milanese. E lì ci fu il blitz che consentì la cattura di otto uomini armati. Un’impresa coraggiosa condotta, soprattutto, dagli uomini del commissariato di Torre Annunziata e dalla questura di Napoli.»

Cosa ci facevano a Milano?

«Loro, essendo latitanti, si erano portati altrove. Avevano scelto Milano dove effettuavano un traffico di stupefacenti pesanti, eroina e cocaina, di cui i proventi poi servivano a sostenere le famiglie dei detenuti del clan Gionta. Proprio la cesura di questo canale di finanziamento indusse Gabriele Donnarumma, cognato di Gionta Valentino, a collaborare perché nacque la convinzione, dopo tutti quegli arresti e la continuità dell’azione che non si limitava a scoprire i reati ma anche a cercare di catturare i latitanti, che era venuto il momento di deporre le armi e decide di collaborare. Poi ci furono tanti altri collaboratori, una dozzina del clan Gionta.»

Indagini indirizzate non solo nei confronti della malavita organizzata.

«Abbiamo indagato sui legami con la pubblica amministrazione. Abbiamo scoperto tutto quello che Giancarlo aveva scoperto. E quello che lui aveva scoperto continuava ad essere fatto: corruzioni e concussioni continuate dagli anni ’80 fino agli anni ’90, quando noi stavamo indagando.»

Con quali risultati?

«Abbiamo arrestato tre ex sindaciquattro assessori del Comune di Torre Annunziata, esponenti apicali di tutti gli uffici del Comune di Torre Annunziata per reati, in vari blitz, di pubblica amministrazione. Quattro ondate di arresti ordinati dal GIP su nostra richiesta.»

Quali erano i collegamenti criminali di Gionta?

«La famiglia Nuvoletta di Marano, questo risulta affermato nella sentenza di condanna definitiva. Infatti hanno riconosciuto l’esistenza di un unico clan facente capo all’alleanza fra questi due gruppi.»

Collegamenti solo con clan campani?

«Avevano collegamenti con la banda della Magliana ma, soprattutto, con la mafia siciliana, con i corleonesi. C’era il giuramento di sangue di cui parlano i vari collaboratori.»

Perché viene ucciso il giornalista Giancarlo Siani?

«La discussione dell’omicidio trae origine dal suo articolo del giugno 1985, pubblicato sul Mattino, dove lui immagina che l’arresto di Valentino Gionta, nei pressi della tenuta di Poggio Vallesana dei Nuvoletta a Marano, potesse essere scaturito da una voce proveniente dall’interno del clan di Marano. Questa è una circostanza che è stata smentita, ma era solo un sospetto di Giancarlo Siani. E per questo nacque la decisione di ucciderlo: per punirlo, per avere lanciato questo sospetto. Però, nelle fasi decisive in cui si discuteva se farlo o meno questo omicidio, veniva ricordato da Donnarumma Gabriele che Valentino Gionta, da lui sentito in carcere, si era opposto.»

Perché?

«Il delitto avrebbe provocato un forte rilancio della pressione delle forze dell’ordine nei confronti del clan Gionta. A questa affermazione («la colpa ricadrà su di noi») venina replicato che Siani aveva dato molto fastidio al clan Gionta.

Ci fu una causale mista, formata da un antecedente storico, costituito dalle inchieste di Siani sui clan di Torre Annunziata, e un antecedente immediato, costituito da quell’articolo.

La decisione omicidiaria era stata anche preceduta da pedinamenti, probabilmente anche antecedenti a quell’articolo. Del pedinamento abbiamo tracce in una intercettazione di uno dei componenti del gruppo di comando del clan Gionta, che fa questa affermazione: «gli abbiamo fatto le poste sotto la vesuviana». La vesuviana è il tratto ferroviario che collega Napoli con i paesi alle falde del Vesuvio, tra cui Torre Annunziata.»

Ma Siani non stava lavorando ad un dossier?

«Abbiamo molto indagato su questo dossier. Abbiamo sentito anche il tipografo o presunto, quello a cui ci fu riferito che Giancarlo si rivolse per concordare questa stampa. Ma questo tipografo, da noi sentito in maniera molto pressante e approfondita, ha detto di non aver mai ricevuto nulla da Giancarlo.»

Perché un semplice “sospetto” fa scattare la decisione di eliminare un giornalista?

«L’omertà e il rispetto della chiusura totale alla collaborazione con le forze dell’ordine è una regola. Così come provocò l’omicidio del Di Ronza, che aveva parlato con le forze dell’ordine, quella stessa squallida e vergognosa logica criminale indusse a dire “dobbiamo eliminare l’uomo che ha detto che noi siamo dei traditori”.»

Cosa è cambiato dall’omicidio di Giancarlo Siani?

«La morte di Giancarlo Siani ha prodotto un risveglio delle coscienze.»

E per il clan Gionta?

«Valentino Gionta non è più uscito dal carcere, una detenzione continuata senza permessi al 41bis e come lui, nello stato, si trovano i killer del clan. Questo vuol dire aver inferto un grosso danno al clan. Non si può dire definitivamente debellato, ma non è più paragonabile a quello che era una volta. Anche i figli, i parenti e i nipoti di Valentino Gionta sono stati arrestati, processati e condannati.»

Perché ha deciso di scrivere un libro su Giancarlo Siani?

«Il primo motivo era di parlare ancora più approfonditamente di Giancarlo, un esempio per tutte le nuove generazioni. Il secondo motivo è dare omaggio a quegli uomini delle forze dell’ordine del commissariato di Torre Annunziata e della sezione di polizia giudiziaria della Procura di Napoli che, con grande coraggio e grande impegno, hanno anche rischiato la vita. Parlo di quella trasferta nel milanese. Uomini che sono sempre rimasti nell’ombra e, quindi, era arrivato il momento di omaggiarli. Il terzo motivo era quello di chiarire che Giancarlo aveva ragione quando parlava delle collusioni politico-criminali, come le tangenti sul depuratore, sui vari progetti, sulla ricostruzione post-sismica. Era tutto vero. Realtà criminali già marce e consolidate all’epoca di Siani, protrattesi negli anni. C’era il politico che prendeva le tangenti e le distribuiva a tutti i partiti dell’epoca. Noi abbiamo arrestato amministratori ed esponenti di partito, di tutto l’arco costituzionale. Un’azione di accertamento a tappeto, riconosciuta dalle sentenze passate in giudicato. In quegli anni abbiamo fatto otto blitz e sei maxiprocessi, tutti conclusi con una vasta conferma delle nostre ipotesi di accusa e con condanne agli ergastoli e a svariati anni di reclusione. Tutto quello che aveva attenzionato Giancarlo. Poi, se lo possiamo dire, c’è un quarto motivo…»

Prego…

«Il passaggio del tempo, che consente di guardare le cose con maggiore obiettività, con maggiore distacco, con una certa imparzialità.»

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Apparati dello Stato in via D’Amelio per attendere la strage e rubare l’Agenda Rossa

L’INTERVISTA/Seconda ed ultima parte. Parla Angelo Garavaglia Fragetta, uno dei fondatori del Movimento Agende Rosse e collaboratore di Salvatore Borsellino. «Tutti sapevano che da qualche tempo Paolo teneva questa Agenda. Ucciderlo e basta non aveva senso. Bisognava anche arrivare a prendere quella borsa e, soprattutto, prendere quell’Agenda.»

Apparati dello Stato in via D’Amelio per attendere la strage e rubare l’Agenda Rossa
Fotogrammi (strage via D’Amelio) gentilmente concessi da Angelo Garavaglia Fragetta

di Paolo De Chiara, WordNews.it

«Questa è la prima volta che viene fuori. Questa è una novità assoluta. Quando ho proiettato il video con questo aggiornamento alla presenza di un magistrato da sempre impegnato nella lotta alla mafia mi ha guardato e ha detto: ‘questo non è materiale giornalistico, questo è materiale per gli investigatori’».

Queste sono le parole pronunciate da Angelo Garavaglia Fragetta, uno dei fondatori del Movimento delle Agende RosseLa sua teoria l’abbiamo raccolta nella prima parte di questa lunga intervista. «Il PM Cardella vede la borsa nell’ufficio di La Barbera e la reperta il 5 novembre. Più di un mese dopo La Barbera chiede a Maggi di produrre una relazione di servizio che giustifichi la presenza della borsa nel suo ufficio. La borsa (“in pelle marrone, chiusa e bruciacchiata”, nda) sembra essere o dentro o accanto un sacchetto di plastica. Vengono repertare le cose che ci sono all’interno della borsa e del sacchetto. Ci sono varie cose. E poi c’è anche un biglietto con su scritto ‘Ritrovato sul luogo della strage, assistente Francesco Maggi’.

Questo bigliettino, secondo me, è il motivo per cui Arnaldo La Barbera chiede a Francesco Maggi di fare la relazione di servizio».

E in questi anni nessuno ha mai sentito l’assistente Maggi su questo fatto. Perché? In questo modo sono state condotte le indagini? Ma sono state condotte le indagini? 

Quanti anni sono passati dall’eccidio di via D’Amelio? Perché aleggia ancora questo segreto intorno all’Agenda Rossa di Paolo Borsellino? Chi l’ha fatta sparire? Chi la sta utilizzando come «arma di ricatto»?

«L’Agenda Rossa non doveva essere distrutta, doveva sparire – secondo Salvatore Borsellino -. E c’era chi attendeva in via D’Amelio che ci fosse quella esplosione per mettere in atto tutto quello che è stato fatto. L’Agenda Rossa doveva sparire altrimenti l’assassinio di Paolo non sarebbe servito a nulla. E, sicuramente, non interessava alla mafia farla sparire.»

L’Agenda Rossa è sparita, come è sparito il contenuto delle agende elettroniche di Giovanni Falcone, come è sparito il pc dalla Procura della Repubblica di Palermo (con 10 anni di indagine su Matteo Messina Denaro), come è sparito il contenuto della cassaforte di Totò Riina (a seguito della mancata perquisizione della sua abitazione dopo la “consegna” da parte di Provenzano), come sono sparite le carte del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Come sono sparite le prove in tante altre circostanze.

In questo Paese tutto sparisce. Compresa la verità.

Riprendiamo l’ultima parte dell’intervista con Angelo Garavaglia Fragetta, perché noi continueremo a seguire questa storia.

E ripartiamo da via D’Amelio, pochi minuti dopo la strage. Quante asportazioni della borsa di Borsellino ci sono state?

«Partendo dal presupposto che questa ultima asportazione (quella di Maggi, nda) sembra la più inverosimile, guardando tutti i video e riascoltando tutte le testimonianze, credo di aver individuato la seconda asportazione della borsa, quella di cui parla Ayala. Mettere insieme la testimonianza di Ayala e quella di Arcangioli è praticamente impossibile. Ho sempre pensato che uno dei due mentisse o stessero parlando di due asportazioni diverse.

Intorno alle 17:40/42 ho estrapolato un’immagine in cui si vede Ayala e tutta una serie di persone accanto alla macchina di Paolo.

Dalla ricostruzione fatta da Ayala, lui arriva in via D’Amelio, viene fermato perché devono spegnere il fuoco, poi passa vicino alla macchina di Paolo, si accorge che quella è la macchina di Paolo e chiede, addirittura, di aprirla per vedere se c’è qualcuno all’interno e dopo va nei giardinetti.

Tornando indietro nel tempo, stiamo parlando delle 17:21/22 circa, va nel giardinetto, riconosce il corpo di Paolo dopodiché dice ‘torno verso la macchina aperta e vedo che all’interno c’è una borsa’. E a quel punto lui dà delle versioni: ‘l’ho presa io’, ‘l’ha presa un ufficiale dei carabinieri’, ‘l’ha presa un uomo con abiti civili’. Io mi sono concentrato sui punti in comune e, in pratica, i punti in comune sono che lui quella borsa non la tiene in mano, ma la consegna o la fa consegnare a un ufficiale dei carabinieri che c’è lì vicino.

Questa versione viene confermata dal suo amico Felice Cavallaro che si ricorda addirittura il grado di questo ufficiale, perché riconosce due stellette con la torre sulla divisa estiva.»

Chi è questo tenente colonnello?

«Nelle immagini sono riuscito ad estrapolare questa persona, si tratta dell’allora tenente colonnello Emilio Borghini.

Sono le 17:40/45, nella versione di Ayala e di un carabiniere di scorta dopo che fanno questa operazione vanno via, praticamente, da via D’Amelio. Non rimangono più. Quando ho trovato questa immagine ho pensato che questa fosse il secondo momento in cui Ayala passasse vicino alla macchina di Paolo e che fosse questo il momento in cui ci fosse la sua versione dell’asportazione della borsa. Quella confermata da Cavallaro. È una ripresa fatta da molto lontano, però le persone più alte si vede chi sono, tant’è che c’è anche questo Emilio Borghini (all’epoca comandante del gruppo carabinieri di Palermo, nda). Questa credo sia la seconda asportazione, quella definitiva. Che ci siano state due asportazioni della borsa è praticamente certo. Arcangioli non avrebbe nessun motivo di dire ‘ho rimesso la borsa in macchina’, visto che va assolutamente contro di lui questa versione. Perché non ha nessun senso rimettere una borsa in una macchina che sta bruciando.»

C’era qualcuno in via d’Amelio, prima dell’esplosione, che attendeva il momento opportuno per prelevare l’Agenda?

«Tutti sapevano che da qualche tempo Paolo teneva questa Agenda. Ucciderlo e basta non aveva senso. Bisognava anche arrivare a prendere quella borsa e, soprattutto, a prendere quell’Agenda.»

Quindi c’era “qualcuno” che stava aspettando per prenderla?

«Era in zona per arrivare a prendere quella Agenda. Secondo me c’era più di uno.»

Perché?

«Chi avrebbe avuto in mano quell’Agenda avrebbe avuto potere rispetto a qualcun altro.»

Possiamo spiegare meglio questo concetto?

«Chi dice che c’erano i servizi segreti, ed è una cosa che è stata confermata da alcune testimonianze. Però, secondo me, c’era anche qualcuno del ROS dei carabinieri che aveva bisogno di quell’Agenda per avere potere.»

Cosa significa “avere potere”?

«È sicuro che qualcuno dello Stato era lì per mettere le mani sull’Agenda Rossa.»

Necessaria per Cosa nostra o per “qualcuno” legato agli apparati dello Stato? A chi interessava l’Agenda?

«Agli apparati dello Stato. A Cosa nostra non credo interessasse granché.»

Per Salvatore Borsellino: «Chi ha ucciso Paolo è chi ha prelevato l’Agenda Rossa».

«Diciamo che tra i mandanti, sicuramente, ci sono le stesse persone.»

I fatti restano fatti.

«Nel video metto una serie di fatti, ognuno è libero di trarre le proprie conclusioni. Arcangioli, anni dopo, si occuperà delle intercettazioni del caso Calciopoli. Nicola Penta, che è un uomo di Moggi, racconta in una sua lettera che Arcangioli è uomo di assoluta fiducia di Mori.

Poco tempo fa è stato trovato un appunto molto importante sui taccuini di Falcone in cui, per la prima volta, si diceva che Berlusconi pagava la mafia. Che Paolo questa cosa non la sapesse dubito fortemente. L’ultima intervista che rilascia è proprio su quell’argomento. Nel 2003 il Governo Berlusconi mette a capo dei servizi segreti Mario Mori, quello che poi si saprà essere colui che trattava con la mafia.»        

Che fine ha fatto l’Agenda Rossa?

«È ancora in mano a qualcuno.»

È un’arma di ricatto?

«Assolutamente sì. Chiusa in qualche cassaforte.»

Vogliamo spiegare cosa è successo durante il processo, quando è stato proiettato il vostro video?

«Al Borsellino quater era arrivato il giorno dell’arringa della nostra parte civile, dove è stato proiettato questo video che poteva fornire indicazioni molto importanti. Soprattutto per la Procura. Sinceramente non abbiamo capito perché a quell’udienza i PM non hanno ascoltato l’arringa di Fabio Repici. Quel video poteva essere molto importante, anzi lo era. Perché poi sappiamo che è stato fatto un supplemento d’indagine.»

Lei cosa ha pensato quando ha visto questa scena?

«È stata proprio una sensazione di sconforto. E quella sensazione che mi assale ogni volta che proviamo a dare il nostro contributo esterno. E questo contributo non viene recepito. Non ho mai pensato alla malafede, però ho sempre avuto la sensazione che ci sia una sorta di arroganza. Come dire: ‘lo sappiamo noi come si fanno le cose’. Però quando vai a studiare le carte, a vedere i video e ti accorgi che c’è qualcosa che non va capisci che il lavoro, a volte, non viene fatto bene. E non c’è chi ha il coraggio di ammetterlo.»

Ad oggi, a livello processuale, qual è il punto fermo sull’Agenda Rossa?

«Non so come stanno andando le indagini, se sono state archiviate. So che tutto il materiale che avevo l’ho dovuto consegnare.»

La Trattativa Stato-mafia è ancora in corso?

«È sempre ancora in corso, assolutamente.»

Perché?

«Matteo Messina Denaro è ancora in circolazione.»   

Si potrà arrivare alla Verità e alla Giustizia in questo Paese, su questi fatti?

«Purtroppo penso di no. Non ci credo. Mi rendo conto che ci sono una serie di ostacoli che sono insormontabili. Noi sappiamo che lottiamo contro entità occulte che ha poteri enormi, ma non è solo questo.»

Possiamo fare un esempio?

«Ho provato, da collaboratore di Salvatore Borsellino, a chiedere a tutti i fotografi che c’erano quel giorno in via D’Amelio se potevamo darmi una mano per ritrovare le foto. Ho fatto cinque o sei richieste, mi ha risposto soltanto uno che dalla seconda volta non mi ha più dato niente. Oltre a lottare contro entità occulte lottiamo anche contro determinati atteggiamenti che non portano alla possibilità di avere verità e giustizia.»

Gli ostacoli sono insormontabili perché determinati soggetti sono ancora all’interno delle Istituzioni?

«Queste persone o sono ancora all’interno delle Istituzioni o hanno amici e complici all’interno delle Istituzioni.»

In questi anni sono arrivate pressioni, avvertimenti, minacce?

«È successo un fatto strano. Non so se è il caso di citarlo. Diciamo che ce ne sono stati due.»  

                2 parte/fine

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La PRIMA parte dell’intervista.

Agenda Rossa: spunta «una novità assoluta»

LEGGI l’Intervista a Salvatore BORSELLINO

PRIMA PARTE. «Borsellino: «gli assassini di mio fratello sono dentro lo Stato»

SECONDA PARTE. «Chi ha ucciso Paolo Borsellino è chi ha prelevato l’Agenda Rossa»

TERZA PARTE. Borsellino«L’Agenda Rossa è stata nascosta. E’ diventata arma di ricatto» 

  • L’intervista al colonnello dei carabinieri Michele Riccio.

Prima parte:«Dietro alle bombe e alle stragi ci sono sempre gli stessi ambienti»

Seconda parte:Riccio: «Mi ero già attrezzato per prendere Bernardo Provenzano»

Terza parte:«Non hanno voluto arrestare Provenzano»

Quarta parte:Riccio: «L’ordine per ammazzare Ilardo è partito dallo Stato»

  • Per approfondimenti:

Stato e mafie: parla Ravidà, ex ufficiale della DIA

Attilio Manca suicidato per salvare Bernardo Provenzano

INGROIA: «Lo Stato non poteva arrestare Provenzano»

INGROIA: «Provenzano garante della Trattativa Stato-mafia»

  • L’intervista al pentito siciliano Benito Morsicato:

Prima parte: «Cosa nostra non è finita. È ancora forte»

Seconda parte: Il pentito: «Matteo Messina Denaro è un pezzo di merda. Voglio parlare con Di Matteo»

Festival Venezia: “IO HO DENUNCIATO” vince la VII edizione dello “Starlight International Cinema Award”

SPECIALE BIENNALE 2020. Premio per il sociale al film “Io Ho Denunciato”, tratto dal romanzo scritto da Paolo De Chiara (ed. Romanzi Italiani). Regia di Gabriel Cash, sceneggiatura scritta dall’autore del libro.

Un film intenso, oggi più che mai di grande attualità che ripercorre le vicissitudini della vita di un testimone di giustizia che, per aver denunciato racket, estorsioni e violenze fisiche, si ritrova a dover abbandonare la sua terra.

di Simona Di Sarno, WordNews.it

Si è tenuto ieri sera alla sala campari della Biennale di Venezia, la VII edizione del premio Starlight international Cinema Award, l’intento del premio è quello di valorizzare i talenti del cinema nazionale e internazionale.
I premiati vengono scelti tra le eccellenze del settore, in quanto testimoni di opere in grado di rappresentare varie culture ed i mutamenti globali.

L’International Starlight Cinema Award, prodotto da Today di Francesca Rettondini ed ideato con la collaborazione di Giuseppe Zaccaria, ha scelto di assegnare tra i vari premi, il premio alla Carriera a Valeria Fabrizi e Massimo Dapporto ed il premio per il sociale al produttore Antonio Chiaramonte con il film “Io Ho Denunciato”, tratto dal romanzo scritto da Paolo De Chiara (ed. Romanzi Italiani). 

Regia di Gabriel Cashsceneggiatura scritta dall’autore del libro.


Un film intenso, oggi più che mai di grande attualità che ripercorre le vicissitudini della vita di un testimone di giustizia che, per aver denunciato racket, estorsioni e violenze fisiche, si ritrova a dover abbandonare la sua terra.

La serata è stata presentata dalla conduttrice televisiva e radiofonica (RDS) Anna Pettinelli.

Nelle passate edizioni il premio è stato vinto da celebrità come Barbora Bobulova, Anita Caprioli, Lou Castel, Carolina Crescentini, Maria Grazia Cucinotta, Silvia D’Amico, Donatella Finocchiaro, Anna Foglietta (quest’anno scelta come madrina della 77esima edizione della Mostra) Matteo Garrone , Giancarlo Giannini, Massimiliano Gallo, Milena Mancini, Vinicio Marchioni, Carlotta Natoli, Susanna Nicchiarelli, Al Pacino, Andrea Pallaoro, Alice Rohrwacher, Claudio Santamaria, Greta Scarano, Malgorzata Szumowska, Paz Vega, Lina Wertmüller.

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Agenda Rossa: spunta fuori «una novità assoluta»

L’INTERVISTA/Prima parte. Cosa è successo in via D’Amelio? Prima, durante e dopo la strage di Stato? Stavano aspettando il “botto” per impadronirsi dell’Agenda Rossa del magistrato? Lo abbiamo chiesto ad Angelo Garavaglia Fragetta, uno dei fondatori del Movimento Agende Rosse e collaboratore di Salvatore Borsellino. «Francesco Maggi fa la relazione di servizio in cui dice di aver preso la borsa il 21 dicembre del 1992. Cinque mesi dopo rispetto al giorno della strage. Questa relazione di servizio viene fatta su richiesta di Arnaldo La Barbera, che noi sappiamo essere un depistatore di indagini. Qualche giorno prima del 21 dicembre 1992 questa borsa viene repertata. Viene aperta e se ne scopre il contenuto. Ci sono varie cose. C’è anche un biglietto con scritto ‘Ritrovato sul luogo della strage, assistente Francesco Maggi’. Questa è prima volta che viene fuori. Questa è una novità assoluta.»

Agenda Rossa: spunta fuori «una novità assoluta»
I fotogrammi sono stati gentilmente concessi da Angelo Garavaglia Fragetta

di Paolo De Chiara, WordNews.it

«Per me è uno snodo fondamentale l’Agenda Rossa. Chi ha ucciso Paolo è chi ha prelevato l’Agenda Rossa. Sicuramente». Parole pronunciate da Salvatore Borsellino durante la lunga intervista rilasciata a WordNews. Ma da chi è stata prelevata l’Agenda del magistrato ucciso nell’eccidio di via D’Amelio il 19 luglio del 1992?

È stata una mano mafiosa? «No, assolutamente no.», spiega Salvatore. «Che cosa poteva interessare ai mafiosi l’Agenda Rossa di Paolo. C’erano riportate delle cose che, sicuramente, non interessavano alla mafia.»

Dal verbale della Procura della Repubblica di Caltanissetta del giorno 5 novembre 1992 è possibile apprendere il contenuto di un sacchetto e della borsa “di pelle marrone, chiusa e bruciacchiata” di Paolo Borsellino. Negli uffici della Procura sono presenti Fausto Cardella, sostituto procuratore della Repubblica, assistito da Franca Ferreri con l’ausilio di ufficiali di polizia giudiziaria della sezione carabinieri.

Nel sacchetto di plastica vengono trovati i seguenti oggetti: 1) Borsa in pelle marrone, chiusa e bruciacchiata (rientra tra gli oggetti presenti nel sacchetto?, nda); 2) un paio di occhiali; 3) un mazzo di chiavi; 4) un pacchetto di fazzoletti di carta; 5) uno scontrino fiscale; 6) n.3 fogli di carta spillati. “Detti oggetti erano contenuti in un sacchetto di plastica aperto nel quale vi era anche un biglietto nel quale si legge: «Rinvenuto sul luogo della strage, ass. Maggi Francesco»”.

Ed ecco l’elenco degli oggetti contenuti nella borsa del magistrato: un pacchetto di sigarette Dunhill con tre sigarette, un crest nel Nucleo carabinieri di Palermo, un paio di pantaloncini da tennis bianchi, un costume da bagno, un carica batteria per telefono con batteria ed accessori, un altro pacchetto di Dunhill, un pezzo di giornale strappato.

Cosa è successo in via D’Amelio? Prima, durante e dopo la strage di Stato? Stavano aspettando il botto per impadronirsi degli appunti del magistrato? Che fine ha fatto l’Agenda Rossa di Paolo Borsellino?

Lo abbiamo chiesto ad Angelo Garavaglia Fragetta, uno dei fondatori del Movimento Agende Rosse e collaboratore di Salvatore Borsellino.

Perché abbiamo deciso di coinvolgerlo? Perché grazie al suo lavoro, dopo anni di silenzi e menzogne, sono emerse novità importanti intorno al “furto” dell’Agenda.

«Ho fatto una serie di analisi sui video. È stato fatto un primo video, un collage di pezzi di video, senza nessun commento. Servivano ad accompagnare l’arringa del nostro avvocato. Già da lì si evincevano numerose cose».

Tipo?

«Alcuni orari in cui succedevano determinate cose. Quel giorno la Procura ha pensato di non presenziare. Non ha visto, quindi, il video. Comunque rimasto agli atti. Dopodiché abbiamo deciso di fare un video con audio, in cui spiegavamo determinate cose. A quel punto, la Procura di Caltanissetta ha dovuto aprire un’inchiesta. C’erano nuovi spunti per le indagini.»

Partiamo dall’inizio. Ritorniamo al 19 luglio del 1992 in via D’Amelio. Alle ore 16:58 esplode la Fiat 126, imbottita di tritolo. Cosa succede dopo la strage?

«Le prime immagini che si vedono, intorno alle 17:20, lasciano intravedere il fatto che sul luogo dove è scoppiata la bomba ci sono numerosi focolai di incendio. I primi ad arrivare sono stati i Vigili del Fuoco che cercavano di spegnerli. Sul luogo dell’eccidio si scorgono il dott. Ayala e Giovanni Arcangioli, sono arrivati lì abbastanza presto.»

Che ruolo avevano, in quel momento, i due soggetti citati?

«Ayala era da poco diventato un deputato della Repubblica, dopo essere stato per tanti anni magistrato e aver svolto nel Maxi Processo il ruolo di PM; Arcangioli era un capitano dei carabinieri che quel giorno era di turno.»

A che titolo si trovano sul luogo della strage?

«Arcangioli era di turno ed era abbastanza naturale che fosse lì, il dott. Ayala abitava a circa 300, 400 metri al massimo da via D’Amelio. In quel momento era a casa, stava aspettando – dice lui – Cavallaro che doveva fare un’intervista per il suo libro. Quando ha sentito lo scoppio, con gli uomini della sua scorta, si è recato in via D’Amelio. Dopo 20 minuti era lì, fondamentalmente.»

Ritorniamo alle immagini.

«C’è questa immagine, ripresa da lontano, in cui si vedono Arcangioli e Ayala che sono bloccati dalle fiamme e non riescono ad entrare in via D’Amelio. Ayala è sempre circondato da almeno quattro persone, due uomini della sua scorta più altre persone che lo seguono sempre. Ho individuato l’orario preciso in cui viene asportata la borsa dalla macchina di Paolo, quella immagine in cui è presente Arcangioli con la borsa in mano. Nei video si vedono alcune immagini, si vede lui con la borsa in mano. In particolare, ho estrapolato un’immagine e si vede l’ombra proiettata dal sole sui palazzi, e andando in via D’Amelio, un altro anno, ho fatto le stesse foto per cercare di capire a che ora avvenivano determinate cose.»

A che ora, quindi, viene asportata la borsa?

«Dall’ombra sul palazzo ho desunto che l’orario dell’esportazione della borsa fosse intorno alle 17:30/17:31. Trentadue, trentatré minuti dopo lo scoppio.»

Da chi viene asportata, per la prima volta, la borsa?

«La teoria è che ci sono diverse asportazioni della borsa. Tra le 17:20 e le 17:32 ci sono delle immagini che dimostrano che Ayala era nel giardinetto, all’interno del cancello, dove è stato trovato il corpo di Paolo Borsellino. Alle 17:30 si vede Arcangioli con la borsa in mano che esce, va verso l’uscita di via D’Amelio. Percorre, dal fondo di via D’Amelio, tutta la strada per uscire…»

Per andare?

«Non si sa bene dove.»

Con la borsa in mano?

«Con la borsa in mano. Ci sono state diverse versioni. Lui e Ayala hanno versioni diverse della stessa cosa. Lui dice (Arcangioli, nda) che ha preso questa borsa, l’ha aperta davanti ad Ayala, ha visto che dentro c’era solo un crest dei carabinieri ed altre cose di poco conto. E non si ricorda se lui o qualcuno, su sua indicazione, ha rimesso la borsa dentro la macchina.»

Arcangioli non parla dell’Agenda Rossa?

«No. Quando gli chiedono se dentro ci fosse l’Agenda Rossa lui dice no, c’era solo il crest dei carabinieri e altri oggetti.»

Che fine fa la borsa di Paolo Borsellino?

«Torna in macchina.»

Perché la borsa viene rimessa nella macchina? Qual è la logica?

«Secondo me non c’è nessuna logica. Nel senso che le macchine erano ancora interessate dagli incendi, dai ritorni di fiamma. I vigili sono continuamente impegnati a spegnere questi ritorni di fiamma. In un video, intorno alle 17:40, in cui si vede proprio che i vigili stanno di nuovo spegnendo la macchina di Paolo. Rimettere la borsa in macchina non aveva proprio nessun senso. Non c’era nessun motivo. La borsa andava repertata, che sia tornata in macchina è una stortura impressionante, una delle tante. Una delle peggiori.»  

Viene rimessa in macchina. E dopo cosa succede?

«Ufficialmente l’asportazione successiva dovrebbe essere quella di un poliziotto, l’assistente Francesco Maggi che dice che ha preso la borsa e l’ha portata nell’ufficio del questore La Barbera, dove poi verrà ritrovata. Mesi e mesi dopo.»

Senza Agenda?

«Senza Agenda, ovviamente. Questa versione pone dei dubbi molto, molto forti.»

Perché?

«Praticamente ci sono quattro indizi importanti al riguardo. Quando Maggi dice di aver preso la borsa afferma di averla presa da una Croma azzurra in cui all’interno c’era anche una mitraglietta M12. Questa macchina in realtà è quella degli uomini di scorta, che stava un paio di metri indietro a quella di Paolo. Per cui già la macchina, su cui dice di averla presa, è quella sbagliata. Poi, quel giorno, i segretari di Arnaldo La Barbera a cui doveva essere consegnata questa borsa non si ricordano la presenza di Maggi. Anzi di più, dicono che se qualcuno ‘ci avesse dato un reperto così importante, come la borsa del magistrato, noi l’avremmo sicuramente messa dentro l’armadio blindato dell’ufficio. Non l’avremmo certo lasciata sul divanetto’, dove poi è stata ritrovata.»

Il terzo indizio?

«Francesco Maggi fa la relazione di servizio in cui dice di aver preso la borsa il 21 dicembre del 1992. Cinque mesi dopo rispetto al giorno della strage. Questa relazione di servizio viene fatta su richiesta di Arnaldo La Barbera, che noi sappiamo essere un depistatore di indagini

Perché, cinque mesi dopo, viene fatta questa richiesta?

«Perché in quel momento c’era il PM Cardella che stava indagando sulla sparizione dell’Agenda Rossa. Già all’epoca era aperta questa indagine. E avendo trovato questa borsa sul divanetto di Arnaldo La Barbera si chiedeva cosa ci facesse lì. A quel punto La Barbera aveva bisogno di una pezza d’appoggio, perciò viene fatta fare la relazione a Maggi.»

Possiamo spiegare meglio?

«Il PM Cardella vede la borsa nell’ufficio di La Barbera e la reperta il 5/11. Più di un mese dopo La Barbera chiede a Maggi di produrre una relazione di servizio che giustifichi la presenza della borsa nel suo ufficio.»

Perché La Barbera lo chiede a Maggi?

«Prima del 21 dicembre 1992 (esattamente il 5 novembre dello stesso anno, nda) questa borsa viene repertata. Viene aperta e se ne scopre il contenuto. Questa borsa sembra essere o dentro o accanto un sacchetto di plastica. Vengono repertare le cose che ci sono all’interno della borsa e del sacchetto. Ci sono varie cose, tipo un costume, un pacco di fazzoletti di carta, il crest dei carabinieri.

E poi c’è anche un biglietto con su scritto ‘Ritrovato sul luogo della strage, assistente Francesco Maggi’.

Questo bigliettino, secondo me, è il motivo per cui Arnaldo La Barbera chiede a Francesco Maggi di fare la relazione di servizio.

Il problema grosso è che su questo bigliettino si legge ‘Ritrovato sul luogo della strage’, quindi a qualsiasi cosa si riferisse Francesco Maggi, poteva essere il crest, poteva essere il mazzo di chiavi, poteva essere qualsiasi cosa che fosse maschile. Ma sicuramente non poteva essere una borsa di cuoio.»

Il quarto indizio, quindi, è il bigliettino?

«Sì, il biglietto ritrovato sul luogo della strage. A cosa fosse attaccato non lo so.»

Cosa ha detto Maggi, in questi anni, su questo bigliettino?

«Questa è la prima volta che viene fuori. Questa è una novità assoluta. Quando ho proiettato il video con questo aggiornamento alla presenza di un magistrato da sempre impegnato nella lotta alla mafia mi ha guardato e ha detto: ‘questo non è materiale giornalistico, questo è materiale per gli investigatori’

Perché è una novità se il biglietto (“Rinvenuto sul luogo della strage ass. Maggi”) è già presente nel verbale del 5 novembre del 1992?

«A livello mediatico è la prima volta che viene fuori.»

Ma in tutti questi anni Maggi è mai stato sentito su questo bigliettino?

«No. Non è mai stato sentito sul bigliettino. È la prima volta che qualcuno fa notare questa cosa. Il verbale parla di una borsa e del suo contenuto e di un sacchetto e del contenuto di questo sacchetto.»  

Ma come viene aperta l’indagine se, ufficialmente, nella borsa non viene “trovata” l’Agenda Rossa? Prendono la borsa, la riprendono, ma nessuno trova l’Agenda, diciamo così. Ufficialmente, quindi, è come se questa Agenda non esistesse. Perché, quindi, viene aperta una indagine?

«Nel 2005 viene aperta l’inchiesta perché viene trovata la foto di Arcangioli con la borsa in mano.»

Qual è lo spunto che permette l’inizio dell’inchiesta?

«Tutto parte dalla richiesta dei familiari. Dicono subito che manca quell’Agenda Rossa, che loro sapevano essere all’interno della borsa.»

Quando viene fatta questa richiesta?

«Viene fatto subito.»

Nell’immediato?

«Sì.»

E nel 2005 viene aperta l’inchiesta?

«Perché la versione ufficiale fino a quel momento, che era stato Maggi a portare la borsa nell’ufficio di La Barbera, viene smentita dalla foto in cui si vede Arcangioli con la borsa in mano.»

Tredici anni dopo?

«Esatto.»   

Quante asportazioni della borsa di Borsellino ci sono state?

«Partendo dal presupposto che questa ultima asportazione (quella di Maggi, nda) sembra la più inverosimile, guardando tutti i video e riascoltando tutte le testimonianze, credo di aver individuato la seconda asportazione della borsa, quella di cui parla Ayala. Mettere insieme la testimonianza di Ayala e quella di Arcangioli è praticamente impossibile. Ho sempre pensato che uno dei due mentisse o stessero parlando di due asportazioni diverse.

Intorno alle 17:40/42 ho estrapolato un’immagine in cui si vede Ayala e tutta una serie di persone accanto alla macchina di Paolo.

Dalla ricostruzione fatta da Ayala, lui arriva in via D’Amelio, viene fermato perché devono spegnere il fuoco, poi passa vicino alla macchina di Paolo, si accorge che quella è la macchina di Paolo e chiede, addirittura, di aprirla per vedere se c’è qualcuno all’interno e dopo va nei giardinetti.

Va nel giardinetto, riconosce il corpo di Paolo dopodiché dice ‘torno verso la macchina aperta e vedo che all’interno c’è una borsa’. E a quel punto lui dà delle versioni: ‘l’ho presa io’, ‘l’ha presa un ufficiale dei carabinieri’, ‘l’ha presa un uomo con abiti civili’. Io mi sono concentrato sui punti in comune e, in pratica, i punti in comune sono che lui quella borsa non la tiene in mano, ma la consegna o la fa consegnare a un ufficiale dei carabinieri che c’è lì vicino.

Questa versione viene confermata dal suo amico Felice Cavallaro che si ricorda addirittura il grado di questo ufficiale, perché riconosce due stellette con la torre sulla divisa estiva.»

Chi è questo tenente colonnello?

1 parte/continua

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L’intervista di Salvatore Borsellino

PRIMA PARTE«Borsellino: «gli assassini di mio fratello sono dentro lo Stato»

SECONDA PARTE. Borsellino: «Chi ha ucciso Paolo Borsellino è chi ha prelevato l’Agenda Rossa»

TERZA PARTE. Borsellino«L’Agenda Rossa è stata nascosta. E’ diventata arma di ricatto» 

  • Leggi anche:

Prima parte:«Dietro alle bombe e alle stragi ci sono sempre gli stessi ambienti»

Seconda parte:Riccio: «Mi ero già attrezzato per prendere Bernardo Provenzano»

Terza parte:«Non hanno voluto arrestare Provenzano»

Quarta parte:Riccio: «L’ordine per ammazzare Ilardo è partito dallo Stato»

  • Per approfondimenti:

Impastato: «La mafia è nel cuore dello Stato» 

Stato e mafie: parla Ravidà, ex ufficiale della DIA

Attilio Manca suicidato per salvare Bernardo Provenzano

INGROIA: «Lo Stato non poteva arrestare Provenzano»

INGROIA: «Provenzano garante della Trattativa Stato-mafia»

  • L’intervista al pentito siciliano Benito Morsicato:

Prima parte: «Cosa nostra non è finita. È ancora forte»

Seconda parte: Il pentito: «Matteo Messina Denaro è un pezzo di merda. Voglio parlare con Di Matteo»

«Sanno benissimo dove si trova l’Agenda Rossa»

ANTICIPAZIONE. L’intervista a Salvatore BORSELLINO/Terza parte. «Oggi la gente sente parlare di Trattativa ed è diventata quasi una cosa normale. Non si indigna, non reagisce. A questo sono serviti anni di depistaggio. Gente, come Tinebra, sono passati ad altra vita e, purtroppo, l’oblio sta scendendo anche su questo. Io penso che bisogna cercare di evitare che questo oblio scenda e tenere viva la memoria soprattutto dei giovani che queste cose non le hanno conosciute, perché possano continuare a gran voce a chiedere la Verità nel nostro Paese.»

«Sanno benissimo dove si trova l’Agenda Rossa»
L’Agenda Rossa (ph gentilmente concessa da Rita Rossi)

WordNews.it

«Noi al Borsellino quater abbiamo presentato un video, nel quale mettemmo insieme gli spezzoni girati in via D’Amelio. Noi delle Agende Rosse siamo riusciti ad identificare anche delle persone che non sono mai state prese in considerazione, come il generale Borghini, a cui probabilmente il capitano Arcangioli porta la borsa prelevata dalla macchina di Paolo. Sa che cosa è successo?»

Cosa è successo?

«I pubblici ministeri si sono alzati, si sono allontanati dall’aula e non sono ritornati più per tutto il giorno.»

Lei come ha interpretato questo atteggiamento?

«Evidentemente spunti di indagine che riguardavano la sparizione dell’Agenda Rossa non erano di loro interesse. Ma io so perché.»

Salvatore Borsellino, intervista WordNews.it, agosto 2020 

(La terza parte dell’intervista, realizzata dal direttore Paolo De Chiara, è programmata per mercoledì 2 settembre 2020)

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L’intervista a Salvatore BORSELLINO:

PRIMA PARTE: «Borsellino: «gli assassini di mio fratello sono dentro lo Stato»

SECONDA PARTE: «Chi ha ucciso Paolo Borsellino è chi ha prelevato l’Agenda Rossa»

L’INTERVISTA. Agenda Rossa: spunta «una novità assoluta»

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Prima parte:«Dietro alle bombe e alle stragi ci sono sempre gli stessi ambienti»

Seconda parte:Riccio: «Mi ero già attrezzato per prendere Bernardo Provenzano»

Terza parte:«Non hanno voluto arrestare Provenzano»

Quarta parte:Riccio: «L’ordine per ammazzare Ilardo è partito dallo Stato»

  • Per approfondimenti:

Impastato: «La mafia è nel cuore dello Stato» 

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Attilio Manca suicidato per salvare Bernardo Provenzano

INGROIA: «Lo Stato non poteva arrestare Provenzano»

INGROIA: «Provenzano garante della Trattativa Stato-mafia»

L’intervista al pentito siciliano Brenito Morsicato: 

Prima parte: «Cosa nostra non è finita. È ancora forte»

Seconda parte: Il pentito: «Matteo Messina Denaro è un pezzo di merda. Voglio parlare con Di Matteo»

«La Trattativa è ancora in corso»

ANTICIPAZIONE. L’intervista a Salvatore BORSELLINO/2 parte. «Fino a quando Matteo Messina Denaro sarà a piede libero vuol dire che la Trattativa, sicuramente, è ancora in corso e ancora vigente. Purtroppo ci sono degli apparati che sono invariabili. Ci sono degli apparati di potere che sono a monte dei Governi, al di sopra. Quindi, sicuramente, questi centri di potere che non sono soltanto centri di potere politici, ma sono anche centri di potere industriali per inconfessabili rapporti tra mafia e, appunto, questi ambienti imprenditoriali. È un nodo difficile da spezzare.»

«La Trattativa è ancora in corso»
Salvatore Borsellino (ph gentilmente concessa da Rita Rossi)

da WordNews.it

«Per proteggere Provenzano viene ucciso Attilio Manca, c’è la mancata cattura di Santapaola con quella sceneggiata messa in atto per poterlo avvertire, per farlo scappare. Undici anni di latitanza assicurata a Provenzano che, ovviamente, è in grado di ricattare lo Stato. E, credo, che oggi la cosa continui con Matteo Messina Denaro.

La mancata perquisizione del covo di Riina e, quindi, la possibilità – per chi doveva farlo – di prendere la cassaforte e portarla via con tutti i segreti inconfessabili che doveva contenere

Salvatore Borsellino, WordNews.it, agosto 2020 

(La seconda parte dell’intervista, realizzata dal direttore Paolo De Chiara, è programmata per domani, venerdì 28 agosto 2020)

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PRIMA PARTE: «Borsellino: «gli assassini di mio fratello sono dentro lo Stato»

  • L’intervista al colonnello dei carabinieri Michele Riccio.

Prima parte:«Dietro alle bombe e alle stragi ci sono sempre gli stessi ambienti»

Seconda parte:Riccio: «Mi ero già attrezzato per prendere Bernardo Provenzano»

Terza parte:«Non hanno voluto arrestare Provenzano»

Quarta parte:Riccio: «L’ordine per ammazzare Ilardo è partito dallo Stato»

  • Per approfondimenti:

Impastato: «La mafia è nel cuore dello Stato» 

Stato e mafie: parla Ravidà, ex ufficiale della DIA

Attilio Manca suicidato per salvare Bernardo Provenzano

INGROIA: «Lo Stato non poteva arrestare Provenzano»

INGROIA: «Provenzano garante della Trattativa Stato-mafia»

  • L’intervista al pentito siciliano Benito Morsicato:

Prima parte: «Cosa nostra non è finita. È ancora forte»

Seconda parte: Il pentito: «Matteo Messina Denaro è un pezzo di merda. Voglio parlare con Di Matteo»

Borsellino: «gli assassini di mio fratello sono dentro lo Stato»

L’INTERVISTA/Prima parte. Per parlare di un pezzo di storia del nostro Paese abbiamo coinvolto Salvatore Borsellino, il fratello di Paolo. Da anni Salvatore conduce la battaglia per la Verità e la Giustizia, condivisa da migliaia di giovani e di cittadini disseminati su tutto il territorio. La loro arma simbolica è l’Agenda Rossa, come quella rubata il giorno della strage in via D’Amelio (19 luglio 1992) dalla borsa del magistrato ucciso dagli apparati deviati dello Stato. «Ritengo che mio fratello sia stato ucciso non perché avrebbe potuto opporsi alla Trattativa, mio fratello è stato ucciso per la Trattiva. È stato uno dei punti della Trattativa l’eliminazione di mio fratello. Perché gli interessi dei pezzi deviati dello Stato e della mafia coincidevano.»

Borsellino: «gli assassini di mio fratello sono dentro lo Stato»
Le foto sono state gentilmente concesse da Patricia & Guido Di Gennaro

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Una strage di Stato. Le “menti raffinatissime” hanno accelerato, hanno voluto la morte del giudice Paolo Borsellino. 57 giorni dopo la strage di Capaci. Una «strategia della tensione» per mettere sotto scacco un intero Paese. Per l’ennesima Trattativa tra Cosa nostra e pezzi deviati delle Istituzioni. Non gli è bastata la morte violenta del giudice Giovanni Falcone, l’amico fraterno di Paolo Borsellino. Serviva un’altra dimostrazione di forza. Si doveva eliminare l’ostacolo più grande, più ingombrante. E nemmeno hanno trovato pace. Il piano prevedeva altri obiettivi: come l’Agenda Rossa (prelevata dalla borsa del magistrato in via D’Amelio subito dopo il botto, con i corpi martoriati e ancora caldi). Ma nemmeno davanti a questa vigliaccata si sono fermati.

Per la verità, l’escalation criminale inizia subito dopo la mazzata del Maxi Processo (Cassazione, 30 gennaio 1992). I secolari accordi sono frantumati. Gli equilibri politici sono saltati. Grazie a una intuizione geniale di Falcone l’AmmazzaSentenze, che chiamava il collega “faccia da provolone”, finisce in un altro ufficio. E l’impianto accusatorio non crolla. Gli ergastoli fanno impazzire i capimafia sanguinari. Siate maledetti.

Per la prima volta lo Stato condanna il vertice di Cosa nostra. Termina, dopo secoli, l’impunità. E la reazione delle bestie (senza offesa per i nobili animali) non si fa attendere.

Il 12 marzo dello stesso anno tocca a Salvo Lima, il braccio destro in Sicilia di Giulio Andreotti (prescritto e, quindi, non assolto per mafia). Due mesi dopo, come già abbiamo ricordato, la strage di Capaci. A meno di due mesi dall’Attentatuni arriva via D’Amelio. Il disegno stragista non finisce con la morte di Borsellino.

Il 17 settembre dello stesso anno è il turno di Ignazio Salvo, imprenditore, mafioso di Salemi legato a Lima. Il 15 gennaio del 1993, grazie ad un accordo, viene arrestato il Capo dei Capi Totò Riina. Ma qualcuno si “dimentica” di perquisire la sua abitazione. Il verbo, però, non è corretto. Non viene fatta di proposito, scientificamente.

Le bombe cominciano ad essere disseminate nel Continente: 14 maggio, l’attentato in via Fauro a Roma (al giornalista Maurizio Costanzo); nella notte tra il 26 e il 27 maggio la strage dei Georgofili, a Firenze, 5 morti (tra cui due bambini) e 48 feriti; 27 lugliostrage di via Palestro a Milano, 5 morti e 12 feriti; 27 luglio le bombe a Roma, due messaggi politici: San Giorgio al Velabro (Napolitano Giorgio è il presidente della Camera) e San Giovanni in Laterano (Spadolini Giovanni è il presidente del Senato).

Quella del 27 luglio è la notte nera della Repubblica. Un black-out investe Palazzo Chigi. Il presidente del Consiglio dell’epoca, Ciampi, parlerà di tentativo di colpo di Stato. Viene convocato in via straordinaria il Consiglio Superiore di Difesa. È una vera e proprio guerra, che lo Stato non ha voluto e non vuole vincere. Il capo della Polizia, Parisi, ipotizza la “matrice mafiosa”.

Nel gennaio del 1994, due anni dopo la sentenza del Maxi Processo, l’epilogo finale: centinaia di carabinieri, impegnati nel servizio d’ordine, devono saltare in aria. È la mancata strage dell’Olimpico di Roma. L’ordine cambia all’ultimo secondo. L’accordo è stato raggiunto con il sangue degli innocenti. Il 18 gennaio, dello stesso anno, nasce Forza Italia.

«La Trattativa continuò – ha affermato nel novembre del 2018 Nino Di Matteo – anche con il Governo Berlusconi. Dell’Utri, lo spiegano i giudici nella sentenza, rappresentò a Berlusconi le richieste di Cosa nostra. E dicono i giudici che quel Governo tentò di adoperarsi, non riuscendoci per motivi che non dipendevano dalla volontà del premier, per accontentare alcune delle richieste di Riina. Dice quella sentenza che un presidente del consiglio del Governo italiano, nello stesso momento in cui era presidente del consiglio, continuava a pagare, come aveva fatto nel 1974, cospicue somme di denaro a Cosa nostra».

Per parlare di questo pezzo di storia del nostro Paese (“Orribilmente sporco”, come diceva Pier Paolo Pasolini, il poeta massacrato nel 1975) abbiamo coinvolto Salvatore Borsellino, il fratello di Paolo. Da anni Salvatore conduce la sua battaglia, condivisa da migliaia di giovani e di cittadini disseminati su tutto il territorio. La loro arma è l’Agenda Rossa (simbolica), proiettata al cielo per chiedere Giustizia e Verità.

Siamo partiti dal mese scorso. Dalla scelta di far salire sul palco Luana Ilardo, la figlia del confidente del colonnello dei carabinieri Michele RiccioLuigi Ilardo, in occasione del XXVIII anniversario della strage di via D’Amelio (19 luglio 1992) in cui furono uccisi (dalla mafia e dallo Stato) il magistrato Paolo Borsellino e gli agenti di scorta (polizia di Stato) Emanuela Loi, Claudio Traina, Vincenzo Li Muli, Eddie Walter Cosina e Agostino Catalano.

«Dopo aver letto il suo percorso, la rivendicazione della verità e della giustizia sull’assassinio di Ilardo ho pensato che gli assassini di suo padre sono gli stessi assassini di mio fratello. E, quindi, ho ritenuto che fosse giusto, in quel giorno, averla sul palco insieme a me. Noi cerchiamo lo stesso tipo di giustizia, per me gli assassini di mio fratello non sono i mafiosi. La mafia era il nemico che mio fratello combatteva e quando in guerra si viene uccisi dal nemico è una cosa quasi normale. Non è normale, invece, che si venga uccisi dal fuoco che ti arriva dalle spalle.  

Gli assassini di Paolo sono dentro lo Stato, gli assassini di Luigi Ilardo sono dentro lo Stato.»

Sono ancora oggi dentro lo Stato?

«Sicuramente sono ancora oggi. Sono sicuramente dentro lo Stato. Ritengo che mio fratello sia stato ucciso non perché avrebbe potuto opporsi alla Trattativa, mio fratello è stato ucciso per la Trattiva. È stato uno dei punti della Trattativa l’eliminazione di mio fratello. Perché gli interessi dei pezzi deviati dello Stato e della mafia coincidevano. Paolo era uno dei due nemici fondamentali della mafia, erano stati condannati a morte dal plenum della mafia e Paolo doveva essere eliminato perché senza di lui la Trattativa non avrebbe potuto andare avanti. Ritengo che sia uno dei punti posti da chi trattava, all’interno della mafia, l’eliminazione di Paolo, per poter accettare di portare avanti questa Trattativa.»

Ancora oggi, con una sentenza di primo grado, grazie al lavoro di magistrati come Ingroia e Di Matteo, c’è qualche negazionista. Come è possibile?

«Non solo ci sono dei negazionisti ma, purtroppo, c’è ancora di peggio. C’è chi, addirittura, afferma, anche persone che si intendono di legge e professori universitari, che la Trattativa, anche se c’è stata, è giusto che ci sia stata. Si può trattare con la mafia. Ma questo significa, per come sono andate le cose, che si può arrivare, per poter portare avanti una Trattativa con la mafia, ad eliminare gli ostacoli di questa Trattativa. Anche se l’ostacolo è un servitore dello Stato. Mio fratello è stato condannato a morte da pezzi deviati dello Stato. E il suo comportamento, negli ultimi giorni della sua vita, ne è un chiaro esempio.

Paolo non solo sapeva che sarebbe stato ucciso ma sapeva chi aveva deciso di ucciderlo, chi non lo avrebbe protetto, ed erano proprio quei pezzi dello Stato che avrebbero dovuto assicurare la sua sicurezza.

Pietro Giammanco non gli comunica neanche che è arrivato a Palermo il tritolo che poteva servire per lui. Paolo, negli ultimi giorni della sua vita, si comporta proprio come un condannato a morte. Saluta i suoi amici come se, appunto, non dovesse vederli più. Lo vedo come una persona che non solo sa che deve essere ucciso, ma è rassegnato ad essere ucciso. La sua fiducia nello Stato è venuta a crollare, perché sa che dall’interno, da pezzi deviati dello Stato, è arrivata la sua condanna a morte. E si comporta in questa maniera.»    

       

Nella foto Salvatore Borsellino con l’Agenda Rossa (ph gentilmente concessa da Rita Rossi)

Ma cosa è la Trattativa Stato-mafia?

«La Trattativa è quello che hanno deciso alcuni pezzi dello Stato. Piuttosto che contrastare la mafia, hanno trattato con la mafia per fermare le stragi. È una decisione assolutamente insensata. Se pezzi dello Stato trattano con la mafia, da un lato c’è lo Stato di diritto che può concedere, se non benefici di legge, qualche tipo di beneficio alla controparte; dall’altra parte, invece, ci sono dei criminali che per alzare il prezzo della Trattativa non possono fare altro che fare quello che sanno fare, cioè altre stragi e altri assassini. Ed è quello che è successo.

Il potere portare avanti la Trattativa, dopo l’uccisione di Paolo, ha portato alla strage di via dei Georgofili, alla strage di via Palestro, ha portato a quella che sarebbe stata la più grande della storia del nostro Paese, cioè la strage che avrebbe dovuto avvenire allo stadio Olimpico. Questo succede quando si tratta con i criminali, e per questa Trattativa hanno assicurato l’impunità a Provenzano che per anni, non è stato soltanto latitante, è stato protetto da pezzi deviati dello Stato.

E per questa protezione si sono dovuti mettere in atto altri omicidi, come quello di Attilio Manca. Aveva visto, sicuramente, qualcuno che non doveva vedere attorno a Provenzano quando è stato operato a Marsiglia.»

Ufficialmente Attilio Manca si è suicidato.

«Sì, facendo l’iniezione con la mano destra, lui che era mancino. Spaccandosi il nasospaccandosi i testicoli a forza di calci. Una maniera piuttosto strana per suicidarsi.»

In questo massacro c’è la mano della mafia o degli apparati dello Stato?

«Assolutamente non la mano di Cosa nostra, ma la mano degli apparati dello Stato che non potevano ammettere che Provenzano fosse protetto a Marsiglia da quelle persone che Attilio Manca, sicuramente, ha visto attorno a lui. Parliamo di pezzi grossi dei nostri servizi

E ritorniamo al punto di partenza. Ilardo viene ammazzato perché stava consegnando su un piatto d’argento il latitante Provenzano?

1 parte/continua

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  • L’intervista al colonnello dei carabinieri Michele Riccio.

Prima parte:«Dietro alle bombe e alle stragi ci sono sempre gli stessi ambienti»

Seconda parte:Riccio: «Mi ero già attrezzato per prendere Bernardo Provenzano»

Terza parte:«Non hanno voluto arrestare Provenzano»

Quarta parte:Riccio: «L’ordine per ammazzare Ilardo è partito dallo Stato»

  • Per approfondimenti:

Stato e mafie: parla Ravidà, ex ufficiale della DIA

Attilio Manca suicidato per salvare Bernardo Provenzano

INGROIA: «Lo Stato non poteva arrestare Provenzano»

INGROIA: «Provenzano garante della Trattativa Stato-mafia»

  • L’intervista al pentito siciliano Benito Morsicato:

Prima parte: «Cosa nostra non è finita. È ancora forte»

Seconda parte: Il pentito: «Matteo Messina Denaro è un pezzo di merda. Voglio parlare con Di Matteo»

Il pentito: «Matteo Messina Denaro è un pezzo di merda. Voglio parlare con Di Matteo»

L’INTERVISTA/Seconda ed ultima parte. Parla il collaboratore di giustizia siciliano Benito Morsicato: «Ho chiesto, per avvenimenti molto importanti, di poter parlare solo con il PM Di Matteo, per delle cose che sono successe nell’89, che ho visto di presenza. Mai nessuno mi ha fatto parlare con il dott. Di Matteo. Sono cose molto importanti…». Nella prima parte dell’intervista – il pentito di mafia – ha raccontato il suo avvicinamento a Cosa nostra e la sua decisione di “saltare il fosso”. Senza dimenticare i legami tra Bagheria, il posto in cui è tornato a vivere, e la mafia di Castelvetrano. «Dietro casa mia ci fu il famoso omicidio della mamma, della sorella e della zia di Mannoia. Ero presente, ho visto tutto.»

Il pentito: «Matteo Messina Denaro è un pezzo di merda. Voglio parlare con Di Matteo»
Il vigliacco di ‘Cosa nostra’, Matteo Messina Denaro

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Bagheria, Sicilia. Baarìa (che significa Porta del Vento), l’antico nome della bellissima città siciliana, conosciuta al grande pubblico anche grazie al regista Tornatore, che ha raccontato 50 anni di storia, di lotte e di conquiste di tre generazioni. Il protagonista, il comunista Peppino Torrenuova, alla fine del film, spiega al figlio, in un breve dialogo, un concetto filosofico: “Papà, perché tutti pensano che abbiamo un brutto carattere? Forse perché è vero. Oppure? Oppure perché ci crediamo di poter abbracciare il mondo, ma abbiamo le braccia troppo corte».  

In questo paese vive un collaboratore di giustizia. Si chiama Benito Morsicato. Le sue dichiarazioni hanno aperto le porte del carcere per i fiancheggiatori di Matteo Messina Denaro. La “primula rossa” di Cosa nostra. Latitante da 27 anni. «Quello è a casa sua, a Castelvetrano. Loro lo sanno che se lo prendono mettono in ginocchio la politica italiana. Nel 2014, quando ho collaborato, e ho cominciato a parlare di Matteo Messina Denaro ho avuto un casino di problemi all’interno del Servizio. Poi ho scoperto che un carissimo amico d’infanzia di Matteo Messina Denaro, faceva parte della Commissione Antimafia (regionale siciliana, nda)». Per Binnu Provenzano sono serviti quasi 50 anni di latitanza. Per questo tizio quanto tempo ancora dobbiamo aspettare? C’è ancora una schifosa Trattativa in corso tra lo Stato e Cosa nostra? Chi sta proteggendo il vigliacco di Castelvetrano? È lui il Capo dei Capi?

Nella seconda parte (e ultima) dell’intervista siamo partiti dalla rapina alla TNT di Campobello di Mazara di Trapani. «Dove abbiamo avuto l’autorizzazione direttamente degli eredi di Matteo Messina Denaro».     

Cosa avete rapinato?

«L’azienda TNT era dei fratelli Lupo, persone molto vicine anche ai Graviano di Brancaccio, gli hanno sequestrato tutti i beni, per milioni di euro. Quando la TNT passa nelle mani dello Stato diventa rapinabile.»

Che significa? Qual è la logica?

«La logica è questa: ‘lo Stato si è presa la TNT e io ti vengo a fare la rapina e te la svuoto’.»

Cosa avete rapinato?

«Seicento colli, tra articoli di gioielleria. Abbiamo venduto la merce intorno ai 200mila euro. Di cui più del 10% è rimasto a Castelvetrano. Nel novembre 2013 abbiamo fatto la rapina, nel dicembre 2013 sono scattati gli arresti della sorella di Matteo Messina Denaro, insieme ad altri suoi parenti e persone molto vicine a lui. Guarda caso, quando stavamo vendendo la merce e avevamo incassato intorno ai 60-70mila euro, si presentò il nipote di Messina Denaro, Francesco Guttadauro, perché aveva esigenze di soldi. Non per lui, ma per lo zio. Infatti gli consegnammo intorno ai 10mila euro perché servivano subito i soldi.»

Senta, dobbiamo chiarire un punto. Lei, all’inizio, ha affermato di aver commesso furti, rapine, estorsioni, danneggiamenti, ma ha affermato di non essere un criminale. Perché lei sostiene di non essere un criminale?

«Perché io non ho fatto il collaboratore per convenienza e non ho omicidi sulle spalle. Non mi ritengo un criminale, certo ho sbagliato. Però c’è differenza fra me e un soggetto che ha fatto degli omicidi. C’è una differenza enorme.»

Secondo lei, una persona che commette furti, rapine, estorsioni, danneggiamenti è o non è un criminale?

«È un criminale.»

Lei si sente cambiato?

«Al 70%, sì.»

Quanti anni ha?

«Ho 42 anni e due bambine. Una il prossimo anno mi diventa maggiorenne e una bambina di 13 anni.»

Per quanti anni lei è stato criminale?

«Sono stato ladruncolo, mi definisco ladruncolo…»

Lei si definisce ladruncolo però, ripeto, lei ha confermato che ha commesso rapine, danneggiamenti, estorsioni. Non è proprio un ladruncolo.

«Ero un criminale quando ho fatto parte di Cosa nostra, a tutti gli effetti. Prima ero un ladruncolo. Voglio precisare: quello che ho fatto non è bello.»

La sua vita, che sta rinnegando, quanti anni è durata?

«Dal 2011 vicino a Cosa nostra.»

Quindi se lei ha iniziato con piccoli furti a tredici anni ed oggi ne ha 43, possiamo dire che ha fatto questa vita per trent’anni?

«Dai 13 ai 23. Poi mi ero sposato, ho allontanato amici, mi ero trovato anche un lavoro presso il Comune, ho fatto quindici anni l’autista. Poi mi sono avvicinato a questa persona (Giorgio Provenzano, nda) e mi sono rimesso di nuovo in questi affari sporchi. Ho perso il lavoro e ho perso tutto.»

A parte la rapina, di cosa ha parlato con i giudici durante la sua collaborazione?

«Ho parlato del mandamento della provincia di Palermo, del capodecina, della “testa dell’acqua”.»

Cos’è la “testa dell’acqua”?

«Il capo in assoluto.»

Quante persone ha fatto arrestare?

«Nell’operazione Reset ho confermato le accuse su 31 soggetti, in tutto intorno alle 60 persone

Comprese le due operazioni: Eden1 ed Eden2?

«Sì, grazie alle mie dichiarazioni, le operazioni sono state Reset1, Reset2, Eden1 ed Eden2. Un altro collaboratore, Salvatore Lo Piparo, ha confermato tutte le cose che ho detto io.»

Le operazioni Eden1 ed Eden2 hanno interessato i fiancheggiatori di Matteo Messina Denaro?

«Sì, tutti i parenti di Matteo Messina Denaro e le persone molto vicine a lui.»

Questi fiancheggiatori sono tutti appartenenti a Cosa nostra o ci sono anche dei “colletti bianchi”?

«Di “colletti bianchi” non ne ho parlato. Anche se sapessi qualcosa dei “colletti bianchi” non parlerei. Questa cosa l’ho detta anche ai magistrati.»

Per paura?

«Sì.»

Di cosa ha paura?

«Nel 2014, quando ho iniziato la mia collaborazione, dissi telefonicamente a mia moglie, ero stato autorizzato dalla Procura di Palermo a poter telefonare ogni giorno dieci minuti solo a mia moglie per sentire lei e le bambine, loro già si trovavano in una località segreta e io in un carcere definito località segreta. Ero a Frosinone.»

Cosa disse a sua moglie?

«A mia moglie dissi telefonicamente, perché era stata autorizzata a fare un incontro con i genitori in località segreta, di portarmi degli appunti, avevo il vizio di segnarmi tutto anche quando facevo parte dell’organizzazione mafiosa…»

E che succede?

«Mia moglie viene accompagnata con la scorta ad incontrare i genitori e guarda caso viene fatto il furto nella macchina di scorta. Vengono rubate le due valigie dove all’interno c’erano gli appunti, le cose che dovevo dichiarare ai PM.»

È gravissimo ciò che sta dicendo. In questi appunti cosa c’era scritto?

«Purtroppo non lo posso dire.»

Ma parliamo di fiancheggiatori, di “colletti bianchi”?

«Erano degli avvenimenti in cui mi segnavo la data.»

Avvenimenti legati a Matteo Messina Denaro?

«Sì, alla mafia di Bagheria. Da quel momento ho capito che, forse, stavo alzando un po’ il tiro.»

Dove avviene questo furto?

«A Roma.»

Lei sta affermando che…

«C’è una denuncia…»

Lei ha affermato che ha chiesto, telefonicamente, a sua moglie degli appunti per poter fare delle dichiarazioni ai PM. Questi appunti, quando sua moglie viene accompagnata nella località protetta, spariscono. È così?

«Sì. Mia moglie era dentro al centro commerciale, si avvicina uno della scorta, che erano in quattro, e dice: ‘purtroppo è successa una cosa, hanno rotto la macchina e si sono fregate le valigie. Fortunatamente non hanno toccato la paletta, il lampeggiante e la carpetta con tutti i documenti. Hanno preso solo le valigie’.            

Mi scusi, ma come potevano sapere che in quelle valigie c’erano i suoi appunti?

«Le telefonate, sicuramente, erano controllate. Lo sa dove è avvenuto lo stesso furto, nello stesso periodo? Sempre su Matteo Messina Denaro. Così ho collegato…»

Dove è avvenuto?

«Al Tribunale di Palermo, nell’ufficio della Principato. Sparito un PC con le chiavette, dove c’erano tutte le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e delle importanti prove su Matteo Messina Denaro. Dentro la Procura. E allora mi son messo un po’ di paura.

Poi ho chiesto, per avvenimenti molto importanti, di poter parlare solo con il PM dott. Di Matteo, per delle cose che sono successe nell’89, che ho visto di presenza. Mai nessuno mi ha fatto parlare con il dott. Di Matteo. Sono cose molto importanti…»

Cosa era successo nell’89?

«Dietro casa mia ci fu il famoso omicidio della mamma, della sorella e della zia di Mannoia (in via De Spuches vengono massacrate Leonarda Cosentino, Vincenza Marino Mannoia e Lucia Cosentino, madre, sorella e zia di Francesco Marino Mannoia, nda). Io ero là, ho visto tutto. Sono stato uno dei primi ad avvicinarsi. Ancora oggi ho l’immagine davanti.»

Lei cosa ha visto?

«Mi ricordo anche che è venuto il dott. Falcone. Ero bambino, avevo 12 anni.»

Ha visto anche chi ha commesso il massacro?

«Ero là, presente. Dico solo questo. Attualmente, dietro casa mia, ancora c’è la casa di Mannoia. La casa è sua.»

È stato mai sentito su questi fatti?

«No, ho visto dei soggetti qua. Io conoscevo un soggetto, oggi dichiarato morto ma non è vero. È in America. Lo hanno messo come “lupara bianca” ma non è vero.»

Se la sente di fare il nome?

«No. Mai nessuno mi ha fatto avvicinare a parlare con Di Matteo. Ho visto delle persone a Bagheria su cui oggi alcune Procure stanno lottando, in merito alla Trattativa Stato-mafia. E uno di questi soggetti l’ho visto, in compagnia di questa persona che si trova negli Stati Uniti. Quello è vivo.»

Quelle persone, che lei dice di avere visto quel giorno dell’89, sono “ritornati” nella sua vita?

«Non erano della zona queste persone. Un soggetto di questi che faceva parte dei servizi segreti, l’ho visto in compagnia di questa persona che conoscevo. Durante gli anni ho rivisto questa persona in tv, perché ha un particolare. È riconoscibile da un particolare.»

Lei sta parlando di un soggetto appartenente ai servizi segreti, con un particolare riconoscibile. Era presente il giorno del massacro?

«Un paio di giorni prima che succedesse questo efferato omicidio l’ho visto. Erano in tre: il soggetto, oggi deceduto, con il particolare riconoscibile; il mio conoscente dichiarato morto e un’altra persona e ricordo un particolare, era pure zoppo. Ed era abbastanza alto, intorno al metro e ottanta.»

Mi scusi, stiamo parlando di “Faccia da mostro”?

«Mi avvalgo della facoltà di non rispondere. Non voglio rispondere.»

E lo zoppo dove lo mettiamo, in Cosa nostra o negli apparati dello Stato?

«Negli apparati dello Stato e in Cosa nostra.»

Senta, ma il terzo?

«Era un politico. Legato a Cosa nostra. Questo signore divideva le fatture dell’acqua, poi diventò un grosso imprenditore. E i miliardi non sapeva più dove metterli.»

Mi scusi, lei vuole parlare con Di Matteo. Ma perché queste dichiarazioni non le ha fatte quando era all’interno del programma?

«Già sono stato sentito su alcune cose, prima che uscissi dal programma. Ma ne voglio parlare solo con Di Matteo.»

Come nasce il rapporto di amicizia con il nipote di Matteo Messina Denaro?

«L’ho conosciuto grazie alla mafia bagherese. Nel periodo che si stava organizzando quella rapina ho avuto modo di conoscere questo soggetto».

Chi è per lei Matteo Messina Denaro?

«Un pezzo di merda.»

Cos’è per lei Cosa nostra?

«Parliamo sempre di letame. Questo penso oggi. Se si ribellassero tutti la mafia finirebbe. Finché c’è quello che abbassa la testa o permette di fare affari la mafia non finirà mai. Se prende il boss di Bagheria, lo prende da solo, è un verme. Un cacasotto. Si fanno forza a comandare delle persone per fare del male. Si fanno forza con il gruppo.»

Lei non ha paura a vivere a Bagheria?

«La paura c’è, la mafia non dimentica. Io sono scritto nel libro nero della mafia. Me la farà pagare. L’ho messo in conto.»

Come vive a Bagheria?

«Non ho rapporti con nessuno. Sono totalmente emarginato. Non esisto. Vado a fare la spesa a 20 km da casa mia.»

Perché è rientrato a Bagheria?

«Ho chiesto di essere capitalizzato. Non funzionava niente all’interno del programma. Mi dovevano dare una somma e mi hanno dato meno del 50%.»

È rientrato a Bagheria per motivi economici?

«Sì.»

Lei oggi come vive?

«Non ho il reato per mafia, ma solo per aver agevolato Cosa nostra. Vivo con il reddito di cittadinanza in attesa di un lavoro. Oggi ringrazio lo Stato che mi dà la possibilità di dare a mangiare ai miei figli.»

Ha ricevuto minacce?

«È stata presa di mira di mia figlia. Si è dovuta ritirare da scuola. Sono dieci mesi che denunciamo, il PM dice che è semplice bullismo. E le minacce continuano. La chiamano ‘la pentita’, ‘la figlia del pentito’. Come può vivere una ragazzina? I genitori delle sue amiche non vogliono che mia figlia esca con loro. Anche mia moglie è stata avvicinata. Mia figlia una volta è stata fermata per strada e le hanno detto: ‘dici a tuo padre che in carcere a Palermo lo sanno tutti che è rientrato a Bagheria, appena escono gli devono staccare la testa’

Lei ha una tutela?

«Una sorveglianza attiva.»

Le persone che ha fatto arrestare stanno uscendo dal carcere?

«Sì. Sabato scorso mi incrocio con una persona, era con altri quattro soggetti. Mi sono ritrovato con il genero, che è già uscito, del boss di Bagheria che ho anche accusato. Ed è già uscito. Sono stati condannati tutti, dai sei anni ai dieci anni. A scala cominceranno ad uscire tutti.»

Per quanti anni è stato all’interno del programma di protezione?

«Sei anni. Sono uscito io, non sono mai stato buttato fuori dal programma. Dalla controparte non ho mai avuto una denuncia per calunnia.»

Perché ha deciso di uscire dal programma?

«Non funziona nulla. Vuole sapere l’ultima dimostrazione che ho fatto prima che uscissi dal programma?»

Prego, dica…

«Come fa un collaboratore sotto programma di protezione, in località protetta, senza documenti per l’espatrio, a partire dall’Italia per raggiungere Basilea, in Svizzera. Passare una settimana in quel posto e rientrare in Italia. Questo collaboratore sono io. Non funziona nulla. Ci sono collaboratori, posso fare anche nomi e cognomi, che appena hanno avuto gli arresti domiciliari hanno lasciato di nascosto la località protetta, sono rientrati nel proprio paese a fare reati. La questione è questa: se domani devo essere sentito dal PM arrivano le macchine blindate. Ma questa protezione serve solo per andare in Procura? Quando finisce tutto non c’è più protezione.»

Quindi il programma di protezione non funziona a livello di protezione?

«A livello di protezione. Poi ci sono degli operatori del NOP che discriminano, in senso che trattano pure male. Parliamo di persone che non sono nemmeno formate professionalmente. Ho dovuto sentirmi dire: ‘io prendo 1.300 euro al mese, me li devo sudare. Tu senza fare un cazzo…’. Ma come si permettono».

In passato ci sono stati degli episodi, come l’omicidio del fratello del collaboratore di ‘ndrangheta, inserito nel programma di protezione, ucciso sotto a casa a Pesaro. Secondo lei ci sono delle falle nel sistema?

«Sì, Bruzzese. Si parlava tanto del cognome scritto sul citofono. Ma gli operatori del NOP non si sono mai lamentati del cognome sul citofono. Ma ci andavano dal Bruzzese? A me è successo che, dopo i 180 giorni di collaborazione, in località protetta, spesso, mi sono incontrato con personaggi pericolosi, anche persone che ho fatto arrestare. Le falle ci sono, ma ne sono tante. Andrebbe tutto rifatto questo programma. È il PM che dovrebbe garantire la nostra protezione.»

Queste problematiche le ha comunicate?

«Sempre.»               

Lei ha ancora altre cose da dichiarare ai magistrati?

«Sì. Non le ho dichiarate subito perché non mi sono sentito tutelato. Parliamo di cose molto delicate.»

Molto delicate perchè riguardano solo Cosa nostra o anche gli apparati dello Stato?

«Anche gli apparati dello Stato.»  

Dichiarazioni mai fatte?

«No. Ho piena fiducia solo con Di Matteo.»

Lei lo sa che i personaggi dei Servizi che ha descritto potrebbero rientrare in altri “misteri” accaduti in questo Paese (stragi, omicidi, sparizioni, ect.)?

«Per questo ho paura. Anche se qualche soggetto non c’è più oggi, ci può essere qualche altro soggetto collegato a loro. E con la paura di arrivare a loro possono fare qualcosa.»

Quindi, lei teme più certi personaggi legati alle Istituzioni (deviate), rispetto ai mafiosi legati a Cosa nostra?

«Sì. Il personaggio che appartiene alle Istituzione è il classico mafioso con il “colletto bianco”. Ha più potere del mafioso di zona. Il vero mafioso è colui che è “colletto bianco”, il mafioso è colui che fa il lavoro sporco. Se oggi si deve parlare di mafia si deve parlare anche di politica. Se cosa mi ha detto un operatore del NOP?»

Cosa?

«‘Ma perché tu pensi che se Matteo Messina Denaro, o qualche altro boss della Sicilia, vuole arrivare a te, anche se sei sotto programma di protezione, non ci arriva? Ci arriva’. Che significa questo?»

Perché non sono arrivati a lei?

«Provenzano diceva che un pentito fa più danno da morto che da vivo.»

Lei come la interpreta questa frase?

«Che se oggi vai a toccare un pentito, gli vai a sparare – faccio un esempio -, si alza un polverone. Se ci sono dei mafiosi che stanno facendo affari succede un terremoto, perché iniziano perquisizioni, indagini. Queste cose di solito si fanno quando si dimentica, dopo dieci anni, dodici anni. Ma sa come va a finire? ‘Ma quello è stato ucciso, ma sicuro Cosa nostra lo ha ucciso. O si è rimesso in qualche cosa, con qualche amante’. Cercano di non far collegare quello che è successo alla mafia.»

Vogliamo chiudere con un appello?

«A tutti coloro che sono in queste situazioni: collaborate, l’unica cosa è collaborare. E dare voce alle nuove generazioni, loro porteranno avanti questa cosa. Non bisogna abbassare la testa. Bisogna alzare la voce, solo parlando si può combattere la mafia. Non c’è cuscino più morbido di una coscienza pulita, vivendo onestamente. Pentitevi, dico ai mafiosi, pentitevi. Starete meglio, fatelo per le nuove generazioni e per i nostri figli. Un figlio che cresce in un ambiente mafioso diventerà un futuro mafioso. Per il bene dei nostri figli tronchiamo questa cosa con la mafia. Oggi sono felice di quello che ho fatto. Piano piano sto riacquistando la mia dignità, ci vuole tempo. Non si acquista in pochi giorni.»

Ma se avesse di fronte Messina Denaro cosa direbbe?

«Di parlare e far cadere lo Stato italiano. Matteo Messina Denaro sarebbe in grado di far cadere tutto, a cominciare dagli anni Sessanta, Settanta. Ma non gliele lascerebbero fare queste dichiarazioni.»

Potrebbe cadere dalla branda come Provenzano?

«Io penso che Provenzano è stato picchiato. Queste cose in carcere non esistono. Una persona di spessore non viene toccata. La guardia penitenziaria non si permette di toccare queste persone. A Sergio Flamia, ci sono le sue dichiarazioni, lo andavano a trovare in carcere con i tesserini di avvocati, che poi non erano iscritti all’Albo degli avvocati.»

Chi andava a trovarlo in carcere?

«Quelli dei servizi segreti. Hanno preso i tabulati e hanno verificato. È stato visitato da questi avvocati, con nomi falsi. Come fanno questi ad avere un colloquio in carcere con questi personaggi? Ci fu quella politica siciliana (Sonia Alfanonda) che disse che Provenzano aveva lanciato dei messaggi. Però poi si fermò. E chi lo dice che qualcuno è andato la e lo ha fatto spaventare? Sono tanti i misteri. Oggi la mafia bianca è molto più pericolosa.»         

2 parte/fine

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Prima parte. «Cosa nostra non è finita. È ancora forte»

Per approfondimenti: 

– «Fiore D’Avino non è mai tornato a Somma. Smentisco gli spargitori di false notizie»

– Testimoni di giustizia: «vogliamo rispetto»

Leggi anche:

Prima parte: «Dietro alle bombe e alle stragi ci sono sempre gli stessi ambienti»

Seconda parte: Riccio: «Mi ero già attrezzato per prendere Bernardo Provenzano»

Terza parte: «Non hanno voluto arrestare Provenzano»

Quarta parte: Riccio: «L’ordine per ammazzare Ilardo è partito dallo Stato»

Stato e mafie: parla Ravidà, ex ufficiale della DIA

Attilio Manca suicidato per salvare Bernardo Provenzano

INGROIA: «Lo Stato non poteva arrestare Provenzano»

INGROIA: «Provenzano garante della Trattativa Stato-mafia»

«’Cosa nostra’ non è finita. È ancora forte»

L’INTERVISTA/Prima parte. Parla il collaboratore di giustizia siciliano Benito Morsicato: «Non ho mai ammazzato nessuno. Ho deciso di collaborare per liberarmi la coscienza». Abbiamo deciso di dividere in più parti la conversazione, per affrontare nel miglior modo possibile tutti gli argomenti trattati. Sul vigliacco latitante Matteo Messina Denaro: «È lui che ha un curriculum di tutto rispetto che può prendere il posto di Provenzano e Totò Riina. È lui che ha 25 anni di latitanza (dal 1993, nda), ma lo tengono fuori loro. Quello è a casa sua, a Castelvetrano. Loro lo sanno che se lo prendono mettono in ginocchio la politica italiana. Nel 2014, quando ho collaborato, e ho cominciato a parlare di Matteo Messina Denaro ho avuto un casino di problemi. Poi ho scoperto che un carissimo amico d’infanzia di Matteo Messina Denaro, faceva parte della Commissione Antimafia. (regionale siciliana, nda)».

«'Cosa nostra' non è finita. È ancora forte»

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Non lo abbiamo cercato noi. L’incontro è nato quasi per caso. Dopo la risposta di Luigi Coppola all’avvocato Antonio Bucci (sulla vicenda di un altro collaboratore di giustizia, in questo caso di camorra, Fiore D’Avino) è arrivata la precisazione di Benito Morsicato. Un collaboratore siciliano, oggi fuori dal programma di protezione, residente a Bagheria. In passato amico (in affari) di un nipote di Matteo Messina Denaro. «Bagheria è sempre stata molto vicina a Castelvetrano». Ma cosa aveva detto di tanto fastidioso il testimone di giustizia campano? «…non comprendo minimamente questa sua uscita mediatica e quasi diffamatoria per i tanti testimoni di giustizia che, per colpa di alcuni delinquenti diventati poi dei santi con il pentimento, si sono rovinati la vita perdendo aziende, famiglie e un futuro tranquillo. …dico a lei se è giusto che chi prima ha estorto, rubato e magari anche sparso del sangue nelle nostre strade, debba essere considerato una fortuna per lo Stato».

Le parole del testimone Coppola hanno provocato la reazione del pentito. Questo è il messaggio che abbiamo ricevuto: «Mi chiamo Morsicato Benito e sono un collaboratore di giustizia. In merito a quello che sostiene l’avvocato (testimone di giustizia, nda) Luigi Coppola mi sento molto offeso e discriminato. Vorrei parlare con voi». E siccome noi diamo parola a tutti, abbiamo deciso di raccogliere un altro punto di vista, proveniente dall’altra parte della barricata. E abbiamo raccolto la sua replica: «Non voglio offendere nessuno. Chi denuncia va rispettato. Al testimone di giustizia Coppola voglio dire che i collaboratori non sono tutti uguali. Il mio pentimento non è stato di convenienza. Il mio desiderio è stato quello di ripulirmi la coscienza. Non bisogna mai fare di tutta un’erba un fascio».

Con Morsicato, però, siamo partiti dall’inizio. Dalla sua esperienza “criminale” sino alla collaborazione con la giustizia. Senza tralasciare la sua esperienza nel programma di protezione, i legami del vigliacco Matteo Messina Denaro su Bagheria (parenti e amante compresa) e tante altre cose. Abbiamo parlato del suo passato e del suo presente. «Il mio futuro lo vedo dentro una bara. Perché Cosa nostra non dimentica».

Ma perché Morsicato è un collaboratore di giustizia?

«La mia collaborazione inizia nel 2014. Sono stato raggiunto da un’ordinanza, per l’operazione Reset, dove è stato smantellato tutto il mandamento della provincia di Palermo. Dopo 10 giorno dal mio arresto ho deciso di collaborare con la giustizia. Per dare un futuro migliore ai miei figli.»

Prima di essere arrestato di cosa faceva parte?

«La mia carriera stava per nascere. Ero un uomo del racket. Raccoglievo solo le estorsioni.»

Che significa “la mia carriera stava per nascere”?

«La mia carriera criminale stava per nascere. Non sono un vero e proprio criminale. Ma ho deciso subito di troncare questa situazione. Ho visto che non era quello che meritavano i miei figli.»

Lei ha fatto parte di Cosa nostra?

«Sì, dal 2011. Ero un ragazzo molto sveglio, un ragazzo di strada. Sapevo chi comandava nel paese, chi erano le persone che facevano parte di Cosa nostra…».

Mi scusi, quale paese?

«Bagheria.»

Quanti anni aveva?

«A 12, 13 anni ero già in giro con gli amici. Anzi ci sono parecchi amici d’infanzia che oggi, purtroppo, non ci sono più, che sono stati ammazzati.»

Era un bullo?

«Non direi, non ho mai picchiato nessuno.»

E cosa faceva con questi suoi amici?

«Qualche furtarello, ragazzate. Però poi, negli anni, prendi fiducia di questi soggetti e ti inseriscono dentro Cosa nostra.»

Quindi lei è stato avvicinato per essere inserito in Cosa nostra?

«Sono stato avvicinato a Cosa nostra perché nel 2011 mia sorella si frequentava con un soggetto di Bagheria definito dalle Procure come il capodecina del mandamento mafioso di Bagheria.»

Come si chiamava questo soggetto?

«Giorgio Provenzano.»        

Parente di Binnu Provenzano?

«Non so se hanno una parentela. Da quel momento questa persona mi ha preso a simpatia. Lui era appena uscito dal carcere. Il mio non è stato un inserimento vero e proprio. È cominciato che lo accompagnavo in alcune riunioni. In macchina si parla, una parola tira l’altra. Lui mi raccontava alcune cose. E mi cominciò a dare le estorsioni, poi c’è stata la famosa rapina clamorosa, alla TNT di Campobello di Mazara di Trapani. Dove abbiamo avuto l’autorizzazione direttamente degli eredi di Matteo Messina Denaro, altrimenti la rapina non si poteva fare. Siamo stati autorizzati a fare questa rapina, con il patto che il 10% veniva lasciato al paese per garantire la latitanza di Matteo Messina Denaro.»  

Gli “eredi di Matteo Messina Denaro” stanno in galera?

«Sì, sono i nipoti del cuore di Matteo Messina Denaro.»

Poi ci arriviamo. Quando entra ufficialmente in Cosa nostra?

«Con la scusa che lo accompagnavo. E non è che lui (Provenzano, nda) andava a comprare la frutta. Si vedeva con altri soggetti mafiosi degli altri mandamenti. Tipo delle riunioni. Di solito le facevano sulla scogliera del mare, per evitare cimici. Si incontravano anche sulle barche, diciamo in zone molto isolate. In alcuni episodi ha preteso che lo accompagnassi anche armato.»

Vuole spiegare meglio?

«C’erano dei poblemi tra alcuni mandamenti, tra Bagheria e Villabate. Degli screzi. E allora, per sicurezza, un giorno mi disse: ‘mettiti questa sopra, non si può sapere mai. Comincia a sparare, tu non guardare chi spara. Spara e basta’. Fortunatamente non c’è stata questa esigenza.»

Ma questo Provenzano le fa una richiesta esplicita per entrare in Cosa nostra?

«Non c’è mai la richiesta diretta, si capisce. Si comincia con semplici accompagnamenti. Quando ha capito che ero molto sveglio… un giorno mi disse in macchina: ‘senti, da domani ti autorizzo io. Cominci a girare per tutti i locali, senza saltarne uno’. Noi avevamo il monopolio delle slot machine. Praticamente ogni slot dentro un bar doveva pagare, ogni mese. Poi lui voleva rinnovare questa cosa e voleva pretendere un euro al giorno per ogni slot in tutti i locali.»

Ma il monopolio non è dello Stato?

«Quello legale. Poi c’è quello illegale che ce l’ha la mafia. Parliamoci chiaro…».

Prego…

«Oggi dicono tutti che la mafia ha abbassato la testa. Ma la mafia non ha abbassato la testa. Se ne arrestano 100 oggi, già domani mattina ci sono pronti quelli che prendono il loro posto.»

Lei sta dicendo che Cosa nostra oggi è forte come prima?

«Sì. Perché non è più la Cosa nostra di prima.»

Può spiegare meglio?

«Dopo Totò Riina parlo io. Ricordo, quando ero piccolino, chi comandava il paese, i famosi boss del paese, non hanno mai permesso l’ingresso nemmeno un grammo di hashish e di altri tipi di sostanze stupefacenti.»

Cosa vuole dire?

«Chi comandava a quel tempo non voleva droghe nel paese dove comandava. Facevano business con gli appalti. Non gli interessava la droga.»

Parliamo, comunque, sempre di delinquenti sanguinari.

«Sì, ci mancherebbe. Non delinquenti, peggio. Poi si è scoperto che nel mio paese non entravano queste sostanze, era un paese abbastanza tranquillo e ordinato, poi si è saputo, negli anni, che soggiornava Provenzano in questo paese

Il latitante Provenzano?

«Sì, praticamente abitava a 100 metri da casa mia. Dietro casa mia.»

Lei era a conoscenza di questa latitanza?

«No.»

Quando l’ha saputo?

«Quando cominciò a parlare il collaboratore Lo Verso, poi Sergio Flamia. Che sono dei grossi collaboratori. Lo Verso era l’autista di Provenzano, mentre Flamia era il killer di Provenzano che ha collaborato e si è autoaccusato di 40 omicidi. Ma comunque quando ho visto Provenzano non era la prima volta che lo vedevo sto signore.»

Senza sapere chi fosse?

«Ma comunque diverse persone a Bagheria hanno detto che lo vedevano passeggiare. Ma tutto potevano pensare, ma non che fosse Provenzano.»

E lei come se la spiega questa lunga latitanza?

«Lo Stato ci ha sempre imbrogliati e non hanno detto mai la verità. Totò Riina è stato consegnato da Provenzano, la famosa Trattativa Stato-mafia. Provenzano gli ha consegnato Totò Riina per finire il periodo stragista. E lo Stato ha fatto un patto, garantendo la libertà a Provenzano. Come si fa a stare 43 anni latitante? Ma stiamo scherzando?»     

E Provenzano da chi è stato consegnato?

«Provenzano si è costituito da solo. Dopo 43 anni di latitanza, guarda caso, lo vanno a prendere quel giorno che esce la mano dal casolare per prendere il formaggio. Quella è stata una cosa tutta organizzata.»

Lei sa che undici anni prima, nel 1995, si è registrato il mancato arresto a Mezzojuso?

«Ce ne sono stati diversi. A Bagheria abbiamo la clinica Santa Teresa, costruita dall’ing. Aiello, che gli hanno sequestrato 700 milioni di euro di beni, tutti risalenti a Provenzano. Questa clinica è stata costruita per curare Provenzano. È l’unica in Europa con determinati macchinari. Vengono anche dalla Francia per fare delle risonanze magnetiche.»

E perché Provenzano va a Marsiglia a farsi operare alla prostata?

«Perché ancora la Clinica non era nata. Il soggetto che l’ha creata era vicino a diversi politici, nel momento in cui è stato messo sotto sorveglianza sa chi ci andava ad avvisarlo di questi controlli?»

Lo dica lei.

«Proprio chi metteva le cimici e lo teneva sotto controllo.»

Chi è il soggetto?

«L’ing. Aiello. Veniva avvisato dalle alte istituzioni che era stato messo sotto controllo e all’epoca ci sono stati parecchi arresti tra mafia, politica, marescialli, colonnelli. Sono stati tutti arrestati. Il tempo che mettevano Provenzano, o chi vicino a lui, sotto sorveglianza loro lo sapevano già in anticipo. Sapevano dove mettevano le telecamere, erano informati.»

Quindi, secondo lei, la Trattativa c’è sempre stata?

«Anche quando hanno arrestato Riina… guarda caso, la mancata perquisizione al covo. Hanno dato il tempo a Provenzano o chi era molto vicino a lui di avere la possibilità di svuotare la cassaforte. In quella cassaforte che c’era in quel villino c’erano dei documenti che oggi metterebbero l’intera politica in ginocchio. Noi in Sicilia abbiamo i killer, gli esecutori. I mandanti sono Roma, è la politica. I pezzi grossi dello Stato. Oggi Matteo Messina Denaro ha avuto questi documenti da Provenzano prima che lo prendessero. Sono il lasciapassare.»

Secondo lei il latitante Matteo Messina Denaro risiede in Sicilia o altrove?

«Un boss che si allontana dalla sua zona, anche se è un capo grande, perde il potere.»

Matteo Messina Denaro è il capo di Cosa nostra?

«Sì, lui ha preso il posto. È lui il numero uno, è lui che ha un curriculum di tutto rispetto che può prendere il posto di Provenzano e Totò Riina. È lui che ha 25 anni di latitanza (dal 1993, nda), ma lo tengono fuori loro. Quello è a casa sua, a Castelvetrano. Loro lo sanno che se lo prendono mettono in ginocchio la politica italiana. Nel 2014, quando ho collaborato, e ho cominciato a parlare di Matteo Messina Denaro ho avuto un casino di problemi all’interno del Servizio. Poi ho scoperto che un carissimo amico d’infanzia di Matteo Messina Denaro, faceva parte della Commissione Antimafia (regionale siciliana, nda).»

Questo soggetto è ancora presente nel panorama politico?

«No. Questa cosa è stata lamentata dal figlio del collaboratore Cimarosa in una intervista televisiva. E ha mostrato anche la foto».

Chi c’era nella foto?

«Matteo Messina Denaro, la sorella, il cognato e lui. In una foto di un matrimonio. Quella foto è stata fatta nel 1993, dalla sera di quel matrimonio comincia la latitanza di Matteo Messina Denaro.»

Come si chiama questo politico?

«Giovanni Lo Sciuto.»

Ritorniamo al suo ingresso in Cosa nostra.

«Non sono stato affiliato a tutti gli effetti. Uscivo con Provenzano, piano piano mi ha cominciato a dare degli incarichi. ‘Vai – tipo – nell’altro paese a Villabate che ti devono dare dei soldi delle estorsioni, vai là e dici che ti mando io. Vai a fare un attentato in quel negozio che non vuole pagare, bruciamoci la saracinesca’. E piano piano si prende fiducia e poi arrivano gli incarichi più grossi.»

Non c’è stato un giuramento, una cerimonia di affiliazione?

«No, ma se continuavo sì. Poi se continuavo venivo messo in regola, con la punciuta.»   

Lei che reati ha commesso?

«Sono stato arrestato…»

Prima dell’arresto, che reati ha commesso?

«Furto, tanti anni fa prima che mi sposavo, ero imputato di una rapina. Non cose legate alla mafia.»

Quali sono i reati legati alla mafia?

«Estorsioni, danneggiamenti… comunque sono stato arrestato solo per un danneggiamento. Potevo rischiare due anni, ma poi mi son voluto pulire la coscienza e ho parlato di tutto, anche di cose che non ero completamente indagato.»

In che anno viene arrestato?

«Nel 2014. Il 5 giugno del 2014.»

Quando decide di “saltare il fosso”?

«È una cosa un po’ strana. La mia collaborazione inizia il 21 giugno (2014, nda), il giorno del mio compleanno. Ero in carcere e sento in tv Papa Francesco che rinnova l’appello e dice ‘mafiosi, inginocchiatevi’. Non so quello che mi è successo, ho cominciato a pensare ai miei figli, sono cominciate a girare tante cose in testa. Mi sono alzato, ho chiamato il secondino e ho detto che volevo parlare subito con il PM.»  

Come inizia la sua collaborazione?

«Appena ho aperto bocca, loro su questa rapina non sapevano neanche da dove cominciare e nemmeno ero indagato, mi hanno bloccato subito, dicendomi che la mia collaborazione era molto importante. E, infatti, dopo due giorni si son portati subito la famiglia.»

La vuole raccontare anche a noi questa rapina? Perché è così importante?

«La rapina è stata fatta vestiti da poliziotti, con le macchine, i lampeggianti, le palette, le casacche…»

E questo materiale dove è stato preso?

«Lo abbiamo fatto a Bagheria. Le pettorine le abbiamo fatte stampare presso una tipografia. I lampeggianti, le palette provenivano da furti. Non ci mancava niente.»

Quanti eravate?

«Otto persone, anche il nipote di Matteo Messina Denaro. Bellomo, il soprannome era “Luca”. La moglie di Bellomo, l’avvocatessa, è la nipote di Matteo Messina Denaro.»

Bagheria è territorio di Matteo Messina Denaro?

«Sì, lui ha tutti i cognati che abitano ad Aspra, frazione di Bagheria. Ho rilasciato anche dichiarazioni sul fratello dell’amante di Matteo Messina Denaro, perché gli ho venduto delle armi prima che mi arrestassero.»

L’amante di Matteo Messina Denaro?

«Sì, è stata anche condannata per favoreggiamento al latitante. È stata anche seguita un paio con la speranza che li portava al covo del latitante. È la segretaria dei cognati di Matteo Messina Denaro, lavora presso i Guttadauro. Sui Guttadauro ho rilasciato dichiarazioni, li ho fatti arrestare. Io vivo nel territorio di Matteo Messina Denaro

Ritorniamo alla TNT. Cosa avete rapinato?

1 parte/continua

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Per approfondimenti: 

– «Fiore D’Avino non è mai tornato a Somma. Smentisco gli spargitori di false notizie»

– Testimoni di giustizia: «vogliamo rispetto»

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INGROIA: «Lo Stato non poteva arrestare Provenzano»

ANTICIPAZIONE. «Fu una scelta. E la scelta rientrava nella logica della Trattativa Stato-mafia in pieno corso all’epoca, nella quale Bernardo Provenzano era il garante della Trattativa sul versante mafioso e lo Stato, che l’aveva stipulata, nei vari accordi che erano stati presi, non poteva permettersi di arrestarlo, perché era funzionale al mantenimento dell’osservanza degli accordi.»

INGROIA: «Lo Stato non poteva arrestare Provenzano»
La signora Manca insieme all’avvocato Antonio Ingroia (foto di Patricia & Guido Di Gennaro)

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«Il mio pensiero è lo stesso delle conclusioni a cui giungemmo con Nino Di Matteo nel processo sulla mancata cattura di Provenzano. Non è pensabile che investigatori del Ros dei carabinieri, che si occupavano di quella indagine, siano potuti incorrere in una imperdonabile dimenticanza, negligenza o caduta di professionalità. Fu una scelta. E la scelta rientrava nella logica della Trattativa Stato-mafia in pieno corso all’epoca, nella quale Bernardo Provenzano era il garante della Trattativa sul versante mafioso e lo Stato, che l’aveva stipulata, nei vari accordi che erano stati presi, non poteva permettersi di arrestarlo, perché era funzionale al mantenimento dell’osservanza degli accordi. Questo è quello che è accaduto.»   

Antonio Ingroia, WordNews.it, 13 agosto 2020 

(L’intervista integrale, realizzata dal collega Alessio Di Florio, è programmata per domani)

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STATO-MAFIA: la mancata cattura di Provenzano

DI MATTEO: «Bernardo Provenzano non poteva essere catturato perché l’eventualità di una sua collaborazione avrebbe scoperto le carte sparigliando gli accordi e comportando per i Carabinieri del Ros la possibilità che il loro comportamento sciagurato e illecito venisse scoperto dall’autorità giudiziaria e dall’opinione pubblica».

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STATO-MAFIA: la mancata cattura di Provenzano
Evoluzione di un criminale

Bernardo Provenzano “non poteva essere catturato perché l’eventualità di una sua collaborazione avrebbe scoperto le carte sparigliando gli accordi e comportando per i Carabinieri del Ros la possibilità che il loro comportamento sciagurato e illecito venisse scoperto dall’autorità giudiziaria e dall’opinione pubblica”.

“E’ vero che il generale Mario Mori è stato assolto in via definitiva dall’accusa di favoreggiamento” (per la mancata cattura di Bernardo Provenzano, nda) “però dobbiamo tenere presente che quella sentenza assolutoria venne pronunciata con una formula ben precisa: non perché i fatti contestati siano stati ritenuti non provati, ma perché il fatto non costituisce reato”.

Nino Di Matteo, 2018

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«Non hanno voluto arrestare Provenzano»

INTERVISTA/Terza parte. LA “CACCIA” AL LATITANTE. Parla il colonnello dei carabinieri Michele Riccio: «A Provenzano non l’hanno voluto prendere, glielo scrivo con lettere di sangue. Hanno lavorato per altri interessi. Questa gente era quella che andava ai processi a Caltanissetta e diceva che Falcone si era fatto l’attentato da solo…». L’operazione muore sul nascere. Gli uomini dello Stato si fermano a pochi metri dal casolare di Mezzojuso. Il blitz non si deve fare. La Trattativa è in corso (e mai terminata). Provenzano deve continuare a fare il latitante, ha i suoi progetti da sviluppare. E continuerà a farlo per altri undici anni. I vertici di alcune istituzioni (deviate, come le loro menti) hanno cambiato il corso della storia. Quanti omicidi si potevano evitare? Se Provenzano fosse stato arrestato, ad esempio, si sarebbe potuta salvare la vita del famoso urologo Attilio Manca. Massacrato da “ignoti” a Viterbo. La sua morte violenta grida ancora vendetta.

«Non hanno voluto arrestare Provenzano»

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Nelle prime due puntate di questa lunga conversazione con il colonnello dei carabinieri, Michele Riccio, abbiamo affrontato il rapporto di collaborazione con il mafioso pentito, Luigi Ilardo. L’incontro nasce quasi per caso. Riccio sta dirigendo la Dia di Genova, è un investigatore con una esperienza importante. Ha già collaborato con il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, è esperto in certi ambienti criminali. È un investigatore di punta. È già stato sotto copertura e conosce alla perfezione certe tecniche di investigazione.

De Gennaro (in quegli anni ai vertici della Dia), dopo aver ricevuto una lettera scritta da Luigi Ilardo (stanco di una Cosa nostra mutata), si rivolge a Riccio. Per lui è l’uomo giusto. Un uomo di fiducia, un uomo delle Istituzioni. Così inizia questa storia. Dannata. Ambigua. Drammatica.

La collaborazione si trasforma in un rapporto di fiducia. Riccio si fida di Ilardo. Quest’ultimo, nei panni del colonnello, vede lo Stato. Quello serio, fatto di persone oneste, che vogliono combattere e stroncare questi schifosi e vigliacchi personaggi organizzati. Non solo a parole.

I due cominciano ad operare: grazie a Ilardo arrivano operazioni importanti, i latitanti vengono assicurati alla giustizia. Tutto è finalizzato per l’arresto eccellente: quello del latitante Bernardo Provenzano, “scomparso” dalla circolazione da 43 anni. Un fantasma. Ma solo per chi non vuole vedere, per chi non vuole sapere. Un’ombra pesante, servita e riverita.

Ilardo è il cugino del pericoloso mafioso Piddu Madonia, molto vicino al Capo dei capi. “Oriente”, la fonte di Riccio, inizia una corrispondenza con il vecchio Binnu. Il rapporto si intensifica, Provenzano si fida di Ilardo. I due si incontrano. Siamo alla fine del 1995. Lo Stato, attraverso i suoi uomini, conosce il covo del latitante. È tutto pronto per consegnare, finalmente, alle patrie galere il killer di Corleone diventato capo. Ma qualcosa va storto. O meglio, qualcuno non vuole. L’operazione muore sul nascere. Gli uomini dello Stato si fermano a pochi metri dal casolare di Mezzojuso. Il blitz non si deve fare. La Trattativa è in corso (e mai terminata). Provenzano deve continuare a fare il latitante, ha i suoi progetti da sviluppare. E continuerà a farlo per altri undici anni. I vertici di alcune istituzioni (deviate, come le loro menti) hanno cambiato il corso della storia.

Quanti omicidi si potevano evitare? Se Provenzano fosse stato arrestato, ad esempio, si sarebbe potuta salvare la vita del famoso urologo Attilio Manca. Massacrato da “ignoti” a Viterbo, nel 2004. E fatto passare, in questo Paese orribilmente sporco, per un tossicodipendente. La sua morte violenta grida ancora vendetta.

E come andrà a finire? Il boss maledetto resterà a piede libero, Ilardo verrà ammazzato a Catania qualche tempo dopo. Per una fuga di notizie istituzionale. Per una talpa dello Stato corrotto.

Riprendiamo la terza parte dell’intervista a Michele Riccio. Il racconto dell’investigatore riparte da un punto preciso. Drammatico. Illuminante. Il colonnello comunica a Mori (superiore di grado) che Provenzano è in trappola. A portata di manette.

E il generale dei Ros cosa risponde? «Lui dice: ‘no, no, no, dobbiamo arrestarlo… anche De Caprio’. Le solite cose. ‘Noi abbiamo anche gli strumenti. Facciamo tutto noi, non c’è problema. Tu crea i presupposti per un successivo incontro’. Ilardo era già addestrato a fare simili operazioni. Era necessario preparare i presupposti per un secondo incontro. ‘Tu vai giù in Sicilia, segui Ilardo in questa fase. Ti facciamo incontrare con il Capitano di Caltanissetta. E poi ci riferisci’. Io, diciamo, avrei voluto arrestarlo subito ma penso che, come al solito, se lo vogliono arrestare loro. Vogliono far vedere in un ambito nazionale che sono loro. Conoscendo anche i soggetti, avendo già operato con loro, ad esempio l’operazione a Milano (traffico di droga, famiglia Fidanzati, nda), quando Mori comandava la divisione, l’avevo fatta io, però si erano vantati loro. Pensavo che tutto fosse finalizzato ad acquisire solo loro i meriti, diciamo che ci stava, però mi dispiaceva in parte».

E cosa succede?

«Quando incontro il Capitano mi accorgo con notevole sorpresa che questo non sapeva nulla. E comincio a vedere un po’ il gioco delle tre carte. Al che riferisco tutto al Capitano, lo rendo edotto della modalità del servizio. Mi dice di avere poco personale e di fare il pedinamento. Facciamo il pedinamento. E la storia si conosce».

Cioè?

«È mattino, Ilardo va all’appuntamento. Si incontra con Provenzano e sta con lui tutto il giorno.»

E lei dove si trova quando Ilardo si incontra con Provenzano?

«All’inizio della mattinata…».

Mi scusi, stiamo parlando del 31 ottobre del 1995?

«La mattinata dell’incontro…».

Se lo ricorda il giorno?

«Se non sbaglio era proprio il 31 ottobre».

Quindi la sua “fonte” si incontra con Provenzano.

«Sì, al famoso bivio di Mezzojuso. Noi andiamo prima, il Capitano mi fa vedere dove sarebbe stato il servizio. E mi indica i posti dove si sarebbero messi gli uomini. Ricordo che di fronte al bivio, dall’altra parte della strada, c’era un gruppo di alberi dove c’erano alcuni con le macchine fotografiche. Poi c’era una parte rialzata dove c’erano altri uomini. Noi ci mettiamo distante. E abbiamo conferma che era stato stabilito il contatto con Ilardo, che erano stati prelevati ed erano andati via lungo lo scorrimento veloce. Dopo un po’, non sapendo quando sarebbe durato l’incontro, rientro a Catania. Per essere subito pronto a contattarlo. Prima di rientrare mi fermo alla cabina telefonica e avviso il dott. Pignatone di quanto era successo. La sera, a Catania, incontro finalmente Ilardo, che mi racconta quello che è successo. E io lo riferisco immediatamente a Mori e al capitano Damiano (ex ufficiale del Ros di Caltanissetta, nda)».

Cosa le riferisce Ilardo dell’incontro con Provenzano?

«Quello che ho scritto nel Rapporto.»

Cosa ha scritto nel Rapporto?

«È un incontro che si svolge in due giornate. Ilardo, prima di tutto, mi ricostruisce in maniera molto semplice, ed era molto semplice, l’individuazione del casolare. Lo ripeto e non lo dico per piaggeria e non lo dico perché ci sono state tutte le storie che sa anche lei. Un giorno a un giornalista della Rai dico: ‘non le faccio nessun commento, le do le indicazioni che ho scritto sul Rapporto. Lei le segua e mi dica se è capace di trovare il casolare’. Questo è andato, mi telefona e dice: ‘Colonnello, ho capito tutto. Ha ragione lei’Non ci voleva l’arca di scienza per capire. Bastava andare dritto, c’era un distributore di benzina sulla sinistra, bastava andare più avanti e l’unica strada che girava nella curva era quella. Il casolare era il primo che si trovava, di fronte c’era l’ovile. Era di una semplicità assurda».

Tornado ad Ilardo e all’incontro con il boss latitante?

«Mi da queste indicazioni e mi dice che l’incontri si era svolto, come ho scritto sempre nel Rapporto, in due fasi. In una prima fase, loro erano di fronte al casolare, dove avevano aspettato il Ferro, il medico, che sarebbe arrivato. Aveva visto che il Provenzano aveva cotto la carne con poco sale, per via della prostata (operata, nell’ottobre del 2003, dall’urologo Attilio Manca a Marsiglianda). Gli racconta che si ricordava di lui dalla storia dello zio, di tutte le problematiche, che dovevano recuperare il contatto con tutti. Ilardo mi riferisce tutto quanto e mi ripete di arrestarlo quando si allontanava. Per una questione umana, per non sentirsi un infame. E io gli ripetevo che non doveva preoccuparsi, doveva solo pensare a mandare il segnale. In quel modo avevamo già arrestato un sacco di latitanti. La fiducia tra noi era grande. Poi mi fa tutta la descrizione: Provenzano era smagrito, aveva i capelli bianchi. Una descrizione che porterà al famoso identikit, perfettamente combaciante con il personaggio che poi (molto poi, dopo 11 anni, nda) verrà arrestato.

Quindi lei era convinto di poterlo arrestare?

«Ero convinto che si sarebbero fatti gli appostamenti. Riferisco a Mori e gli dico: ‘guardi, faccio io l’attività’. E lui mi risponde che l’avrebbero fatta loro, De Caprio con la sua squadra, poi Obinu. Ma dopo una settima resto sorpreso. Mori continuava a dire: ‘mettiamo gli aerei militari, andiamo, facciamo’. Dopo una settimana mi dicono: ‘non abbiamo trovato niente. Fatti spiegare meglio perché non troviamo nulla’.  

Non trovano il casolare dove era “nascosto” Provenzano?         

«Dico: ‘ma è così semplice’. Vado da Ilardo, pieno di vergogna, e rifacciamo il sopralluogo. Rifaccio tutto il percorso, con Ilardo nascosto dal passamontagna e disteso. Una semplicità disarmante. E riferisco tutto, di nuovo, a Mori e Obinu. Dopo una settimana arrivano e dicono: ‘non riusciamo a trovare nulla’. Al che io dico: ‘questi o ci fanno o ci sono’.

Faccio di nuovo il sopralluogo con Ilardo, faccio le relazioni scritte. Sia nelle relazioni che nel rapporto, in maniera molto provocatoria, indico anche le coordinate geografiche. Non si è mai visto. Di questi rapporti nessuno mi ha chiesto nulla.

L’unica cosa che sanno chiedere, quando Ilardo muore, è di estromettere dal rapporto la relazione di servizio. Anche di fronte a rapporti dove si fa riferimento alle relazioni scritte quelli continuavano a sostenere che non ho fatto nessuna relazione di servizio. Ma fortunatamente le ho ritrovate. C’è qualche magistrato che ha contestato loro che hanno nascosto? Non lo leggo. Questa è la più grande amarezza.

Questa gente era quella che andava ai processi a Caltanissetta e diceva che Falcone si era fatto l’attentato da solo…»

A chi si riferisce?

«A Mori, Subranni. Questi sono parte dei personaggi, mica solo loro».

E, quindi, dicono di non trovare il casolare?

«Dicono che non lo trovano».

Provenzano verrà arrestato undici anni dopo.  

«Ilardo chiedeva cosa stessimo facendo, io non sapevo più cosa rispondere. Cosa dovevo dire? Andavo da Mori e lui mi diceva di rispondere: ‘stiamo lavorando, stiamo verificando’».  

E ci hanno messo undici anni per verificare.

«Andavano a mettere l’acqua ai fiori sul davanzale di Provenzano».

Ma Provenzano resterà in un quel casolare? Verrà avvisato da qualcuno di queste attività?

«A questo punto posso dire solamente che lì, Provenzano, c’è stato. Ne danno conferma anche i collaboratori di giustizia, come Giuffrè.

Non l’hanno voluto prendere, glielo scrivo con lettere di sangue.

Ho lavorato per lo Stato, ho vissuto di mio, non ho voluto e non voglio niente da nessuno. Ho fatto delle scelte di vita, per quello Stato in cui credevo, come quel povero Ilardo e i miei superiori seri, ne ho avuti tanti, come Dalla Chiesa ed altri. Ne hanno pagato sulla loro pelle anche loro.

Non dovevano permettersi di fare questo. Me la prendo con chi ha permesso loro di comportarsi in questo modo. Come si fa a dire che c’erano i pastori. Quando abbiamo preso Fracapane abbiamo preso anche i pastori con i cani, che facevano i favoreggiatori al Fracapane. Avrei arrestato tutti lì, per dire. Non è che mi scantavo di quattro pastori».

Quindi non l’hanno voluto prendere?

«È ovvio che non l’hanno voluto prendere e che hanno lavorato per altri interessiProvenzano ha portato avanti il suo progetto, Forza Italia ha vinto 60 a 0 (nel 2001 il centrodestra in Sicilia conquisterà 61 seggi uninominali, nda). Scusate, due più due fa quattro».

C’era una Trattativa in corso con lo Stato?

«Certo, certo. Per chi lavoravano?»

Per chi lavoravano?

«Non hanno certo lavorato per le Istituzioni».

Undici anni dopo, quindi nel 2006, Provenzano verrà arrestato in quello stesso casolare?

«No, non verrà arrestato nello stesso casolare. Sempre nella stessa zona».

Quindi si sposterà?

«Dopo si sposta. In quel casolare viene arrestato, sempre dalla Polizia di Stato, un altro latitante. Non dai carabinieri, figuriamoci. Ovviamente i Carabinieri sono persone serie. Alcuni carabinieri di quel Ros non lo erano. L’ho detto in mille udienze, dove sono andato. Ancora non riesco a capire perché nessun magistrato abbia mai fatto nulla.   

Mi cercano di far collaborare quando si decide di far pentire Ilardo, in maniera formale, non con Palermo ma con Caltanissetta. E mi portano ad avere più incontri con Tinebra, perché si doveva pentire con loro. L’ho visto come un tentativo di condizionare le indagini. Però si vede che a loro è permesso di fare questo. Quando arrivo a Roma si presenta il momento del riscontro definitivo di tutto…»

Cosa succede a Roma?

Fine terza parte/continua      

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Un soggetto agli arresti domiciliari può utilizzare Facebook?

USO DEI SOCIAL. Ne abbiamo parlato con Enzo Guarnera, noto penalista del Foro di Catania: «Il collaboratore di giustizia non ha normalmente limitazioni. Ovviamente non può mettersi in contatto con persone che appartengono o appartenevano al clan del quale egli faceva parte. Perché questo sarebbe un fatto estremamente grave».

Un soggetto agli arresti domiciliari può utilizzare Facebook?

di Paolo De Chiara, WordNews.it

«Il Tribunale del riesame di Catania confermava l’ordinanza del GIP del Tribunale di Ragusa che aveva disposto l’aggravamento della misura custodiale, da domiciliare a inframuraria, per omissis in seguito a violazioni delle misura domiciliare ritenute gravi (usava facebook agli arresti domiciliari)». In questo modo inizia la sentenza della Suprema Corte di Cassazione Sez. II n. 46874 del 2016 che vieta a chi è detenuto agli arresti domiciliari di usare facebook e gli altri social (instagram, twitter, telegram, linkedin, etc.)».

«La prescrizione di non comunicare – continua la sentenza del 2016 – con persone estranee deve essere inteso nel senso di un divieto non solo di parlare con persone non conviventi, ma anche di stabilire contatti con altri soggetti, sia vocali che a mezzo congegni elettronici. Il messaggio diffuso sul social network (usando facebook agli arresti domiciliari), peraltro, è oggettivamente criptico per i più ed indirizzato a chi può comprendere perché sottintende qualcosa di riservato e conosciuto da una ristretta cerchia di persone ed è chiaramente intimidatorio, a dispetto del tono volutamente suggestivo, rafforzato dalle coloratissime emoticon, ancora più esplicitamente intimidatorie».

Allora, può o non può un soggetto agli arresti domiciliari scrivere messaggi privati e commentare i post di altri utenti? È normale leggere commenti e messaggi pubblici – nei profili di questi soggetti – dove si usano le parole “lo zio”“lo giaguaro e l’amico del giaguaro”?

Lo abbiamo chiesto all’avvocato Enzo Guarnera, noto penalista del Foro di Catania, che si occupa, professionalmente, anche di collaboratori e Testimoni di giustizia. «Il divieto (di stare sui social, nda) non è generalizzato. Di volta in volta, secondo il capo di imputazione e secondo il soggetto che è stato condannato e ammesso ai domiciliari, i magistrati danno delle prescrizioni. Più o meno restrittive».

Che significa?

«Talvolta dicono si può incontrare soltanto con i familiari conviventi nello stesso appartamento e con gli avvocati. Non può avere contatti con persone estranee alla famiglia convivente e non può avere comunicazioni telefoniche di alcun genere e, ovviamente, non può utilizzare i social. Questo talvolta è detto espressamente. Se, invece, questi divieti espressamente non ci sono messi è chiaro che lui ha un solo obbligo».

Quale?

«Quello di stare a casa e non muoversi. Però gli amici possono andarlo a trovare, se non c’è un divieto espresso di incontro con persone diverse dai familiari».

Possiamo fare un esempio?

«Se sono ai domiciliari per un furto o uno scippo, quindi un reato odioso però non particolarmente grave, questi divieti restringenti non me li danno. Se, invece, sono a casa per un reato collegato all’attività mafiosa o un reato per il quale potrei ancora inquinare le prove, in qualche modo, allora evidentemente vengo costretto a comportamenti molto più limitativi della mia libertà. Ma questo, di volta in volta, viene messo nel provvedimento che concede i domiciliari».

Lo stesso vale anche per un collaboratore di giustizia?

«Il collaboratore di giustizia non ha normalmente limitazioni, se non quelle derivanti dalla sicurezza. Se per un collaboratore di giustizia, ammesso alla detenzione domiciliare, non c’è nel provvedimento del Tribunale di Sorveglianza una limitazione è chiaro che lui sui social può scrivere. A condizione che non riveli, attraverso i social, la località dove si trova. Perché questo verrebbe contro alle prescrizioni del Servizio Centrale di Protezione, per ragioni di sicurezza».

Vale per tutti i tipi di contatti?

«Ovviamente il collaboratore di giustizia non può mettersi in contatto con persone che appartengono o appartenevano al clan del quale egli faceva parte. Perché questo sarebbe un fatto estremamente grave che potrebbe anche far perdere il programma di protezione».  

Pier Paolo Pasolini, il poeta massacrato nel 1975, scriveva: «Io so. Ma non ho le prove». Noi chiudiamo dicendo che le prove, come sempre, le abbiamo.   

Campobasso, fine dello smart working: è polemica. Parla il sindaco Gravina: «non capisco quale sia il dramma»

LA DIATRIBA. La decisione dell’Amministrazione comunale non è stata accolta favorevolmente dai sindacati che chiedono un tavolo di confronto. Per Antonio Amantini della Cgil: «Non siamo stati coinvolti. Riteniamo questo atteggiamento lesivo delle corrette relazioni sindacali. La delibera è in contrasto con le norme nazionali». Per il primo cittadino: «Il coinvolgimento dei sindacati, sinceramente, non lo vedevo indispensabile. Stiamo sperimentando, praticamente, le stesse misure che abbiamo sperimentato prima della chiusura totale. È un momento per tornare alla normalità».

Campobasso, fine dello smart working: è polemica. Parla il sindaco Gravina: «non capisco quale sia il dramma»
Il Comune di Campobasso

di Paolo De Chiara, WordNews.it

La delibera 159 del Comune di Campobasso sulla conclusione del lavoro agile, efficace dal 31 luglio, non è passata inosservata. Ha creato qualche «malumore – secondo i sindacati – tra i dipendenti di Palazzo San Giorgio».

Tre sigle (Fp Cgil, Cisl Fp e Uil Fpl) hanno inviato una nota agli organi di informazione. «Le scriventi Organizzazioni Sindacali chiedono di voler aprire con cortese sollecitudine, un tavolo di confronto al fine di meglio disciplinare la regolamentazione applicativa relativa al rientro in sede del personale dipendente dalla modalità di lavoro agile (smart working). Detta richiesta è motivata alla luce della proroga da parte del Governo dello stato di emergenza fino al 15/10/2020, così come da Decreto n. 59 del 29 luglio 2020».

Abbiamo contattato uno dei sindacalisti, Antonio Amantini, per comprendere meglio il suo pensiero: «Siamo per un rientro dallo smart working, ma questo rientro deve essere fatto in sicurezza per il personale e per gli utenti. E devono essere utilizzati tutti i dispositivi di protezione individuale e la sanificazione degli uffici. Il rientro deve essere dilazionato nel tempo».

Le sigle sindacali unitarie contestano anche la mancanza di coinvolgimento. «Lo riteniamo un grave elemento lesivo delle corrette relazioni sindacali. Siccome nei vari DPCM che si sono susseguiti, in particolare nel protocollo del 14 marzo è previsto, in qualche modo, il monitoraggio insieme alle organizzazioni sindacali rappresentative dei lavoratori. Ma questa cosa non è stata fatta.»

Per Amantini non tutto, però, è da buttare. «Un dirigente ha fatto una nota ai propri dipendenti contrari a quella delibera». In che senso? «Loro (l’Amministrazione comunale di Campobasso, nda) hanno fatto solo la delibera di giunta. Dopodiché i dirigenti dovrebbero aver recepito la delibera, facendo una ordinanza nella quale dovevano ordinare al proprio personale di rientrare. Ma ordinanze di rientro fatte dai dirigenti non ne ho viste. Ne ho vista solo una fatta da un dirigente che dice ‘si, rientriamo. Ma rientriamo come dice la norma, rientriamo in sicurezza, rientriamo con tutte le dotazioni’. Ovviamente a noi questo sta bene, sta benissimo. Le cose vanno fatte come scrive quel dirigente. Ma questo vale solo per i componenti di quell’ufficio, che hanno avuto quell’ordinanza di quel dirigente». E per il resto? «Per il resto è caos più totale».  

Per il primo cittadino Roberto Gravina (nella foto in alto) la situazione è sotto controllo. «Capisco che ci si lamenti. Ma noi abbiamo iniziato gradatamente a ritornare di presenza. Ho lasciato ai dirigenti di valutare area per area quali saranno le opportunità per rientrare. Secondo me fa bene anche al mondo del lavoro, in un momento come questo dove, oggettivamente, c’è più tranquillità. Soprattutto per quei servizi che richiedono il contatto con il pubblico».

Quindi una delibera per ritornare alla normalità?

«Noi stiamo tornando alla normalità anche perché, per quanto siamo stati bravi a lavorare in smart working, abbiamo però registrato qualche problema, soprattutto sui servizi al cittadino, che possono essere dalla carta d’identità a tutto il settore anagrafe, a tutto il settore demografico in generale. E poi anche il commercio e l’urbanistica. Questo è il senso. Non capisco quale sia il dramma. È vero, l’unica cosa sulla quale ho chiesto, tra virgolette, di rimediare è che ogni dirigente darà il tempo necessario alle proprie aree per potersi adeguare.»

I sindacati lamentano il fatto di non essere stati coinvolti.

«Il coinvolgimento per la ripresa, sinceramente, non lo vedevo indispensabile. Comunque anche su un altro aspetto importante noi stiamo sperimentando, praticamente, le stesse misure che abbiamo sperimentato prima della chiusura totale. Quindi è un momento per tornare alla normalità, fermo restando che se i sindacati vorranno in qualche modo avere chiarimenti siamo pronti a darli. Ci mancherebbe. Massima apertura. Però ci deve essere anche per loro la consapevolezza che il cittadino lamentava e richiedeva, comunque, uno sforzo maggiore da parte dell’Amministrazione. E lo facciamo in un periodo assolutamente tranquillo e gestibile».

Per il sindacalista della Cgil, Antonio Amantini, si è registrato il «caos tra i dipendenti». A lei risulta questa reazione?

«Io ho semplicemente detto ai dirigenti, atteso che quando abbiamo adottato la delibera davo per scontato che avessero comunicato alle singole aree la situazione di ripresa. Se questo non è avvenuto, infatti, ho chiesto ai dirigenti di parlare con tutti i propri funzionari, i propri dipendenti per dare la possibilità, in totale serenità, di decidere. Immagino anche che qualcuno, lo dico senza ironia, era fuori città e riusciva a lavorare in smart working e, quindi, bisogna dare il tempo a tutti di rientrare. Però già oggi eravamo al 60%. Sinceramente a me il caos non risulta».

Quindi è una delibera elastica?

«La delibera non è che è elastica. Praticamente offre un po’ di elasticità ai dirigenti per poter ritornare in presenza, comunque, in settimana. Se ci sono dei problemi ce lo faranno presente e verificheremo».        

Ecco la DeliberaNumero 159 del 31-07-2020

CESSAZIONE EFFICACIA DEL REGOLAMENTO TEMPORANEO PER L’ADOZIONE DEL LAVORO AGILE (SMART WORKING) E DELLA POSSIBILITA’ DI RICORRERE ALL’ESENZIONE DAL LAVORO IN CONSEGUENZA DELL’EMERGENZA SANITARIA COVID-1

LA GIUNTA COMUNALE

Vista la proposta di deliberazione di seguito riportata.

Visto il D. Lgs. n. 165 del 30.03.2001, recante “Norme generali sull’ordinamento del lavoro alle

dipendenze elle pubbliche amministrazioni”, e successive modificazioni e integrazioni.

Visto il D. Lgs. n. 82 del 07.03.2005, recante “Codice dell’amministrazione digitale”.

Visto il D. Lgs. n. 80 del 15.06.2015, recante “Misure per la conciliazione delle esigenze di cura, di vita e di lavoro”, in attuazione dell’articolo 1, commi 8 e 9, della Legge n. 183 del 10.12.2014.

Vista la Risoluzione del Parlamento Europeo approvata il 13 settembre 2016 “Creazione di condizioni del mercato del lavoro favorevoli all’equilibrio tra vita privata e vita professionale”.

Visti i Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro del personale non dirigente del Comparto Funzioni Locali, della Dirigenza del Comparto Regioni e Autonomie Locali e dei Segretari Comunali e Provinciali.

Visti i Contratti Collettivi Decentrati Integrativi in vigore presso il Comune di Campobasso.

Vista la Delibera del Consiglio dei Ministri del 31.1.2020, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 26 del 1.2.2020, con la quale è stato dichiarato lo stato di emergenza in conseguenza del rischio sanitario connesso all’insorgenza di patologie derivanti da agenti virali trasmissibili, per la durata di 6 mesi a decorrere dalla data del provvedimento stesso.

Visto il D.L. 6 del 23.02.2020, convertito dalla legge n. 13 del 05.03.2020, il quale introduce misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da virus COVID-2019.

Vista la Direttiva della Presidenza del Consiglio dei Ministri n. 1/2020, registrata dalla Corte dei Conti il 26.02.2020 con il n. 388, recante le prime indicazioni in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da CODIV-2019 nelle pubbliche amministrazioni al di fuori delle aree di cui all’articolo 1 del D.L. n. 6/2020.

Visto l’art. 4 del DPCM 01.03.2020, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 52 del 01.03.2020, il quale ha esteso la possibilità di applicare la modalità di lavoro agile per la durata dello stato di emergenza.

Visto il DPCM 04.03.2020, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 55 del 04.03.2020.

Visto il DPCM 08.03.2020, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 59 del 08.03.2020 con il quale è stato disposto il lockdown in conseguenza dell’acuirsi dell’emergenza sanitaria COVID-19.

Visto il DPCM 09.03.2020, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 62 del 09.03.2020.

Visto il DPCM 11.03.2020, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 64 dell’11.03.2020.

Visto il DPCM 01.04.2020, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 88 del 02.04.2020.

Visto il DPCM 10.04.2020, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 97 dell’11.04.2020.

Visto il DPCM 26.04.2020, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 108 del 27.04.2020, con il quale è stata disposta la fine del lockdown totale alla data del 3 maggio 2020.

Visto il DPCM 17.05.2020, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 126 del 17.05.2020, con il quale si è provveduto ad estendere ulteriormente le attività consentite a decorrere dal 18 maggio 2020.

Visto il DPCM 11.06.2020, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 147 dell’11.06.2020, con il quale si è provveduto ad estendere ulteriormente le attività consentite a decorrere dal 15 giugno 2020.

Visto il DPCM 14.07.2020, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 176 del 14.07.2020, con il quale sono state prorogate le disposizioni di cui al DPCM 11.06.2020 fino al 31 luglio 2020.

Preso atto che, a decorrere dal 4 maggio 2020, in esecuzione dei decreti sopra citati, son state riavviate gradualmente gran parte delle attività fermate nella fase del lockdown.

Preso atto che il prossimo 31 luglio cesserà anche lo stato di emergenza disposto con la Delibera del Consiglio dei Ministri del 31.1.2020.

Vista la Direttiva della Presidenza del Consiglio dei Ministri n. 2/2020, registrata dalla Corte dei Conti il 12.03.2020 con il n. 446, recante indicazioni in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID-19 nelle pubbliche amministrazioni di cui all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165.

Preso atto che detta direttiva dispone che “In considerazione delle misure in materia di lavoro agile previste dai provvedimenti adottati in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID-19, le pubbliche amministrazioni, anche al fine di contemperare l’interesse alla salute pubblica con quello alla continuità dell’azione amministrativa, nell’esercizio dei poteri datoriali assicurano il ricorso al lavoro agile come modalità ordinaria di svolgimento della prestazione lavorativa, fermo restando quanto previsto dall’articolo

1, comma 1, lettera e) del DPCM 8 marzo 2020”.

Visto l’art. 87, comma 1, del D.L. n.18 del 17.03.2020, il quale dispone che “Fino alla cessazione dello stato di emergenza epidemiologica da COVID-2019, ovvero fino ad una data antecedente stabilita con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri su proposta del Ministro per la pubblica amministrazione, il lavoro agile è la modalità ordinaria di svolgimento della prestazione lavorativa nelle pubbliche amministrazioni di cui all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, che, conseguentemente:

a) limitano la presenza del personale negli uffici per assicurare esclusivamente le attività che ritengono indifferibili e che richiedono necessariamente la presenza sul luogo di lavoro, anche in ragione della gestione dell’emergenza;

b) prescindono dagli accordi individuali e dagli obblighi informativi previsti dagli articoli da 18 a 23 della legge 22 maggio 2017, n. 81.”.

Visto l’art. 87, comma 3, del D.L. n.18 del 17.03.2020, il quale dispone che “Qualora non sia possibile ricorrere al lavoro agile, anche nella forma semplificata di cui al comma 1, lett. b), le amministrazioni utilizzano gli strumenti delle ferie pregresse, del congedo, della banca ore, della rotazione e di altri analoghi istituti, nel rispetto della contrattazione collettiva. Esperite tali possibilità le amministrazioni possono motivatamente esentare il personale dipendente dal servizio. Il periodo di esenzione dal servizio costituisce servizio prestato a tutti gli effetti di legge e l’amministrazione non corrisponde l’indennità sostitutiva di mensa, ove prevista. Tale periodo non è computabile nel limite di cui all’articolo 37, terzo comma, del decreto del Presidente della Repubblica 10 gennaio 1957, n. 3.”.

Vista la delibera di Giunta Comunale n. 64 del 13.3.2020 con la quale è stato approvato il regolamento temporaneo per l’adozione del lavoro agile (smart working) e di altre misure di contrasto all’emergenza sanitaria COVID-19 il quale introduce misure dirette a ridurre il più possibile la presenza contemporanea dei dipendenti negli uffici dell’Amministrazione Comunale allo scopo di limitare le occasioni di interazione e conseguentemente di diffusione del contagio da virus COVID-19.

Vista la delibera di Giunta Comunale n. 90 del 10.4.2020, con la quale è stata prorogata l’efficacia del regolamento temporaneo per l’adozione del lavoro agile (smart working) e di altre misure di contrasto all’emergenza sanitaria COVID-19 per tutta la durata dell’emergenza sanitaria in atto, tenendo conto della sua evoluzione, come da disposizioni dettate dagli organi istituzionali competenti.

Vista la delibera di Giunta Comunale 85 del 7.4.2020 con la quale i Dirigenti dell’Ente sono stati

autorizzati a concedere al personale delle rispettive strutture non collocabile in modalità di lavoro agile e non strettamente necessario per far fronte ad esigenze indifferibili, l’esenzione dal servizio di cui all’art. 87, comma 3, del D.L. n. 18/2020, a condizione che l’interessato abbia fruito di tutte le ferie pregresse maturate alla data di concessione dell’esenzione e di tutti i permessi retribuiti eventualmente spettanti (permessi per motivi personali o familiari, permessi legge n. 104/1992, congedo parentale, ecc.).

Preso atto che, a decorrere dal 4 maggio 2020, in esecuzione dei decreti sopra citati, son state riavviate gradualmente gran parte delle attività fermate nella fase del lockdown.

Visto l’art. 263 del Decreto Legge n. 34 del 19.05.2020, come modificato dalla legge di conversione n. 77 del 17.07.2020, pubblicata nel S.O. n. 25 alla Gazzetta Ufficiale n. 180 del 18.07.2020, il quale dispone che le amministrazioni pubbliche adeguano l’operatività di tutti gli uffici pubblici alle esigenze dei cittadini e delle imprese connesse al graduale riavvio delle attività produttive e commerciali.

Vista la circolare n. 3/2020 con la quale il Ministro per la Pubblica Amministrazione, nel fare riferimento alla norma sopra citata, afferma che: la presenza del personale nei luoghi di lavoro non è più correlata alle attività ritenute indifferibili

a) ed urgenti;

b) l’istituto dell’esenzione dal servizio risulta superato.

Dato atto che la suddetta circolare evidenza la necessità che ciascuna pubblica amministrazione, nel definire il percorso di ritorno alla normalità, tenga in debito conto l’esigenza di garantire la tutela della sicurezza e della salute dei dipendenti e si adegui alle indicazioni contenute nel “Protocollo quadro per la prevenzione e la sicurezza dei dipendenti pubblici sui luoghi di lavoro in ordine all’emergenza sanitaria da COVID-19” del 24.07.2020, allegato alla circolare stessa, validato dal Comitato tecnico-scientifico, organismo a supporto del Capo Dipartimento della Protezione Civile per l’emergenza Covid-19, e sottoscritto il 24 luglio 2020 con le Organizzazioni Sindacali.

Dato atto che le misure di prevenzione indicate nel suddetto protocollo risultano sostanzialmente applicate all’interno di questo Ente.

Ritenuto, comunque, di avviare un percorso di verifica del documento di valutazione dei rischi di cui al D.Lgs. n. 81 del 9.4.2008 per valutare l’eventuale necessità di integrazione dello stesso, con il coinvolgimento del responsabile del servizio prevenzione e protezione e del medico competente, nel rispetto delle competenze dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza (R.L.S.).

Preso atto che il progressivo calo dei contagi da COVID-19 e del numero dei ricoverati negli ospedali ha ridotto la pressione sulle strutture sanitarie regionali le quali riescono a gestire in condizioni di normalità i pochi casi rimasti.

Preso atto che il 31 luglio cesserà lo stato di emergenza disposto con la Delibera del Consiglio dei Ministri del 31.1.2020.

Preso atto che è attualmente all’esame del Governo l’ipotesi di proroga dello stato di emergenza fino al 15 ottobre 2020 al fine di gestire la fase di ripristino delle condizioni di normalità di tutte le attività che hanno subito limitazioni nella fase acuta dell’emergenza sanitaria.

Rilevato, quindi, che la fase acuta dell’emergenza sanitaria COVID-19 può ritenersi superata e che, pertanto, può disporsi il graduale rientro alla normalità dell’attività dell’Ente.

Rilevato che gran parte dei dipendenti dell’Ente sono impegnati in attività indifferibili non effettuabili in regime di lavoro agile (Polizia Locale, attività di protezione civile, servizi manutentivi, farmacie, ecc.) e in altre attività che richiedono comunque il servizio in presenza (servizi sociali, servizi demografici, servizi di front office, ecc.) per cui, di fatto, la maggior parte del personale già lavora in presenza.

Considerato che l’eventuale applicazione del lavoro agile al 50 per cento del personale impiegato nelle attività che possono essere svolte in tale modalità, come prevista dall’art. 263, comma 1, del D.L. n. 34/2020,

modificato dalla Legge n. 77/2020, di fatto riguarderebbe un numero relativamente esiguo di dipendenti con effetti molto limitati sulla riduzione della presenza contemporanea di personale negli uffici e, quindi, con effetti pressoché nulli sulla riduzione del rischio di contagio da COVID-19.

Preso atto che questo Ente ha adottato tutte le misure organizzative necessarie per ridurre il rischio di contagio sia tra i dipendenti che in relazione alle procedure di accesso dell’utenza.

Ritenuto, quindi, di poter cessare alla data del 31.07.2020 l’efficacia del Regolamento temporaneo per l’adozione del lavoro agile (smart working) e di altre misure di contrasto all’emergenza sanitaria COVID-19 approvato con delibera di Giunta Comunale n. 64 del 13.03.2020 e prorogato con delibera di Giunta Comunale n. 90 del 10.04.2020.

Ritenuto, inoltre, di poter cessare alla data del 31.07.2020 l’autorizzazione ai Dirigenti di poter disporre il collocamento in esenzione dal servizio, in applicazione dell’art. 87, comma 3, del D.L. n. 18/2020, del personale non collocabile in modalità di lavoro agile e non strettamente necessario per far fronte ad esigenze indifferibili, come prevista dalla delibera di Giunta Comunale n. 85 del 07.04.2020.

Ritenuto, pertanto, di disporre il rientro in modalità di lavoro in presenza di tutti i dipendenti dell’Ente a decorrere dal 1° agosto 2020, nel rispetto delle misure organizzative in essere necessarie al contenimento del rischio di contagio da COVID-19.

Visto l’art. 48 del T.U.E.L. che rimette alla Giunta Comunale l’approvazione dei regolamenti concernenti l’organizzazione degli uffici e dei servizi;

Visto l’art. 5, comma 2 del D.Lgs. 165/2001, come da ultimo modificato dal D.L. 95/2012, convertito dalla Legge n. 135/2012 (cd. spending. review), ai sensi del quale per tutto ciò che concerne l’organizzazione degli uffici è prevista la sola informazione ai sindacati.

Rilevato che il Dirigente del Servizio interessato da atto della regolarità tecnica e della correttezza amministrativa del presente provvedimento, ai sensi dell’art. 147-bis del D. Lgs. n. 267 del 18.8.2000, come introdotto dall’art. 3 del D.L. n. 174 del 10.10.2012, convertito dalla legge n. 213 del 7.12.2012.

IL FUNZIONARIO IL DIRIGENTE

Dott. Angelo Ruggi Dott. Nicola Sardella

(Sottoscrizione con firma elettronica) (Sottoscrizione con firma digitale)

Esaminata la proposta sopra riportata.

Visto l’art. 48 del D.Lgs. n. 267 del 18.8.2000 in ordine alle competenze della Giunta Comunale.

Visto il parere favorevole di regolarità tecnica e l’attestazione di correttezza delle disposizioni contenute nel presente provvedimento espresso ai sensi degli artt. 49 comma 1 e 147-bis del D.Lgs. n. 267/2000.

Vista l’attestazione di coerenza con gli indirizzi della programmazione comunale e con gli obiettivi assegnati alla struttura burocratica prevista dalla deliberazione di G.M. n. 161/2015.

Visto l’art. 134, comma 4, del D.Lgs. n. 267 del 18.8.2000, in merito alla immediata eseguibilità delle deliberazioni in caso di urgenza.

Vista la delibera di Giunta Comunale n. 59 del 09.03.2020 avente ad oggetto: “SVOLGIMENTO DELLE SEDUTE DI GIUNTA COMUNALE IN AUDIO CONFERENZAVIDEOCONFERENZA E/O TELECONFERENZA. APPROVAZIONE DI LINEE GUIDA”;

Con voti unanimi palesi espressi nelle forme di legge,

DELIBERA

Per le ragioni sopra espresse:

di cessare alla data del 31.07.2020 l’efficacia del Regolamento temporaneo per l’adozione 1. del lavoro agile (smart working) e di altre misure di contrasto all’emergenza sanitaria COVID-19 approvato con delibera di Giunta Comunale n. 64 del 13.03.2020 e prorogato con delibera di Giunta Comunale n. 90 del 10.04.2020;

2.di cessare alla data del 31.07.2020 l’autorizzazione ai Dirigenti di poter disporre il collocamento in esenzione dal servizio, in applicazione dell’art. 87, comma 3, del D.L. n. 18/2020, del personale non collocabile in modalità di lavoro agile e non strettamente necessario per far fronte ad esigenze indifferibili, prevista dalla delibera di Giunta Comunale n. 85 del 07.04.2020;

3.di disporre il rientro in modalità di lavoro in presenza di tutti i dipendenti dell’Ente a decorrere dal 01.08.2020, nel rispetto di tutte le misure organizzative in essere necessarie al contenimento del rischio di contagio da COVID-19;

4.di avviare un percorso di verifica del documento di valutazione dei rischi di cui al D.Lgs. n. 81 del 9.4.2008 per valutare l’eventuale necessità di integrazione dello stesso secondo le indicazioni contenute nel “Protocollo quadro per la prevenzione e la sicurezza dei dipendenti pubblici sui luoghi di lavoro in ordine all’emergenza sanitaria da COVID-19” del 24.7.2020, con il coinvolgimento del responsabile del servizio prevenzione e protezione e del medico competente, nel rispetto delle competenze dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza (R.L.S.);

5.di riservarsi di provvedere con successivi atti all’eventuale collocamento di parte del personale in modalità di lavoro agile, nel limite della percentuale stabilita dall’art. 263 del D.L. n. 34 del 19.5.2020, come modificato dalla legge n. 77 del 17.7.2020, qualora dovesse presentarsi l’esigenza, da valutare anche in relazione all’evoluzione dei contagi e del conseguente rischio;

di trasmettere copia del presente atto alle Organizzazioni Sindacali firmatarie del CCNL del 6. 21.05.2018 e alla R.S.U. del Comune di Campobasso, quale informazione, in applicazione dell’art. 5, comma 2, del D.lgs. n. 165/2001 e dell’art. 4 del CCNL del 21.05.2018;

7.di dichiarare, con separata e unanime votazione palese, il presente atto immediatamente eseguibile ai sensi dell’art. 134, comma 4, del D. Lgs. n. 267 del 18.08.2000.

Il presente verbale viene sottoscritto con firma digitale.

Riccio: «Mi ero già attrezzato per prendere Bernardo Provenzano»

INTERVISTA/Seconda parte. ILARDO DIVENTA IL RIFERIMENTO DI PROVENZANO. Parla il colonnello dei carabinieri: «Quando Ilardo mi fa comprendere, e arriviamo al 31 di ottobre (1995, nda), che c’è la possibilità di arrestare Provenzano io lo comunico a Mori. Ero abituato con il generale Dalla Chiesa. Parliamo di investigatori seri. Il generale mi avrebbe detto ‘se non hai la macchina, rubane una e vieni subito a Roma». Tutto ruota intorno alla figura del collaboratore di giustizia Luigi Ilardo, ucciso a Catania il 10 maggio del 1996, con otto colpi di pistola. Un omicidio eccellente? Un omicidio di Stato? I due si erano messi in testa di arrestare Provenzano, all’epoca la mente criminale di Cosa nostra. Ed era tutto pronto per il blitz. Binnu u tratturi, però, verrà arrestato undici anni dopo. Chi non ha voluto mettere le mani sul Capo della mafia siciliana?

Riccio: «Mi ero già attrezzato per prendere Bernardo Provenzano»

Luigi Ilardo (ph Cronache della Campania)

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Nella prima parte di questa lunga intervista con il colonnello Michele Riccio abbiamo affrontato il suo rapporto professionale con il collaboratore di giustizia Luigi Ilardo, cugino di Piddu Madonia, «organico alla famiglia» catanese, molto vicina al latitante di Stato Binnu Provenzano. «La famiglia di Piddu Madonia è quella che ha da sempre supportato le attività di Provenzano. Se Provenzano si è sempre reso invisibile al resto dell’organizzazione perché ha sempre contato sugli appoggi, anche in Palermo, della famiglia di Caltanissetta. Anche per la parte avversaria, ai suoi nemici nell’organizzazione, risultava invisibile», ha spiegato il colonnello Riccio.

I due avevano un obiettivo da raggiunge: scovare e arrestare il Capo dei Capi di Cosa nostraIlardo dimostra con i fatti la sua credibilità. Operazioni importanti cominciano a dare ottimi frutti: diversi latitanti, ad esempio, vengono tratti in arresto. Comincia l’avvicinamento, non basta la fiducia del colonnello e dei magistrati (quelli buoni). Deve cominciare a fidarsi pure il malandato boss dei Corleonesi.

Riprendiamo la nostra conversazione dal punto in cui i familiari di Ilardo assistono il vecchio e malato boss. «Provenzano invia una lettera, un primo appunto alla famiglia di Caltanissetta, che lui anche legge, che viene portato ad un imprenditore di Bagheria. Fontana, il quale deve imbucare delle lettere per conto di Provenzano dalla Calabria, destinazione Roma. Noi riusciamo a rintracciare le lettere. Abbiamo l’ulteriore conferma che Provenzano è vivo, né in Germania o morto, come allora si diceva.

Ilardo mi dice‘Guardi, se il capo militare è Riina, la vera mente dell’organizzazione è Provenzano’. Perché Provenzano è quello che sa più ragionare, molto più fine, molto più politico in confronto a Riina. Espone il paesano delle sue decisioni e lui può operare nell’ombra. Ad esempio, anche la scelta stragista è stata, pur accettandola, addebitata a Riina. E parte dell’organizzazione, mi dice Ilardo, si è rivolta a Provenzano. Il cui compito è quello di ricucire l’organizzazione in un unico corpo, spaccato in due fazioni: quella legata a Riina, Bagarella e soci e quella di Provenzano.

E mi dice che Provenzano è legato ai vecchi ambienti che gli hanno sempre consigliato di stare tranquillo. Mentre Riina, Brusca, Bagarella e gli altri si erano buttati nell’attività di fare soldi ed erano anche in contrapposizione con lo Stato, invece Provenzano suggeriva a loro di stare calmi, di ritornare ai vecchi reati di un tempo, con la forma meno di contrapposizione. ‘E vedrete che poi tutto si sistemerà’. Dal punto di vista politico, dopo aver tentato strade autonome come le Leghe, cominciavano a guardare con grande interesse, infatti Provenzano dice che avevano già stabilito dei contatti con gli ambienti di Berlusconi, con gli ambienti della nascente Forza Italia. Sarebbe stato il punto di riferimento di Cosa nostra, la quale aveva assicurato che avrebbe preso in considerazione tutte le esigenze e le aspirazioni dell’organizzazione. Sia per la gente ristretta in carcere e sia per quelli che stavano fuori, per riprendere le attività produttive e affaristiche dell’organizzazione. Questo, diciamo, è il quadro che noi ci troviamo con Ilardo

Riuscite ad individuare soltanto una lettera scritta da Provenzano?

«A questa prima lettera ne susseguono delle altre indirizzate direttamente a Ilardo. E Ilardo diventa il riferimento di Provenzano per la Sicilia orientale, ovvero la famiglia di Caltanissetta, di Catania, da parte di Santapaola, più i suoi contatti con Messina e delle altre parti. E Ilardo, a sua volta, gli rispondeva. A me veniva sempre da ridere. Per la prima volta Provenzano si scrive con un colonnello dei carabinieri, in fin dei conti leggevo le lettere e Ilardo preparava con me le risposte.»

Ilardo e Provenzano, in quella fase, si sono mai incontrati?

«No, ovviamente perché quando Ilardo comincia a ricevere le lettere si apre la prospettiva di un incontro. Auspicavo che si realizzasse al più presto, ma lui diceva: ‘Colonnello, lei non mi deve mettere fretta. Sarà lui che mi deve chiamare e se noi ci proponiamo diventa sospettoso. Noi con questa attività di arresti possiamo indirettamente stimolare un avvicinamentoPerché alla fine, mancando i riferimenti, ci sono solo io. Prima o poi mi manderà a chiamare. Sempre in maniera molto soft, perché dobbiamo stare attenti a non scoprirci. Altrimenti ci sarà il solito invito, mi toccherà andare e poi non torno.’ Noi rimaniamo in attesa, cominciamo a seguire i famosi bigliettini (i pizzini, nda) per avere una prima panoramica e sperare di avere la fortuna di poter individuare l’autore del bigliettino, che però quando arrivava a Bagheria – dopo alcuni passaggi – era più difficile. Perché non vai mai a capire quando, effettivamente, passa di mano in mano. Noi stabilivamo i contatti e iniziamo a fare quella famosa rete di fiancheggiatori che, poi, alla fine trarremo in arresto».

Lei, nell’agosto del 1995, passa dalla DIA ai Ros.

«Esatto. La nostra indagine trovava stimolo e alimento in De Gennaro. Mentre, come al solito, dalle altre parti, un po’ per invidia un po’ per altre scelte… già il fatto che eravamo in pochi a lavorare, producendo risultati, ricevendo mai nemmeno un ‘grazie’. Non dico che ci creasse delle ansie, ma non è che ci rendesse tanto sereni. Molte volte ci siamo ritrovati a lavorare non con la piena soddisfazione dei superiori perché venivano inquisiti i loro amici. Quando va via De Gennaro cerco di andare via. Mi sentivo isolato maggiormente e quando non ce l’ho fatta più rientro nell’Arma».

Però continua a curare i rapporti con “Oriente”.

«Quando mi presento al Comando generale dico che ho una fonte in Sicilia. Ho chiesto di essere messo in un posto da dove potevo passare la notizia a chi di dovere. Stavo lavorando sulla cattura di Provenzano».

Come viene presa questa notizia?

«Parlo con il mio collega, che io conoscevo già, del Comando generale che mi risponde: ‘Lei lo sa meglio di me, ci sono mille investigatori in questi ultimi dieci anni, tutti stanno lavorando su Provenzano’. Tutti stavano lavorando su Provenzano, tutti su Messina Denaro, ma bisogna vedere chi lo fa con cognizione di causa o lo fa solo perché ha l’aria in bocca. A me dicono: ‘non ti preoccupare, ti faremo sapere’. Nel frattempo vengo contattato dai Ros. E incontro il generale Subranni…»

Mi scusi, stiamo parlando del generale dei carabinieri, definito “punciutu” dalla signora Agnese, la vedova del magistrato Paolo Borsellino?

«Esatto, quello è. Quello è, che io già conoscevo perché era Comandante del Ros quando sono andato via. Dico a Subranni che non mi interessa rientrare nel Ros, voglio solo terminare questa operazione. Avevo intuito, con Ilardo era già un anno e mezzo che si stava lavorando…».

Cosa aveva intuito?

«Intuivo la portata importantissima e anche i contraccolpi che avrebbero creato ad Ilardo. Avevo capito che lui parlava dei rapporti con i mandanti esterni. E quando faceva i riferimenti, ad esempio, su Moschella, il giudice di Torino (magistrato della Procura di Torino e poi Procuratore a Ivrea, nda) si capiva dove saremmo arrivati. O altre situazioni del genere.»

Ad esempio?

«Sulla Calabria, lui andava in Calabria; sui contatti con i servizi segreti; sulle armi che uscivano dalle basi Nato e della Marina in Sicilia, a Sigonella; i rapporti con la massoneria. Faceva riferimento al mio ambiente, ai miei superiori. Essendo io colonnello non è che ce ne sono tanti sopra di me. Sapevo già dove sarebbe andata a finire una collaborazione del genere. Sarebbe stata dirompente. Giorno per giorno acquisivo ulteriori elementi. Tutto sarebbe venuto fuori.»

Come finisce l’incontro con Subranni?

«Mi dice: ‘ti aggreghiamo al Ros, gestisci la tua fonte e le confidenze che fa – lui ovviamente non sa che Ilardo è la fonte – e il Ros le sviluppa con un eventuale input per poter ampliare’. Così vengo aggregato al Ros. E i miei contatti sono di nuovo MoriObinu e il capitano del Ros di Caltanissetta».

Come reagiscono Mori e Obinu alle sue informative?

«Alla Dia, di ogni mia missione, facevo relazioni scritte di servizio con quanto mi diceva Ilardo. Quello che mi diceva me lo appuntavo velocemente su delle agende, ovviamente in maniera sintetica, in modo da fare subito memoria, e facevo la relazione di servizio che mandavo alla sede centrale della Dia, che poi venivano indirizzate alle sedi competenti. Qualcosa di più urgente la dicevo a Catania e a Palermo. Ad esempio, a Catania avevo stabilito un ottimo rapporto lavorativo con due ispettori della Dia, Ravidà e Arena, molto seri che, con il loro PM Marino, lavoravano come lavoravamo noi. (Con l’ausilio dei due Ispettori, e grazie alle indicazioni di Ilardo, non mancano i risultati: come la cattura dei capi mafia Aiello Vincenzo (contabile famiglia Santapaola-Siino Catanese); Tusa Lucio capo di una fazione di Cosa nostra operante a Catania ma che dipendeva dai Tusa di Caltanissetta; Fragapane Salvatore, capo della Famiglia di Agrigento. Senza dimenticare l’indagine della DIA di Catania, con la quale vengono azzerati i vertici di “cosa nostra” catanese, con l’identificazione e l’arresto del capo famiglia Aurelio Quattroluni – op. “Chiara luce”, con l’arresto di circa 50 affiliati in due distinte operazioni. Tutti appartenenti al clan Santapaola, responsabili di omicidi ed estorsioni, (fonte Mario Ravidà, ex Ispettore Dia). Efficaci, determinati e seri.»

Alla Dia inviava le sue relazioni di servizio. Cambia qualcosa una volta transitato nel Ros?

«Mori mi fa subito presente di non fare relazioni di servizio. Una nota stonata. Soprattutto per la mia tutela, non farle era fuori da ogni logica. Io rispondo che sono abituato a fare le relazioni. Poi poteva farne ciò che voleva. Avevo i miei contatti con l’autorità giudiziaria, il dott. Caselli mi aveva indirizzato al dott. Pignatone e, quest’ultimo, sapeva che facevo le relazioni di servizio. La prassi era sempre la solita. Ho sempre avuto il riscontro delle relazioni e dei rapporti inviati a Palermo. E, in questi incontri (al Ros, nda), mi dicono di non scrivere i nomi dei politici. Ovviamente era una politica a loro vicina, ma io ho sempre scritto tutto ciò che mi dicevano. Questo è il primo indirizzo che mi lascia un po’ perplesso».

Perché queste richieste? Qual è la sua opinione?

«In quel momento l’ho vista una cosa fuori luogo. Magari, ho pensato, come strategia. Magari non si mette tutto per iscritto e un domani mettiamo una selezione di quello che dicono.»

Ma da parte dei suoi superiori (Subranni, Mori, Obinu) c’era l’interesse di mettere le mani sul latitante mafioso Provenzano?

«Non l’ho vista in una mentalità subito omissiva. L’ho vista in una maniera strategica, nel senso ‘domani scriviamo le cose selezionate’. Ma io non sapendo le scelte che avrebbero potuto fare e sapendo che mi trovavo in Sicilia, e che una Procura tante volte ha un indirizzo diverso dalle altre, dissi: ‘Mi dispiace, ma scrivo tutto’. Anche perché non è una risultanza mia, investigativa. Ilardo me la dice oggi ed è convinto che tutto ciò che mi dice viene subito rappresentato. Il rapporto è diverso, non è frutto di una indagine, che posso scriverla oggi e integrarla domani. Quando c’è un collaboratore di giustizia è diverso. Ilardo aveva completa fiducia in me e non potevo tradire questa fiducia che aveva nelle Istituzioni. In quel momento Ilardo si affida alle Istituzioni. Non vede in me solo il colonnello dei carabinieri, ma vede lo Stato».

Ma lei notava un interesse da parte dei suoi superiori?

«In quell’istante non ho nessuna sensazione negativa. A Mori riferisco tutta l’attività che ho fatto con la Dia, gli consegno le copie delle relazioni che avevo mandato alla Dia. Perché, ovviamente, non poteva iniziare un’indagine senza sapere il passato. Era lui il responsabile e io l’investigatore di punta. Credevo di essere. L’ho reso edotto di tutto. E anche i primi contatti che riprendo con Ilardo in Sicilia, in attesa di entrare, perché non è che io entro subito nel Ros, passano un paio di mesi per formalizzare il mio ingresso. Però, già in quei mesi, faccio riferimento a loro. Tanto è vero che gli mando le relazioni della Sicilia. Quando vado a Catania e incontro Ilardo, anche se non sono organico, faccio la relazione a Mori. Non è che andavo in vacanza a Catania, a mangiare il gelato con Ilardo. Sono andato perché c’erano necessità investigative. In quel momento non ho nessun sospetto che loro non vogliano prendere Provenzano.

(L’evoluzione del mafioso Provenzano – ph linformazione.eu)

Quando Ilardo mi fa comprendere, e arriviamo al 31 di ottobre (1995, nda), che c’è la possibilità di arrestare Provenzano e io lo dico a Mori, già il fatto che quando la mattina gli telefono dicendo ‘Guardi, tra due giorni Ilardo si deve incontrare con Provenzano’, Mori non mi dice ‘vieni immediatamente a Roma e parliamone’. Già questo lo giudico male. Ero abituato con il generale Dalla Chiesa, anche se loro dicono di aver lavorato con il generale ma non ci hanno mai lavorato, al massimo pochi mesi. Io, insieme ad altri, ci ho lavorato sin dall’inizio e conosco la mentalità del generale. Parliamo di investigatori seri. Il generale Dalla Chiesa mi avrebbe detto ‘se non hai la macchina, rubane una e vieni subito a Roma e raccontami tutto’. I tempi erano così stretti, per cui non si poteva parlare per telefono di cose così importanti che necessitano di decisioni tempestive».

E cosa accade?

«Vado subito a Roma e quando presento il fatto e dico ‘guardate, se voi non avete la possibilità di utilizzare i segnalatori’, perché mi ero già attrezzato per prendere Provenzano. Già in passato, quando lavoravo al Ros ho arrestato dei trafficanti sotto copertura, nascondevo dentro al carico dei segnalatori che mi dava l’Ambasciata americana, in modo che ero ulteriormente tutelato per non perdere il carico. Perché può succedere di perdere un pedinamento e per una ulteriore garanzia ci mettevo un segnalatore dentro. Per cui Mori era a conoscenza di queste mie capacità di avere questi dispositivi elettronici, che erano semplici GPS. Allora erano più sofisticati, utilizzati dai piloti americani quando venivano abbattuti per segnalare la loro posizione.

Avevo preparato una cintura e con Ilardo avevamo anche fatto delle prove. E gli dico: ‘quando ti trovi di fronte a Provenzano, per dare a noi la certezza, sposta il pulsante verso la fibbia’. Il segnale da intermittente diventava continuo. Per cui avendo la certezza che Ilardo era di fronte a Provenzano nel giro di pochi istanti, anche perché avevamo fatto tante prove ed eravamo abili ad utilizzare quegli strumenti, potevamo intervenire circondando il posto. Per arrestare il latitante».

E Mori cosa le comunica?

…               

Fine seconda parte/continua      

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«Fiore D’Avino non è mai tornato a Somma. Smentisco gli spargitori di false notizie»

INTERVISTA. Dopo aver raccolto le voci che davano per certa la presenza del collaboratore di giustizia Fiore D’Avino, abbiamo contattato il suo legale, l’avvocato Antonio Bucci: «Sono più preoccupato che sul territorio di Somma Vesuviana girino dei millantatori e degli spargitori di false notizie, piuttosto che un cittadino che sta scontando una condanna passata in giudicato, per giunta notevolmente controllato». Nel post scriptum la replica dell’assessore alla Cultura, Rosalinda Perna.

«Fiore D’Avino non è mai tornato a Somma. Smentisco gli spargitori di false notizie»

(Foto di Leandro De Carvalho da Pixabay)

di Paolo De Chiara, WordNews.it

«La notizia è totalmente falsa. Fiore D’Avino non è sul territorio di Somma Vesuviana». Dopo aver raccolto alcune testimonianze sul chiacchierato ritorno a Somma Vesuviana del collaboratore di giustizia Fiore D’Avino, abbiamo voluto sentire direttamente il suo avvocato, Antonio Bucci. Il quale ha categoricamente smentito questo ritorno. «Io sono il suo avvocato da circa quattro anni. Fiore D’Avino, negli ultimi quattro anni, né prima è mai tornato a Somma Vesuviana. Non ha interessi a Somma Vesuviana, le uniche vicende che lo hanno visto coinvolto e ne hanno costretto il rientro a Somma Vesuviana sono convocazioni davanti al Tribunale di Nola per una denuncia relativa a una falsa residenza, denuncia che ha portato a una indagine della Procura di Nola e che si è conclusa con un non luogo a procedere ai danni del mio assistito. Questo è stato il primo episodio in cui è tornato».

Mi scusi avvocato, può contestualizzare. In quale anno ci troviamo?

«Quattro anni fa. Questo è stato uno degli episodi che lo ha visto rientrare. Dopodiché è rientrato a Somma Vesuviana in quanto autorizzato dal Tribunale di Sorveglianza che lo aveva in custodia, purtroppo devo serbare segreto sulla località. Quindi è rientrato, è stato per un breve periodo, in quanto doveva essere vicino alla figlia».

Per quanto tempo?

«Per un paio di settimane, non di più. Dopodiché la sua condotta in Somma Vesuviana, per quelle due settimane, è stata esemplare, ha sempre rispettato gli obblighi imposti dal Tribunale di Sorveglianza che lo ha autorizzato. Dopodiché non è mai più tornato. È tornato soltanto in quanto convocato per colloqui presso il mio studio, quindi a Napoli. Tutte le volte che è tornato, è tornato sempre autorizzato dal Tribunale di Sorveglianza».

Mi faccia capire bene, sono quattro anni che Fiore D’Avino non rientra a Somma?   

«L’ultima volta è tornato a Napoli…»

Ma l’ultima volta che è tornato sul territorio sommese?

«L’ultima volta che è tornato sul territorio di Somma, se non erro, è stato tre anni fa. Pochi giorni, ha rispettato gli obblighi, non ha avuto frequentazioni. Non ha mai ricevuto diffide. Non ha avuto contatti con nessuno. Ha avuto contatti con l’avvocato e con i familiari più stretti. Iniziamo a sfatare un mito di un suo interesse. Non ha alcun interesse a ritornare a Somma Vesuviana, anche perché Somma non è un contesto culturale che consente a un cittadino normale una serena gestione della vita di relazione, figuriamoci a una persona che, al momento, vive uno status di soggetto che sta espiando una condanna passata in giudicato agli arresti domiciliari con i relativi permessi necessari per lo stato di salute, sempre però nella zona protetta».

Quanti anni ancora restano da scontare?

«Su questo intendo non rispondere in quanto si tratta di dati sensibili relativi al mio assistito».

Parliamo di anni, mesi, giorni?

«No, non le dico niente su questo».

Qual è lo status del suo assistito?

«Lo status è di un cittadino che sta espiando una condanna definitiva e la sta espiando in maniera eccellente, senza mai aver ricevuto né diffide né aver mai contravvenuto agli obblighi di legge».

Conferma che il suo assistito non è più nel programma di protezione?

«È sempre nel programma di protezione».

Fiore D’Avino è un collaboratore di giustizia?

«Lo status di collaboratore di giustizia è uno status perenne. Non esiste l’ex collaboratore di giustizia. Le faccio un esempio: se domani mattina nasce un’indagine per fatti di trent’anni fa nei quali lui potrebbe essere convocato come testimone deve collaborare. Quindi quando si aderisce a un programma di collaborazione si aderisce tutta la vita, perché è una scelta di vita. Questa è la ratio della norma».

Certo. Una differenza sostanziale, ad esempio, con i testimoni di giustizia…

«No, attenzione. I testimoni di giustizia sono questa zona grigia, dove ci sono questi soggetti che, diciamo, assistono a un solo fatto e spontaneamente decidono di testimoniare alle autorità inquirenti quel singolo fatto. Ma non sono soggetti innestati all’interno delle dinamiche per le quali la loro attendibilità e credibilità è sottoposta al vaglio, non solo della Procura, ma anche delle difese dei soggetti sui quali loro emettono dichiarazioni. Il testimone di giustizia, è meglio che chiariamo questo aspetto, è un soggetto la cui attendibilità non è certa né accertata, perché non viene mai trasfusa in sentenze. Il collaboratore di giustizia è un soggetto la cui attendibilità viene certificata dalle sentenze relative alle indagini alle quali ha partecipato. È ben diverso».

Quindi quando lei parla di «zona grigia» si riferisce a questo ragionamento?

«Sì, il testimone di giustizia è una zona grigia. È una zona di comodo, diciamo, che viene utilizzata dalle Procure, perché spesso questi sono soggetti completamente esterni a delle dinamiche, sono semplici testimoni oculari. Non so lei vede i film americani, si parla di testimoni oculari. Questi sono i testimoni di giustizia, soggetti che vedono e dicono quello che hanno visto. La loro attendibilità è sottoposta al vaglio del dibattimento, mentre per il collaboratore ci sono molti più filtri, la dichiarazione del collaboratore supera una serie di vagli di attendibilità per diventare prova in un processo. La dichiarazione di un testimone non viene sottoposta ad alcun vaglio di attendibilità».

Ma il suo assistito è all’interno di un programma di protezione?

«Questo non posso rispondere per la tutela personale del mio assistito».

Lei prima ha parlato di Somma Vesuviana. Potrebbe essere pericoloso, per la incolumità, un eventuale rientro del suo cliente su quel territorio?

«Non lo so. Non sono un appartenente alle forze dell’ordine che controlla il territorio e che conosce le dinamiche del territorio. È ovvio che posso andare per un ragionamento logico, come lo può fare pure lei. È normale che un collaboratore di giustizia, a differenza di un testimone di giustizia, difatti lo Stato spende soldi e scorte per i testimoni di giustizia, che non servono a niente, mentre i collaboratori di giustizia, purtroppo, sono perennemente a rischio.»

Mi scusi, non ho capito. Che significa «lo Stato spende i soldi…»

«Lo Stato tende a tutelare i testimoni di giustizia, per il discorso che le facevo prima. I testimoni di giustizia sono soggetti la cui attendibilità è molto meno vagliata, è molto meno importante dal punto di vista processuale, salvo che non ci siano casi eclatanti. Usufruiscono di scorte…».

Secondo il suo punto di vista sono soldi spesi male?

«Secondo me per il testimone di giustizia sì. Perché il collaboratore di giustizia può essere molto più utile, essendo stato un soggetto che è passato per le dinamiche interne di sistemi che sono stati poi debellati dall’intervento delle Procure. Il testimone serve per un solo processo, il collaboratore passa per tutti i processi».

Chi è oggi Fiore D’Avino?

«Un cittadino italiano che sta espiando una condanna, come tutti i cittadini italiani sottoposti al vaglio della magistratura, che hanno accettato serenamente le condanne per i delitti, per i fatti per i quali sono stati sottoposti a processo. Fiore D’Avino è un soggetto che ha una condanna passata in giudicato e la sta espiando nel totale rispetto delle leggi».

Chi è stato Fiore D’Avino?

«Data la mia età anagrafica, fortunatamente, non lo so…».

Lei conosce le carte…

«Siccome sono carte processuali subentra la deontologia professionale».

Un mio collaboratore ha raccolto diverse testimonianze di cittadini di Somma Vesuviana che hanno confermato, esprimendo la loro preoccupazione, di aver visto su quel territorio il suo assistito Fiore D’Avino. Lei conferma la sua versione?

«Sono più preoccupato che sul territorio di Somma Vesuviana girino dei millantatori e degli spargitori di false notizie, piuttosto che un cittadino che sta scontando una condanna passata in giudicato, per giunta notevolmente controllato. A me, come avvocato e come cittadino, preoccupano molto di più i soggetti che spargono false notizie e possono innescare delle mine attraverso le falsità e le bugie che propinano continuamente nel pettegolezzo e sui social, rispetto a un soggetto che sta espiando una condanna. È molto più pericoloso un soggetto che dietro dei profili social, o con un perverso utilizzo dei social, sparge false notizie in giro. Per me è molto meno pericoloso un soggetto che sta espiando una condanna, sottoposto a dei controlli rigorosi in tutti i suoi spostamenti ovunque lui possa essere, rispetto a un soggetto che è a piede libero può creare una ghettizzazione o una discriminazione sociale ai danni, in questo caso, di un soggetto che non merita tale discriminazione. Fiore D’Avino se ha fatto del male lo sta pagando, se ne è assunto da solo le conseguenze. L’adesione al programma di collaborazione è soltanto uno slancio morale, anche giuridico, che ha consentito al Fiore D’Avino di espiare le sue colpe. Fiore D’Avino è un cittadino che sta espiando le sue colpe, mentre non espieranno mai le loro colpe coloro che spargono falsità e notizie false».   

P.S.:

Per approfondire un’affermazione dell’avvocato Antonio Bucci (“Non ha alcun interesse a ritornare a Somma Vesuviana, anche perché Somma non è un contesto culturale che consente a un cittadino normale una serena gestione della vita di relazione, figuriamoci a una persona che, al momento, vive uno status di soggetto che sta espiando una condanna passata in giudicato agli arresti domiciliari con i relativi permessi necessari per lo stato di salute, sempre nella zona protetta”) abbiamo provato a contattare il primo cittadino di Somma Vesuviana, Salvatore Di Sarno. Ma non siamo stati fortunati.

E allora abbiamo contattato il vice-sindaco di Somma Vesuviana, Sergio D’Avino, poco entusiasta della nostra telefonata. Ecco la sua risposta: «Io non lo conosco nemmeno l’avvocato Antonio Bucci. Che parere devo dare. Ma che state dicendo? Io non so niente della questione di cosa state parlando… ma non dipende da me. Dovete parlare con gli avvocati, non con me». La conversazione telefonica si è interrotta improvvisamente e drasticamente.

Il parere dell’amministrazione è arrivato grazie alla dottoressa Rosalinda Perna, assessore alla Cultura (nella foto in alto), che ha gentilmente esposto il suo punto di vista: «Non condivido questa affermazione, perché Somma, essendo un territorio molto vasto, ha anche tanti problemi rapportati alla grandezza del territorio. Però ha anche tante associazioni, tante persone volenterose, ha anche tanta storia. Anche solo il camminare per Somma è fare cultura. Dissento da questa affermazione. I problemi, ovviamente, come sono a Somma sono in ogni altro paese e città. Bisogna essere uno spirito sensibile per poter vedere la cultura. Guardare le mura Aragonesi o anche entrare in una chiesa di Somma Vesuviana è fare cultura. È vivere la cultura. Invito l’avvocato a farsi una passeggiata per Somma, al di là magari dei problemi contingenti e quotidiani che ogni paese può avere. E lo invito a respirare la cultura che c’è a Somma. Sarò ben contenta di fargli respirare la cultura che c’è a Somma». Abbiamo approfittato della gentilezza dell’assessore Perna per chiedere se lei è a conoscenza della presenza del collaboratore nel suo territorio (presenza avvistata nelle scorse settimane): «Non l’ho visto. Ho avuto notizia, ma giusto come gossip. È stato detto come gossip, come notizia che si sapeva. Ma assolutamente, niente di certo. Si diceva. Ma a questa cosa non ho dato seguito, perché non essendo notizia certa. Voglio dire, di pettegolezzi se ne fanno tanti in paese». Ma cosa si diceva? «Che c’era. Ma non gliela confermo come notizia. È stata una cosa detta così, come chiacchiera di paese. Non mi sento di riferire una cosa del genere».        

FOTO OSCURATA. La foto originale, che ritraeva il collaboratore di giustizia, è stata sostituita, a seguito della richiesta esplicita (arrivata con una pec il giorno 1 agosto 2020, alle ore 09:58) da parte dell’ex boss Fiore D’Avino.  

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Per approfondimenti:

«Dietro alle bombe e alle stragi ci sono sempre gli stessi ambienti»

INTERVISTA/Prima parte. L’INCONTRO CON ILARDO. Parla Michele Riccio, già colonnello dei carabinieri. Abbiamo diviso l’intervista in più parti per affrontare nel modo migliore i vari argomenti trattati. Tutto ruota intorno alla figura del collaboratore di giustizia Luigi Ilardo, ucciso a Catania il 10 maggio del 1996, con otto colpi di pistola. Un omicidio eccellente? Un omicidio di Stato? I due si erano messi in testa di arrestare Provenzano, all’epoca la mente criminale di Cosa nostra. Ed era tutto pronto per il blitz. Binnu u tratturi verrà arrestato undici anni dopo. Chi non ha voluto mettere le mani sul Capo della mafia siciliana?

«Dietro alle bombe e alle stragi ci sono sempre gli stessi ambienti»

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Una storia sbagliata. Per chi reggeva, e regge ancora, certi fili (mortali) in un Paese, da secoli, impregnato dalle schifose mafie. Questa è la storia di due uomini apparentemente diversi tra di loro: un uomo di Stato e un uomo di mafia. Uniti dallo stesso obiettivo: catturare latitanti e stanare un boss scomparso nel nulla. L’uomo di Stato si chiama Michele Riccio ed è un colonnello dei carabinieri di stanza alla Dia di Genova, proveniente dai Ros (Raggruppamento operazioni speciali). Nella sua attività professionale ha incontrato il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, con il quale ha collaborato nel nucleo antiterrorismo. Si è occupato di massoneria, di strategia della tensione. L’uomo di mafia, invece, si chiama Luigi Ilardo, cugino di Giuseppe Madonia, detto Piddu. Detenuto presso il carcere di Lecce.

«Mi chiamo Ilardo Luigi, sono nato a Catania il 13 marzo del ‘51. Attualmente ricopro l’incarico di Vice rappresentante provinciale di Caltanissetta, coprendo anche l’incarico di Provinciale in quanto il Provinciale Vaccaro Domenico, attualmente si trova detenuto. Ho deciso formalmente di collaborare con la giustizia dopo essermi reso conto di quello che effettivamente ho perduto durante questi anni passati lontano dai miei familiari e dai miei figli, nella speranza che il mio esempio possa essere di monito e d’aiuto a ragazzi, che come me, si sentono di raggiungere l’apice della loro vita entrando in determinate organizzazioni».

Ilardo decide di “saltare il fosso” perché quella Cosa nostra non gli piace più. Non si riconosce in quella organizzazione composta da animali assetati di sangue. E inizia a fidarsi di un uomo in particolare. Insieme si trovano a combattere una “guerra” che lo Stato, composto dai vari Tinebra (massoni e pericolosi traditori), non vuole vincere. Che fa solo finta di combattere, per carrierismo dei collusi. E la storia di questo Paese ne è piena.

La collaborazione tra Riccio e Ilardo sembra procedere bene. Arrestano diversi latitanti. Ma l’obiettivo principale, Bernardo Provenzano, sfumerà all’ultimo secondo. Inspiegabilmente. Per il volere di pezzi deviati dello Stato, per una Trattativa Stato-mafie (iniziata con l’arrogante e violenta imposizione dell’Unità d’Italia) mai terminata.

Ilardo, poco dopo, verrà ammazzato, a colpi di pistola, a Catania. Senza alcuna protezione. Per una soffiata massonica degli apparati deviati dello Stato.

Riccio, nel 1997, verrà arrestato dai Ros. Per il suo impegno sul fronte antimafia? È la storia che si ripete ciclicamente, è la tecnica utilizzata in molte occasioni: delegittimare e infangare il “nemico” per renderlo inoffensivo.

Provenzano, il vecchio boss malato, diventato inutile per il “sistema”, verrà arrestato nel 2006, undici anni dopo. Dopo 43 anni di beata latitanza, dopo tre anni dalla cattura di Totò Riina, detto u curtu.

Benvenuti nel Paese degli annunci, degli slogan, delle commemorazioni, degli show e della memoria corta. La lotta alle mafie è diventata una vetrina per fare carriera. Perché chi tocca realmente, consapevolmente ed inconsapevolmente, certi fili (dove passa una corrente ad alta tensione politico-massonica-affaristica) “muore”. Ed esistono tanti tipi di morte.  

Abbiamo raccolto la testimonianza del colonnello Riccio (ora in pensione con il grado di generale, «mi sento colonnello, questo grado l’ho conquistato sul campo»), per comprendere il suo punto di vista.

Questa è una storia sbagliata, come tante altre, realmente accadute in un Paese orribilmente sporco. «Ho ricevuto l’incarico – esordisce il colonnello – dal dottor De Gennaro di incontrare in carcere Ilardo, se non ricordo male era a Lecce, in quanto gli aveva scritto, mandando alcune indicazioni dalle quali si comprendeva che era disposto ad offrire una collaborazione informale in merito ai mandanti esterni delle stragi

Perché De Gennaro si affida a lei?

«Già in passato avevo gestito collaboratori di livello come Patrizio Peci, tanto per fare un nome. Ed altri collaboratori importanti. Ero specializzato anche in operazioni sotto copertura con indagini in Sud America. Il dott. De Gennaro già mi conosceva. Mi dice: ‘sei l’elemento giusto per andare a parlare con Ilardo’. E così vado a Lecce e incontro Ilardo nel carcere e comincia ad imbastirsi, piano piano, una collaborazione con Ilardo».

Quando incontra Ilardo che sensazione prova, chi si trova davanti?

«Sono abituato a trattare con le persone e parlo sempre all’uomo e, diciamo, a ciò che rappresenta. Una prassi che ho sempre condotto, in cui credo, che mi ha sempre portato ad avere una collaborazione forte, umana e seria. Per cui mi trovo di fronte una persona che vedo ormai distante dalle connotazioni di Cosa nostra. Era fortemente critico, lo vedo molto legato ai rapporti e alla famiglia e ciò nonostante che gli mancasse poco alla sua scarcerazione. Questo è un dato che comincia a convincermi. La convinzione avviene nel prosieguo del rapporto. Mi fa pensare che Ilardo realmente voglia staccarsi da quel mondo verso cui è critico e mi fa degli esempi che vanno da come è stata trattata la sua famiglia, da Cosa nostra che non era più quella di un tempo. Mi porta degli esempi, anche dal punto di vista umano, per far comprendere che Cosa nostra era mutata. Parla degli attentati stragisti. Diciamo questa è la parte umana. Vedo un uomo colpito nel profondo dell’anima, che vuole recuperare quel po’ di umanità e di famiglia che gli è rimasta.»

Ilardo, catanese e cugino di Piddu Madonia, era vicino ai Corleonesi, la fazione vincente.

«Già sapevo chi avrei incontrato e sapevo anche il suo ruolo. Anche perché, poi, Ilardo, sempre nel primo incontro, che per me è illuminante, perché avevo già lavorato con il generale Dalla Chiesa e con il colonnello Bozzo (diventato generale dei carabinieri, già braccio destro del generale ucciso da Cosa nostra e comandante della divisione Pastrengo, nda) su quella frangia di potere deviato, con i suoi collegamenti con la massoneria e l’estremismo di destra con il supporto dei servizi segreti per quella che verrà chiamata la strategia della tensione.

Fa il nome di un massone torinese, ma di origini siciliane, Savona Luigi, che era già emerso nelle indagini su Ordine Nuovo. Finalmente una conferma per fare chiarezza sui mandanti esterni. Di questo fatto ne do notizia a De Gennaro e al colonnello Bozzo. Quando mi fa quel nome, a me personalmente, mi da la conferma che eravamo messi sulla strada giusta per fare luce. E lui mi dice che se fosse stato mostrato qualche elemento del detonatore delle bombe delle stragi avrebbe potuto, eventualmente, dare indicazione sull’artificiere. Perché lui l’aveva già utilizzato in passato, con un suo amico a cui era molto legato – avevano frequentato insieme l’università a Messina-, quel famoso Rampulla

Diciamo, questo è il primo impatto.

«Poi da anche altri riferimenti sulla massoneria, indica un ristorante dove si tenevano incontri istituzionali, massonici e servizi segreti a Roma. Quindi inizia questa collaborazione».

E questa collaborazione prosegue anche all’esterno del carcere.

«Esatto. Una volta che lui esce mettiamo in atto un dispositivo per comunicare in maniera riservata e tranquilla. E con Ilardo cominciamo a vederci in Sicilia e io, di ogni incontro, redigo relazioni di servizio che invio alla Dia».

Ilardo aveva un nome in codice “Oriente”. Perché questa scelta?

«Lo chiamo “Oriente” ed è anche strumentale. Non solo perché proviene dalla Sicilia orientale, ma anche in riferimento al mondo massonico. Una componente importantissima di quel contesto di cui Ilardo si appresta a parlare. Lui mi dice: ‘Colonnello, lei per comprendere gli ambienti a cui dovremmo apporre la nostra attenzione e che sono ispiratori di quella strategia stragista’…, proprio quegli ambienti istituzionali deviati, che già nei primi anni Settanta avevano posto la strategia: destabilizzare per stabilizzare. In passato questi avevano utilizzato i militari per i Golpe, poi erano passati ai terroristi e poi, in una modificazione sempre di strategia operativa, avevano messo in campo i loro rapporti con la criminalità organizzata. E la fanno entrare per la spartizione degli affari. Ilardo mi dice che questo tramite, per far entrare Cosa nostra in massoneria, fu questo Savona Luigi che era molto amico del Chisena. Entrambi erano massoni e anche collegati ai servizi segreti. Savona Luigi viene ospitato a Catania e vengono organizzati con il Chisena degli incontri a Palermo, dove andò anche Di Cristina e soci. L’attività del Savona Luigi fu anche attenzionata da Falcone. L’attività era sempre quella, contattare i soliti magistrati per favorire le posizioni dei vari affiliati».

E Ilardo cosa aggiunge?

«Che lo stesso ambiente del ’74 è lo stesso che ha posto in essere gli attentati degli anni Novanta, ovviamente alcuni soggetti sono mutati, ma sono cloni di quelli del passato. Ma il contesto politico e massonico è sempre lo stesso, quello che fa riferimento ad Andreotti, ai socialisti di Craxi, ai loro uomini. E mi fa un esempio: l’attentato al giudice Carlo Palermo fu fatto da Cosa nostra in ossequio alla collaborazione che nasce con il partito socialista. Come primo rapporto viene chiesta la commissione di questo attentato.»

Il giudice Palermo stava indagando sui traffici di droga e di armi.

«Sì e anche sulle parentele. Ilardo mi parla di Salvo Andò e mi dice che era organico alla organizzazione, lo avevano votato, frequentava ambienti catanesi – come ho scritto anche nel rapporto – di Cosa nostra. Mi fa tutti questi esempi e mi racconta tutti questi aspetti.»

Il giudice Palermo aveva individuato una società di intermediazione di armi, la Kintex.

«Me ne sono occupato anche io. È una ditta di armi Bulgara. Gli ho sequestrato un carico di armi a Savona. La Kintex, come l’ho investigata io, operava tramite rappresentanti di armi, i quali danno partite di armi a qualsiasi ambiente. Hanno sempre spaziato: dal terrorista islamico, al terrorista mediorientale, sudamericano. A loro non interessa dove vanno a finire le armi, ovviamente non in uno Stato che è in guerra con l’allora Patto di Varsavia o Stato consorella. Un po’ come facciamo tutti quanti, anche noi lo facciamo. La Kintex, negli anni Ottanta, fu molto attenzionata. Sia da noi, come carabinieri, e anche dagli americani».

Ritorniamo ad Ilardo. Nel vostro rapporto di collaborazione quando subentra la latitanza dell’allora capo dei capi Provenzano. In quale occasione esce fuori questo nome?

«Lui (Ilardo, nda) viene reinserito subito nella famiglia. Allora il rappresentante sul territorio era Vaccaro Domenico, operava alle dirette dipendenze di Piddu Madonia che era in carcere. Ilardo, che era superiore a Vaccaro, faceva parte della famiglia, era organico alla famiglia, comincia ad operarci insieme. Mi spiega Ilardo che così si sente libero di sentire, di partecipare alle riunioni, senza nessun particolare vincolo, e mi dice: ‘lasciamo che siano gli altri a contattarmi’, ovviamente per ragioni di sicurezza. Fare domande in quegli ambienti è molto pericoloso. Nel frattempo lui si accredita, cosa molto importante per noi, con dei primi risultati operativi: come, ad esempio, il ritrovamento del materiale per l’apertura delle cassette di sicurezza delle banche. Ci fa arrestare dei primi latitanti. Questo lo accredita nei confronti della magistratura di Palermo che lo segue da lontano nella sua attività di collaboratore informale e, ovviamente, nella Dia di De Gennaro. È un collaboratore credibile che porta risultati tangibili.»

E cosa c’entra Provenzano?

«La famiglia di Piddu Madonia è quella che ha da sempre supportato le attività di Provenzano. Se Provenzano si è sempre reso invisibile al resto dell’organizzazione perché ha sempre contato sugli appoggi, anche in Palermo, della famiglia di Caltanissetta. Anche per la parte avversaria, ai suoi nemici nell’organizzazione, risultava invisibile. ‘Le sorelle di Piddu, quindi le mie zie lo vanno a trovare perché malato, soffre di prostata’, mi comincia a raccontare. ‘Soffre di prostata. Gli portano le medicine, gli portano i cibi che lui può mangiare e che gli piacciono’. E lui dispensa consigli.

E che cosa succede?

Fine prima parte/continua       

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MOLISE: politica regionale pazzoide

Il PonziodePilato, oggi consigliere regionale (rivotato dai molisani, tafazzisti per eccellenza… come quello che si dava allegramente le botte nei coglioni) è stato ampiamente superato dall’attuale catastrofico, inconsistente, fumoso, piagnone, incazzoso Toma. Altro sGovernatore. Li collezioniamo, indefessamente. 

MOLISE: politica regionale pazzoide

di Paolo De Chiara, WordNews.it

«Quando una maggioranza si regge solo sulle attribuzioni di deleghe e posti d potere, si scioglie e distrugge in un attimo quanto costruito in lunghi mesi di estenuanti trattative che interessano poco o nulla i molisani».

Parole pronunciate da un feroce oppositore? Uno sfogo da parte di uno statista?

Macchè. Tranquilli, niente di tutto questo. In Molise “feroci oppositori” e “statisti” scarseggiano. Da decenni. Queste parolone sono state (addirittura) scritte nientepopodimeno che da uno degli sGovernatori della Regione Molise: Angelo Michele Iorio. Un medico “prestato” alla politica. E quale settore della vita pubblica costituzionalmente garantito, oggi, è in affanno? Non è difficile rispondere a questa domanda retorica.

Ovviamente, (e chi l’avrebbe mai detto!) in questi ultimi mesi il record negativo è stato degnamente conquistato da un altro tizio “prestato” alla politica. Il PonziodePilato, alias Iorio, oggi consigliere regionale (rivotato dai molisani, tafazzisti per eccellenza… come quello (Tafazzi, appunto) che si dava allegramente le botte nei coglioni) è stato ampiamente superato dall’attuale catastrofico, inconsistente, fumoso, piagnone, incazzoso Toma. Il nuovo sGovernatore. Li collezioniamo, indefessamente. 

Senza dimenticare il penultimo. Un certo Frattura. Proveniente dallo schieramento di PonziodePilato, ma scelto dallo scaltro centro-sinistra. Altra parentesi catastrofica. 

Ma ritorniamo a PonziodePilato, oggi consigliere regionale. La sua gestione monarchica-politico-amministrativa resterà nella storia (negativa) di questa Regione. Nonostante tutto, oggi, ancora siede tra quei banchi. Avrà applicato una buona colla. Sicuramente quella comoda e fertile sedia si sarà attaccata al culo (“deretano” per i puristi; “parte posteriore inferiore del tronco del corpo umano” per i moralisti). Una colla molto ricercata tra gli eletti. 

Poteva staccarla con una mozione di sfiducia, bella e pronta, ma si è astenuto. Se n’è lavato le mani. Di fronte non aveva certo Gesù Cristo. Hanno avuto l’occasione di mandare a casa il catastrofico, l’inconsistente, il fumoso, il piagnone, l’incazzoso Toma. Bastava alzare un ditino, ma lor signori preferiscono rilasciare sterili dichiarazioni, scrivere (o far scrivere) comunicati stampa (un vizio che qualcuno – già pessimo consigliere e disastroso assessore regionale – ancora non ha perso: con 50 associazioni sparava 50 comunicati a raffica. Ta.. ta.. ta.. ta. Quasi tutti i giorni. Oggi, con l’esilio, ha diminuito la dose).         

«Così la presunta maggioranza è stata battuta per ben due volte sulla nota questione dei trasporti che ha visto, al contrario, consolidarsi l’idea di una soluzione sostenuta ormai da dicembre 2019 e che è maggioritaria in Consiglio».

La presunta maggioranza? Battuta due volte? L’idea (che parolone) di una soluzione?

Ma chi le scrive queste genialate? Sempe lui, PonziodePilato. Sicuramente le firma. Ma perchè, invece di abbaiare, non mordete ai polpacci il vostro nemico? (metaforicamente scrivendo, ma potreste farci un pensierino… sarebbe divertente ammirare questa scena, degna del marchese De Sade). Cosa state aspettando? Cosa volete ancora da questa Regione?  

«Questo segnale indica che è possibile incidere sulle migliori scelte programmatiche della Regione a prescindere dall’appartenenza o meno all’idea piuttosto sbiadita di maggioranza politica».

Per le incisioni vi dovete rivolgere agli elettori. Alle politiche passate vi hanno inciso una sconfitta che non dimenticherete facilmente: quattro vostri parlamentari (loro, gli illusi, erano sicuri di essere eletti, una vera goduria politica) sono stati bruciati, disintegrati, fulminati. Una goduria, purtroppo, parziale. Basti vedere alcuni dei sostituti. Comunque siete rimasti con la bocca aperta. Ma ancora non basta. 

Il “miracolo” non si è ripetuto in consiglio regionale. La macchina da guerra messa in campo ha funzionato. Non è, ovviamente, una difesa d’ufficio per i grillini. Si possono difendere da soli. Le cazzate le commettono e le hanno commesse pure loro. Ma ancora non hanno raggiunto certi livelli. I vostri, per la precisione.  

E, comunque, onde evitare stupide polemiche rilanciamo una proposta: oh molisani, candidatevi. L’unico modo è sbatterli fuori con il voto. Basta con queste deleghe in bianco, a questo e a quello. I fallimenti sono evidenti.

Queste bastonate su quali coglioni volete scagliarle? Esistono due modi: votare i migliori (effettivamente scarseggiano) o metterci la faccia. Non temete, loro ce l’hanno fatta… con quella che si ritrovano.    

N.b.: Perchè PonziodePilato? Ovvio, perchè non ha peli sulla lingua. Non garantiamo per le altre parti del corpo. 

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– Tutto previsto

La «faccia pulita» di Cosa nostra

QUARTA PARTE. L’inchiesta «Passepartout», che ha coinvolto la parlamentare molisana Giuseppina Occhionero (“Italia Viva”), fa emergere il potere criminale della famiglia mafiosa di Sciacca e dei mafiosi di rango collegati a quel mondo criminale: Totò Riina, Matteo Messina Denaro, Salvatore Di Ganci, Santo Sacco, Accursio Dimino, Antonino Nicosia, detto Antonello (già portaborse dell’On. Occhionero). In attesa dell’udienza preliminare, dove il Gup Fabio Pilato deciderà sulla richiesta di rinvio a giudizio (sono coinvolti sei soggetti, tra cui la parlamentare), è giusto capire il contesto in cui operava il pregiudicato Nicosia.

La «faccia pulita» di Cosa nostra

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Le intercettazioni hanno infatti registrato con una chiarezza lampante che il Nicosia si è adoperato insistentemente al fine di monitorare lo stato d’animo dei singoli mafiosi detenuti per dissuaderne eventuali iniziative collaborative; per favorire trasferimenti di detenuti mafiosi; per veicolare informazioni fra i detenuti e l’esterno; per incontrare associati mafiosi in modo assolutamente riservato e senza la vigilanza delle guardie penitenziarie al fine di ottenere e fornire dette informazioni; per speculare illecitamente sulle cooperative operanti all’interno delle strutture carcerarie progettando di estorcere loro del denaro in cambio di relazioni ispettive a loro favorevoli; ancora, per conoscere mappatura, allocazione delle celle, luoghi ove si svolgono i colloqui e la socialità dei detenuti nelle singole strutture carcerarie e ciò ancora al fine poi di veicolare dette informazioni logistiche ai sodali di Cosa nostra.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

Nicosia affrontava anche le questioni relative ai rapporti con i soggetti di Sciacca emigrati negli Stati Uniti d’America, Sergio Gucciardi e Leonardo Zinna; il linguaggio utilizzato, finalizzato a non proferire i nomi dei soggetti, e gli argomenti trattati (il sostentamento del detenuto Maniscalco) lasciavano intuire che tali questioni riguardassero Cosa nostra e le sue già accennate proiezioni negli Stati Uniti

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

Nicosia rassicurava il proprio interlocutore circa l’impossibilità che la conversazione potesse essere intercettata perché la macchina a lui in uso, vicina alla quale stavano dialogando, era noleggiata ed era solito cambiarla ogni settimana (Nicosia: “no, a posto, la cambio ogni settimana”).

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

Nicosia, fuor di metafora, chiedeva al sodale di attivarsi per risolvere la questione attraverso l’intervento violento e intimidatorio di “due picciotti”.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

Nel corso delle investigazioni svolte, sono stati accertati costanti e solidi rapporti tra l’indagato Antonino Nicosia e il castelvetranese Giuseppe Fontana, noto Rocky, scarcerato nel 2013 dopo una lunga detenzione durata circa vent’anni.

Quest’ultimo, nella storia della famiglia mafiosa di Castelvetrano ha sempre rivestito un ruolo centrale e ciò, in primo luogo, per il rapporto di grande amicizia e di affetto da egli stretto, fin da bambino, con Matteo Messina Denaro.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

Nicosia ha intrattenuto assidui e costanti rapporti con diversi soggetti, originari di Sciacca ma emigrati da diverso tempo negli Stati Uniti d’America, al fine di trasferirsi e inserirsi insieme ad Accursio Dimino nel circuito criminale d’oltreoceano comunque riferibile a Cosa nostra.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

La persistente partecipazione del Nicosia alla famiglia mafiosa di Sciacca è inoltre dimostrata dalla manifestazione di una persistente solida affection societatis, dalla condivisione da parte dell’indagato del programma associativo e, in particolare, del costante utilizzo della forza di intimidazione mafiosa promanante dall’esistenza sul territorio del sodalizio.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

La condotta partecipativa dell’indagato Antonino Nicosia a Cosa nostra risulta essere consistita, inoltre, nell’essersi egli messo a disposizione del sodalizio per favorire i contatti con gli associati mafiosi detenuti, contatti da lui intrattenuti grazie alla qualifica “ufficiale” assunta che, peraltro, gli ha consentito di fruire nel contesto politico e sociale di un’interfaccia “pulita” e insospettabile e, pertanto, ancor più insidiosa.

Fermo di indiziati di delitto, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, DDA

Per approfondimenti:


– Matteo Messina Denaro, “il primo ministro”

– MAFIA & POLITICA: chiesto il rinvio a giudizio per la deputata molisana

– La famiglia mafiosa di Sciacca

Il pregiudicato (legato alla famiglia mafiosa) in Parlamento

L’Onorevole e il collaboratore pregiudicato

‘Ndrangheta stragista: il PM Lombardo non è solo

MAFIE & STATO. Parla Alfia Milazzo (Agende Rosse “Francesca Morvillo”, Scorta Civica Catania, La città invisibile), presente – insieme a tanti cittadini onesti – davanti all’aula bunker di Reggio Calabria per sostenere il magistrato calabrese: «Lombardo è un PM coraggioso. Anche nelle sue esposizioni, nei passaggi della sua requisitoria, si espone personalmente, sfidando i gruppi di potere. Attraverso Lombardo, la magistratura – quella forte, onesta, che difende e piace ai cittadini -, sta alzando la testa».

‘Ndrangheta stragista: il PM Lombardo non è solo

di Paolo De Chiara

Questa volta è toccato al PM di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo. Il coraggioso magistrato che sta portando avanti un processo importantissimo sulla schifosa ‘ndrangheta stragista. L’organizzazione criminale calabrese (una delle mafie più potenti e più ricca al mondo) che, insieme a Cosa nostra, in questo Paese, metteva le bombe e uccideva innocenti. Per conto di altri soggetti, di elevato spessore criminale. Le famose “menti raffinatissime”, individuate da Giovanni Falcone.

Istituzioni deviate, servizi segreti, massoneria. Personaggi indegni che hanno gestito e continuano a gestire il potere nel Paese impregnato dalle mafie e sotto ricatto. E per mantenere il potere nelle loro mani sono disposti, ancora oggi, a tutto.

Addirittura volevano avvelenare l’acquedotto di Firenze. Nei loro progetti pazzoidi-criminali c’era finita anche la Torre di Pisa, doveva saltare in aria. Addirittura avrebbero voluto disseminare di siringhe infette di Aids la spiaggia di Rimini.

Pazzi criminali più pericolosi dei mafiosi.

Personaggi che, invece di contrastarli, si permettevano e si permettono il lusso di minacciare di morte i mammasantissima. Per ottenere il loro silenzio. Corsi e ricorsi storici. Dal bandito Salvatore Giuliano a Gaspare Pisciotta. Un elenco lunghissimo. Sempre lo stesso metodo. Oggi più raffinato. Per fare meno rumore.

Era capitato a Cutolo, il fondatore della NCO. È capitato a Provenzano, il capo dei capi. Anche Totò ‘u curtu (una pecorella – in senso metaforico – in confronto a questi criminali di Stato) è stato minacciato di morte dalla «Falange Armata». (“Devi stare zitto, hai familiari fuori. Al resto ci pensiamo noi”).

«Dietro la sigla ci sono persone che operano, che eseguono, che programmano, che stabiliscono» ha spiegato il PM Lombardo. «L’organizzazione utilizzava le stragi per mandare messaggi a chi doveva capire».

Questi stessi soggetti (istituzionali) hanno decretato e pianificato la morte di personaggi come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Senza dimenticare l’urologo Attilio Manca (che operò Bernardo Provenzano), Luigi Ilardo (stava facendo saltare lo scellerato accordo tra Stato e Cosa nostra) e tanti altri.

Chi tocca certi fili, in questo Paese «orribilmente sporco», muore.

Non di morte naturale o di suicidio. Nemmeno i poeti hanno lasciato in pace. Povero Pasolini. Massacrato e eternamente infangato da chi è fatto di questa sostanza.  

E proprio su questi temi, lo stragismo mafioso di Stato, si sta svolgendo un processo in Calabria. Tenuto sotto silenzio dalla maggior parte dei media nazionali. Impegnati a raccontare le solite e inutili cazzate ai cittadini. Si sta ripetendo tutto quello che è già accaduto in passato.

Ed anche questa volta, come è già capitato a Nino Di Matteo (il PM del processo sulla Trattiva Stato-mafia, condannato a morte non solo da Cosa nostra) e a Nicola Gratteri (procuratore di Catanzaro e nemico numero uno dei mafiosi calabresi, ma non solo), i cittadini con la schiena dritta hanno deciso da che parte stare, schierandosi con il PM Giuseppe Lombardo.

Durante la requisitoria di ieri, davanti all’aula bunker di Reggio Calabria, i rappresentanti del movimento Scorta Civica, delle Agende Rosse e di altre sigle, hanno manifestato la loro vicinanza per non fare sentire solo un magistrato che, al contrario di altri suoi squallidi colleghi, ha deciso di fare questo mestiere con passione, lealtà ed onestà.

«Rappresento lo Stato» ha tuonato il PM Lombardo in aula, durante la sua lunga e devastante requisitoria. Dove ha elencato fatti, episodi, legami. Collusioni tra pezzi dello Stato (molti personaggi ancora le rappresentano indegnamente) e mafie. Strategie e affari. Legami politici e istituzionali. Disegni strategici da far accapponare la pelle. Non ha fatto mancare, il pubblico ministero, messaggi di sfida nei confronti dei mafiosi e di chi li gestisce.

«Ci siamo resi conto – spiega Alfia Milazzo (Agende Rosse “Francesca Morvillo”, Scorta Civica Catania, La città invisibile) presente – insieme a tanti cittadini onesti – davanti all’aula bunker di Reggio Calabria per sostenere il magistrato calabrese – che questo processo è molto importante. Da questa requisitoria fiume, pronunciata da Lombardo, è emersa una correlazione chiara tra diverse entità. Rapporti che hanno condizionato la stagione stragista degli anni Novanta».

Perché è necessario supportare il PM Lombardo?

«Lombardo è un magistrato coraggioso. Anche nelle sue esposizioni, nei passaggi della sua requisitoria, si espone personalmente, sfidando i gruppi di potere. Attraverso Lombardo, la magistratura – quella forte, onesta, che difende e piace ai cittadini -, sta alzando la testa. Stare insieme a lui significa accompagnarlo in questa sfida. Non bisogna lasciare soli questi magistrati. A noi non piacciono le corone e le celebrazioni piene di retorica. C’è stato un momento molto toccante. Durante una pausa dell’udienza abbiamo approfittato per mandare il nostro sostegno a Lombardo, esponendo le nostre magliette. Lui ci ha ringraziati e noi lo abbiamo applaudito. Addirittura, con il microfono, ci ha detto: “mi state facendo emozionare”. Questo applauso è risuonato e spero che questa cosa abbia fatto piacere. Il nostro messaggio è arrivato anche alle tante orecchie che erano disseminate in quei luoghi».

Quale sensazione ha provato mentre ascoltava le parole del pubblico ministero?

«Come cittadina mi sono sentita molto fiera. Soprattutto di questo magistrato. Nello stesso tempo è sconfortante ascoltare questi legami tra politica, affari, gruppi finanziari, gruppi segreti eversivi, massoneria, servizi segreti. Sentire questo fresco profumo è una grandissima soddisfazione.

Già nel processo Trattativa Stato-mafia avevamo capito che c’era stata questa trattativa tra pezzi deviati dello Stato e Cosa nostra. Qui abbiamo appreso di personaggi che hanno gestito la vita politica in questo Paese. I loro rapporti con i Piromalli e con i mafiosi calabresi e siciliani, pericolosi e potenti».

Quali saranno i vostri prossimi impegni?

«Abbiamo appreso che è stato chiesto l’ergastolo per gli imputati. Ora aspettiamo il giudizio. Sarà importante divulgare questa requisitoria. La considero come un libro di storia. Mi auguro che ci siano degli sviluppi, sono state indicate delle responsabilità e dovranno essere perseguite. Un altro processo da seguire è quello di Gratteri. Oggi abbiamo toccato con mano la storia di questo Paese».

Per approfondimenti:

– La «Falange Armata» ha minacciato Totò Riina

– Stato e mafie: parla Ravidà, ex ufficiale della DIA

da WordNews.it

Stato e mafie: parla Ravidà, ex ufficiale della DIA

L’INTERVISTA. Abbiamo raccolto il pensiero dell’ex ufficiale della DIA, Mario Ravidà, presente nell’aula bunker di Reggio Calabria, durante la devastante requisitoria del PM Giuseppe Lombardo, relativa al processo sulla ‘Ndrangheta stragista. «Ancora si stanno pagando dei debiti che sono stati fatti negli anni Novanta con Cosa nostra».

Stato e mafie: parla Ravidà, ex ufficiale della DIA

di Paolo De Chiara

«Questo processo assume un’importanza direi storica, per quanto riguarda la lotta alla mafia, alla ‘ndrangheta e alle mafie in genere. Si vanno ad analizzare e ad indicare le collusioni tra Stato, in senso lato, mafia e alta massoneria, con infiltrazioni politiche».

Abbiamo raccolto il pensiero dell’ex ufficiale della DIAMario Ravidà, presente nell’aula bunker di Reggio Calabria, durante la devastante requisitoria del PM Giuseppe Lombardo, relativa al processo sulla ‘Ndrangheta stragista.

«Le parole del dott. Lombardo mi fanno venire in mente tante cose. L’unica cosa che mi colpisce e mi fa male è pensare che vittime innocenti, che credevano effettivamente in uno Stato e nella difesa dei cittadini onesti, sono morti, forse, anche per mano dello Stato. E questo mi fa veramente male. Il tradimento più alto. Noi lavoravamo per questo Stato, abbiamo lavorato per difendere lo Stato democratico. Nel momento in cui subiamo le conseguenze dallo stesso Stato diventa drammatico».   

Ravidà ha una esperienza quarantennale alle spalle. In prima persona ha vissuto i momenti più drammatici della Repubblica. Nel 2015, Ravidà, ha dato alle stampe un suo manoscritto, Carne da macello (AltroMondo editore), un libro scritto – come si legge nella sinossi – per onorare la memoria di magistrati, uomini politici e appartenenti alle forze dell’ordine; caduti per qualcosa in cui credevano nel nome di un ideale di legalità e giustizia.

«Una cronistoria personale di quello che ho vissuto. Per caso mi sono trovato a vivere i momenti più drammatici di questa Repubblica: ad iniziare dal sequestro Moro, dove stavo facendo un corso di polizia giudiziaria a Roma e, quindi, ho partecipato a quelle che erano le operazioni per il tentativo di cattura delle Br, cosa non riuscita.

Successivamente sono stato trasferito alla Digos di Napoli, sezione antiterrorismo, dove ho vissuto il sequestro Cirillo in prima persona, con i suoi retroscena, in particolare di un collaboratore che ci rivelò che dietro il sequestro, in realtà, c’era un progetto della Democrazia Cristiana e un accordo per la liberazione per una somma di un miliardo e 450 milioni. Quello che non c’è stato per Moro.

A Catania, al reparto mobile, ho fatto parte della Criminalpol, quindi ho conosciuto direttamente il fenomeno mafioso ai massimi livelli, per quanto riguarda la Sicilia orientale.

Con la formazione della DIA, nel 2003, ho completato il mio percorso professionale. Ho vissuto le stragi, anche se non direttamente, più che altro quella di Borsellino, dove abbiamo partecipato alle indagini.

La famosa relazione scomparsa, dopo il sopralluogo che lei fece con un suo collega della Criminalpol, il giorno dopo la strage, nel palazzo di proprietà dei fratelli Graziano, legati al clan Madonia.

«Scomparsa per diciotto anni e poi, per caso, dopo averne parlato con un giornalista, è uscita fuori».

Poi c’è la questione Ilardo, il collaboratore che stava dando un colpo mortale a Cosa nostra. È importante ricordare il colonnello Riccio, una figura fondamentale, infangato e diffamato nel corso degli anni.  

«Il problema è stato questo. Basti vedere quando Riccio è stato arrestato, per cosa è stato arrestato. Riccio è stato arrestato per un premio dagli esteri per l’operazione di servizio che lui stava facendo. E ne erano perfettamente a conoscenza tutti i suoi superiori. Chiaramente hanno lavorato in maniera non conforme a quelle che erano le regole di una operatività legale, però con risultati enormi».

Cosa aveva scoperto Riccio?

«Aveva Ilardo. Sarebbe stato devastante per questo Stato democratico se fosse stato in vita e poteva parlare. Era a conoscenza di tutti i fatti più nascosti che non hanno avuto, sino ad ora, luce».

Possiamo entrare nel merito?

«Basta citare gli omicidi di Piazza, del collega Agostino e della moglie, del piccolo Di Matteo.

Centinaia di fatti: gli attentati in Italia degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta. Loro (i mafiosi, nda) andavano a prendere l’esplosivo nelle caserme dei militari, insieme a un personaggio che si chiamava Ghisena, calabrese, legato ai servizi segreti e alla massoneria. Questo esplosivo veniva usato per gli attentati in giro per l’Italia. Parliamo di collegamenti tra mafia, ‘ndrangheta e servizi deviati. Ilardo avrebbe fatto luce su questi fatti».

Senza dimenticare la famosa operazione Mezzojuso e la mancata cattura di Binnu Provenzano.

«L’operazione Mezzojuso è stata emblematica. Si è puntato dall’inizio, da quando c’era De Gennaro, all’arresto di Provenzano. L’obiettivo principale era quello. In attesa di questa operazione abbiamo fatto un mare di operazioni, abbiamo arrestato latitanti importanti di primo piano, abbiamo fatto un’operazione a Catania e abbiamo azzerato Cosa nostra. Su indicazioni di Ilardo abbiamo arrestato 50 persone».

Poi cosa succede?

«Riccio viene inspiegabilmente, una volta andato via De Gennaro dai vertici della Dia, destituito all’Arma e, quindi, a Mori. Proprio in quel momento si determinò l’appuntamento con Provenzano. Sebbene ci fossero state tutte le condizioni, Riccio non è stato messo nelle condizioni di poter finalizzare l’operazione. Si sono limitati a fare qualche foto sul posto, invece di agire e arrestare Provenzano e, forse, tutti i vertici di Cosa nostra. Avremmo azzerato Cosa nostra».

Ed entrambi, Ilardo e il colonnello Riccio, faranno una brutta fine.

«Ilardo muore dopo le sue dichiarazioni. Ritorna a Catania senza protezione, sebbene avesse dato queste anticipazioni davanti al fior fiore di Procuratori. Si doveva proteggere in altro modo, lo Stato doveva proteggerlo».

E Riccio?

«Viene eliminato giudiziariamente. Nel momento in cui sta facendo le denunce a varie Procure: Catania, Caltanissetta, Palermo, per la storia di Ilardo. E proprio in quei momenti viene arrestato, a dieci anni dai fatti che gli contestano. Una storia strana, non riesco ancora a comprendere le esigenze cautelari per un colonnello dei carabinieri pluridecorato. Quali prove poteva inquinare dieci anni dopo i fatti contestati».

Non è solo mafia. Ci troviamo di fronte a quelle «menti raffinatissime» di cui parlava Falcone?

«Ci sono diversi elementi che possono portare a questa conclusione. Sono convinto di una cosa: c’è stato un momento storico in Italia dove diverse decisioni giudiziarie portano a pensare che ci sia stata una concordanza tra varie strutture. Riccio viene arrestato dai magistrati di Genova. Per quanto riguarda l’omicidio di Ilardo, ci sono state delle fughe di notizie. Ci sono stati dei ritardi da parte dei funzionari della DIA.

Perché la DIA caccia Riccio nel momento in cui stava dando dei risultati eccezionali? Come ha confermato il direttore della DIA, durante il processo Trattativa Stato-mafia, nessuno aveva mai dato questi risultati. Queste sono domande che dovremmo farci un po’ tutti».

I soggetti che lei ha incontrato, durante la sua attività professionale, sono approdati all’interno delle Istituzioni?

«Sì, qualcuno ha fatto da consulente in Commissione parlamentare antimafia».

Se la sente di fare il nome?

«Sì, il dott. Pappalardo che conferma, al processo contro Mori e Obinnu, di essere stato uno degli artefici della cacciata di Riccio dalla DIA. Sebbene ammette che, forse, mai nessuno come Riccio aveva portato quei risultati. La domanda da farsi è perché allora viene rimandato nell’Arma? È lo stesso funzionario che prima dell’arresto di Riccio vuole incontrare me e un altro mio collega, insieme lavoravamo con il colonnello, e ci intima di non frequentare più Riccio, sebbene avevamo in corso l’indagine Chiara luce contro Cosa nostra catanese, proprio per merito di Ilardo che ci aveva fatto identificare il responsabile del clan Santapaola che in quel momento reggeva la cosca.

Sono domande a cui non ho mai trovato una risposta logica. Chiaramente non potevamo, proprio per questi motivi, non frequentare più Riccio. Era troppo importante tale rapporto per finalizzare l’operazione, come poi accadde con più di 25 arresti che azzerarono il clan.

Il nostro Rapporto con il Colonnello continuò contravvenendo a quanto ci veniva disposto. Per tale motivo il mio collega fu anche convocato a Roma presso la direzione della DIA e da un altro alto Dirigente, anche lui siciliano, Pippo Micalizio, ora deceduto, che minacciò il mio collega di farci uscire dalla DIA se avessimo continuato tale rapporto.

Devo aggiungere che Pappalardo, sebbene fosse già avvenuta la mancata cattura di Provenzano a Mezzojuso, non ne era al corrente. Quando lo informammo di ciò, rimase sorpreso ed aggiunse: “Mori non me lo aveva detto”. Presumo, da quanto affermò, che Pappalardo venne convinto da Mori ad allontanare Riccio dalla DIA. Forse proprio per controllarlo ed impedire la cattura del Provenzano. Come affermato da Riccio, se fosse rimasto alla DIA, si sarebbe sicuramente finalizzata anche la cattura di Provenzano con il nostro ausilio e come era già accaduto con gli altri latitanti catturati. Queste sono cose che, effettivamente, lasciano pensare. Sono le cose strane che sono successe.

Come nell’omicidio Ilardo, dove è stato aperto un fascicolo per connessioni istituzionali. A distanza di cinque anni dall’omicidio ricevo una notizia da parte di un mio confidente che mi dice chi erano gli autori, i mezzi usati per commettere il delitto. La mia relazione finisce in un cassetto, dopo le mie proteste questo documento finisce in Procura. Si deve sentire il mio confidente, dopo dodici anni, e si arrestano i personaggi che avevo segnalato. Cose strane e nessuno chiede nulla sui ritardi, sulle omissioni».

Oggi come siamo messi in Italia per quanto riguarda la lotta alle mafie?

«È un momento strano. Abbiamo visto tutti quello che è successo con il ministro Bonafede e il mancato incarico a Di Matteo. Perché non mettere le persone giuste al posto giusto? È una volontà di Stato o una incapacità?»

Che giudizio si è fatto del ministro Bonafede?

«Il Movimento 5stelle era nato per cambiare l’Italia ma non sono questi i modi per cambiarla. Il decreto ultimo che riguarda gli appalti pubblici ha solo aumentato la mancanza di controllo per le enormi somme che saranno stanziate per gli appalti pubblici. Il dubbio, il sospetto e la paura è che possono banchettare, per quanto riguarda la corruzione, senza nessun controllo. Questo è un’altra cosa gravissima».

La trattativa Stato-mafie è terminata?

«Ancora si stanno pagando dei debiti che sono stati fatti negli anni Novanta con Cosa nostra».

Se ne può uscire da questa situazione?

«Se ne può uscire nel momento in cui un Governo nasce per cambiare totalmente le cose. Si dovrebbero attenzionare in modo pressante le mafie, la corruzione e tanto altro. Ma c’è una volontà di fare questo?».        

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da WordNews.it

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